diaria
Eccezionali eventi quotidiani
Smetto quando voglio
… e anche quando non voglio
Potrei dire che non aggiorno piú il Wok da un mese perché ho avuto tanto da fare da non avere avuto il tempo di scrivere, ed anche se è parzialmente vero, la vera verità è che ho affogato una quantità indecente di tempo giocando a Risk of Rain Returns, dopo aver sbloccato lo sboccabile, per cercare di battere il gioco “come inteso”, al livello di difficoltà intermedio (Rainstorm), con tutti i personaggi. L'ultima settimana in particolare, questo è stato anche il modo di affrontare la noia della malattia respiratoria che mi ha costretto a letto senza però ridurmi “in coma”.
Ammetto che il gioco mi ha preso quasi a livello di tossicodipendenza,
ma non escludo che sia in parte anche un modo per sfuggire alla frustrazione alimentata da un'ambiente lavorativo
dove la scienza cede al passo alla politica ed agli abusi di potere,
in una fase della politica nazionale ed internazionale dove sembrano raddoppiati gli sforzi per impedire che si faccia ricerca scientifica,
impedendo la formazione di giovani ricercatori o rendendo estremamente difficile garantire loro quel minimo di serenità che ne permetterebbe una formazione di qualità sul medio/
Ma il mondo fa abbastanza schifo senza bisogno di piangerci sopra, pensiamo quindi piuttosto alle
Buone notizie
Indizi della fine del ciclo
Il nuovo ciclo di hype tecnologico comincia a dare i primi segni di cedimento: OpenAI che chiude Sora, il generatore di video artificiali, è il piú recente ed eclatante esempio del tramonto della propaganda, e tiene compagnia a Microsoft (che odia essere chiamata MicroSlop) ed ai suoi primi timidi passi indietro sull'integrazione di quella sua invasiva merda generativa che aveva reso inutilizzabile persino Blocco Note.
La cosa positiva è che i costi assurdi di questo ciclo stanno finalmente mettendo gli ultimi chiodi alla cassa da morto del precedente, quell'“inevitabile” “Metaverso” su cui Facebook ha investito quasi cento miliardi di dollari, arrivando persino a cambiarsi nome “in suo onore” (anche perché la “marca” Facebook poteva ormai essere troppo facilmente a tutta la merda che aveva impilato negli anni.
Piccola resistenza all'avanzata del neofascismo
In Italia è fallito il referendum costituzionale con cui l'attuale governo ha tentato di portare il potere giudiziario sotto il proprio controllo: nonostante la propaganda oscena e la cascata di menzogne sulle motivazioni e le implicazioni del referendum, la riforma proposta è stata bocciata, seppur con numeri tristi: un'affluenza sotto il 60%, ed una vittoria del NO con un margine ristretto (53% dei votanti contro il 47%).
Il risultato è stata una sorpresa per tutti, forse ancor piú per i sostenitori del NO che per quelli del SÍ, e non si sono risparmiate parole sulle motivazioni di questa vittoria. Un rigurgito antifascista (cit.)? Una risposta agli eccessi della propaganda governativa? Qualunque sia il motivo, forse ancor piú che il risultato in sé non possiamo essere dispiaciuti dei conseguenti “scossoni di governo”, con le dimissioni di Bartolozzi, Delmastro e Santanché, e con la speranza che siano solo i primi.
Piccola resistanza all'avanzata del neofascismo (bis)
Questa è di oggi: l'ennesimo tentativo di rinnovare a livello di Unione Europea le misure invasive di sorveglianza con la scusa di “proteggere i bambini” è fallito. Rimane indecente che ci abbiano riprovato a cosí breve distanza dalla precedente bocciatura, ma d'altra parte era ora o mai piú.
(Ci piacerebbe fosse “mai piú”, ma sappiamo come vanno queste cose.)
Dalla Cina con le noccioline
Mio figlio è stato in Cina. Il viaggio, organizzato tramite la scuola, a cui hanno partecipato una selezione di compagni suoi e di studenti di una scuola di Firenze, rientra nell'ambito di un progetto di scambi culturali che aveva avuto inizio poco prima che scoppiasse la pandemia, e che solo ora sta riprendendo —con la classe di mio figlio come cavia.
Le preparazioni “tecnologiche” al viaggio sono state un'avventura a sé stante, ed avranno ripercussioni a lungo termine (tra cui la disponibilità per mio figlio di un telefono cellulare, seppure fortemente ristretto), alcune delle quali in positivo (a quanto pare, il sistema di messagistica Delta Chat funziona anche attraverso il Grande Firewall, o per lo meno non era bloccato nella zona dove resideva mio figlio).
Mio figlio è tornato entusiasta. Ha assaggiato molta cucina cinese, anche se non gli è piaciuto quasi nulla (non inusuale, ha gusti molto ristretti anche qui da noi), ed ha pensato a regalini per ciascuno di noi, nonché qualche zia e cugina: roba un po' sul commerciale andante, ma comunque pensati con amore, scelti con criterio, ed apprezzati dai riceventi.
Sono contento che abbia potuto fare questa esperienza.
Ho scritto queste parole
Sembra sciocco dirlo, ma riuscire ad anche solo dedicare del tempo per buttar giú qualcosa di incoerente e sconclusionato come questa accozzaglia di pensieri sparsi ed impressioni mezze sviluppate è un buon segno.
Ho pochi dubbi in proposito: il tempo che riesco a dedicare al Wok è indizio della qualità della mia vita. Indipendentemente dalla sezione a cui lo dedico, il fatto stesso di arrivare a farlo è indice di attenzione data a qualcosa che mi fa bene: mi dà soddisfazione, mi aiuta a concentrarmi, mi permette di lasciare un segno di me.
Non piú (a) scuola
Una rubrica sulle cose che a scuola non insegnano piú?
Ci sono cose che a scuola non insegnano piú. L'ho scoperto per la prima volta perché ai miei figli non hanno insegnato la prova del nove, il modo probabilmente piú semplice e veloce per controllare (seppure senza certezza) se si è commesso un errore in una operazione.
Poi ho scoperto che non si fa piú nemmeno un metodo per l'estrazione di radice quadrata (ai miei tempi si insegnava il metodo di Bombelli, ma sarebbe stato utile conoscere anche il cosiddetto algoritmo babilonese).
Oggi m'è venuto in mente (e stavolta i miei figli non c'entrano) che un'altra cosa che non si fa piú sono le operazioni in gradi, primi e secondi e la conversione da questa notazione a quella decimale. (D'altra parte, vedendo come coetanei della mia prole sembrano avere problemi già con decimali e frazioni, posso capire.)
Ho pensato quindi di aprire una sottorubrica di Mathesis dedicata a queste piccole cose. Devo solo trovare il nome o il tag giusto per identificare queste paginette, il che è sempre un problema (qualunque sia il nome scelto, penso che opterò per un tag piuttosto che una sottorubrica, perché non escludo che ci finiranno dentro anche cose che con la matematica non c'entrano).
AGGIORNAMENTO: la notte porta consiglio, ed ho pensato di usare per questa categoria di articoli il tag laScuolaDimenticata; ho anche chiesto sul Fediverso, dove qualcuno ha espresso parere positivo per “non piú scuola”, ovvero il nome di questa pagina (ma non il suo titolo, che originariamente era «Non piú a scuola» ed oggi sto decidendo di cambiare mettendo la preposizione tra parentesi), che potrebbe funzionare anche come tag (senza accenti, nonPiuScuola, per evitare problemi di codifica o legati alla differenza tra la mia scelta di scrivere piú con l'accento acuto come vuole il fatto che la u sia una vocale chiusa rispetto alla piú comune scelta di scriverlo più). Ed in effetti, perché non usarli entrambi?
Ha ragione ma …
Mio figlio ricorda di conoscere una canzone sulla Prima Guerra Mondiale
Chiediamo a mio figlio: ma tu ti ricordi una canzone sulla Prima Guerra Mondiale?
Oblomovino non è inspirato. Ci pensa su. Non risponde.
Insistiamo, mentre ognuno si sistema la biancheria appena piegata: Ovvero sulla terza guerra di indipendenza?
Niente.
Poi improvvisamente spunta: Ah ma io la conosco una canzone sulla Prima Guerra Mondiale!
Noi: ah, bene, e quale?
E lui: Snoppy contro il Barone Rosso!
(La versione di Giorgio Gaber, non l'originale americano di cui non conoscevo l'esistenza fino al momento di scrivere questo.)
E che gli puoi dire? Non è la Gorizia a cui pensavamo noi, con cui lui e sua sorella sono cresciuti, ma ha ragione, almeno in risposta alla prima domanda.
I piccoli piaceri
Piccoli atti di resistenza per illuminare il futuro
Con il mondo che va allo scatafascio, è importante non farsi prendere dalla disperazione. Non posso di avere il segreto della felicità, o una soluzione per i problemi sempre piú pressanti che ci troviamo e troveremo ad affrontare, né posso dire di essere contento del futuro che stiamo lasciando alle nuove generazioni, Ma per l'appunto, c'è una strada che posso proporre, una strada che può illuminare il futuro anche senza offrire soluzioni: la strada dei piccoli piaceri.
Infilo in questo calderone un po' tutto, dalla schadenfreude ai piccoli lussi che possiamo ancora permetterci, passando per ogni gesto o atto creativo, nostro o altrui che sia.
Schadenfreude
Abbiamo il CEO della Microsoft che chiede per favore di smettere di usare il termine “sbobba” quando parliamo dei prodotti dei loro modelli generativi che spacciano per intelligenza artificiale, con il prevedibile risultato di rafforzare questo uso, a tal punto che la vecchia deformazione del nome dell'azienda (Micro$oft, per la sfrontatezza con cui cercava il guadagno, senza nessuna considerazione etica) è ormai stato sostituito oggi da Microslop.
Abbiamo lo stesso figuro che implora perché noi si trovi un uso per la suddetta sbobba perché altrimenti loro perderanno il “permesso sociale” di consumare (inutilmente) risorse al ritmo a cui questi modelli consumano.
Abbiamo il CEO della NVIDIA che si lamenta perché tutti parlano male dei modelli generativi (al solito spacciati per intelligenza artificiale) invece di adottarli (o peggio ancora, dopo averli adottati).
E dà soddisfazione vedere questi miliardari cominciare a rendersi conto che questa volta nemmeno gli allocchi
salveranno i miliardi buttatiinvestiti in una delle tecnologie piú inutili e dannose degli ultimi cento anni.
Siamo tutti lí ad aspettare l'esplosione di questa bolla speculativa talmente gonfia
da essere l'unica cosa a proiettare un'illusione di positività nel mercato azionario
in un periodo di recessione economica che non cesserà finché i potenti non si renderanno conto di quanto avesse ragione Keynes,
e che se gli operai non possono acquistare il prodotto del loro lavoro, l'economia non può girare.
Dà soddisfazione, ed incoraggia ad insistere nelle campagne d'informazione sull'inutilità di questi modelli generativi,
sul fatto che la produzione degli LLM sia sbobba di pessima qualità,
sul criminale consumo di risorse nascosto dai colpevoli:
dà soddisfazione non solo perché affermare il vero dà soddisfazione,
ma anche perché i miliardari piangono, e se non possiamo fargli piangere sangue con le tasse perché si sono comprati i politici,
almeno possiamo goderci i piagnistei perché stiamo sputtanando la loro sostanziale incapacità imprenditoriale.
(Bonus: Meta Inc. ha pure chiuso il comparto realtà virtuale sul quale aveva scommesso talmente tanto da cambiare persino nome per pubblicizzarlo —nonché ovviamente per la mala nomea che Facebook aveva accumulato tra genocidi e scandali vari. Ricordiamo che per la genAI oggi si usa la stessa propaganda che per la realtà virtuale di allora, per cercare di vendere qualcosa che in realtà non serve a nessuno. Moriranno male e non dispiacerà a nessuno.)
Piccoli lussi
Pur con gli inevitabili conflitti e problemi, sono contento di avere la famiglia ed il lavoro che ho. Per la prima in particolare, mai come in questo periodo sono vere le parole del padre nella vignetta sul rubinetto della felicità di SMBC Comics.
Quando il grande in tutte le scemenze tira fuori anche qualche battuta simpatica, quando si possono cominciare a fare discorsi piú serî, quando la piccola si mette lí a fare puzzle e chiede anche solo compagnia, ma si finisce per mettercisi tutti insieme a cercare incastri, quando ci sediamo tutti insieme davanti ad un mazzo di carte o ad un gioco di equilibrio, ed io lo so che comunque sono piccoli lussi che non tutti si possono permettere.
E sono piccoli lussi il sushi che ci concediamo di tanto in tanto, i giochi da tavola, i libri ed i fumetti che acquistiamo (anche quando ci costano un rene di dogana dopo mille peripezie, cosa che, mi sa, presto si ripeterà con il fumetto indipendente che ho recentemente sponsorizzato).
Creatività
Altrui …
Quando ho lasciato l'allora Twitter per il Fediverso, non è cambiato solo l'ambiente generale, ma anche la mia selezione su chi seguire. Benché io sia stato sempre un “conoscitore” di fumetti indipendenti pubblicati sul web, (non necessariamente un intenditore, ma comunque un lettore di grandi quantità degli stessi), è stata con grande piacere che ho scoperto quanti artisti indipendenti vi fossero sul sul Fediverso —nonostante una maggioranza di artisti indipendenti l'abbia in realtà evitato come la peste quando Twitter è diventato Xitter, preferendo migrare prima su varî esperimenti piú o meno falliti, ed infine generalmente su Bluesky: certa gente non impara mai.
Mi sono fatto un punto di seguire quanti piú di questi artisti possibile, non solo per interesse personale, ma anche come incoraggiamento al loro uso del Fediverso piuttosto che (o in aggiunta che fosse) alle piattaforme commerciali. Ho trovato con maggiore o minore difficoltà gente di cui leggevo da tempo le opere pubblicate online, ho trovato nuovi fumetti da seguire tramite contatti indiretti di artisti seguiti da altri artisti nel Fediverso, e piú recentemente nuovi artisti, dai nuovi fumetti che ogni tanto vado cercando, quando riconoscono l'opportunità di pubblicizzare anche la loro presenza sul Fediverso tra i profili social di corredo alle loro opere.
Ne è migliorata la qualità della mia navigazione sul Fediverso (soprattutto in questo periodo in cui le cattive notizie abbondano), ed in alcuni casi (come per Kamikaze) ne hanno tratto vantaggio economico anche gli artisti, perché un piccolo lusso che mi posso permettere io è una piccola speranza in piú per loro di sopravvivere del prodotto della loro creatività.
(Mi piacerebbe poter supportare finanziariamente tutti gli artisti che seguo; non posso. Ma la possibilità di permettere agli artisti di esprimere la propria creatività senza doversi preoccupare di morire di fame è certamente uno dei tanti argomenti a favore di quell'UBI che da tempo sostengo.)
… e mia
Non mi considero una persona molto creativa, pur avendo le mie valvole di sfogo aspiranti tali. Mi piace scrivere, anche se non sempre trovo il tempo di scrivere quello che (o su cui) voglio scrivere (e sí, questo aggiornamento è un po' una scappatoia per menzionare molti dei tanti argomenti per i quali vorrei trovare il tempo di scrivere), e troppo spesso per i miei gusti ormai finisco con il farlo piú sul mio profilo Mastodon (che controllo fino ad un certo punto) che non qui (ed ho già spiegato perché).
Trovo comunque soddisfazione nel software che creo per lavoro, ed ancor piú in quello che sviluppo per interesse personale. E recentemente ho cominciato a guardare con curiosità a nuovi linguaggi di programmazione, tra cui Julia, ma ancor piú sono rimasto affascinato da tempo dalla promessa di una programmazione “naturale” con la nuova versione di Inform, un linguaggio creato specificamente per la creazione di quel genere di giochi che oggi viene classificato come Avventure testuali o piú generale (in inglese) come interactive fiction. E pertanto, per imparare quest'ultimo linguaggio, ho dovuto cimentarmi con la creazione di un'avventura testuale, esperienza di cui magari parlerò piú avanti.
E come prevedibile, ben presto mi sono trovato ad andare oltre l'avventura testuale, a cimentarmi con lo scrivere estensioni che possano tornare utili ad altri autori di avventure testuali. Ed anche questo, nel suo piccolo, è un modo di rendere il mondo piú bello.
Risiko IRL
Purtroppo non è solo un gioco.
Con la rimozione del presidente venezuelano operata dagli Stati Uniti, si delineano definitivamente le strategie di questa fin troppo reale partita a Risiko. L'accordo (a quanto pare risalente almeno al primo governo Trump1) è abbastanza chiaro: gli Stati Uniti lasciano che la Russia si prenda l'Ucraina, e la Russia lascia che gli Stati Uniti si prendano il Venezuela.
Poi le elezioni del 2020 sono andate come sono andate, ma intanto la macchina da guerra di Putin per invadere l'Ucraina era partita, e queste non sono cose che si fermano facilmente: lo stronzo ha evidentemente deciso che il gambetto valeva fare la pena: sarebbe bastato durare fino alla fine del mandato di Biden, investendo pesantemente nella rielezione di Trump (facile con l'appoggio della quinta colonna neofascista statunitense del Project 2025, nonché quello involontario dei soliti utili idioti sia del centro liberale sia della sinistra piú integralista —vedi le campagne a favore di Jill Stein nonostante fosse notoriamente implicata con la Russia).
Ed ora finalmente i pezzi cominciano a muoversi. Non contento degli ostacoli che Trump è riuscito a mettere agli appoggi all'Ucraina, ormai da tempo Putin gli fa pressione perché molli del tutto, arrivando a dargli in imbeccata un presunto piano di pace che era sostanzialmente quella resa incondizionata dell'Ucraina che Putin ha sempre cercato (fin dal primo tentativo, all'inizio della guerra, di prendere Kyiv e deporre Zelenskyy per sostituirlo con un burattino).
Ed in tutto questo la Cina è stata ben contenta di appoggiare lo sforzo bellico russo, visto che una Russia a cui si lascia prendere l'Ucraina significa una Cina a cui si lascia prendere Taiwan. Se a questo aggiungiamo le aspirazioni canadesi e groenlandesi che Trump ha sempre annunciato con vigore, possiamo dire che sul tavoliere si gioca ormai a carte scoperte.
Le armate arancioni hanno come obiettivo di conquistare la totalità del Nord e del Sud America, le armate nere l'Europa e l'Asia Settentrionale, e le armate gialle Africa, Asia Meridionale, piú un terzo continente a scelta.
In tutto questo è inevitabile chiedersi: ma le armate blu cosa pensano di fare? O hanno già abbandonato il gioco?
A pagina 362–363:
↩DR. HILL: Yes. I said that the Russians signaled, including publicly through the press and through press -- that's the way that they operate -- that they were interested in -- they laid it out in articles, I mean a lot of them in Russian -- but, you know, obviously, your staff and Congressional Research Service can find them for you -- positing that, as the U.S. was so concerned about the Monroe Doctrine and its own backyard, perhaps the U.S. might also be then concerned about developments in Russia's backyard as in Ukraine, making it very obvious that they were trying to set up some kind of let's just say: You stay out of Ukraine or you move out of Ukraine, you change your position on Ukraine, and, you know, we'll rethink where we are with Venezuela.
Sogno #9
Sogno una sorta di festicciola in casa tra creature umane o umanoidi, qualcuna di loro sicuramente soprannaturale, tra cui una succuba. Sono secute attorno ad un tavolo, giocano, chiacchierano. Ad un certo punto, forse per un gioco tipo obbligo o varietà, forse perché a tarda notte si rompono i filtri, la succuba interviene in una discussione di cui non ricordo piú il tema, forse le violenze carerarie, commentando «soprattutto se sei una ragazzina minorenne e muori stuprata» e c'è questa presa di coscienza collettiva del fatto che la succuba stia parlando della propria esperienza di “prima”, quando ancora era un essere umano, e tutti si alzano per abbracciarla, piangendo.
Forse prima, forse contemporaneamente, una delle creature non è al tavolo con gli altri, ma alla finestra, e guarda fuori sulla città (l'appartamento è forse in un palazzo molto alto, che guarda sopra la città), ed è una città apparentemente costruita a raggiera attorno al palazzo in cui si trovano, ed è una città di luci, tipo neon, gialle, verdi, con un fondo (stradale?) blu e viola, ed è tutta illuminata, ma ad un tratto (mentre la succuba confessa? subito prima? subito dopo?) la creatura alla finestra vede il nero del cielo, dell'oltre la città, che comincia ad introfularsi, a spaccare il fondale, ramificazioni come se stessero svellendo le strade, occupando il territorio.
Ma la succuba non voleva che qualcuno stesse alla finestra, che guardasse fuori, che vedesse questa fine del mondo, e tutti stanno piangendo, la succuba forse piú degli altri, che però anche la implorano di fermare il disastro, perché sanno che ne è responsabile lei, è lei che l'ha voluto, anche se non è chiaro se è lei direttamente a controllarlo o no, ma è chiaro che lei abbia invitato le altre creature a questa festicciola in casa per proteggerle, e quando bussano alla porta raccomanda di non aprire.
Guacamole da fare
E niente. Ieri sera dopo cena apro il frigo per vedere se c'è qualcos'altro da sgranocchiare, e mi cade l'occhio sul cassetto della frutta, pieno di avocado. Solo che sul momento non mi viene in mente «avocado», quindi chiedo a mia moglie:
«Che ci fanno in frigo tutti quei guacamole da fare?»
Ora.
A mia discolpa posso dire che guacamole è la parola che mi è venuta sul momento, e che il mio cervello, nell'annebbiamento della stanchezza, è riuscito non solo ad identificarla comunque come “abbastanza vicina” (il passaggio guacamole → avocado sarebbe certamente ammesso il quel gioco enigmistico noto come il Bersaglio), ma anche a trovare un modo che a posteriori posso dire brillante per risolvere l'impasse.
Devo anche ringraziare mia moglie, che avrebbe avuto ogni diritto di leggere quella fase in tono accusatorio (visto anche che è lei quella che in genere si occupa di questo tipo di cucina), ed ha invece apprezzato anche lei questa uscita confusa ma felice.
E poi diciamocelo. A cos'altro servono i guacamolegli avocado?
Che cosa resterà di Babbo Natale
L'altro giorno, mentre tornavano da alcune compere, mia figlia ha deciso di condividere con noi la sua idea su come Babbo Natale faccia a consegnare tutti i regali in cosí poco tempo.
La spiegazione che ha dato è che esistono tanti babbi Natale: tutti quei babbi Natale giocattolo che ci portiamo in casa, la notte di Natale si animano, e tirano fuori da non si sa dove (sono stato molto bravo e non ho detto niente; non ho fatto nessuna battutaccia; voglio fatti i complimenti) i regali che lasciano sotto gli alberi prima di tornare ad essere oggetti inanimati.
Mio figlio a questo punto è intervenuto con un'altra spiegazione, dicendo che no, Babbo Natale è uno solo, ma ha una “sfera d'influenza” che copre tutta la Terra, e nella discussione che è seguita ha chiarito che intendeva la cosa in senso quantistico: l'incertezza sulla sua posizione, che gli permette appunto per effetto tunnel di entrare nelle case di chiunque (la storia del camino è evidentemente un mito utilizzando quando (1) le case avevano effettivamente un camino e (2) non si sapeva nulla di meccanica quantistica).
L'intervento del crasto mi ha sorpreso, ma allo stesso tempo mi ha dato un senso di déjà vu; alla fine mi sono convinto a chiedergli se fosse farina del suo sacco o se ne avessimo parlato già in passato, e lui mi ha confermato che ne avevamo già parlato e quello era quello che si ricordava.
La cosa interessante è che io non mi ricordo piú nemmeno quando ne abbiamo parlato. È stato quando siamo finiti a parlare di motori a gatti imburrati? Prima? Dopo? In che occasione?
Eppure, non posso sorprendermi del fatto che queste scemenze gli siano rimaste impresse. Speriamo non sia l'unica cosa che resterà della nostra educazione.
Catturati dal SSN
Differenze di prole
Oggi mio figlio porta a scuola la nostra autorizzazione a fare la vaccinazione per l'HPV. L'iniziativa fa parte di una campagna di sensibilizzazione nei confronto di questo virus per il quale la vaccinazione non è obbligatoria, ma è comunque caldamente consigliata anche come profilassi collettiva contro alcune forme di tumore (tra cui in particolare quelli orofaringei ed al collo dell'utero), e questo mi ha fatto pensare a quanto sia stato “fortunato” in questo senso.
Già alle elementari infatti l'Oblomovino è stato “catturato” da una campagna della ASL per l'ortodonzia, cosa che ci ha permesso di occuparsi della sua situazione dentale a costi contenuti: quando infatti si è poi trattato di provvedere all'ortodonzia per sua sorella, che non ha avuto questa fortuna e per la quale ci siamo rivolti invece al privato (anche per questioni di tempistica), ho potuto apprezzare la differenza economica tra la sanità privata e quella pubblica (che mi era comunque inizialmente sembrata abbastanza costosa).
Se non altro, per la vaccinazione HPV abbiamo la fortuna che,
se anche dovesse mia figlia avere nuovamente la “sfortuna” di non rientrare in una campagna vaccinale scolastica,
per la vaccinazione potremo comunque passare dal SSN, con tempistiche brevi,
e l'unica penalità sarà un procedimento un po' piú scomodo
(prenotazione, andare sul posto, etc) rispetto al personale che viene a scuola dietro autorizzazione.
(A proposito, questo mi ricorda che mi devo fare la combo influenza/
E penso: perché queste campagne non le fanno piú spesso? Facendone ad esempio una ogni tre anni potrebbero beccare tutti gli studenti delle elementari almeno una volta (tra la terza e la quinta), e ovviamente gli studenti delle medie (non so ancora se ci sono anche campagne per le superiori, ma in caso: vale comunque; anzi, con campagne triennali, alcuni li beccheresti due volte, se vanno a copertura dell'intero quinquennio), ottenendo una capillarità delle campagne di prevenzione difficilmente attuabile altrimenti, con la possibile esclusione della visita di leva (almeno per il comparto maschile), a proposito della quale, quando fu appunto abolita, mi sono sempre chiesto perché non abbiamo almeno mantenuto proprio la visita generale, allargata all'intera popolazione: ma questo avrebbe significato spostare risorse dal Ministero della Difesa a quello della Sanità, e come ben sappiamo non sembra essere negli interessi dei nostri governi assicurarsi della buona salute dei cittadini (a quanto pare, curiosamente, a meno che non siano da mandare al macello).
E mi fermo qui perché altrimenti piú che da Diaria questo diventa un contributo per le Riflessioni.
Sfatare i miti (1)
Un cowboy è un vaccare / questo è vero però …
Un cowboy è un vaccaro
questo è vero, però …
Giorni fa ho fatto presente agli Oblomovini che un cowboy è un vaccaro. L'ho fatto con uno specifico intento, e credo che la cosa abbia funzionato fin troppo bene: la cosa è piaciuta loro tantissimo, ed hanno continuato a parlarne (o quanto meno a farvi riferimento) anche nei giorni a seguire.
Riconosco che la scelta è discutibile, benché non possa essere veramente falsificata: chiaramente, ciò che distingue il cowboy dal vaccaro (o del mandriano) “nostrano” non è nel ruolo precipuo caratterizzato dal nome, quanto nel contesto culturale in cui esso si muove, con tutta la mitologia del Far west che lo accompagna nell'immaginario collettivo.
Eppure proprio per questo trovo che sia importante sfatarne il mito: rimarcare che un cowboy è un vaccaro è una verità che copre una menzogna che copre una verità. Ed è importante imparare quanto prima che un mito è un mito, e porta con sé verità e menzogne che vanno analizzate.
Marmellate
A me di casa, a te di fabbrica
Oblomovina: «Mamma, ma dove andiamo c'è un supermercato?»
Consorte: «Perché, amore, cosa vuoi comprare?»
Oblomovina: «Marmellata di more cosí Oblomovino si mangia quella e a me lascia quella fatta in casa dalla nonna con le more che ho raccolto io.»
Archeologia, parte 4
Ancora piú indietro, prima dei blog
In questo periodo sto riscoprendo e riflettendo sul recupero di roba molto vecchia, 20 e passa anni fa, che però, a differenza di quanto discusso nei precedenti lavori archeologici, non è mai stata pubblicata in un blog. In verità, si tratta di roba che non è mai stata pubblicata, punto.
Stavolta, non ci sono dubbi sul dove dovrebbe andare, perché è tutto materiale narrativo, e quindi non può trovare spazio altrove che nella mia valvola di decompressione aspirante letteraria.
Ciò che rende questo lavoro di archeologia potenzialmente interessante è che,
benché all'epoca non usassi un vero sistema di controllo delle revisioni
(conoscevo ed usavo per altri motivi CVS e Subversion,
ma erano troppo complessi da metter su per un uso personale),
mi ero arrangiato per gestire “artigianalmente”
le revisioni piú significative,
copiando i file aggiungendo dopo il nome completo un suffisso
.YYYYMMGG (anno mese giorno):
un commit manuale.
In piú, al tempo usavo TeX per scrivere tutto, ma sono passato ad un certo punto specificamente dal LaTeX (sistema de rigueur per la pubblicazione di lavori scientifici) al ConTeXt, piú flessibile ed “umano”, nonché progettato per applicazioni meno scientifiche (dai manuali tecnici alla critica letteraria), sperimentando peraltro con varie soluzioni “grafiche”, dal PDF “senza pagine” (simil-web: un'unica pagina di lunghezza “infinita”) a quello in formato schermo.
Veste grafica a parte, questa “traccia storica” pone un'interessante questione: volendo integrare questo materiale nel Wok, mi si presenta la possibilità di farlo “ricostruendo” la storia dei vari frammenti (non meritano nemmeno di essere chiamate “bozze”) di racconti dell'epoca, documentando in un moderno sistema di controllo revisioni la storia dei cambiamenti che questi frammenti hanno sostenuto attraverso i varî formati.
Ne varrebbe la pena, soprattutto tenendo conto del fatto che praticamente tutto quello che ho scritto all'epoca è incompleto, e finirebbe quindi nel limbo delle bozze del Wok, continuando a non vedere la luce?
Ed è accettabile che la storia di questi frammenti allunghi la “linea del tempo” della storia delle modiche al Wok?
(Aggiornamento: guardando meglio ho scoperto oggi che della maggior parte di questi testi avevo già importanto in un repository almeno una parte della loro storia, ripristinandola dalle suddette copie manuali. Quindi ho deciso che se e quando importerò qui nel Wok questi brani, mi limiterò a prendere l'ultima versione, convertendola in Markdown, senza portarmi dietro tutta la storia —esiste già altrove, se mai sarò interessato a recuperarla. Indicherò però nei metadati dei singoli brani le date degli aggiornamenti storici.)
Come nota a margine di questa ricerca archeologica sta anche la riscoperta di un'iniziativa che all'epoca avevo discusso con un mio carissimo amico, ovvero una possibilità tecnica che le forme moderne di fruizione della letteratura offrivano: la “narrativa fluidodinamica”: all'epoca, che io sappia, ancora inesplorata, l'idea era di permettere la lettura di un testo narrativo non (solo) nella classica forma “sequenziale” (anche con eventuali flashback), ma optando per prospettive “fluidodinamiche”: in forma lagrangiana, seguendo uno specifico personaggio, o in forma euleriana, seguendo il susseguirsi degli eventi in uno specifico luogo. E nel riscoprire il tentativo che avevo fatto all'epoca di mettere in forma “fluidodinamica” l'Orlando furioso m'è venuta voglia quanto meno di metter giú qualcosa su quest'idea —anche se sarebbe opportuno, scrivendone oggi, almeno di controllare se qualcuno ci ha già provato, visto che so che forme narrative non lineari sono già nate sul web. E poi l'eterno problema: in che lingua scriverne?
Tante cose da fare, cosí poco tempo …
Scoglieggiando per la prima volta
Sorprese del mare d'agosto
Stamattina avevamo deciso di sfidare il temibile ultimo sabato prima di ferragosto per tentare un'andata al mare. Ci siamo cosí diretti alla Plaja, incontrando un numero sospettosamente basso di automobili. Arrivati agli Archi della Marina, ci si è aperta una prospettiva sulla possibile causa (a parte l'orario per noi tardivo delle 9 passate, ma probabilmente comunque troppo precoce per il catanese tipo) di questa scarsa passione per il mare in un caldo giorno di fine settimana agostano: un'imponente colonna di fumo nero in direzione proprio della Plaja.
Anche senza sapere esattamente dove fosse l'incedio e quale ne fosse la causa, abbiamo deciso di cambiare progetto: sulla via del ritorno, superato l'ingorgo causato dalla presenza di una nave da crociare, ci si è svelato libero anche il Lungomare, l'unica strada di Catania ad avere una pista ciclabile1.
Abbiamo quindi aggiustato i nostri piani, decidendo di tentare un'oretta di mare a San Giovanni li Cuti, nonostante alcune questioni d'annata che non sapevamo come fossero state risolte. Arrivati alla spiaggetta ci siamo trovati davanti uno dei tanti paradossi catanesi: un avviso di divieto di balneazione piantato proprio all'ingresso del solarium comunale. Ed ovviamente la gente a mollo. (Pare che il divieto di balneazione valga solo per il porticciolo, ma la comunicazione non si può dire brilli per chiarezza.)
Abbiamo quindi deciso di fermarci, abbarbicandoci sulla scogliera (per chi non conoscesse la zona, immaginate una distesa di ciottoloni con un diametro mediano da avambraccio di un adulto). E ci siamo resi conto che era la prima volta che gli Oblomovini andavano a mare sugli scogli.
È stata per loro un'esperienza inizialmente terrificante, ma entusiasmante al punto di decidere non solo di volerla ripetere, ma di volervi trascinare un po' di cuginanza, e non solo per la presenza di granchi e pesci (“Con quanti occhi?” ha poi saggiamente chiesto la mia sorella minore; purtroppo ero senza occhiali e non ho potuto controllare.)
I miei figli non sono propriamente nuotatori provetti (il grande sguazza un po', la piccola a stento), ma le circostanze topografiche sono state un grande incentivo a tentare qualche bracciata, anche se in una zona in cui gli scogli erano talmente vicini al pelo dell'acqua (quando non affioranti) che era piú facile muoversi sostanzialmente “strisciando” da uno scoglio all'altro: talmente tanto che ho ben pensato di inventare un termine apposito.
Abbiamo cosí passato un'oretta e mezza,
un po' prendendo il sole,
un po' scoglieggiando,
ed abbiamo quindi deciso di premiare il coraggio esplorativo dei bambini
con un brunch presso il piú famoso bar/
Si può rifare, preferibilmente senza incendi nelle sedi di aziende di raccolta rifiuti.
in realtà la stanno allungando per coprire altre zone, con risultati discutibili. ↩
Manganza culturale
Il manga come strumento di allargamento della cultura generale
Sono molto orgoglione perché sono riuscito a posizionare correttamente a WikiTrivia l'inizio dello Shogunato Tokugawa.
WikiTrivia è uno splendido gioco, con regole estremamente semplici: bisogna piazzare in ordine cronologico degli eventi. Le principali difficoltà sono due.
La prima è che all'aumentare del numero di eventi piazzati, aumenta anche la precisione con cui bisogna piazzarli: una cosa è sapere che un autore nato nella prima metà del '900 va piazzato tra uno del 1860 ed uno del 2010, una cosa è sapere se quello stesso autore è nato nel 1943 o nel 1942.
La seconda è che per l'«occidentale tipo» la “cultura generale” quando va bene copre la storia dell'Europa, qualcosina sul Medio Oriente, il colonialismo e le Americhe postcoloniali. Scegliere dove piazzare cronologicamente gli imperi, i personaggi ed in generale la cultura dell'Asia, dell'Africa, o delle Americhe e dell'Oceania precoloniali è piú spesso un tirare ad indovinare sugli ultimi diecimila anni di storia che uno sfoggio di cultura.
Da qui la mia gioia nell'aver saputo dove piazzare lo shogunato. Perché orgoglione quindi? Perché il motivo per cui sapevo dove piazzarlo è la quantità di manga ambientati in quel periodo che ho letto: non esattamente il piú raffinato strumento culturale.
Perché diciamocelo. Il fumetto rimane tuttora (considerato) arte “bassa”, se mai gli viene dato valore artistico, o culturale in generale. E sinceramente, visto lo straordinario successo di Pera Toons, che non fa altro che riciclare con vignette mal disegnate barzellette e freddure che erano vecchie ai tempi di Dante, una certa dose di “scetticismo” è anche comprensibile.
Ancor piú è contestata la grande diffusione del fumetto (ed ancor piú dell'animazione) giapponese, come se in Italia venir colonizzati culturalmente “di là” fosse piú grave dell'assoggettamento alla produzione artistico-culturale della Walt Disney et similia.
Al contrario, dico io: ben vengano fumetti (ed animazioni), preferibilmente di qualità, che ci possano aiutare a diffondere una conoscenza delle realtà storiche e culturali che a noi risultano ancora sostanzialmente aliene. (E sinceramente, vista l'ignoranza diffusa ormai anche della storia a noi piú geograficamente e cronologicamente piú vicina, questi potrebbero essere strumenti anche per far ritrovare ai giovani un po' d'interesse per le loro radici.)
Invece di usare nazional-popolare come termine di sfottò, cerchiamo di dargli veramente il valore attivo che vi voleva Gramsci.
Dalla censura a Nimona
Un viaggio nella scoperta di ciò che si ha, mettendo in ordine per fare spazio in difesa del proprio diritto all'arrchiviazione
NB: L'articolo è scritto mettendo l'accento sul duopolio VISA/itch.io,
e le dichiarazioni di Mastercard
come riportato da Liam in GamingOnLinux),
le pressioni sembrano venire piuttosto da intermediari
come PayPal o Stripe,
anche se non è stato esplicitamente dichiarato da chi.
Il punto saliente rimane.
Per semplicità non ho modificato il testo, limitandomi
ad aggiungere questa nota in cima.
Sentitevi liberi di sostituire l'espressione
«il duopolio VISA/
Come ormai un po' tutti sapranno,
il duopolio VISA/
Sorvolando sul fatto che l'iniziativa di Collective Shout è quasi certamente solo una scusa
(la censura finanziaria non è una novità),
e che un duopolio come quello VISA/
A seguito di questa scelta, mi sono infatti affrettato
(già troppo in ritardo in verità)
a fare una copia della mia libreria di itch.io,
per la qual cosa ho usato
(dopo averne ampliato le funzionalità)
un programmino apposito sviluppato da DragoonEthis,
scoprendo
(senza troppa sorpresa in verità)
di essere a corto di spazio su disco.
Dico «senza troppa sorpresa» perché già da tempo guardavo diminuire lo spazio al crescere delle mie librerie Steam e GOG con la netta sensazione che presto avrei dovuto all'espansione dello storage dedicato allo scopo, rimandando sempre piú per pigrizia che per questioni economiche, e ricorrendo piuttosto a piccoli sotterfugi per evitare di dovermi preoccupare troppo.
Cosí, come avevo già fatto nel farmi una copia della mia libreria GOG,
il primo passo è stato togliere dalle mie copie tutto ciò che era solo per Apple,
di cui non me ne faccio niente,
a differenza della roba per Windows, che posso comunque usare sotto emulazione
qualora non vi sia una versione nativa per Linux o quella nativa non abbia la necessaria qualità.
Questo mi ha permesso di completare l'archiviazione della mia libreria itch.io,
lasciandomi però con pochissimo spazio libero (un paio di decine di GB)
sui dischi fissi del mio serverino domestico dedicati allo scopo.
Una particolarità della mia libreria itch.io è di essere costituita in massima parte
da raccolte comprate “un tanto al chilo”.
Questo comporta, tra l'altro, che in realtà non so nemmeno io cosa ho comprato
(salvo quei due/tre titoli su cui mi è cascato l'occhio al tempo, e che mi hanno portato a comprare la raccolta
—e di cui a volte mi sono persino dimenticato).
Scaricarmi la suddetta libreria è stato quindi anche un'interessante viaggio di scoperta:
continuo a non sapere cosa ho (per lo piú), ma qualche titolo mi è capitato sotto mano.
Uno di questi, a cui si sono molto appassionati anche i miei figli, è DELVE, che appartiene ad una categoria di giochi che io non sapevo nemmeno esistesse: map making, ovvero giochi il cui scopo principale è disegnare una mappa, una categoria di giochi emersa recentemente e di cui l'esponente piú famoso è probabilmente The Quiet Year (“L'anno tranquillo”). Curiosità: nonostante non sapessi che esisteva la categoria di giochi, è forse proprio a questa categoria che appartiene il gioco che a tempo perso sto progettando con mio figlio (e che probabilmente non vedrà mai la luce del sole).
Il gioco è caldamente raccomandato (per chi preferisse prospettive diverse, la stessa autrice propone anche RISE, “dalla parte dei mostri”, ed UMBRA, che ha come tema lo spazio, e sarebbe quindi in diretta competizione con il nostro “L'Astronave” se noi l'avessimo finito), ma non è di questo che volevo parlare (quando ne scriverò una recensione, cercherò di ricordami di mettere qui un link).
Per cercare di liberare spazio e poter continuare a gestire le mie copie private con serenità, ho deciso di fare un po' di pulizia anche nei miei archivi multimediali. Conscio del fatto che questo non sarebbe bastato, ho anche comprato dei nuovi dischi fissi piú capienti, con i quali sostiuirò l'attuale soluzione di “stoccaggio” dei miei archivi. Le “pulizie di primavera” (anche se ormai siamo in piena estate) hanno comunque priorità —se non altro nella speranza di dover travasare meno dati dal vecchio storage al nuovo.
(Promemoria: in un mondo dove la permanenza dei contenuti online diminuisce invece di aumentare, dove la promessa dei servizi di streaming di sostituire la “pirateria” è morta sulla realtà della volatilità dei loro contenuti e del geoblocking, mantenere copie private di tutto ciò che interessa non è solo opportuno, ma lo potremmo addirittura chiamare un dovere morale. Se qualcosa si salverà della produzione artistica e culturale degli ultimi cinquant'anni, sarà in gran parte grazie ad iniziative di archiviazione malviste dalla MAFIAA del copyright, come l'Internet Archive e le nostre copie personali per le quali paghiamo peraltro ogni anno spropositati oboli alla SIAE et similia.)
I miei archivi sono piuttosto estesi, per cui al momento mi sono limitato a riordinare e ripulire la mia collezione di film, un processo che ha comunque preso qualche giorno, ed alla fine del quale, nonostante siano stati eliminati duplicati e film che non mi interessavano, mi sono ritrovato con meno spazio libero di prima —la magia intrinseca di questo processo, credo. E come per i videogiochi, il passare al setaccio questa collezione ha fatto emergere perle che non ricordavo di avere, tra le quali segnalo in particolare Nimona, che potrete vedere su Netflix finché non verrà tolto, cosa che potrebbe facilmente succedere in un futuro neanche tanto lontano vista la piega reazionaria che sta prendendo la politica un po' ovunque, ed in particolare negli USA.
La visione del film è caldamente raccomandata
(anche di questo ho intenzione di scrivere una recensione,
sperando sempre di ricordarmi di mettere qui poi il collegamentopotete
leggere qua la mia recensione),
ma non è nemmeno di questo che volevo parlare
(nonostante il titolo di questo articolo,
e certi aspetti della classificazione del film
di cui discuto nella recensione
che sono abbastanza certo non siano slegati dalla linea censoria
con cui ho aperto il discorso).
Ho sempre avuto una certa “fissa” per conservare tutto. Ricordo che anche da piccolo (non troppo piccolo: diciamo dalla preadolescenza in su) conservavo giochi e giocattoli anche mezzi rotti, tutto il mio materiale di lettura e di studio, ed arrivavo persino ad immaginare possibilità fantascientifiche di “archiviazione” della realtà (immaginate una sorta di foto da cui si possa ricostruire l'intero ambiente fotografato —è sempre rimasto un problema irrisolto la questione degli esseri viventi però), e da ben prima di avere figli ero già preoccupato di quanto della realtà in cui sono cresciuto io loro non avrebbero potuto fare esperienza (sí, ne ho già parlato).
Oggi per fortuna molta di questa mia ossessione archivistica consuma meno spazio fisico (grazie all'aumento della densità di archiviazione dei supporti), ed è concentrata su contenuti informatici (mia moglie potrebbe avere qualcosa da obiettare, portando a testimonianza certi miei indumenti “da casa” piú buchi che tessuto).
Ed improvvisamente, con la piega che ha preso internet negli ultimi 10–15 anni, e con la piega che ha preso la politica nazionale ed internazionale, questa mia ossessione, nonché lo spensierato accumulare di risorse prese chissà dove e chissà quando, sono diventate atti di resistenza. Un piccolo (qualcuno direbbe insignificante) atto di resistenza, promosso da un desiderio o interesse prettamente personale, ma comunque un atto di resistenza.
E penso che se è pur vero che servirebbe un movimento di resistenza piú ampio, possibile con una valida rappresentanza politica, è anche vero che questi piccoli atti di resistenza sono qualcosa che possiamo fare fin da subito, già qui ed ora.
E ne vale assolutamente la pena.
Flow
Un lungometraggio animato da Oscar all'Argentina
Ieri siamo andati a vedere Flow all'Arena Argentina (potete leggere qui la mia recensione del film). Confesso che il principale motivo per cui mi interessava vedere questo lungometraggio di animazione, piú che i primi vinti, è il fatto che sia stato interamente realizzato con Blender, e mi fa molto piacere vedere il software libero raggiungere questi obiettivi. Ovviamente per la mia famiglia (soprattutto gli Oblomovini) la molla sono stati il gatto protagonista ed il capibara che lo accompagna.
Erano secoli che non andavo all'Argentina.
È stato quasi con gratitudine che ho potuto constare che l'esperienza è rimasta sostanzialmente invariata
negli anni
(cosa che non posso dire invece ad esempio della mia ultima visita al Tubo,
una panineria/
Sinceramente, mi aspettavo piú folla. È pur vero che abbiamo incontrato due o tre famiglie di (ex) compagni di classe di mia figlia, ma mi aspettavo un ben maggiore afflusso. Non so se in generale il pubblico dell'arena è diminuito in questi anni, o la gente aveva già avuto occasione di vedere Flow specificamente, o quale altra combinazione di fattori abbia contribuito, fatto sta che la mia preoccupazione di voler raggiungere l'arena all'apertura per timore di non riuscire a procurare i posti si è rivelata abbastanza infondata (è pure vero che di posti dovevo bloccarne otto, tra noi e la famiglia di mia sorella, quindi comunque è stata una buona scelta).
Abbiamo cenato tardi, perché il nostro progetto di visitare uno specifico locale per una rapida cena prima dello spettacolo è stato annullato per causa di forza maggiore (abbiamo scoperto che il locale non esiste piú, sostituito da un ristorantino cinese apparentemente specializzato in ramen fatti in casa; può darsi che lo visiteremo in un'altra occasione), sicché abbiamo finito con il non cenare affatto prima dello spettacolo, ritrovandoci poi con una terribile (soprattutto per la prole) combinazione fame + sonno dopo la proiezione. Peraltro, molti dei locali erano chiusi (perché martedí sera), ma per fortuna dalla nostra passeggiata pre-arena avevamo già adocchiato un possibile locale per la cena, dove abbiamo sbagliato la quantità di roba da ordinare come spesso accade quando si ha troppa fame (ma almeno la roba era buona, seppure non economica).
Horcynus Orca 2025
Lettura teatrale dell'opera di Stefano D'Arrigo al Teatro Greco di Taormina per il Taobuk 2025
siamo stati alla lettura di Horcynus Orca organizzata al Taobuk 2025 in occasione del cinquantesimo anniversario della prima edizione dell'Opera.
Il “siamo” si riferisce nello specifico a me e mia moglie, che mi (ci) ha regalato la visione di questo spettacolo come regalo “fuori periodo”. (La prole l'abbiamo sbolognata al nonnume.) Con nostra grande gioia (e sorpresa, ma in realtà non troppa), lí abbiamo incontrato una coppia di carissimi amici, con cui abbiamo condiviso la piacevole serata.
(La sorpresa non tanto che fossero venuti anche loro allo spettacolo, giacché persone di gran cultura ed una certa affinità di interessi, quanto dell'averli incontrati scendendo dalla macchina appena parcheggiata, mentre si parcheggiavano nello stallo dirimpetto al nostro: coincidenza di luoghi e di tempi quanto meno inattesa.)
(E ci siamo anche sentiti un pochino delle merdine, io e mia moglie, non appena abbiamo saputo che loro avevano scoperto dell'evento giusto uno o due giorni prima —avremmo effettivamente quantomeno potuto segnalarglielo quando avevamo prenotato i biglietti per noi.)
Lo spettacolo —che siamo andati a vedere senza neanche sapere bene cosa aspettarci, giusto per l'argomento e per la presenza di Vinicio Capossela, presenza che a voler pensare male la si potrebbe leggere un po' come uno specchietto per le allodole, visto che nelle letture proprio lui ha avuto in realtà un ruolo che non esiterei a definire minore; ma è uno dei motivi per cui siamo andati, e quindi che dire: come specchietto per le allodole ha funzionato— lo spettacolo, dicevo, è stato sorprendente: sono un grandissimo appassionato dell'opera, ma sentirlo letto con competenza (ma su questo dirò altro dopo) e passione, mi ha fatto sentire la potenza retorica dei passi selezionati come la mia lettura “a mente” (ormai quasi trent'anni fa, devo dire) non aveva saputo fare —e dire che in questi trent'anni non ho dimenticato praticamente nulla, e sono riuscito ad identificare i brani letti già dalle prime parole.
Enfasi, dicevo e competenza nella lettura, anche se certe scelte sull'accento di alcune parole rivelava —a mio, e non solo mio, parere— una certa mancanza di “veracità” in quella che sarebbe dovuta essere l'influenza del dialetto messinese sulla scrittura di Stefano D'Arrigo. È anche vero però che —pur nelle nebbie della memoria dei quasi trent'anni passati— io ricordo pure che lo scrittore stesso aveva indicato alcuni di questi accenti, e che all'epoca io stesso avevo trovato “non familiari” —vuoi a causa delle differenze tra la parlata mia locale e quella di D'Arrigo, vuoi a causa di una scelta stilistica dell'autore nel trasporre in italiano le cadenze del parlato della sua zona.
(D'altra parte non sono certo nuovo alla contestazione delle scelte d'accento autorale.)
La lettura era accompagnata da una colonna sonora (che da quello che ho saputo avrebbe dovuto includere brani dei Subsonica, con l'opera dei quali non ho però familiarità, sicché non ho potuto identificarli), ed un gioco di luci e proiezioni sul fondale offerto da quel che rimane delle quinte del Teatro Greco: astratte spesso, ma che includevano ritratti di alcuni personaggi (il protagonista `Ndria Cambria, la giovane Cata, il padre Gaitaniello) e delle animazioni a tema marino quando si parlava di fere e dell'Orca. Di queste, quella che ho trovato meno opportuno in assoluto è stata proprio quello che accompagnava i brani sulla fera —con le immagini di una grande varietà di pesci e la totale assenza di cetacei. (Di altri so che non hanno gradito nemmeno i ritratti animati, che invece io ho trovato interessanti, se non necessariamente fedeli alla descrizione testuale.)
Ho trovato la scelta dei brani molto puntuale, riuscendo a coprire con ottima sintesi i principali punti cardine dell'immensa opera, punti cardine peraltro d'inevitabile attualità con la terza guerra mondiale alle porte1. E m'è venuta una gran voglia di rileggere il romanzo. Riuscirò a trovare il tempo come l'ho ripetutamente trovato per altre opere d'arte?
E qui dovrei mettere link all'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, alle azioni di Israele contro tutto il vicinato, all'appoggio militare degli Stati Uniti nelle incursioni contro l'Iran, e chissà quant'altro. Ma questa volta me li risparmio. ↩
Cocomeri (di marca)
Sono una persona molto cattiva
Stamattina, tornando dall'aver fatto un po' di spesa (dopo una curiosa visita medica) ho incrociato una persona parecchio corpulenta che camminava (con qualche difficoltà) in direzione opposta alla mia.
Mi è caduto l'occhio sulla maglietta con la scritta
ENRICO COVERI
e confesso di aver intuito sul momento un
ENRI COCOMERI
che sarebbe stato cosí appropriato alle circostanze …
(Che poi sarei l'ultimo a poter parlare, essendo anch'io arrivato a tre cifre, e nemmeno la mia statura aiuta piú tanto a nascondere la crescente predilezione per il cibo e la decrescente disponibilità per l'attività fisica. Ha un bel dire la dottoressa che sono ancora un ragazzo, e che sono ancora in tempo a “tirare le redini” —questo me l'ha detto ad una visita precedente— se non trovo dove ho messo la forza di volontà …)
Questione di prospettive (1)
Sono ancora un ragazzo
Sarà ormai un anno o giú di lí (confesso: forse di piú) che ho un certo fastidio alla spalla destra, soprattutto facendo certi movimenti. Negli ultimi due giorni il dolore è cresciuto improvvisamente, rendendomi sempre piú difficoltoso l'uso del braccio destro. Stamattina siamo arrivati a livelli tali che ho finalmente deciso di andare a farmi visitare invece di scendere al lavoro (e sono uno che a detta di persone competenti ha una soglia del dolore piuttosto alta).
A quanto pare, ho fatto bene. La dottoressa che ci segue (persona eccezionale, di cui magari qualche volta scriverò tessendone le lodi piú in dettaglio) mi ha diagnosticato un sospetto di tendinite e prescritto radiografia ed ecografia alla spalla, oltre ad un analgesico per sopravvivere fino ad allora.
Mi ha anche prescritto un integratore per le articolazioni, dicendomi che «sono ancora un ragazzo».
Non ho detto nulla, ma è proprio vero che è questione di prospettive. Certo, se il suo termine di paragone sono i novantenni (ha detto proprio cosí: «se avesse avuto 90 anni, non gliel'avrei prescritto, ma è ancora un ragazzo») in effetti sembrerà «un ragazzo» anche qualcuno che, pur avendo abbondantemente superato i quaranta, non è ancora arrivato a cinquanta.
Comunque, sapevatelo, sono un ragazzo, secondo opinione medica. Forse me lo dovrei fare certificare.
Nel frattempo, dovrò imparare a fare tutto con la sinistra. E fatevelo dire, io sono mancino, ma sto scoprendo che uso la destra per un sacco di cose. Non oso immaginare come sarebbe andata se fossi stato destrorso.
Cosa sarà
Crescerseli bene (2)
Faccio sentire a mio figlio Cosa sarà di Lucio Dalla. A metà canzone risponde chiaramente: «Secondo me è lo sgurz».
Ineccepibile.
(A sproposito, Wikipedia non ha al momento una pagina sullo sgurz. È giunto il momento di crearla. Per chi volesse saperne di piú, rimane immancabile Kamikazen. Buona visione.)
(A proposito, mio figlio conosce lo sgurz non perché abbia visto il film, ma perché gli ho raccontato il famoso aneddoto.)
Non è vero, ma ci credo (quinquies)
Ci sarà un sensore?
Un paio di giorni fa abbiamo lasciato biancheria stesa fuori la notte. Ovviamente ha piovuto. Ha continuato a piovere (attacca e stacca) per due giorni. Ieri ho comunque fatto un lavaggio contando di poterlo al peggio stendere dentro. (Non l'ho stesso because reasons.)
Oggi è spuntato il sole. Ho appena avviato un Risciacquo e Centrifuga per poter stendere tra una ventina di minuti. Ovviamente è tornato nuvolo.
Sul nucleare ho scritto
Se solo la gente leggesse …
In questo periodo che sta tornando molto di moda parlare di energia nucleare, sono particolarmente lieto di aver scritto negli anni passati una serie di articoli (il primo è del 2021, l'ultimo al momento del 2022) su come il nucleare non ci salverà: mi sto rigiocando questi quattro link con frequenza quasi allarmante sui social media, e mi fa piacere che recentemente anche su testate piú rinomate siano usciti pezzi a firma e/o con interviste a gente piú famosa (e spesso anche piú competente) che riecheggia punti che ho già menzionato (e sviscerato) nei miei articoli.
Non so poi quanti di quelli che ricevono i miei link li leggano: sono articoli di lunghezza notevole, presentati con una veste grafica “piatta”, ben lontani quindi da quelle specifiche “estetiche” che pare siano diventate necessarie per riuscire a catturare, sia pur per brevi momenti, l'attenzione di gente sempre piú ammaestrate allo scrolling compulsivo tra cascate di video ed immagini accattivanti.
L'ho notato in quei rari momenti in cui ai miei link è pure seguita una discussione, che quasi inevitabilmente finisce con il toccare punti che in questi quattro articoli sono già stati esaminati, come l'irrilevanza di qualunque progresso tecnologico, la assoluta insufficienza del materiale fissile all'attuale livello tecnologico la fallacia dei reattori autofertilizzanti, o il mito della disponibilità dell'idrogeno per la fusione. E sinceramente a me pare anche male dire “guarda che negli articoli che ho linkato questo punto è già discusso”, ma d'altra parte se l'interlocutore non ha voglia di leggere, perché dovrei prendermi la briga di dare una risposta —per giunta meno completa, per necessità di spazio— che ho già dato?
Potete quindi immaginare quanto sia felice invece quando commenti altrui reiterano il punto chiave della mia tesi, ovvero che la singola cosa piú importante per la sostenibilità sia fermare la crescita dei consumi. A questo proposito avrei un paio di note da aggiungere nell'articolo in cui elenco le principali obiezioni (e risposte) alla mia tesi, aggiungendo l'esempio di come la crescita dei datacenter causata dall'esplosione della “rinata” cosiddetta “intelligenza artificiale” (piú propriamente SALAMI), abbia fatto “fallire” gli obiettivi energetici che Big Tech aveva messo su quando il greenwashing era di moda. Finora mi sono trattenuto, anche se giusto oggi ho fatto una piccola modifica all'articolo, avendo scoperto che il paradosso per cui migliorare l'efficienza aumenta i consumi ha un nome e mi sono sentito in dovere di citarlo.
Rimane il problema di come far arrivare il messaggio ad una fetta sufficientemente larga della popolazione da contrastare la pressione che sulla politica viene dagli interessi economici dietro le ricche commissioni per la costruzione delle centrali, nonché di quelli anche geopolitici dietro i diritti di estrazione mineraria (oh guarda, di nuovo la Russia! perché dipendere da loro solo per il gas naturale, dopo tutto?)
Anche per questo per casa nuova la priorità saranno i pannelli solari.
E con Twitter abbiamo chiuso
Abbandonato da anni, è giunto il momento di suggellare la cosa.
Oggi ho “deattivato” (la cosa piú vicina al chiudere permanentemente) il mio account Twitter. Erano piú di due anni che l'avevo di fatto abbandonato, ma l'avevo finora lasciato attivo in attesa di cercare un meccanismo per poter mandare messaggi semi-automatici aperiodici per ricordare a chi mi seguiva ancora di lasciare quel bar di nazisti. L'occasione non si è mai presentata (confesso: dopo un po' ho anche smesso di cercare con particolare attenzione), ed ho quindi colto oggi l'occasione per chiuderlo definitivamente, approfittando del nuovo esodo.
A differenza della massa di gente che si sta ora spostando su Bluesky (BS), io mi sono trasferito in stanza ormai permanente sul Fediverso, e su BS non metterò piede, per motivi che ho spiegato qui (in inglese). E detto sinceramente, non ho particolare stima di chi sta scegliendo di saltare (per l'ennesima volta) da un silo proprietario ad un altro, perché dimostra sostanzialmente che non si è imparata le lezione (o peggio, che si continua a preferire il “comodo” del momento ad una soluzione forse un po' piú impegnativa, ma molto piú a lungo termine).
Come dicevo, ho lasciato Twitter piú di due anni fa, quando ancora si chiamava Twitter, ma già si parlava della vendita ad Elon Musk. Prima ancora che la vendita fosse confermata avevo cominciato a guardarmi attorno, ed ho cosí scoperto con piacevole sorpresa che le alternative libere e federate, di cui avevo sentito parlare ai tempi di diaspora*, erano ormai mature al punto da poterle considerare non solo per me, ma eventualmente anche per gente in cerca di soluzioni non troppo complesse.
Come tutti, mi sono trovato davanti alla questione di cosa usare come “base” nel Fediverso, e come molti italiani sono “atterrato” dapprima sul mastodon.uno come @oblomov, prima di rendermi conto della, diciamo, “discutibilità” di alcune scelte amministrative e decidere quindi spostarmi altrove, trovando infine la mia attuale dimora su sociale.network, sulla quale rimango perché altamente soddisfatto dalla sua gestione (e nonostante alcune nette divergenze di opinione con l'amministratore).
Con la formalizzazione dell'acquisto di Twitter,
si è assistito negli ultimi mesi del 2022 alla prima “migrazione da Twitter”,
ed in realtà in quel periodo sono tornato ad usare Twitter con una certa assiduità,
aiutando a pubblicizzare il Fediverso e mettendo la gente in guardia
contro le varie “alternative” proprietarie che stavano venendo su come funghi
cercando di far cassa cavalcando l'onda della disapprovazione verso la nuova gestione di Twitter.
(Ricordo in particolare le mie analisi spietate, ma rivelatesi azzeccatissime, di post.news,
che aveva pompato i numeri usando uno schema piramidale per accettare nuovi iscritti;
ci sarebbe molto da dire su quel sito, a partire dai termini di servizio che proibivano di insultare i ricchi,
ma sarà per un'altra volta, magari dopo che il sito sarà definitivamente morto.)
Placatasi l'ondata migratoria, ho considerato conclusa la mia “opera di bene”, ed ho abbandonato il Twitter ormai in evoluzione verso il “nuovo” X (nome con cui Musk era ossessionato dai tempi di PayPal, evidentemente desideroso di conquistare l'inevitabile nomignolo Xitter conquistato quindi dalla piattaforma) per le piú verdi praterie del Fediverso.
Non è quindi oggi che si chiude per me quest'epoca, ma è oggi che la fine dell'epoca viene finalmente suggellata. E se voi siete ancora lí, seguite anche voi il mio esempio. È l'ultimo avviso.
Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo.
LE MAZZATE
Empatia per chi ti fischia per strada?
A casa nostra ha riscontrato un enorme successo la Giovanna Pulzella dei BardoMagno. Le corali MAZZATE (nel nome di Dio) come “nuova via” per “empatizzare” con i violenti sono anche arrivate in classe durante l'ora di religione della piccola. (Non nel senso che mia figlia abbia cominciato a picchiare i compagni, ma che —non so bene con quale innesco— pare si sia messa a canticchiarla. Offensivo per i credenti? Spiace, non spiace: non dovrebbe proprio starci in classe lei, durante l'ora di religione; magari cosí finalmente le fanno su l'ora alternativa a cui dovrebbe avere diritto. Ma non è di questo che volevo parlare.)
Mia moglie trova divertente ma riuscita anche la traduzione di cat-calling in “gatto-chiamare”. Personalmente non sono d'accordo, ma non è nemmeno di questo che volevo parlare. Fatto sta che oggi a cena discutevamo della cosa, ed abbiamo dovuto spiegare agli Oblomovini cosa fosse, questo cat-calling o “gatto-chiamare” che dir si voglia. Mia figlia ha chiesto come mai solo alle femmine. Le abbiamo spiegato che una questione di rapporti di forza, una violenza (verbale) diretta a chi si pensa non si possa difendere (o preferisca non difendersi). A farlo ad un uomo (soprattutto se grande e grosso) c'è ben il rischio che risponda alzando le mani.
E lei: «Eh ma se lo fanno a me io li picchio pure.»
Ce li stiamo crescendo benone.
Piccoli drammi crescono
Un paio di giorni fa mia figlia, mentre faceva i compiti sdraiata sul lettone accanto a me, è riuscita a schiacciare una zanzara che le dava fastidio —contro il lenzuolo, dove ha lasciato una bella macchiolina di sangue. La cosa l'ha abbastanza sconvolta, non tanto per la morte dell'insetto —è facilmente bersaglio di questi insetti, svegliandosi la mattina piena di bollicine per i loro morsi, sono abbastanza sicuro che essere riuscita ad ammazzarne uno le abbia anzi dato una certa soddisfazione, e sperabilmente anche un certo sollievo futuro— quanto per la macchia sul letto.
L'ho tranquillizzata circa il fatto che non fosse un problema, ma la cosa sembra comunque averla segnata abbastanza che, quando mia moglie è tornata dal lavoro, la bambina si è sentita in dovere di raccontarle l'accaduto e di chiederle scusa per aver macchiato il letto. Ovviamente anche mia moglie l'ha rassicurata sul fatto che non fosse un problema, e da allora ad oggi la bambina non ha piú manifestato attenzione all'evento. Problema risolto.
Piú difficile sarà invece con il grande.
Oggi mia moglie ha portato la piccola a vedere un film che le (alla bambina) premeva molto vedere al cinema (parentesi: pare che possiate risparmiavelo). Né io né il grande eravamo in vena di andare al cinema a vederlo, quindi siamo rimasti in casa, e per passare del tempo insieme abbiamo iniziato una partita a Carcassonne con alcune espansioni.
Arrivati ad oltre metà delle tessere, il grande ha cominciato a manifestare disagio, dapprima lamentando stanchezza, poi confessando di non riuscire a concentrarsi perché pieno di “pensieri e domande”, ed infine chiedendo che mettessimo in pausa il gioco perché aveva bisogno di stare accucciato.
Con difficoltà sono riuscito a farmi dire cosa lo tormentasse, sentendomi dare dapprima risposte evasive o fumose, infine culminate nella dichiarazione del peso, dell'angoscia che gli dava l'incapacità di smettere a domande fondamentali tipo «perché esistiamo» o «perché esiste la realtà» senza riuscire a darsi risposta (e giú pianti).
M'è venuto da ridere, ed ho dovuto spiegargli che non era perché le domande fossero stupide, o perché lui se ne sentiva oppresso, ma per la sorpresa (ero peraltro preoccupato che dietro la reticenza a dire esattamente cosa lo angosciasse ci fossero problemi a scuola di cui non voleva parlare).
Sono riuscito a tranquillizzarlo, e confesso di non sapere bene come (non escludo che anche il solo fatto di averne parlato sia servito). Gli ho spiegato che quelle sono domande fondamentali che l'umanità si pone da sempre, che quando andrà al liceo avrà modo di studiare come nel corso degli anni (millenni) si sia provato a dare una risposta. Gli ho spiegato di come scienza e filosofia in occidente siano nate da un ceppo comune, perché nell'antichità non v'erano le conoscenze né gli strumenti che vi sono oggi, per cui cercare di capire il come ed il perché del come va il mondo andava di pari passo, e che solo piú tardi si è cominciato a separare la fisica dalla metafisica. Gli ho spiegato che a caratterizzare la scienza sono la vericabilità e la falsificabilità. Gli ho parlato della teiera di Russell. Gli ho accennato al cogito ergo sum, ai fasci di percezioni, alle monadi, per fargli capire come pensieri filosofici diversi abbiano dato risposte diverse alla nostra esistenza.
(Abbiamo fatto una digressione sul perché René Descartes da noi sia noto come Cartesio, e gli ho raccontato di quando parlando con un olandese di matematici famosi costui menzionò “Oiler” ed io non capii a chi si riferiva finché non mi disse Eulerus e mi si accese la lampadina sul fatto che il nome originale di colui che da noi è noto come Eulero, si pronuncia con il dittongo eu alla tedesca.)
Gli ho parlato de Lo scafandro e la farfalla e di come sia una cosa molto diversa (se non addirittura l'opposto) di Ghost in the shell (e del pensiero filosofico a cui il fumetto si ispira). Gli ho parlato di Ghost in the shell e di come esplori la possibilità che nel momento in cui la coscienza non è piú legata al corpo perché può essere migrata su altri supporti, esiste la possibilità che ne nasca una completamente aliena a noi. Gli ho parlato di come se esiste un mondo spirituale al di là di quello fisico rimane la domanda sul come possano essere legati tra di loro.
Gli ho fatto presente che lo stare cominciando a farsi domande sempre piú complesse è segno di maturità, ma significa anche capire che non è detto che ci sia una risposta, e se c'è non è detto che sia conoscibile, e che se anche è conoscibile, non è detto che sia comunicabile. (Quest'ultimo a quanto pare concetto difficile —e poiché nel frattempo stavamo facendo una pausa gabinetto, m'è venuto in mente di ricordargli che l'igiene come la conosciamo e pratichiamo (ahem) noi esiste da meno di 150, ho cercato di agganciare l'esempio di Semmelweis a quello della non comunicabilità di alcune risposte.) Gli ho parlato del Dio dei vuoti.
Ad ogni cosa detta un po' di serenità guadagnata. Alla fine, mentre tornavamo al tavolo per finire la partita, sono arrivato a dirgli il problema non è nemmeno riuscire o meno a trovare una risposta, ammesso che vi sia, ma quali sono le implicazioni della risposta che si trova. Gli ho parlato dei dubbi coloniali sull'esistenza dell'anima nelle popolazioni native dei paesi colonizzati, e di come fosse alla base di un'etica che permetteva di trattare i nativi come bestiame invece che come persone. Era incredulo sul fatto che si potesse ritenere che altri esseri umani non avessero l'anima, gli ho fatto presente che tutto dipende da cosa si pensa che sia l'anima, e che altri troverebbero non meno incredulo pensare che gli umani l'abbiano, ma non gli animali. (Per inciso, se ho capito bene lui ritene che l'abbiano anche gli animali, ma questo non gli impedisce di essere felicemente carnivoro.)
C'è forse una cosa, una sola, che mi dispiace non essere riuscito a toccare nel discorso. Una delle prime cose che ho risposto quando mi ha rivelato il suo dramma, è stato fargli presente che «la realtà esiste perché esiste» è una risposta legittima. Vedendola al contrario, se la realtà non esistesse, non staremmo qui a chiederci perché esiste. Da questo è partito poi il resto del discorso (mirando a Cartesio e Spinoza), che ha preso una sua strada come spesso succede per queste cose estemporanee. Eppure ci sono cose di cui mi sarebbe piaciuto parlare, ma che si sono perse per strada, come osservare che una risposta religiosa del tipo «la realtà esiste perché Dio l'ha creata» è una non-risposta (che sostituisce un mistero totalmente visibile con uno totalmente nascosto, parafrasando —se la memoria non m'inganna— il buon vecchio Stanislaw Lem, ma è l'una di notte quindi potrei star prendendo un abbaglio). Non so se sarebbe servito, o se sarebbe stato controproducente, non so nemmeno se sia necessario esplicitarlo, questo pensiero, o ci arriverebbe da solo.
Pazienza, eventualmente sarà per la prossima volta.
Il Signorino degli Anelli
Alla fine s'è convinto, per motivi impensabili
Mio figlio si è finalmente convinto a finire di leggersi Il Signore degli Anelli.
Il primo tentativo di lettura era abortito ai tumuli (troppo inquietanti). Al secondo tentativ mio figlio sosteneva di essere arrivato alla locanda, riferendosi a quel Puledro Impennato che nella traduzione che sta leggendo lui adesso, si chiama Cavallino Inalberato, (entrambe traduzioni discutibili del Prancing Pony dell'originale): in realtà non mi convinceva, questa sua affermazione, poiché che non sembrava ricordare gli eventi della stessa.
Oggi finalmente è ripartito (ed ho cosí scoperto che in relatà si era fermato alla fine del capitolo precedente quello della locanda; il che ha spiegato molte cose). Che cosa l'ha finalmente convinto?
Ieri siamo stati alla festa di compleanno di una delle sue cugine, la cui sorella ha un nuovo gioco di carte: Similo — Il Signore degli Anelli, un gioco cooperativo in cui un Suggeritore deve aiutare gli altri ad indovinare uno di dodici personaggi (estrattə a caso) giocando fino a 5 carte “indizio” che dovrebbero indicare quali delle carte personaggio in gioco vadano scartate. Si perde se il resto della compagnia scarta la carta indovinare, si vince se gli indizi aiutano il resto della compagnia a scartare tutte le altre.
Il gioco è una bella sfida anche conoscendo bene il romanzo, ma mio figlio ha scoperto subito di non poter giocare davvero senza sapere in che rapporti stiano tra loro i personaggi, poiché anche leggendo la descrizione molto sintetica che accompagna ciascuna delle carte mancano spesso dettagli essenziali.
Mi sta bene anche cosí.
Età cromosomica
46 non è un numero molto interessante. O si?
Stamattina mi sono svegliato con l'idea che 46 non sia un numero interessante. Non è dispari, non è primo, non è perfetto, non è un numero triangolare, non è un quadrato perfetto (anzi, è proprio privo di quadrati), non è palindromo (in base 10).
Stavo quindi per scrivere un articolo titolato «46 non è un un numero interessante», ma ho prima voluto controllare per sicurezza su Wikipedia, che enumera alcune delle proprietà del 46, proprietà che sinceramente non trovo particolarmente interessanti.
(Ricordo che tutti i numeri naturali sono interessanti. Infatti, se esistessero numeri naturali non interessanti, essendo l'insieme dei numeri naturali totalmente ordinato, esisterà il minimo del sottinsieme dei numeri non interessanti, ma questo avrebbe la proprietà di essere il piú piccolo numero naturale non interessante, cosa che lo renderebbe interessante.)
La palindromia in base 4 non mi intressa (la base 4 non è interessante), quella in base 5 potrebbe essere interessante, ma solo perché il computer psicopatico di Non ho bocca, e devo urlare opera in base 5. Ma a me le basi dispari interessano solo nella variante bilanciata, e 46 non è palindromo né in base 3 bilanciata, né in base 5 bilanciata.
Alla fine l'unica cosa interessante del numero 46 che ho trovato è il fatto che 46 è (salvo mutazioni) il numero dei cromosomi degli esseri umani.
(OK, ci potrebbe essere qualche spunto anche nella smorfia napoletana, ma quella mi sa che funzioni al contrario.)
Non è vero, ma ci credo (quater)
Devo imparare a fidarmi del mio olfatto.
Nuvoloni. Mi chiedo se sia il caso di ritirare i pochi pezzi di biancheria stesi fuori. Decido di aspettare, potrebbe non piovere (risate registrate).
Pomeriggio inoltrato. Sento odore di pioggia. Mi giro a guardare fuori. Non vedo pioggia. Posso aspettare ancora.
Arriva il suono, dapprima incerto, poi inconfondibile. Mi precipito fuori, riesco a salvare i tre capi stesi fuori.
Devo imparare a fidarmi del mio olfatto.
Lo racconto a mia moglie quando torna la sera. Recita la mia parte al sentore di piggia con un «sento odor di petricore».
(Conoscevo il terimne in inglese, non sapevo fosse accettato anche in italiano.)
Cornici orgoglione
La dolceamara visualizzazione del “buco” nel mio diario.
Sono stupidamente orgoglioso (orgoglione) delle cornicette che posso ora aggiungere al Wok. È una cosa inutile, è una cosa sciocca, è una cosa da niente, ma non riesco a smettere di pensarci e sentirmi felice di come sono riuscite bene nella loro semplicità.
E sia chiaro, in questa gioia sono inclusi i separatori ornati, come il seguente.
Il prossimo passo sarebbe vedere se e come si possono combinare artisticamente quando bordi distinti si incrociano, ma forse non voglio spingermi a tanto.
Non so nemmeno come esprimere quanta gioia mi diano queste piccole cose. Ieri sera ho chiuso con l'articolo in cui introducevo questi ornamenti, e stamattina mi sono venuti in mente, portando con sé una gradevole sensazione di soddisfazione.
Ma quanto sono felice.
(Il primo che commenta citando Aldo, Giovanni e Giacomo si becca uno sganassone.)
Sparkline rivelatrice
La dolceamara visualizzazione del “buco” nel mio diario.
Ho finalmente aggiunto al Wok una “chicca” grafica sulla quale ragionavo da tempo: le sparkline della mia attività di scrittura.
Come ho avuto modo di spiegare qui, ho scelto di adottare questi “grafici in riga” di quelli che sono i commit del mio lavoro, la “fotografia” dello stato degli articoli in specifici momenti, anche se queste sequenze temporali sono solo una rappresentazione approssimativa della mia attività (non è insolito che io butti giú bozze che rimangono “sciolte” dal corpo del Wok per giorni se non mesi o anni, e viceversa vi sono dei periodi in cui i commit sono frequenti, ma si limitano a correggere errori di battitura o modificare piccoli aspetti grafici, magari su piú iterazioni, senza sostanziali aggiornamenti ai contenuti), perché comunque rimane un'informazione qualitativamente significativa.
E se nella pagina principale è evidente che nel periodo tra il 2015 (se non addirittura il 2014) ed il 2020 la mia attività è visibilmente diminuita, è negli indici delle rubriche che emergono i risultati piú interessanti.
Ad esempio, nella rubrica Oppure, andando a confrontare le date dei testi con quelle della sparkline vediamo subito che i primi manifestano un “buco” dal dicembre 2015 all'agosto 2019, nonostante la sparkline sia stata abbastanza attiva nel 2016.
Invero, questo è stato il periodo in cui ho lavorato piú intensamente ad un testo (creativo) che non ho ancora pubblicato, ma alla cui esistenza nei meandri del Wok ho già accennato —sempre senza rivelare dettagli— parlando dell'insostenibile leggerezza del testo
(Chissà se invece di una cronologia del numero di commit sarebbe piú interessante metterne su una del loro peso: ho visto che alcuni ad esempio sul Fediverso annunciano di aver scritto “un certo numero di parole” (o di battute) su questo o quell'argomento.)
Ma tutto sommato, essendo la rubrica Oppure dichiaratamente una “valvola di decompressione aspirante letteraria”, non è nemmeno troppo sorprendente che veda nuovi contributi in maniera saltuaria (ed a gruppi, quando succede).
Ciò che invece mi ha veramente colpito, nel guardare le cronologie del mio “impegno”, è stata proprio questa rubrica, Diaria, che già dal nome vorrebbe suggerire una certa “dedizione”, se pur limitata ad eventi “eccezionali”. Ed invece, è stata completamente abbandonata dal 2015 al 2018 (con l'unica eccezione di un commit di correzione di errori di battitura) e poi di nuovo per l'intero 2022 —e non è certo per mancanza di cose da scrivere, che mi ritrovo con questi “buchi”: gli eventi eccezionali certo non sono mancati, dalla nascita di mia figlia alla mia assunzione a tempo indeterminato, giusto per citarne un paio.
Posso certamente addurre scuse di vario genere, vuoi la stanchezza mentale, gli impegni, o chissà che altro, ma temo che qualunque cosa io possa cercare di tirare fuori serva solo a nascondere —soprattutto per il triennio 2015–2018— una doppietta per la quale a posteriori non posso che rimproverarmi: l'essermi lasciato assorbire, dopo la morte di FriendFeed, da Reddit prima e dell'ormai defunto Twitter poi, ed una certa “pigrizia tecnica” nei confronti del mio beneamato Wok.
Sulla questione del “lasciarmi assorbire” da quelle piattaforme parlerò probabilmente in futuro ed in adeguato dettaglio nell'apposito rubrica, e/o forse in una rivisitazione del mio vecchio articolo sui social network (da rivedere soprattutto con l'esperienza guadagnata sul Fediverso), ma una cosa è certa adesso: sono ben lieto che la direzione presa dalle comunità che seguivo prima e dalle intere piattaforme poi mi abbiano allontanato da lí, per riportarmi a considerare in maniera piú centrale un'Internet piú “umana” (la scoperta del Fediverso in questo senso è stata salvifica) e soprattutto la mia “sede” in Internet (piuttosto che il mio tempo “affittato” agli interessi altrui).
Per quanto riguarda il secondo aspetto, purtroppo, la verità è che per la maggior parte dei miei aggiornamenti “quotidiani” una piattaforma di microblogging come Twitter all'epoca o Mastodon oggi è l'ideale: la comodità di poter buttar lí un aggiornamento senza troppe preoccupazione, dovunque mi trovi (OK, purché vi sia connettività) stimola molto piú alla scrittura (o quanto meno ad un certo tipo di scrittura) delle complessità tecniche legate all'aggiornamento del Wok.
È vero che in un certo senso si tratta di una “tragedia” autoinflitta, e che quanto meno avrei avuto tempo in questi anni di “ammorbidire” in varî modi, ma la verità è che finora me n'era mancato lo stimolo. E se è pur vero che le cose stanno cambiando (a partire dal mio rinato interesse verso il Wok, e le considerazioni che sto maturando su come trasformarlo in ciò che davvero voglio che sia), è anche vero che il lavoro da fare rimane tanto, ed il tempo disponibile al momento non aumenta.
Ma se non altro, adesso mi ritroverò costantemente sott'occhio un promemoria visivo di quello che significa veramente dimenticare sé stessi.
Parco Avventura
Distrazioni e conflitti di pianificazione, il modo migliore per svenire in quota.
In questi giorni siamo andati al parco avventura di Milo con amici. Sono anche andato a donare il sangue. E siccome sono una persona diciamo un po' distratta, ho prenotato per la donazione il giorno prima dell'andata al parco avventura.
Chi dona sa che dopo la donazione, visto che ti tirano 440cc di sangue, è raccomandabile non fare attività fisica intensa per 24 ore. In realtà, è meglio aspettare due o tre giorni, come avevo già scoperto in passato quando mi era capitato nuovamente di non prestare attenzione, e di essere andato a giocare a pallacanestro il giorno dopo aver donato (o meglio di aver prenotato per la donazione il giorno prima di una partita tra amici già organizzata).
In quell'occasione mi sono trovato completamente spompato dopo il secondo tiro a canestro. «Scusate ragazzi, oggi sono completamente fuori forma.» E va bene essere fuori forma, a tutto c'è un limite (ed in effetti in quel caso il limite era mezzo litro di sangue in meno). Questa volta, quando mi sono accorto (la sera prima del giorno della donazione) del piccolo “incidente di pianificazione”, ho subito anticipato che probabilmente non avrei potuto fare granché al parco avventura, temendo che nel peggiore dei casi mi sarebbero dovuti venire a prendere già al primo percorso.
Da notare che peraltro io ho già uno storico di “essere venuto a prendere” al parco avventura, una volta in cui mi sono lasciato convincere a provare la prima pista “blu” (quelle per “adulti intermedi”, per capirci) dopo aver fatto le 3 “verdi” (“adulti principianti”). In quell'occasione a tradirmi fu però effettivamente il mio essere fuori forma, soprattutto le braccia, che —a differenza delle gambe che mi devono comunque portare in giro anche sotto sforzo con zaino in spalla quando scendo al lavoro o torno a casa— non esercito praticamente per nulla: ed infatti a costringermi a fermarmi fu proprio la stanchezza delle braccia, con cui non riuscivo piú ad esercitare forza.
Questa volta, invece, mi aspettavo di venire “tradito” dal fiato, sapendo che il mezzo litro di sangue in meno rende difficile il recupero. Sono comunque andato, per permettere agli Oblomovini di sfogarsi facendo le scimmie, e per rivedermi con gli amici con cui stavamo organizzando, ma contandomi fortunato se già fossi riuscito a completare il primo dei percorsi “verdi”.
In effetti è andata anche meglio di cosí: sono arrivato quasi a finire il secondo percorso “verde”, “stroncato” dalla bassa pressione in corrispondenza del tratto con i cerchi appesi, che richiede una certa combinazione di equilibrio e flessibilità, ma soprattutto di alzarsi ed abbassarsi per passare attraverso i cerchi: arrivato al primo cerchio, mi sono accorto che proprio questo movimento era quello che il mio stato non mi permetteva. Sono cosí tornato alla piattaforma, ho lasciato passare il mio amico e sua figlia, e mi sono fatto venire a prendere.
Non mi sarebbe nemmeno dispiaciuto tanto, se non fosse stato per il fatto che avevo quasi finito (dopo i cerchi c'era un semplice tronco che avrei potuto affrontare, ed una “tirolese”), ma soprattutto non aver fatto nessuna “tirolese” (né quella, né altre), che sono forse l'attività piú divertente di questi parchi avventura.
In cambio, figlio e figlia si sono divertiti come matti (e stancati come si deve), e persino mia moglie è riuscita a vincere la paura e completare il primo dei percorsi “verdi”.
Direi che è andata bene, possiamo riorganizzare per la mia prossima donazione di sangue.
Dalindaggiulia
Un negozio cambia nome, ma non stile.
Vicino al lavoro mio c'era uno di quei negozi cinesi dove vendono di tutto, dai vestiti ai quaderni, dagli attrezzi di giardinaggio all'elettronica di ogni tipo. Si chiamava Lin Da, che sono sicuro fosse il nome (traslitterato in italiano) di chi l'aveva messo su.
L'altro giorno siamo ripassati dal negozio, che è sempre lo stesso, sempre con il medesimo assortimento, e per quello che posso vedere gestito dalle stesse persone, ma la grande insegna a LED stavolta diceva GIULIA.
La mia ipotesi è che la figlia abbia ereditato il negozio, ma in realtà il perché ed il percome il negozio abbia cambiato nome mi interessa meno di un'altra cosa che mi è balzata agli occhi: come Linda è un nome italiano molto simile a Lin Da (non conosco la fonetica cinese abbastanza da identificare la differenza) anche Giulia credo non sia troppo dissimile da un nome cinese.
Aneddoto: come molti, quando ho visto in lingua originale La leggenda di Korra, seguito meno fortunato dell'eccellente Avatar: The Last Airbender, ho inizialmente pensato che l'assistente di Varrick, famosa per essere costantemente chiamata all'azione dalla non-specifica catch phrase «do the thing!», avesse nome July (inteso come nome proprio di persona, e quindi con la y finale pronunciata come la i italiana, a differenza del nome del mese). E come molti, sono stato sorpreso poi dalla scoperta che in realtà il nome fosse Zhu Li (che peraltro pare che in cinese significhi «assistente», almeno con una specifica scelta di toni —ripeto, di fonetica cinese ne capisco ben poco).
Comunque, fatto sta che mi si è fissato questo “chiodo”: non so se la figlia ha effettivamente ereditato il negozio, non so se detta figlia che forse ha ereditato il negozio sia nata “qui o là”, e non so nemmeno come si chiama, ma non sarei sorpreso di scoprire che abbia un nome cinese simile a “Giulia”, e/o che “Giulia” sia stato scelto come suo nome perché simile a qualche nome cinese.
OK, ammetto di essere un po' curioso di conoscere la storia di questo negozio e la realtà dietro la scelta del nome, e come sia passato Dalindaggiulia
(Il giorno del) Giudizio dentale
E infine sono dovuto andare dal dentista anch'io.
Nelle ultime settimane ho accusato un certo fastidio alla mascella inferiore, a sinistra, che nei momenti peggiori arrivava a prendere una parte maggiore del lato sinistro della mia faccia, fino all'orecchio, dandomi sensazioni simili a quelle dell'otite, mentre il fastidio alla mandibola in particolare andava peggiorando in corrispondenza di sollecitazioni meccaniche, come il masticare.
E cosí anch'io alla fine anch'io mi sono dovuto rivolgere al dentista (anzi, alla dentista, perché sto andando nello stesso studio associato che si sta occupando di mia figlia, dove entrambe le dentiste sono per l'appunto femmine), cosa che ero riuscito accurata ad evitare praticamente per tutta la vita nonostante la mia dentatura imperfetta.
Prima, le buone notizie. Devo dire che il giudizio generale della dentista, sia sullo stato dei denti sia sulla mia igiene dentale è stato abbastanza positivo, anche se vi sono degli annidamenti di tartaro nei punti in cui i miei denti hanno deciso di crescere in maniera piú fantasiosa.
La cosa invece piú sorprendente è che la dottoressa ha trovato piú di una carie “invisibile”, (si vede l'occhio della professionista qui) poi confermate dalla panoramica (forse dovrò addirittura fare una TAC)). Sinceramente non sapevo nemmeno fossero possibili cose del genere, denti “mangiati” dentro dalle carie senz che lo smalto fosse intaccato in alcun punto visibile all'esterno, e senza che i nervi ne risentissero in nessuna maniera. Carie asintomatiche.
Asintomatiche? Sí, perché i dolori in questione erano piuttosto legati ad un simpatico “dente del giudizio” che, con molto poco giudizio se volete sapere la mia opinione, ha deciso di crescere obliquo invece che verticale, andando ad incocciare contro il dente accanto, e creando qui peraltro un'altra di quelle “configurazioni topologiche” che rendono difficile la pulizia dei denti.
Risultato?
Non solo il dente “attaccato” dal dente del giudizio ha finito con il cariarsi,
ma il dente del giudizio ha deciso di infilarsi nel tunnellellelle del divertimentola carie-e-e-e.
In tutto questo ho (avuto? non mi è chiaro se è passata o meno) anche un'infezione alla radice del dente “vittima” del giudizio,
che —ipotizza la dottoressa— è quello che mi ha causato il dolore fino all'orecchio.
Mi consolo ricordando che la dentista ritiene che io abbia un'alta soglia del dolore, augurandomi che questo non comporti un risparmio sull'uso dell'anestetico quando dovrà lavorare di trapano, pinza e chiave inglese sulla mia dentatura —anche perché il preventivo sul lavoro da fare è venuto bello salato.
Bang! al saloon
Un sabato fuori, un tentativo di gioco in tema
Le cugine di mia moglie ci hanno proposto di andare al _Saloon, un noto locale a tema western in città, e noi abbiamo colto la palla al balzo per provare a fare una partita a Bang!, il gioco di carte a tema western.
La cena è stata gradevole, ma il tentativo di giocare è fallito miseramente perché il servizio è stato troppo veloce, ed abbiamo dovuto chiudere tutto al terzo giro. (E per fortuna perché puntualmente mio figlio ha poi versato un bicchiere d'acqua sul tavolo, allagandolo e peraltro inzuppando il vestito di mia moglie; ma almeno le carte erano salve.)
Fine pacchia 2024
Si torna al lavoro, si smette di scrivere.
Mi sono accorto qualche giorno fa di aver lavorato al Wok questo mese come non facevo da almeno un anno, almeno a giudicare dalla crescita nel numero di commit, ma non solo: ho scritto o completato un gran numero di articoli (sí, non è tutta roba nuova: un esempio per tutti, la soluzione al quesito di geometria sul foglio A4 giaceva “dormiente” da anni), ed anche solo “a sensazione” posso dire di aver scritto piú del solito.
Il motivo pratico, ovviamente, sono state le ferie, e per lo stesso motivo, a breve, con la ripresa del lavoro, gli aggiornamenti torneranno (probabilmente) ad essere sporadici, ma so che non è semplicemente questo: ci sono stati anni in cui anche in questo periodo, e con tutte le ferie, il Wok ha visto comunque pochissima attività. Quello che è cambiato quest'anno è che, come forse non facevo da tempo, mi sono preso delle ferie vere. Ho staccato del tutto per almeno due settimane dal lavoro, invece di approfittare della pausa dalla parte burocratico-amministrativa del lavoro per dedicarmi al lavoro “serio”, ed ho invece pensato a tutt'altro.
Peraltro, poiché mia moglie ha invece lavorato, non mi sono nemmeno mosso molto da casa. Per questo, anzi, mi viene semmai da pensare che avrei potuto scrivere di piú (forse no, ho comunque due bambini di cui dovermi occupare, e forse sí, perché comunque ho ancora progetti di scrittura che mi frullano in testa; quanti comunque).
Che possa scrivere di piú quando lavoro di meno non è strano: dopo tutto, ci sono comunque solo 24 ore in un giorno, a cui vanno sottratte quelle per dormire, mangiare, vivere (per sé e con la famiglia): anche volendo riservare alla scrittura solo un'oretta al giorno, è facile che arrivata l'ora della scrittura si sia semplicemente troppo stanchi. Ed anzi io ho la fortuna di fare un lavoro che (1) tutto sommato mi piace (e quindi mi stanca meno), e (2) mi lascia una libertà di gestione del tempo che pochi lavoratori si possono permettere.
Nonostante questo, a volte penso che vivrei meglio senza le incombenze del lavoro —pur sapendo peraltro che anche senza tali incombenze continuerei a fare in buona parte le stesse cose, dove per “stesse cose” il lavoro “serio” invece di quelle tempisughe che sono gli aspetti “socio-burocratici” del mio lavoro; potrei persino finire di scrivere quel famoso libro didattico sulla programmazione GPU che ho cominciato ad abbozzare durante i lockdown del 2020. Ovviamente “vivrei meglio” solo se avessi comunque una fonte di reddito confrontabile, e qui casca l'asino.
Confesso: ogni tanto mi diverto a giocare con l'idea di mettere su un crowdfunding (per capirci: qualcosa tipo Patreon, Ko-fi o LiberaPay): sono molto curioso di vedere quanto potrei arrivare a racimolare con le mie attività di scrittura e di sviluppo di software libero. Dirò di piú: in verità ho già un profilo LiberaPay, e se è pur vero che non avendolo mai pubblicizzato in alcuna maniera non sorprende che al momento riceva esattamente 0€ al mese, mi permetto di dubitare che se ne parlassi di piú in giro, ad esempio segnalandolo nella documentazione dei miei progetti FLOSS, riceverei di piú, come suggerisce anche il fatto che oltre il 70% del traffico al Wok siano bot e web crawlers, e non solo perché ho condiviso alcuni articoli sul Fediverso (che notoriamente causa un mezzo DDoS al sito che ospita il link mentre tutti i server federati con cui il link viene condiviso cercano di procurarsi un'anteprima).
(Peraltro, se ricevo visite da 800 piattaforme del Fediverso e nemmeno una da qualcosa che non sembri un bot, forse forse la maggior parte di chi segue il mio account Mastodon non segue poi i link che portano al mio Wok.)
Quindi al momento mi terrò il lavoro e la minor produzione sul Wok una volta terminate le ferie (anche perché stiamo finalmente prendendo casa e non è proprio il momento di mettersi a fare “esercizi di stile” con le nostre finanze). Mi dispiace un po' anche perché una delle spinte alla persecuzione della mia vena creativa qui veniva dal mio desiderio di poter essere un po' piú liberale con le immagini sul Wok, come ho già discusso (in inglese) nella mia serie sull'insostenibile leggerezza del testo (dove peraltro il lettore attento si accorgerà che avevo già menzionato il mio account LiberaPay).
Pazienza, vorrà dire che gli screenshot di Teslagrad dovranno attendere il mio pensionamento. (E forse nemmeno, anche perché, se per scrivere 700 parole sulla fine delle ferie ci metto un'ora, figuriamoci quanto ci vorrà per scrivere 10 milioni di parole —evidentemente il mio ritmo di scrittura non sarà mai all'altezza.)
Inaffidabili servitori
Un Ferragosto non troppo rovinato.
Ieri era Ferragosto. Avevamo programmato, con mia sorella ed i miei genitori, un picnic in montagna a prendere un po' di fresco sotto i pini, ma la notte tra il 14 ed il 15 l'Etna ci ha “onorato” dell'ennesima pioggia di cenere, sicché già dalla mattina presto mia sorella, scoraggiata, mi ha fatto sapere che aveva cambiato idea.
La mia proposta di salire da loro, portando una parmigiana, per aiutarli a spalare il cortile (come occasione per vederci e fare qualcosa insieme, implicita l'idea poi di pranzare e giocare insieme) è stata rifiutata, ma siamo rimasti d'accordo invece per un incontro pomeridiano.
Con mia moglie abbiamo cosí passato la mattinata a preparare un'enorme insalata di riso,
con pomodori, mozzarella & scamorza, olive e tonno, e poi differenziando tre ciotole con
le aggiunte “uovo e cipolla rossa”, “uovo senza cipolla rossa”, “cipolla rossa senza uovo”,
per tener conto delle fisimepreferenze alimentari dei vari partecipanti attesi per la cena.
Alla fine il cortile se lo sono spazzato da solo (ancora non ho capito perché non hanno accettato il nostro aiuto), e cosí nel tardo pomeriggio abbiamo potuto giocare senza essere sommersi dalla cenere. Noi grandi abbiamo fatto un paio di partite a Machiavelli (il gioco di carte) mentre “i piccoli”, dopo un tenativo abortito di giocare ad Here To Slay, si sono dedicati al Memory di Pocoyo. Anche noi “grandi” ci siamo poi cimentati in un Memory (quello delle bandiere di cui ho già parlato in passato), confluito quasi naturalmente in un aperitivo presto evoluto nella cena vera e propria.
La nipote grande non ha gradito troppo la scelta dei giochi fatti («che spreco di zio», ha commentato quando è emerso che non saremmo arrivati a giocare ad Aquanauts o altri giochi meno “classici”), ma penso che alla fine anche per lei possa essere utile “rinfrescare” i classici: è facile dimenticarsi la sfida che può porre il Machiavelli (che in questi giorni sto giocando molto anche in casa con figli e —quando possibile— moglie, e sto apprenzando come la minor cominci ad orientarsi anche con le trasformazioni meno ovvie), o quanto utile possa essere giocare a memory per tenersi in esercizio (come ha scoperto ieri mia sorella, che non ci giocava da anni).
È stato interessnte anche chiacchierare con mio cognato sui diversi giochi da bambini con cui è cresciuto lui rispetto a quelli con cui siamo cresciuti noi. Ho anche colto l'occasione per insegnare alle mie nipoti il gioco delle mani incrociate. Ma forse la cosa piú bella è che siamo finalmente riusciti a completare non una, ma addirittura due partite a Sí, Oscuro Signore, un gioco che mi è stato regalato piú di un anno fa, ma i cui tentativi di gioco sono stati annullati dalla fragilità emotiva di parte del nipotame, incapace di affrontare con serenità ed il dovuto grado di divertimento accuse (per quanto infondata e ridicola) e severe occhiatacce.
Approfittando quindi della possibilità di questa parte del nipotame di divertirsi con altra parte della discendenza, abbiamo potuto giocare finalmente (con me, mia moglie, mia sorella, il figlio grande e la nipote grande) a darci la colpa a vicenda e rivolgerci occhiatacce per il fallito recupero del moccio del drago, tra fragili scuse, interruzioni —e pause per cercare di capire meglio le regole— finché non sono diventati evidenti i segni della stanchezza.
Un Ferragosto imprevisto, ma non per questo meno gradevole di quello programmato.
Peperoni (ed altro) arrosto
Fuochi altrui, dal vivo e nel gioco
Qualcuno sta arrostendo peperoni. Gli effluvi della cottura invadono la nostra casa. L'odore è troppo pungente. Li stanno arrostendo male. La cosa mi dà doppiamente fastidio: non solo non mi arriva un buon odore, ma per giunta stanno rovinando i peperoni. (Sono un grande fan dei peperoni praticamente in qualunque forma, dal crudo ai peperoni ripieni, passando per ogni forma intermedia, da solo o ancora meglio in compagnia delle immortali melanzane, per le quali vado pazzo benché non le mangerei mai crude —a differenza dei peperoni.)
Ma non era di questo che volevo parlare
Nei duei giorni passati dalla precedente pagina di diario abbiamo avuto modo, con figliolanza e nipotame, di giocare nuovamente sia a Flash Point sia ad Aquanauts.
Ieri con mia figlia abbiamo ritentato una partita a Flash Point con lo stesso equipaggio che giorno 29 ci aveva portato alla “vittoria perfetta” (10 vittime salvate, usando operatore, generalista, paramedico e specialista di salvataggi), nella speranza di ripetere l'exploit.
Come immaginavo, non è andata altrettanto bene: stavolta, la fortuna ci ha sorriso di meno, ed abbiamo subito una perdita (il gatto!), pur riuscendo a salvare le altre 9 vittime. La perdita del gatto è avvenuta nei primissimi turni, a causa di una sfortunata distribuzione iniziale delle potenziali vittime e di un avanzamento dell'incendio proprio a loro sfavore. Ed anzi, nella sfortuna siamo stati fortunati, visto che oltre al gatto nei primissimi turni sono stati travolti dal fuoco altri due “punti d'interesse”, che però per fortuna erano falsi allarmi.
Oggi abbiamo approfittato di una visita delle nipoti a pranzo dai miei per giocare ancora, prima ad Aquanauts per illustrare il gioco alla grande (che non aveva ancora avuto occasione di conoscerlo, e nonostante una partenza un po' goffa —prevedibile per chi gioca per la prima volta e non ha ancora chiari tutti gli aspetti del gioco— è riuscita ad arrivare seconda —per un pelo), e quindi a _Flash Point, cominciata pur sapendo che le nipoti sarebbero probabilmente dovute andar via prima di concludere la partita, contando che comunque —essendo il gioco cooperativo— avremmo eventualmente potuto finire senza di loro.
Stavolta abbiamo provato un equipaggio leggermente diverso, usando il capitano invece del generalista, sperando di poter sfruttare le sue “azioni di comando” per velocizzare il lavoro degli altri due pompieri “sul campo” (l'operatore raramente è opportuno si muova dall'autopompa).
Le ragazze ci hanno dovuto lasciare dopo la seconda vittima salvata, ed io e mio figlio abbiamo poi proseguito la partita. Non è andata bene: siamo riusciti a salvare 5 persone, perdendone una, ma la casa è crollata letteralmente il turno prima che riuscissimo a condurre fuori le ultime due. Non bene, ma comunque meglio rispetto alle nostre prime partite, quelle in cui non avevamo ancora scoperto il potere dell'operatore e se proprio ci andava bene riuscivamo a tirarne fuori 4 prima che la casa venisse giú.
E questo mi sta portando ad alcune riflessioni (che farò in separata sede), su alcune differenze importanti negli stili di apprendimento di giochi diversi.
Giocare con l'acqua e col fuoco
Una domenica (ed un lunedí) di giochi da tavola
Ieri è stata una giornata all'insegna dei giochi da tavola.
Per una serie di fortunate coincidenze, la seconda nipote è rimasta a dormire dai nonni la notte prima, ed essendo stato pianificato che l'avremmo riportata a casa noi nel tardo pomeriggio (per una visione collettiva de le 12 fatiche di Asterix), abbiamo potuto dedicarci tutti insieme a questa nostra grande passione.
La preistoria
La giovane ha sviluppato un certo gusto per i giochi della categoria piazzamento lavoratori/gestione risorse, che nei giorni passati ha potuto praticare nella forma di Stone Age, un gioco di ambientazione preistorica dove ciascun giocatore rappresenta una tribú con l'obiettivo di svilupparsi in competizione con gli altri ed evitando di morire di fame.
Stone Age ha due caratteristiche interessanti: è lungo, ed è un gioco per amanti dei dadi.
La durata di una partita in realtà dipende molto dallo stile di gioco, poiché a determinare la fine di una partita non è un numero stabilito di turni, bensí l'esaurimento delle carte sviluppo o di una delle pile di “capanne” che rappresentano conquiste importanti per le tribú. Un giocatore con uno stile molto “aggressivo” può quindi portare a rapida conclusione una partita —aspetto di notevole rilevanza strategica nel gioco, poiché rende piú rischiosi gli investimenti a lungo termine.
L'altro aspetto è il ruolo giocato dai dadi.
L'acquisizione di risorse in Stone Age non è dettata automaticamente dalla distribuzione dei lavoratori,
il numero dei membri della tribú mandati a spaccare pietre o tagliare legna o cacciare
determina quanti dadi verranno lanciati
(fino ad un massimo di 7 per tutte le risorse tranne il cibo),
ma sarà poi il totale del lancio dei dadi
(opportunamente corretto per la difficoltà/
Questo dà al gioco una forte componente stocastica, e dà grandi soddisfazioni a chi ama lanciare i dadi. La presenza di un sette dadi e di un bicchiere per il lancio rende anche possibile utilizzare i componenti di Stone Age per aggiungere un giocatore a Perudo, ma non partiamo per la tangente.
La nipote è rimasta affascinata da Stone Age, apprezzandone anche la grafica, ed il meccanismo di gioco, ma è rimasta frustrata dalla prima esperienza, nella quale, tra il tempo consumato a spiegare le regole e la durata effettiva della partita, non siamo riusciti a concludere la partita: un'esperienza quasi traumatica, da portarci a decidere di giocare a Stone Age solo avendo la garanzia di avere due o meglio ancora tre ore a disposizione (cosa che siamo riusciti poi a fare, iniziando una partita in tarda mattinata, e finendola poi dopo pranzo).
Ma non è di Stone Age che volevo parlare stavolta.
La storia
Ricerca scientifica con l'acqua alla gola
Con la possibilità della nipote di essere a casa nostra già di prima mattina, ieri sarebbe stata una giornata ottima per fare forse anche piú d'una partita a Stone Age. Dietro proposta di mio figlio, abbiamo però giocato invece ad Aquanauts, un gioco di cui ho già parlato brevemente in passato.
Dopo un ripasso alle regole (per me e mio figlio che avevamo giocato una sola volta) per poterle illustrare alla nipote, abbiamo fatto una prima partita per (ri)prendere dimestichezza con i meccanismi di gioco, vinta dal sottoscritto (col fiato di mio figlio sul collo), e poi una seconda in cui mio figlio è stato campione indiscusso.
In Aquanauts i giocatori assumono il ruolo di ricercatori oceanografici che lavorano in una stazione sottomarina nella zona mesopelagica, il cui obiettivo è raccogliere campioni, alghe ed altro materiale da mandare in superficie per pubblicare articoli sulla vita sottomarina.
La nipote ha súbito notato la somiglianza dei meccanismi di gioco tra Aquanauts e Stone Age. È però forse piú interessante osservare le differenze. (E sí, devo ancora fare una recensione “dedicata” per tutti questi giochi da tavola. Arriverà.)
Superficialmente, Aquanauts è piú semplice di Stone Age: è piú semplice la logica di piazzamento (un lavoratore su una struttura), è piú semplice la logica di “spesa” delle risorse (conversione in altre risorse, acquisto strutture, pubblicazione articoli scientifici), ed è piú semplice il calcolo del punteggio (punti dovuti agli articoli pubblicati sommati ai punti acquisiti per altre vie durante il gioco). Questo si riflette anche in partite piú brevi (meno azioni da compiere, meno paralisi decisionale, meno tempo a contare i punti a fine partita).
In realtà Aquanauts ha una profondità (eh) nascosta, legata agli aspetti cooperativo-competitivi che soggiaciono l'utilizzo delle strutture comuni: la produzione supplementare dai nodi condivisi, ed il controllo del sommergibile e della nave da ricerca. Tutto questo rende Aquanauts un gioco piú tattico di Stone Age, e benché sia possibile pianificare strategie a lungo termine, bisogna farlo tenendo conto che un altro giocatore con uno stile piú aggressivo può accelerare la fine del gioco fino a rendere completamente vane queste strategie.
(Personalmente, e senza malizia, ritengo che questo sia il principale motivo per cui in questo gioco mio figlio riesce a tenermi testa senza problemi, anche superandomi: dopo tutto, ha vinto 2 partite su 3.)
Un'altra importante differenza è che Aquanauts è molto piú deterministico. Benché esista una componente casuale nel gioco, essa è limitata agli obiettivi ed articoli pubblicabili, ed all'ordine in cui le strutture delle stazioni di ricerca diventano disponibili, cosa che elimina uno dei aspetti piú frustranti di Stone Age, dove invece anche un massiccio investimento di membri della tribú può portare ad una scarsa produzione di risorse a causa di uno sfortunato lancio di dadi.
Nonostante questo, la nipote ha manifestato una preferenza per Stone Age, che gode peraltro di un'estetica piú accattivante. (Il fatto che sia riuscita a superare mio figlio come punteggio in Stone Age, ma non in Aquanauts, potrebbe aver avuto un'influenza nell'opinione della ragazza.)
Fuoco non camminare con me
Dopo il riposino postprandiale, in attesa di riportare la nipote a casa sua nel tardo pomeriggio, per varietà abbiamo tentato una partita a Flash Point (Fire Rescue, perché a quanto pare ne sta uscendo un altro), un gioco da tavola che ho comprato qualche anno fa, seguendo la passione di mio figlio per i pompieri e a cui avevamo smesso di giocare dopo alcune frustranti partite, perché il costo del fallimento (la morte delle vittime) aveva comunque un suo tasso psicoemotivo che non avevamo piú voglia di sostenere.
Nel riprenderlo questa volta, le cose sembravano aver preso per il meglio, ed in men che non si dica siamo riusciti a raggiungere l'obiettivo, salvando 7 vittime prima che crollasse la casa.
Solo piú tardi, girando per la fiera vicino casa di mia sorella, ci siamo resi conto che il motivo per cui il gioco ci era risultato piú facile del solito è che, nella nebbia della memoria, avevamo dimenticato il piccolo particolare che la fase di avanzamento del fuoco andava compiuta dopo la fase di azione di ciascun giocatore, non dopo che tutti i giocatori avevano finito la propria. Quindi di fatto avevamo giocato con un fuoco che si propagava ad un quarto della velocità. La vittoria non è valida.
(D'altronde, rivedendomi nuovamente le regole adesso, in preparazione per questo articolo, mi sono accorto che avevamo sbagliato, ma in senso opposto, anche nella preparazione del gioco, con esplosioni che coprivano l'intera “linea di vista” in ciascuna delle direzioni invece che soltanto allargandosi di una casella. Chissà se bilanciando il troppo fuoco iniziale e la propagazione “frenata” durante il gioco abbiamo in realtà mantenuto l'equilibrio?)
Il presente
Oggi con i miei figli abbiamo provato a riprodurre la partita a Flash Point di ieri, giocando però stavolta con le regole giuste.
Il primo tentativo, condotto da me e mio figlio usando due personaggi a testa (il bello dei giochi cooperativi) con gli stessi ruoli di ieri ci ha portato a 4 vittime salvate, una persa, ed il crollo della casa (il modo in cui abbiamo quasi sempre perso a Flash Point).
Per consolarsi, mio figlio ha voluto fare poi una partita ad Aquanauts, («dopo il fuoco, ci vuole un poco d'acqua») stavolta vinta dal sottoscritto (siamo quindi 2 pari, se qualcuno stesse tenendo il conto). A questo punto si è stancato di giocare, mentre mia figlia, che aveva preferito passare il primo pomeriggio con la madre, ha voluto giocare lei con me a Flash Point.
Vista l'esperienza della precedente partita, abbiamo provato una piccola variante nella scelta dei personaggi: invece del pompiere con C.A.F.S., per provare a tenere l'incendio sotto controllo ho optato per l'operatore dell'autopompa. È andata molto meglio. Non solo siamo riusciti a finire, ma abbiamo addirittura completato la “vittoria perfetta” (salvando 10 vittime; il gioco finisce già con 7 vittime salvate, ma c'è la possibilità di continuare).
Abbiamo forse trovato la giusta combinazione. (Per i curiosi, i personaggi erano, in ordine: operatore, generalista, paramedico, specialista di salvataggi.) E/o siamo stati fortunati con i dadi.
Perché diciamocelo, Flash Point è un altro gioco dove il caso la fa da padrone: sono i dadi a determinare le posizioni delle esplosioni iniziali, dei punti caldi, delle potenziali vittime, dei materiali pericolosi, delle nuove posizioni verso cui si propaga l'incendio, e dell'efficacia del getto dell'autopompa.
Nella prima partita di oggi, è vero che abbiamo capito che il CAFS non è sufficiente a tenere a bada l'incendio (o non abbiamo ancora capito come sfruttarlo adeguatamente), ma siamo anche stati sfortunati nella propagazione, con i dadi che ha portato ad un'esplosione dopo l'altra (inclusa una causata da materiale pericoloso). Per contro, nella seconda partita, è vero che l'autopompa ha dimostrato la propria efficacia nel controllare il fuoco, ma è anche vero che la maggior parte dei lanci per la propagazione dell'incendio sono andati “in fumo” (letteralmente), ed il materiale pericoloso non è mai arrivato ad esplodere..
I quattro elementi dei giochi da tavola?
Vediamo un po':
- Stone Age è chiaramente un gioco di terra;
- Aquanauts, non c'è bisogno di dirlo, è un gioco di acqua;
- Flash Point: Fire Rescue ovviamente è un gioco di fuoco.
Aria. Ci manca l'aria. La prima cosa che m'è venuta in mente è Pandemia, ma come osserva mia moglie non è bello pensare all'aria principalmente come veicolo d'infezione (che peraltro potrebbe essere anche l'acqua, come ad esempio per il colera).
Dobbiamo quindi metterci alla ricerca di un nuovo gioco da tavola che sia a tema aereo
(e non nel senso di Gino Pilotino/
La pazienza è la virtú dei saggi
O meglio dei loro spettatori
I miei figli frequentano la medesima scuola di danza (il grande fa Breakdance, la piccola propedeutica alla Danza classica). Come tutte le scuole che si rispettino, la scuola di danza fa il saggio di fine anno.
È stata … un'esperienza.
Secondo tempo
Il saggio principale si è svolto il secondo giorno. È durato tre ore, diviso in due parti.
Nella prima, i ballerini di danza classica hanno messo in scena una edizione sintetica de La bella e la bestia (versione Disney). Mia figlia faceva il cucchiaio (uno dei). Nota di colore, il maestro di breakdance di mio figlio ha fatto la parte di Gaston —con perfetto physique du rôle, grande senso dell'umorismo, e totale estraneità al contesto.
Nella seconda parte, tutte le altre classi hanno messo su uno spettacolo ispirato a Fame (non so se l'originale del 1980 o il remake del 2009), per dare spazio a tutte le discipline, nonché ad alcuni solisti che si sono cimentati anche nel canto e nella recitazione di monologhi.
Primo tempo
Un trauma.
Per dare spazio a tutta la classe di danza aerea, il saggio principale è stato preceduto (il giorno prima) da un altro saggio dedicato principalmente a questa disciplina.
Anche in questo caso il saggio è durato tre ore.
Tre ore di giovani piú o meno inesperte che si arrampicavano sui tessuti e provavano a non rompersi il cranio o la schiena con discese piú o meno controllate. Il tutto, senza particolarmente riuscire a tenere il ritmo delle colonne sonore di sottofondo.
Per evitare che il pubblico morisse letteralmente di noia (fatti salvi quei 3 minuti in cui ad arrampicarsi e tentare il suicidio era la loro figlia specificamente), la sequenza apparentemente interminabile di saliscendi è stata frammentata da brevi “stacchi”, tra cui un paio di freestyle della classe di mio figlio (motivo per cui mi sono dovuto sorbire le tre ore della prima giornata), una coreografia dell'insegnante di danza aerea con una delle ragazze delle classi avanzate (assolutamente meritevole) ed i cerchi, che sinceramente ho trovato affascinanti anche nella coreografia delle prime classi. Tra le partecipanti anche una coppia di gemelle (immagino che l'insegnante dei cerchi aerei a vedersele iscrivere abbia pensato «un colpo di culo cosí non mi accadrà mai piú»).
Ottima peraltro la scelta delle musiche, tra rock classico, l'imperdibile Prisencolinensinainciusol, e qualcosa di piú moderno come Heart of Courage dei Two Steps from Hell.
Tempi preliminari
L'anno scorso la prole non aveva potuto partecipare al saggio di fine anno perché in quello stesso periodi eravamo fuori (una settimana di vacanza all'estero approfittando di un convegno). Quest'anno hanno insistito per partecipare, e possiamo dire di essere stati fortunati perché a mia moglie hanno imposto due mesi di ferie obbligate, che si sono rivelate particolarmente provvidenziali proprio nelle ultime settimane prima del saggio, tra le quali una in cui io sono stato assente (di nuovo per convegno), settimane in cui i miei figli hanno passato credo piú tempo a scuola di danza a fare prove che a svolgere qualunque altra attività.
È stata un'esperienza massacrante per noi e per loro, e mio figlio in particolare ne è uscito frustrato e piangente perché nella sua classe ci sono un paio di elementi guastafeste e disturbatori.
Non mi resta che augurarmi che l'esperienza di quest'anno sarà sufficiente a dissuadere i miei figli dal partecipare al saggio dell'anno prossimo.
Sbarbato sgradito
A nessuno nella mia famiglia piaccio senza barba
Generalmente mi lascio crescere la barba d'inverno per poi tagliarla d'estate. Confesso che il principale motivo per cui me la lascio crescere d'inverno non è climatico, o estetico, ma prettamente oblomoviano: mi scoccia farmi la barba tutte le mattine (o anche a giorni alterni), ed uno dei vantaggi del farsi crescere la barba è proprio non dovermi prendere la briga di radermi. Peraltro, non presto neanche particolare cura alla barba quando la lascio crescere, a parte lo sciampo (invero lo stesso) fatto quando mi lavo anche i capelli. E non è nemmeno che io ritenga che curarsi la barba sia, che so, “poco virile” o chissà che. Semplicemente mi scoccia, e sono pigro.
A parte il già citato sciampo o la sporadica spazzolata, quindi, la mia barba cresce normalmente libera, felice e sostanzialmente incolta.
Se tengo la barba troppo a lungo mi si comincia ad irritare la pelle sotto, causandomi fastidiosi pruriti. È facile pensare che questo sia legato alla scarsa cura, ma anche quando presto piú attenzione all'igiene ed alla manutenzione della barba si arriva ad un punto tale che il taglio è inevitabile.
In questi casi, porto via tutto —generalmente abbastanza da poterci fare un piccolo cuscino— e mi lascio completamente sbarbato, anche se a volte ho provato qualche stile diverso, con baffi da soli o accompagnati da mosca e/o pizzetto. Piú spesso, niente, per lasciar respirare la pelle.
L'ultima sbarbata è stata un paio di giorni fa, con le seguenti reazioni da parte della mia famiglia.
Oblomovina (mi guarda circospetta a colazione, poi commenta): «comunque mi piaci di piú con la barba, sei piú … morbido e cuccioloso.»
Oblomovino (mentre lo accompagno a scuola): «comunque senza barba non mi piaci, sembri un giovane con i capelli grigi.»
Mia moglie in genere non dice niente, e se le chiedo se me la devo togliere, o se mi preferisce con o senza, generalmente risponde «fai come vuoi» con un tono che vorrebbe suonare neutro o indifferente, ma che spesso mi ha dato l'impressione di essere cugino di quel «no, va tutto bene» stereotipicamente dato in risposta a «c'è qualcosa che non va?» quando in realtà qualcosa che non va c'è.
Oggi però mi ha finalmente risposto sinceramente che mi preferisce con la barba, se non altro perché è morbida e non mi ritrovo con una raspa sulla faccia contro la sua pelle.
A quanto pare persino la zazzera è meglio della ricrescita.
Coraggio miei cari, si tratta solo di qualche mese. Ma probabilmente dovrò radermi piú spesso.
Giochi d'auto
Per i lunghi viaggi in macchina un gioco classico è quello di trovare (in ordine) le lettere dell'alfabeto. Tra cartelloni, insegne e targhe automobilistiche è abbastanza facile trovare tutto, con la possibile eccezione della Q, che è spesso la lettera su cui ci si incaglia, e quella che —giocando competitivamente— dà agli altri la possibilità di raggiungerci.
Più recentemente con i miei figli ho cominciato a farne un altro: trovare i numeri. Si parte da 0 (o da 1, a scelta), e si vede fin dove si arriva. Da 0 a 9 è facile, ma a seguire diventa difficile perché è necessario trovare le cifre consecutive (anche parte di altri numeri: ad esempio, in 112 ci sono 1, 2, ma anche 11 e 12). Per semplificare, sono valide anche sequenza di cifre interrotte da punti, virgole e simili segni, anche singoli spazi (come ad esempio si usa per i numeri di telefono).
Anche in questo caso ci sono numeri piú facili da trovare di altri, vuoi perché limiti di velocità comuni (30, 50), (parte di) prezzi frequenti (un sacco di numeri che finiscono in 9) o mesi/giorni/anni “correnti”, o parte di numeri di telefono (i prefissi del luogo o quelli dei telefoni cellulari). Tra targhe ed il resto dei numeri di telefono si riesce comunque a trovare di tutto, anche se bisogna guardarsi attorno con attenzione, ed avere l'occhio pronto con le macchine che si incrociano. (Paradossalmente, viene piú facile a piedi.)
Prevedibilmente, ai numeri piace nascondersi: è facile trovarsi a cercare un numero e vederne tutte le varianti (quello subito prima, quello subito dopo, con permutazioni di cifre, con cifre in mezzo …) tranne quello giusto —e nel momento in cui lo si vede finalmente, improvvisamente sembra essere ripetuto dovunque. Dispettosi.
Per il gioco, una menzione a parte meritano i numeri civici, che possono essere di grandissimo aiuto o causa di imprecazioni. “Beccare” una sequenza fortunata (che in autostrada potrebbe essere ad esempio quella delle pietre miliari) aiuta ad arrivare molto in alto —avendo però la fortuna di prenderla o dall'inizio o comunque dal prossimo numero che serve, e soprattutto di prenderla nel verso giusto (ascendente, non discendente). Con i numeri civici si aggiunge la complicazione dell'alternanza pari/dispari sui due lati che procede a velocità diverse a seconda del numero di porte. E improvvisamente un numero civico mancante può diventare molto fastidioso. Si imparano facilmente la pazienza, la rabbia, la frustrazione.
Ma la volta che che si riesce invece ad imboccare (nel verso giusto!) una strada con i numeri che arrivano alle centinaia, è una manna dal cielo: se ti serve un 45 infatti poco importa se manca il 451 quando hai tutti gli altri numeri della decina sia a destra sia a sinistra. È grazie a questo che oggi siamo arrivati fino al 100, battendo il nostro precedente record facilitato dalle pietre miliari.
Peraltro, inventare questo gioco mi ha anche stimolato un interessante quesito matematico, ma di questo parlerò altrove.
No(n lo am)Miró
“Pasticciava, e a me piace pasticciare” (a me invece Miró non mi piace e continua a non piacermi)
In questi giorni nella mia città c'è una mostra su Joan Miró (“La gioia del colore”).
Non sono un estimatore di Miró, ma poiché in altre occasioni (ad esempio alla precedente mostra su Toulouse-Lautrec) mi è stata data l'opportunità di apprezzare meglio artisti verso cui ero abbastanza freddo, sono andato alla mostra nella speranza di uscirne rivalutando questo artista che ritengo, sinceramente, immeritatamente famoso.
Non posso dire che la mostra sia riuscita nell'intento. Probabilmente la cosa non è legata soltanto ad una mia prevenzione nei confronti dell'artista, perché ad uscirne insoddisfatto non sono stato il solo. È colpa del curatore? È colpa dell'artista? Probabilmente non lo sapremo mai.
Ma non è di questo che volevo parlare.
Hanno portato alla mostra la classe di mia figlia. Sorvolo sui problemi organizzativi di questa visita, per soffermarmi sul mio timore che, come l'avevamo trovata —ad esser generosi— noiosa io, mia sorella, mio cognato, mio figlio e le sue cugine, ancora peggiore temevo che sarebbe stata la risposta di mia figlia e dei suoi compagnetti di classe, comunque una seconda elementare.
Quando finalmente eravamo sulla strada di casa, ho trovato il coraggio di chiedere a mia figlia cosa ne pensasse della mostra, la risposta mi ha sorpreso.
«Mi piace Miró, perché è tutto pasticciato e a me pasticciare piace.»
Ora.
Non voglio dire.
Ma mi sento vindicated.
Non ho mai capito perché o percome Miró abbia acquisito la fama che ha acquisito. La sua arte non mi ha mai detto niente, e nemmeno spiegata riesce a parlarmi. Crassamente, non la considero nemmeno arte. E mi offende (no, non è vero, ma lo trovo comunque ridicolo) che sia assurto al livello di un Dalí, giusto per non allontanarci troppo.
E sentire dire ad una bambina di sette anni che Miró gli piace perché la sua arte è quella di un bambino che non sa disegnare, sinceramente, mi consola.
I meme spiegati a mio figlio
Proverbi e stereotipi
Qualche giorno fa mio figlio mi ha chiesto cosa fossero i meme. Pur immaginando facilmente da dove venisse la domanda, ho preferito comunque dargli “la risposta lunga”, partendo dal significato proprio del termine, ed arrivando solo alla fine, per completezza, anche ad indicare l'uso forse un po' improprio (abuso) del termine che si fa per indicare quelle che piú propriamente dovrebbero chiamarsi image macro.
Come primo esempio ho voluto portare i proverbi, ma anche il caso degli stereotipi, al che lui ha commentato con un «Ma i proverbi sono buoni, gli stereotipi cattivi.»
Beata innocenza.
Cosí ho dovuto fargli presente che non tutti i proverbi hanno messaggi positivi,
e gli ho portato alcuni esempi di proverbi sessisti che,
per fortuna pare stiano cadendo in disuso
(Chi dice donna dice danno
, Donna al volante pericolo costante
),
o che alcuni proverbi sono neutri in alcune lingue
(Chi lascia la vecchia per la nuova sa quello che lascia, non sa quello che trova
)
ma negativi in altri
(Megghiu 'u tintu canusciutu ca 'u bonu a canusciriMeglio il male conosciuto che il buono da conoscere
).
Quello che non sono riuscito a trovare sui due piedi è stato un esempio di stereotipo positivo. E tuttora non me ne viene in mente nessuno.
Aggiornamento delle 20:30:
condividendo l'articolo sul Fediverso
abbiamo subito un vincitore con la proposta di
@matz@y.cubalibre.social dello stereotipo
la frutta fa bene
.
Esistono stereotipi positivi.
Spesa e polizia
Incontri ravvicinati. Il tempismo è tutto
Tutti parlano male della polizia, ma oggi mentre tornavo dall'ufficio verso casa mi hanno fermato per un controllo documenti, e quei cinque minuti che mi sono stati necessari per cercare nello zaino il borsello, nel borsello il portadocumenti, nel portadocumenti la carta d'identità, e poi richiudere il tutto, sono stati essenziali per arrivare a casa subito dopo che mia moglie aveva finito di sistemare la spesa, aiutata dal maggiore.
Ardite figlie
Crescerseli bene
A mia figlia assegnano di scrivere quale sia la sua fiaba preferita e perché. L'esempio da seguire presenta La Sirenetta (possiamo solo immaginare nella versione edulcorata pubblicizzata dalla Walt Disney piuttosto che la drammatica versione originale), perché all'infante immaginariə piace nuotare e vorrebbe un giorno nuotare come una sirena.
A mia figlia nuotare non piace, né piace Cappuccetto Rosso né —a sua detta— “le principesse” (quindi niente belle addormentate o robe del genere). Cominciano a ripassare le fiabe alla ricerca di quale le potrebbe piacere. Emerge vincitrice L'ardita Molly, nome con cui Molly Whuppie è stata tradotta nei C'era una volta, la seconda serie di quei Racconta Storie con cui venne tradotta in Italia la serie britannica Story Teller.
Il motivo? Perché la protagonista è coraggiosa e astuta. (Sorvoliamo sul fatto che comunque come premio anche lei e le sorelle diventano principesse.)
Non finirò mai di ringraziare quell'iniziativa editoriale. E mi dispiace non non avere una raccolta integrale dei fascicoli di entrambe le serie.
Non è vero, ma ci credo (ter)
Diciamo che la colpa è della biancheria?
Ammetto le mie colpe: ieri pomeriggio ho avuto la ὕβρις di stendere sui fili esterni le lenzuola matrimoniali. Stanotte ha cominciato a piovere, non ha ancora smesso.
L'importante è non essere superstiziosi.
Non è vero, ma ci credo (bis)
Non dico che me la sono buttata, ma forse me la sono buttata
Stanotte pioggia e vento. La mattina il cielo è ancora cupo e nuvoloso. Esco di casa a piedi con mia figlia per accompagnarla a scuola. Facciamo conversazione, parliamo anche del tempo. Mentre attraversiamo il largo spiazzo tra due girarrosti mi scappa «peraltro sembra che il tempo stia migliorando».
Appena il tempo di finire la frase, sento i goccioloni. Anche la bimba commenta «ma sembra che stia piovendo». Le faccio fretta verso la tettoia del girarrosto. Giusto il tempo di arrivare al coperto, si aprono le cateratte. Una bomba d'acqua improvvisa, pioggia assordante e talmente fitta da ridurre la visibilità. La preoccupazione principale di mia figlia sembra essere che le si bagnerebbe lo zaino, ignorando il fatto che per quanto il suo giubbotto possa essere impermeabile, non reggerebbe ad un acquazzone del genere (curiosità: parlavamo dei diversi livelli di impermeabilità giusto mentre uscivamo di casa).
Telefono a mia madre, per chiederle di venirci a prendere e darci uno strappo fino a scuola. Chiusa la telefonata, ho giusto il tempo di chiedermi se mia moglie ha accompagnato nostro figlio a scuola in macchina (e sarà quindi al sicuro) o a piedi (spero che abbiano trovato dove proteggersi) che smette di piovere, o quasi: al violentissimo acquazzone di un attimo prima si sostituisce una debole pioggerellina che sarebbe affrontabile persino con l'unico ombrellino tascabile che ci ritroviamo in due, io e mia figlia. Ma ormai mia madre sta per arrivare. Aspettiamo.
Mia madre ci porta in macchina fino alla scuola di mia figlia. Quando arriviamo, sta cominciando a uscire il sole. Accompagno la bambina fino all'ingresso (siamo un po' in ritardo, ma pazienza). Comincio a tornare verso la macchina, arriva un'altra doccia improvvisa.
Salgo in macchina, mi faccio accompagnare a casa: scendere fino in ufficio a piedi (per poi risalire verso l'ora di pranzo) con un tempo del genere non è pensabile.
A casa, mi preparo per lavorare da remoto. Nel frattempo arriva mia moglie, meno asciutta di me, ma comunque meno bagnata di quanto avrebbe potuto essere, grazie al provvidenziale incontro con la madre automunita di un compagno di classe di mio figlio.
Nel frattempo spunta il sole. Forse potremmo pensare persino di preparare un lavaggio.
L'importante è non essere superstiziosi.
Musica e videogiochi, un'esperienza transgenerazionale
Si imparano dai figli cose che i padri avrebbero dovuto sapere
Oggi mia figlia è tornata da scuola chiedendomi se conoscessi Amico è, ed è rimasta sconvolta quando ho cominciato a canticchiarla. Ho dovuto spiegarle che la canzone ha 40 anni e passa.
A pranzo l'abbiamo ascoltata, dopo di che mio figlio mi ha convito ad ascoltare Amami Lara, dicendomi che era una canzone ispirata a Lara Croft (senza riuscire a ricordarsi il cognome della protagonista del videogioco, cercando nella memoria qualcosa di piú complicato tipo “Wilcrofqualcosa”).
Sono rimasto abbastanza incredulo, anche dopo un secondo ascolto che ha però fatto vacillare la mia sicurezza, e nonostante l'insistenza di mio figlio di aver letto la notizia su un (datato) Topolino. Qualcosa (non so bene cosa) mi faceva sospettare che benché la canzone potesse essere cosí interpretata, fossimo davanti ad una “divergenza interpretativa” come quella su cui ci eravamo confrontati giusto ieri circa A sbagliare le storie, il racconto di Rodari che secondo i bambini parla di un nonno che si scorda le storie, mentre gli adulti sanno che gli errori del personaggio sono intenzionali.
Al terzo riascolto della musica ero sempre piú perplesso, e Wikipedia ha infine confermato la teoria.
Sinceramente, sono lieto che anche in queste cose mio figlio riesca a sorprendermi, a farmi scoprire cose nuove, ancor piú quando nuove non sono. L'ho ringraziato, anche se so di non aver saputo esprimere a fondo il mio apprezzamento per questa continuità transgenerazionale di interessi culturali.
Ho sempre sostenuto di esser nato vecchio, con i miei interessi per la musica dell'epoca dei miei genitori, ed a quanto pare qualcosa di questa anzianità è arrivata anche a mio figlio. E sinceramente, con l'incubo culturale della melma sintetica che incombe all'orizzonte, forse non è poi una cosa tanto negativa.
eSSNperienza
Il peggio ed il meglio del SSN in 24 ore
In questi giorni in famiglia abbiamo avuto modo di fare esperienza del peggio e del meglio del SSN nel giro di 24 ore.
I fatti
La cosa è cominciata (ormai due giorni fa) con mio figlio che accusava mal di testa, mal d'orecchie, e fastidî e dolori generali al lato destro del viso, fastidî che ha poi rivelato avere fin dalla sera prima.
Abbiamo deciso di aspettare l'indomani per vedere se c'era qualcosa da fare, ma nella notte (tra il 10 e l'11) il bambino (peraltro ormai al limite dell'età per cui lo si può dire tale) si è svegliato poco prima delle 23 per il dolore, che abbiamo provato a placare con una tachipirina (che sembra aver avuto effetto per qualche ora —forse), e poi di nuovo alle 2 di notte (!) con dolori lancinanti.
A questo punto siamo andati in guardia medica. Sinceramente non al massimo della lucidità, sono andato a quella generale che sapevo di mia competenza (anche se abbastanza fuori mano rispetto a dove abitiamo) invece che a quella pediatrica.
I turnisti, due pischelli alle prime armi, hanno fatto una visita superficiale, avanzato un sospetto di parotite (non impossibile nonostante il bambino sia regolarmente vaccinato), ma non potendo essere certi delle diagnosi hanno solo prescritto dell'Ibuprofene.
(Nel frattempo ho scoperto che hanno aperto una nuova guardia media —pardon, un nuovo Ambulatorio di Continuità Assistenziale— piú vicino a casa nostra e che dovrebbe essere quella nostra di riferimento.)
Siamo quindi andati alla farmacia notturna (confesso che mi è molto dispiaciuto aver svegliato tutta questa gente a questi orari improbabili), preso un prodotto suggerito dal farmacista perché quello nella forma e dosaggio prescritto in guardia medica non esiste, e siamo tornati a casa. Non c'è stato bisogno di dare l'antidolorifico al bambino, poiché nel frattempo il dolore era diminuito abbastanza da permettergli di dormire.
L'indomani mia moglie lavorava di mattina, ed io ero impegnato per una questione su cui non perderò tempo a parlare per ora ma che richiedeva la mia presenza, ed abbiamo quindi affidato il bambino a mia madre perché lo portasse dalla pediatra.
Mia madre, dopo aver provato ad insistere al telefono sia fisso sia cellulare della pediatra, ha portato il bambino fino allo studio, salvo scoprire che —contrariamente a quanto indicato— il mercoledí la pediatra semplicemente non riceve. Abbiamo anche mandato un SMS con dettagli sperando in una risposta, ma nulla.
Nel frattempo ho cercato dove fosse la guardia medica pediatrica, salvo scoprire che dal sito dell'ASP sono sparite tutte le indicazioni del caso, e gli ambulatori di continuità assistenziale sono elencati tutti insieme, indipendentemente che ci si arrivi dalla sezione del sito dedicata ai bambini o meno.
Nel pomeriggio, lasciando mia figlia a mia madre, siamo andati con mia moglie dapprima dove ricordavamo esserci la guardia medica pediatrica, salvo scoprire che l'ambulatorio in questione presta servizio solo durante festivi e prefestivi. A questo punto abbiamo deciso di andare al pronto soccorso pediatrico, scegliendo non per prossimità, ma in base alla nostra intuizione su dove l'avremmo potuto trovare meno ingolfato: un ospedale costruito di recente (parliamo di qualcosa come 5 anni fa, se non meno) in uno dei piú famosi (e malfamati) “quartieri dormitorio” della mia città.
Trovare qui il pronto soccorso pediatrico è stato facile, e l'attesa molto breve, anche se al bambino hanno fatto un tampone per il COVID-19 visto che a pranzo aveva avuto febbre. (Per inciso lí dentro eravamo gli unici con la mascherina.) Il medico di turno ha fatto una visita approfondita, verificato che il bambino non aveva altri sintomi a parte il dolore al viso (ed in particolare che aveva i linfonodi liberi) e prescritto 10 giorni di antibiotico con il solito corredo di fermenti lattici, confermato l'antidolorifico in caso di dolori troppo forti.
Siamo quindi corsi (per opportune definizioni di, visto che siamo dovuti passare da parti molto trafficate della città) in farmacia, prendendo l'antibiotico con il sospeso.
Il bambino adesso è in cura, la situazione sta già migliorando, e domani verrà visitato dalla dentista pediatrica che lo sta seguendo per l'ortodonzia (e che quasi certamente confermerà l'esistenza di un ascesso).
Spesa complessiva, a parte il carburante, 80 centesimi di parcheggio all'ospedale e 15 euro di antibiotico che probabilmente scenderanno sotto i 5 euro quando avremo la ricetta, visto che rientriamo tra i “ricchi” da questo punto di vista.
Riflessioni
Non ho nulla da ridire sui pischelli in guardia medica: apprezzo sempre chi conosce i proprî limiti ed evita diagnosi errate e potenzialmente catastrofiche, preferendo delegare a persone piú competenti in materia. Certo è che avrei preferito che ci fossero medici con piú esperienza, anche se non necessariamente pediatri.
L'irreperibilità della pediatra è la cosa piú indecente di tutta questa esperienza. Cercheremo qualcun(')altrə, come minimo.
Ho voluto far notare a mio figlio quanto ci fosse costato il tutto (visite e medicinali), e non ho nemmeno toccato il fatto che lui sia seguíto da una specialista (dentista pediatrica) che l'ha preso in carico in séguito ad una campagna di monitoraggio nelle scuole (pubbliche).
(E sí, a noi qualcosa queste cose qualcosina costano, perché siamo benestanti e quindi non tutte le esenzioni si applicano. Ma dopo gli incubi quotidiani sulla situazione in nazioni ultraliberiste —Stati Uniti in primis— direi che siamo —chissà ancora per quanto— ancora in buone condizioni.)
Quindi sí, il nostro SSN funziona ancora, nonostante le imperfezioni, nonostante i problemi, e soprattutto nonostante i decenni di sforzi di tutto l'arco politico per distruggerlo ed aprire la strada alla privatizzazione.
(Ho sentito cose lí al PS che voi umani etc.)
E meno male che abbiamo “i nonni” appresso porta.
Outside the box
Fortuna nella sfortuna con il Kickstarter maledetto di Inside The Box.
Ho scoperto quasi per caso qualche anno fa Sub Terra, un gioco horror cooperativo di esplorazione progettato da Tim Pinder e pubblicato da Inside the Box Board Games. Il gioco mi ha subito incuriosito (ben prima di poterci giocare), ma essendo prodotto da una casa “indie”, le tirature limitate l'hanno reso presto sostanzialmente introvabile.
L'occasione per procurarlo si è presentata con il lancio del Kickstarter per Sub Terra II, un nuovo gioco dello stesso designer e di simile ispirazione. Scoperta la campagna di Kickstarter, pochi giorni prima del primo lockdown per COVID (ottimo tempismo) ero tra i sostenitori, sperando di cosí finanziare (ed ottenere una copia) non solo il nuovo gioco, ma anche la ristampa del precedente, e di tutte le relative espansioni.
Trascinato dall'entusiasmo, e dalla noia dei lockdown, qualche mese dopo ho anche sostenuto la campagna per Aquanauts, un piú tradizionale gioco concorrenziale di piazzamento lavoratori e produzione/uso di risorse con ambientazione marittima.
Benché le due campagne di Kickstarter siano stato un indubbio successo, la gestione da parte dell'azienda si è rivelata letteralmente fallimentare, tra ritardi (almeno in parte certamente causati dalla pandemia), promesse mancate e —come poi si è scoperto— sperpero di fondi.
In molti altri casi una cosa del genere sarebbe stata la fine del Kickstarter e, per i sostenitori, una gran perdita di denaro. Dove le cose hanno preso una piega insperata (insperabile?) è stata con la discesa in campo di Naylor Games, che ha rilevato gli assets della fallita ITB ed ha deciso di mantenere le promesse dei Kickstarter nei limiti di quello che era stato effettivamente prodotto, al solo costo addizionale delle spese di spedizione.
Devo confessare di aver deciso di partecipare a questa seconda campagna con molto meno entusiasmo e molto piú scetticismo di quella originale: se mi freghi una volta, la colpa è tua …
Alla fine ho deciso che, perso per perso, tanto valeva rischiare qualche decina di sterline in piú per sperare di recuperare il valore delle precedenti centinaia altrimenti bruciate, ed ho pagato le nuove spese di spedizione, per un incerto futuro da vedere da lí a qualche mese.
Quando i primi di settembre la campagna della Naylor Games è stata aggiornata con l'informazione che “la realizzazione era in corso”, senza che io avessi ricevuto alcuna notizia di spedizione pacchi, ho subito pensato che fossimo ormai in chiusura della truffa —ed è stata quindi invece una bella sorpresa ricevere due settimane dopo una notifica di spedizione, che certo non peccava di eccessiva chiarezza, ma in mancanza di altri ordini in corso non poteva non essere quella (per i curiosi, il pacco mi è stato spedito dalla Zatu Games, anche questa azienda a me sconosciuta finora).
Ho cosí cominciato a sperare che il pacco arrivasse in tempo per il mio compleanno, speranza presto stroncata dal tracking che dava il pacco fermo in dogana, con un nuovo aggiornamento della campagna che segnalava che molti in EU si erano trovati a pagare ancora per le tariffe doganali (essendo il valore reale del pacco maggiore di quello per cui la Naylor aveva pagato le tasse —solo le spese di spedizione).
Tariffa o non, mi sono a questo punto rassegnato a non vedere il pacco prima di ottobre, salvo trovarmi il corriere sotto casa due giorni prima del mio compleanno. A sentire il citofono, mio figlio è saltato subito su: «È arrivato Sub Terra!» prima ancora di sapere che fosse il corriere. Ho cercato di fargli presente che era difficile fosse già arrivato, e potete quindi immaginare la mia sorpresa quando mi son trovato a dover pagare altri €15 euro per ricevere un pacco di notevoli dimensioni. E la mia gioia nel poter confermare infine che si trattava proprio del tanto atteso pacco dei tanto ambíti giochi da tavola.
C'è una cosa di cui sono fiero di me in tutto questo, e non è la fortuna che ho avuto nella sfortuna del puntare su quello che si è rivelato un “cavallo pazzo”, bensí la forza di volontà, (non capita spesso di poterlo dire) con cui ho resistito alla tentazione di spacchettare subito tutti i giochi e provarli.
Ho invece aspettato di arrivare al mio compleanno per spacchettare le confezioni del gioco base di Sub Terra e di Sub Terra II: Inferno's Edge, studiandone le regole con i miei figli, e poi di Aquanauts che, in un primo momento mi è sembrato spropositatamente complicato.
Ed ho resistito a giocarci fino al fine settimana (altri due giorni!), facendo prima una partita di prova con Aquanauts con mio figlio giusto per capire le regole, rivelatesi poi piú semplici di quanto avessi inizialmente temuto (ha vinto mio figlio), giocando poi a Sub Terra nel pomeriggio, con figli e nipoti (abbiamo perso, benché la grande delle nipoti sia riuscita ad uscire viva), e poi, il giorno dopo, a Sub Terra II con i miei figli, con due personaggi a testa (abbiamo vinto, forse perché il gioco è piú facile, o piú probabilmente perché avevamo imparato dal giorno prima l'importanza di esplorare, esplorare, esplorare in questi giochi). Ed infine ci siamo concessi di aprire (senza giocarci ancora) le varie espansioni, alle quali sicuramente giocheremo quanto prima.
Scriverò piú avanti delle recensioni piú dettagliate di questi giochi, ma una cosa che posso dire subito è che sono molto contento del (travagliato) acquisto, anche se mi sarei volentieri risparmiato l'altalena di speranza e rassegnazione. Ed un po' mi dispiace che ITB sia fallita (anche se, da quello che ho saputo sulla gestione dei fondi del Kickstarter, meritatamente), e mi auguro che Naylor Games ne porti avanti il lascito con successo —anche se non so se sperare o meno che Sub Terra e/o Sub Terra II vedano altre espansioni, o anche forse solo ristampe, sotto la nuova insegna (ma nel caso le avessero, non posso non suggerire di dargli un occhio).
(Unico vero rimpianto: mi sarebbe piaciuto mettere le mani anche sul fumetto che uscí con la prima edizione di Sub Terra, chissà se avrò mai l'occasione di leggerlo.)
«Sei il genio piú stupido che io conosca»
(letteralmente un ossimoro?)
Purtroppo di questo non ho una memoria dettagliata come del precedente. Ricordo solo che a dirlo fu un mio collega degli anni del dottorato, che chiameremo Yanez (e chi sa, sa), in occasione di una delle (molteplici?) occasioni in cui mi sfuggí qualcosa di ovvio, forse nemmeno legata al lavoro.
Da un lato, un segno di stima, dall'altro …
Mettiamola cosí, quando anni dopo ho giocato a Portal 2 (e non parliamo di molti anni fa, sono un patient gamer) e GLaDOS si ricorda finalmente che Wheatley altri non è che la Intelligence Dampening Sphere che gli scienziati le avevano installato per vanificare i suoi piani di farli fuori, le parole con cui GLaDOS descrive il nuovo “antagonista” non hanno potuto che farmi eco.
Per chi non avesse il piacere di conoscere i dettagli ecco a voi:
You're not just a regular moron. You were designed to be a moron.
Non sei uno scemo qualsiasi. Sei stato progettato per essere scemo.
You are the moron they built to make me an idiot!Sei lo scemo che hanno costruito per far di me un'idiota!
ed infine:
He's not just a regular moron. He's the product of the greatest minds of a generation working together with the express purpose of building the dumbest moron who ever lived.
Non è scemo qualsiasi. È il prodotto delle migliori menti di una generazione che hanno lavorato insieme con il precipuo scopo di costruire lo scemo piú stupido che sia mai esistito.
E se posso essere sicuro che l'intento non fosse quello, non posso fare a meno di pensare quanto simile sia la costruzione.
«Lei ha ragione, ma è uno stronzo»
(non accetto di fare sacrifici per chi è nel torto e pur sapendo di esserlo pretende di averla vinta)
Aneddoto
Anni fa, vicino casa mia fecero dei lavori, per la durata dei quali una strada a doppio senso divenne per un certo periodo a senso unico nel verso opposto a quello piú usato.
Una sera, poco dopo aver imboccato quella strada (in macchina), mi ritrovo davanti un tizio controsenso. Ci fermiamo entrambi, ed io aspetto pazientemente che il tizio metta la retromarcia per percorrere almeno i centocinquanta metri che lo separano dallo slargo piú vicino.
Il tizio ha tutt'altra idea: sfavilla abbaglianti con grande passione, invitandomi a fare io retromarcia per i meno di dieci metri fino allo slargo piú vicino a me. Io non mi muovo.
Il tizio suona il clacson, sempre piú infastidito.
Alla fine si sporge dal finestrino, e per mia grande fortuna invece di spararmi un colpo di pistola si limita a urlarmi: «LEI È UNO STRONZO. HA RAGIONE, MA È UNO STRONZO.» prima di tornare in abitacolo e farsi la dovuta retromarcia.
Io seguo da presso, passo, e lui con grande foga ripercorre il tratto per la terza volta. Non ho idea se ha incontrato altri o meno, e se lo abbiano fatto passare o meno.
Conclusioni
Se vi sembro stronzo, non vi preoccupate, lo sono, e so di esserlo.
Purtroppo so anche di aver ragione.
Dicono di me
Un nuovo spazio dedicato ai pensieri altrui sul sottoscritto
Ho deciso di cominciare a raccogliere (qui) le piú salienti espressioni che mi sono state rivolte.
«Lei ha ragione, ma è uno stronzo»
(non accetto di fare sacrifici per chi è nel torto e pur sapendo di esserlo pretende di averla vinta)
«Sei il genio piú stupido che io conosca»
(letteralmente un ossimoro?)
Non è Teodoro
Dagli anni '60 all'incidente delle Frecce Tricolori a Torino.
Da due giorni ormai sembra non si faccia altro che parlare dell'incidente di Torino in cui una delle Frecce Tricolori ha avuto un incidente da cui il pilota è riuscito a salvarsi, mentre l'aereo, precipitando, ha ucciso una bambina di cinque anni e ferito il fratello.
Sinceramente ho trovato tutti i discorsi che sono stati fatti, dall'inutilità delle Frecce all'opportunità della morte del pilota per salvare la bambina (come se la “sostituzione” fosse cosa certa) di una faciloneria la cui superficialità oscilla tra l'inutile e l'imbarazzante.
Mi limiterò quindi a segnalare che al sentire la notizia la prima cosa che mi è venuta in mente è il capitolo di Se il sole muore dove Oriana Fallaci parla dell'incidente in cui perse la vita Theodore Freeman, di cui riporto qui un estratto:
Teodoro, collaudatore di aerei: tante volte aveva atterrato coi motori in fiamme. Teodoro virò, abbassò il carrello e scese verso la pista. Ma le fiamme eran alte. Circondavano la carlinga ormai da ogni parte. Gli impedivano la visibilità. Teodoro capí che non poteva atterrare. Poteva soltanto abbandonare l'aereo, gettarsi col paracadute. Teodoro virò di nuovo, si allontanò dalla pista per scegliere un posto dove abbandonare l'aereo, gettarsi col paracadute. A terra aspettavano tutti che si gettasse. Speravano solo che non si gettasse dov'eran le case. In quel momento era sopra le case.
Le case degli astronauti. Teodoro non si gettò dov'eran le case. Non poteva vederle ma sapeva che c'erano. Si diresse verso un campo di trifoglio a circa tre miglia dalla sua casa. E cosi perse secondi preziosi. Preziosi. L'aereo scendeva, infatti, scendeva. Quando la carlinga si apri e il corpo di Teodoro schizzò, l'aereo era a trecento metri: lo capirono tutti che il paracadute non avrebbe fatto in tempo ad aprirsi. Il fatto è che Teodoro era schizzato via male: verso il basso anziché verso l'alto. Il paracadute non si aprì, Teodoro piombò a picco sul campo di trifoglio. E qui lo trovò Pete: rotto come un bicchiere.
Oriana Fallaci, Se il Sole muore, capitolo 34mo
Viaggi senza speranza
È davvero benaltrismo proporre di investire altrove i soldi impegnati per il Ponte sullo Stretto?
Sono stato a Matera per partecipare ad un convegno. Un po' per mancanza di “passione” nei confronti del convegno stesso, un po' per questioni organizzative familiari, un po' per altri motivi personali, ho limitato la mia presenza al solo giorno della mia presentazione. Di piú, ho cercato di organizzarmi in modo da poter tornare nel pomeriggio del giorno stesso della presentazione, ma senza successo.
Fino al giorno della partenza mi sono chiesto se davvero valesse la pena, fortemente tentato di mandare tutto a quel paese e non presentarmi. Alla fine sono andato, e sono anche stato soddisfatto (contatti interessanti con prospettive di future collaborazioni che potrebbero rivitalizzare aspetti del mio lavoro di ricerca che al momento languono), ma non è di questo che voglio parlare oggi.
Ciò di cui voglio parlare è invece il viaggio. Matera è un posto notoriamente difficile da raggiungere —forse la città piú irraggiungibile d'Italia. Nel mio caso, la scelta piú “conveniente” (per opportune metriche) avrebbe potuto essere un volo CataniaBari (e ritorno) in combinazione con navette/bus/treni (?) da Bari a Matera.
Tra i problemi legati al recente incendio all'Aeroporto di Catania, il mancato coordinamento tra navette e voli per un eventuale ritorno nel pomeriggio, la mancanza di voli per il ritorno il giorno dopo e quant'altro, alla fine ho deciso di percorrere una strada piú lunga (letteralmente), ma “sicura”: il viaggio in autobus.
Da quel che sono riuscito a trovare, l'unica compagnia che offre un collegamento tra Catania e Matera in autobus è FlixBus —e non è nemmeno un collegamento diretto (d'altronde, chi mai dovrebbe voler andare da Catania a Matera?), ma con un cambio a Salerno, portando la durata complessiva del viaggio da (circa) 11 a (circa) 14 ore —in ciascuna delle due direzioni.
Quattordici. Ore.
All'andata sono partito da Catania intorno alle 9:20 per arrivare a Matera intorno alle 23:30, al ritorno sono partito da Matera intorno alle 7:30 per arrivare a Catania intorno alle 21:20.
Quattordici. Ore.
Di questo tempo, quello effettivamente impegnato per attraversare lo Stretto di Messina, considerando imbarco, traghettamento e sbarco, è stato di circa 45 minuti all'andata (c'era un po' di fila) e sí e no una mezz'oretta al ritorno (non c'era nessuno).
Vogliamo essere generosi? Facciamo finta che non ci fosse proprio stato lo Stretto, e ignoriamo le 3 ore di cambio a Salerno: avrei cosí risparmiato un'intera ora su 11. Il 9.(09)%. Con il fantomatico Ponte la differenza sarebbe stata ancor meno significativa: ricordiamo che il suddetto progetto abbatterà sí i tempi di attraversamento (i 3660 metri del Ponte in sé a 100 km/h si potranno coprire in poco piú di 2 minuti), ma non essendo costruito dove si traghetta adesso, prevede anche circa 20 km complessivi di collegamento (mettendo insieme le predelle ambo i lati), con quali sono piú realistici tempi complessivi tra i 15 ed i 30 minuti (infatti si parla di un dimezzamento dei tempi medi di attraversamento dello Stretto, stimati tra i 40 ed i 60 minuti).
Piú realisticamente, quindi, il Ponte mi avrebbe fatto risparmiare alla meglio mezz'ora delle 14 consumate in viaggio. Meno del 3.6% del tempo. Sinceramente, tenendo conto che all'andata la tratta Catania–Salerno ha portato quasi un'ora di ritardo (meno male che per il cambio avevo 3 ore!), direi che l'eventuale risparmio di tempo dovuto al Ponte rientrerebbe negli errori di misura.
Sappiamo che il Ponte serve soprattutto ad alimentare certa mafia imprenditoriale e tutta la rete di corruttele ed interessi “edili” che affliggono l'Italia da non meno di 50 anni, per non parlare dell'ego di chi potrebbe arrogarsi il “merito” di questa “opera monumentale” in progettazione da quasi due secoli.
Quello che rimane in dubbio è se ve ne possa trarre un'utilità il pubblico, le persone (e le merci) che ogni anno attraversano lo Stretto, e se tali beneficî non siano meglio raggiungibili per altre vie (dentro e fuor di metafora): ricordiamo infatti che i fondi previsti (e non ancora impegnati) per il progetto viaggiano ormai sui 15 miliardi di euro, che vanno a sommarsi alle centinaia di milioni già spesi (e che tutti sappiamo andranno a crescere negli anni: pronti per le varianti in corso d'opera?).
Non è per i pendolari Messina–Reggio Calabria, che non risparmierebbero tempo per via della necessità di uscire da Messina per poterlo attraversare. Non è per le medie ed ancor meno lunghe percorrenze, sulle quali i viaggiatori risparmierebbero briciole di tempo. Non è per le merci, quando l'UE stessa enumera come limiti alla compliance del famoso “Corridoio Scandinavo-Mediterraneo” in Italia (link PDF):
- tratti ferroviari con velocità inferiori a 100 km/h al Brennero, tra Napoli e Foggia, ed in Sicilia tra Catania e Fiumetorto;
- tratti ferroviari con carichi massimi inferiori a 22.5 tonnellate per asse nelle tratte Roma–Napoli, Napoli–Foggia, Messina–Catania, Catania–Palermo ed alcuni tratti tra Roma e Firenze;
- tratti ferroviari supplementari mancanti tra Catania e Palermo;
- limiti sulle lunghezze dei treni merci al Brennero e nel Sud Italia;
(per tacere dei problemi fuori dall'Italia; e, curiosità, è totalmente assente ogni menzione del Ponte).
E allora, per l'ennesima volta, perché non spendere quei 15 miliardi per il raddoppio dei binari e per il rafforzamento ed ampliamento della rete (auto)stradale?
Ricordiamo che in Sicilia (e la situazione in Calabria è meglio solo su alcune tratte) ancora ~1150 km su ~1370 km di ferrovia sono ancora a binario semplice (per giunta non sempre elettrificata). Non parliamo poi di quanti tratti d'autostrada sono spesso tali che le condizioni del manto stradale o del tracciato prima ancora che i limiti di legge ne riducono la velocità di percorrenza, e questo quando per lavori non ci si riduce a singole corsie per senso di marcia, o peggio ad interruzioni con deviazioni fuori dall'autostrada stessa.
È vero, ci sono difficoltà oggettive (orografiche, direi) ad irrobustire le reti stradali, autostradali e ferroviarie del Centro e del Sud Italia (isole incluse) che rendono piú costosi e meno proficui gli investimenti in tal senso rispetto alla piatta monotonia della Pianura Padana (e non sto nemmeno a parlare degli aspetti, diciamo cosí, “socioeconomici” e “famigliari”): ma restano comunque problemi inferiori all'attraversare d'un balzo una faglia le cui scosse sismiche hanno raso al suolo città, E non è nemmeno un problema di (sotto)utilizzo, perché non è certo disinvestendo nelle infrastrutture che ne si incentiva l'uso.
Volete tagliare del 10%, 20%, anche 30% i tempi di percorrenza dei tragitti che attraversano lo Stretto? Migliorate la viabilità stradale e ferroviaria. Il resto è solo una presa in giro.
(A proposito di prese in giro: il wifi che FlixBus promette sui proprî autobus è pure questo un ottimo candidato. Ho passato a bordo qualcosa come 22 ore, e ci fosse stato un minuto uno in cui avesse funzionato …)
Schema per la soluzione di ogni problema
Schema per la soluzione di ogni problema, fatto a mano dal sottoscritto
L'ho fatto di nuovo: ho trovato l'ennesimo schemino su Internet, ed ho deciso di ricrearlo a mano, in SVG. Si tratta stavolta del famoso e scherzoso “schema per la soluzione di ogni problema”, un diagramma di flusso nello spirito della massima anglosassone “if it ain't broken, don't fix it”, arricchito dell'immancabile tendenza umana allo scaricabarile.
Non tanto diaria
Sui perché e percome degli aggiornamenti del Wok
Sono mesi ormai che sporadicamente mi si ripresenta il pensiero del mancato aggiornamento della sezione diaria di questo mio Wok. Le altre sezioni (soprattutto, non sorprendentemente, Tecnologia, ma anche, piú sorprendentemente, gli sfoghi “artistico-creativi” in Ars e Oppure) hanno per fortuna continuato a ricevere la mia attenzione, seppure comunque in maniera incostante. (Questo stesso articolo, in realtà, potrebbe avere piú senso tra le riflessioni a cui ho dedicato un'intera sezione, se non fosse “personale” come lo sto pensando.)
(Perché “per fortuna”? Perché mantenere vivo e attivo questo spazio serve a me stesso in primis come àncora, il segno —da me stesso per me stesso— della possibilità di (r)esistere con qualcosa di interamente mio e sotto il mio controllo, e che tale sarebbe anche se non fosse pubblicamente accessibile: Uno dei tanti motivi per cui il Wok esiste prima sul mio laptop personale, e poi sul mio serverino domestico.)
Il motivo per cui il mancato aggiornamento della rubrica Diaria non mi soddisfa è il suo frutto (anche) di quella pericolosa transizione degli spazi virtuali che sacrifica la resilienza sull'altare della comodità: non ho fatto un'analisi rigorosa dei cambiamenti nel mio uso del Wok, ma il mio sospetto è che questi siano andati di pari passo con il mio utilizzo di Twitter prima e di Mastodon ora.
E non ci sono dubbi che il problema nasca in parte proprio dalla “rusticità” di certe mie scelte —in primis quella di usare ikiwiki senza abilitare la parte dinamica, cosa che rende piú accessible l'approccio che nell'ambiente indieweb è noto come PESOS al preferibile POSSE —se effettivamente i contenuti pubblicati sui vari social network finiscono con il trovare la propria strada qui: cosa che faccio sporadicamente (un esempio, un altro esempio), ma che potrei fare con maggiore frequenza, soprattutto (tema di questo articolo) per questa rubrica.
Se la minor immediatezza nel pubblicare sul Wok è certamente uno dei motivi (e forse il principale)
per la sporadicità degli aggiornamenti (soprattutto quelli che dovrebbero essere giornalieri o quasi), non è certamente l'unico.
Ho avuto modo di scrivere in passato
(ironicamente su Mastodon, e senza riportare qui il threadhabemus)
come il successo del (Twitter, Mastodon)
sia dovuto alla maggiore appetibilità delle “microdosi”, anche quando poi il contenuto complessivo raggiunge lunghezze “da blog tradizionale”:
il fatto di poter leggere (e scrivere!) un frammento alla volta toglie molta della pressione legata ai contenuti che si manifestano subito come “lunghi”.
C'è peraltro un altro vantaggio che nasce dalla struttura “sequenza di frammenti” che nasce dal microblogging, una funzionalità naturale, “emergente”, che ho sempre desiderato fin dai primi tempi della mia scoperta del blog come concetto: la maggiore granularità dei commenti. La possibilità di poter indirizzare un commento non all'intero articolo, ma ad un suo frammento particolare (un capoverso, una frase) è qualcosa che ho sempre desiderato (e la sua assenza uno dei —tanti— motivi per cui il Wok non supporta commenti).
In assenza di qualcosa di simile per il Wok (al momento? mi piacerebbe implementare qualcosa di simile, ed ho anche qualche idea sul come, ma dubito arriverò mai a farlo), ed in congiunzione con lo stimolo della microdose, ben venga quindi il PESOS, almeno come stimolo alla scrittura, ma cerchiamo di andare oltre le buone intenzioni, oltre il PE, al SOS: perché le buone intenzioni ci sono tutte, incluso l'archivio (grazie GDPR!) di Twitter —completo e definitivo, poiché non uso piú la piattaforma, né dovreste voi— e quello (parziale, poiché ho intenzione di continuare usarlo) del mio account principale su Mastodon.
Quello che rimane da fare è la (periodica?) trasposizione dei contenuti “da lí a qui”. Per l'archivio da Twitter il lavoro sarà semplificato dal Twitter Archive Parser (grazie Tim Hutton!) con il quale ho già convertito il tutto in formato Markdown e HTML. Per Mastodon la cosa sarà piú complicata, a meno che non riesca a trovare (o a scrivere) uno strumento simile.
(Ma la verità è che quello che manca piú di tutto è il tempo —o per essere piú onesti la forza di volontà: dopo tutto, non sono Oblomov per niente.)
La maestosa Etna
Il prossimo che parla di maestosità lo invito a spalare 1cm di maestosa cenere su 300m² di terrazza.
Ogni volta che l'Etna si risveglia e le foto della sua attività (fontane di lava, colonne di cenere con riflessi dal rosa all'arancione) fanno il giro dei social, c'è gente che si spertica in lodi per lo splendore di queste immagini, la “maestosità” dell'evento, della natura, del vulcano.
È gente che non ha mai avuto a che fare con i postumi dell'evento: tutta la cenere che viene espulsa nell'atmosfera prima o poi torna giú (e per fortuna, visto che quando non succede è anche peggio). E torna giú sui campi, in strada, sulle macchine, sulle case. Ed a seconda dei campi, delle strade, delle macchine, (dei tetti) delle case, il fastidio che crea può essere niente, poco, o molto.
Nei casi piú gravi, si può tranquillamente parlare di danni, come i vetri delle macchine sfondati in quel di Zafferana dagli sfoghi del mese scorso, con cenere piuttosto grossolana (e quindi anche piú pesante).
Ma anche chi non subisce direttamente danni (piú o meno gravi), si ritrova quanto meno a dover gestire le quantità non indifferenti di cenere che possono venir giú a coprire strade, balconi, cortili, terrazze: e se la cenere ha i suoi vantaggi “agricoli” (dà terreno ricco, fertile), rimane un immenso fastidio. Trovarsi a spazzare, se non addirittirua a spalare, è inevitabile, dopo questi sfoghi etnei: e bisogna pure sbrigarsi, nella stagione delle piogge, per evitare che l'acqua trasformi la cenere in fango ed otturi le grondaie.
Ed altrettando ovviamente, in periodi di vivace attività, andare a spalar via la cenere un giorno significa rischiare di dover tornare tre giorni dopo, quando l'Etna avrà regalato un nuovo contributo.
Quindi abbiate la pietà di ponderare le parole, nell'esprimere la vostra meraviglia davanti a quelle foto, o vi ritrovere un invito a venire a spalar cenere su 300m² di terrazza: anche un solo centimetro di spessore sono 3m³ (tremila litri) di cenere, che con la densità della genere significa facilmente 5 tonnellate (e passa) di materiale.
I mostri di Minecraft
Chi è il vero mostro? Di Minecraft, creeper, fiabe e capri rochi.
Oggi mio figlio commenta, a proposito dei creeper di Minecraft: «non sono veramente dei mostri, è solo che si spaventano quando ti vedono».
(Per chi non avesse dimestichezza con il videogioco, i creeper sono uno dei principali “avversari” in Minecraft, e sono caratterizzati dalla loro tendenza ad esplodere quando in prossimità del giocatore.)
Al di là della discutibile accuratezza dell'osservazione (i creeper sono in realtà piuttosto aggressivi, correndo attivamente verso il giocatore quando lo vedono), ho trovato affascinante che già a sette anni mio figlio fosse in grado di dare questo tipo di interpretazioni dei dati (per quanto inesatti) a sua disposizione. Non siamo ancora all'homo homini lupus, ma siamo sulla buona strada: la natura che si protegge contro la minaccia umana.
Mi viene inevitabile domandarmi quanto sia una questione “educativa” (ce lo stiamo crescendo bene), e quanto semplicemente indole naturale, una certa capacità di inversione nell'interpretazione dei ruoli: non necessariamente il protagonista è il buono, non necessariamente chi vince ha ragione, non necessariamente l'aggressore è il colpevole. Anche se, sinceramente, questa sua capacità rasenta a volte livelli da psicopatia: stiamo parlando, dopo tutto, del bambino che a 3 anni con le Duplo costruiva i ponti con le trappole per far sí che l'Orco riuscisse finalmente a catturare e a mangiarsi i Tre Capri Rochi.
Le quattro stagioni venete di Vivaldi
«So che “L'autunno” è una musica allegra perché c'è la bestemmia, il vino, …»
Mio figlio chiede di ascoltare “L'inverno” dalle Quattro Stagioni di Vivaldi, mentre mette a posto la stanza, perché ormai è quasi inverno. Propongo allora di ascoltare prima “L'aututnno”, visto che siamo in autunno. Concorda. E aggiunge:
«So che “L'autunno” è una musica allegra perché c'è la bestemmia, il vino, …»
Deformazione professionale
Fredde reazioni calcolate all'alluvione nella Sardegna settentrionale
Racconta Donald Ervin Knuth che da quando si è immerso nello studio della tipografia (per arrivare a produrre quei programmi che avrebbero rivoluzionato l'editoria scientifica, il TeX e il MetaFont) la sua attenzione ai dettagli tipografici ha raggiunto un livello tale da ridurre la sua capacità di lettura: la forma dei caratteri, la loro disposizione catturavano il suo interesse distraendolo dal messaggio che quelle lettere avrebbero dovuto convogliare:
The downside is that I’m too sensitive to things now. I can’t go to a restaurant and order food because I keep looking at the fonts on the menu. Five minutes later I realize that it’s also talking about food. If I had never thought about computer typesetting, I might have had a happier life in some ways.
Il lato negativo è che sono troppo sensibile a queste cose ora. Non possono andare al ristorante e ordinare cibo, perché continuo a guardare ai tipi di caratter del menu. Cinque minuti dopo mi accorgo che sta anche parlando di cibo. Se non avessi mai pensato alla tipografia informatica, avrei potuto avere una vita migliore, in qualche mod.
Questo tipo di meccanismo, che manifesta quella che potremmo dire una deformazione professionale (benché, tecnicamente, la professione di Knuth non fosse quella del tipografo), è diffusa e inevitabile: piaccia o meno, la nostra professione (se svolta con la dovuta competenza) influenza la nostra prospettiva, ed anche quando il nostro intento sarebbe di rilassarci, distrarci dalla stessa, questa nuova prospettiva continuerà ad influenzare il modo in cui vediamo il mondo, ed i pensieri e le domande che ci poniamo davanti a ciò a cui assistiamo.
È per questo, sospetto, che davanti alle immagini del disastro idrogeoogico che ha colpito Bitti in questi giorni il mio primo pensiero è stato: chissà se il nostro codice potrebbe simulare questo tipo di fenomeno. La perplessità è (certamente) “fredda e insesibile”, manca di emozione e coinvolgimento per il destino delle persone colpite dal disastro, ma non per questo sorprendente (e non voglio dire, anche se non voglio nemmeno negarlo, che la mancanza di sorpresa sia da collegare ad una mia mancanza di empatia nei confronti delle vittime).
Dopo tutto, uno dei cardini della mia professione è proprio la modellazione di flussi geofisici e la stima della loro pericolosità e corrispondente rischio: e benché il mio interesse primario al momento rimangono le colate di lava, il grande sogno della mia vita è quella di arrivare ad un codice numerico che possa affrontare con ugual capacità, accuratezza (e se possibile velocità di esecuzione) ogni tipologia di flusso, per tutte le applicazioni possibili. In questo, alluvioni, frane e colate di fango sono non meno importanti (come obiettivo modellistico) delle colate di lava e degli tsunami.
Ed a quanto possiamo vedere, ogni nuovo autuno ed ogni nuova primavera, l'interesse non dovrebbe essere puramente accademico: la possibilità di modellare questi fenonemi è essenziale per ottimizare pianificazione territoriale ed eventuali interventi di mitigazione sulle situazioni esistenti.
Verrebbe da chiedersi «perché non si fa, allora?», ma la vera domanda —che dovrebbe essere ormai stata brillantemente dimostrata dai comportamenti dei singoli come della collettività durante questa pandemia— dovrebbe essere piuttosto: se anche venisse fatto, cosa cambierà poi nella gestione delle cose?
E la triste risposta a questa domanda è: nulla. Perché al di là degli interessi di una (purtroppo ristretta) cerchia di studiosi, ricercatori e quella (anche qui, purtroppo piccola) parte della popolazione che ha la preveggenza di riflettere e ragionare sull'importanza di questo tipo di studî, di ricerche, e delle loro ricadute “sociali”, alla stragrande maggioranza delle persone —dal piú individualista dei privati con la loro casetta costruita in zona ad alto rischio al piú alto esponente governativo, passando per tutti i livelli del pubblico e del privato— non interessa nulla di quello che “potrebbe succedere” —salvo poi correre a pianger miseria quando le evitabilissime (con la dovuta pianificazione) ma disastrose conseguenze arrivano a colpire.
Il piccolo preferisce risparmiare piuttosto che investire sulla messa in sicurezza, il grande preferisce le opportunità di speculazione offerte dalla ricostruzione (ricordiamo l'esuberanza per il sisma in Abruzzo nel 2009), e chi dovrebbe custodire e sorvegliare preferisce evitare le responsabilità etico-morali dell'intervento a priori1 e fare poi il generoso con le elargizioni del caso a posteriori.
Alla fin fine, chiedersi se il proprio codice sarebbe in grado di simulare il fenomeno forse non è nemmeno la peggiore reazione possibile davanti al video del disastro. Per lo meno è orientato nella direzione giusta.
supponiamo sia in corso un'eruzione, e che si possa prevedere con una certa accuratezza quali aree verranno invase e l'eventuale danno che questo possa arrecare; supponiamo altresí che si possa pianificare un intervento (barriere, distruzione degli argini etc) che permetta di deviare il flusso verso un'area diversa, con danno complessivo inferiore; il dilemma etico viene dal fatto che mentre il danno causato dalla colata senza intervento umano non ha responsabili, nel secondo caso la responsabilità del danno arrecato dopo la deviazione cade su chi intraprende l'azione mitigatrice. ↩
Multibase Dienes
Diciamocelo, i blochi multibase / Dienes sono solo costruzioni camuffate da sistema educativo per la matematica. O viceversa.
Diciamocelo, i blochi multibase “Dienes” sono solo costruzioni camuffate da sistema educativo per la matematica. O viceversa.
Sono un nostalgico. Una delle cose che ho sempre vissuto male del passare del tempo e del mutare delle cose è stata l'unicità (anche solo generazionale) delle mie esperienze, il fatto che i miei figli non avrebbero potuto conoscere le stesse persone, vedere gli stessi posti, vivere le stesse esperienze: non perché sia mai stata mia intenzione “costringerli” a ripetere la mia vita, quanto perché mi sembrava che poter loro offire “almeno questo” fosse, in qualche senso, un “minimo insindacabile”. Ed il fatto che le persone invecchiano, i luoghi cambiano (e quasi sempre in peggio), e che certi momenti storici (nel bene e nel male) sono (almeno nell'arco della nostra vita cosciente1) unici mi ha sempre creato una certa angoscia. I miei figli non conosceranno certe persone, non potranno esperire certi luoghi, certi contesti, all'apice del loro splendore. (Ne avranno alti, i loro, mi auguro; ma perché non anche quelli di cui ho potuto godere io?)
Sono un nostalgico, dicevo. Quando e dove possibile, cerco di dare ai miei figli almeno quello che ho avuto io (a volte, purtroppo, nel male come nel bene). E (vista anche la loro età, al momento) questo si manifesta spesso nella ricerca per i giochi ed i giocattoli della mia infanzia, come le costruzioni INCAS della GiavToys (è stata una grande gioia per me scoprire che li fabbricano ancora). Mia madre mi ha sorpreso qualche Natale fo ripescando dai meandri di chissà dove quel che rimane delle mie vecchie INCAS: ho pianto come un vitello2 per tutto il pomeriggio.
Sono un nostalgico, per l'appunto, e per qualche motivo mi sono venuti in mente recentemente quelli che ero sicuro fossero blocchi appartenenti ad uno dei tanti giochi didattici con cui mi hanno cresciuto i miei genitori: blocchi, “fette” e “aste” di varie dimensioni, con ben visibili suddivisioni a cubetti.
È stato sorprendentemente difficile trovare il nome di questi “giocattoli educativi”: multibase. Poi a complicare la ricerca ci si sono messe la polisemia del termine, ed il suo uso come nome di alcune compagnie in Regno Unito ed India. Ed infine, il fatto che la mia memoria di aste e basi di varie dimensioni si scontrava con la preponderanza delle confezioni limitate alla base 10: perché, allora, chiamarli multibase?
Alla fine ho trovato su Borgione (e dove se no?) una confezione non troppo dissimile da quella della mia memoria. Oggi finalmente è arrivata; non è quella della mia memoria, i blocchi sono meno rifiniti di quelli della mia memoria, ed i pezzi multipli (aste, basi e blocchi che siano) hanno suddivisioni tracciate con il colore e non incise come in quelli della memoria. Ma sono comunque loro, e sono stato ben contento di poterci tornare a giocare con i miei figli.
Giocare? Sí, giocare. È vero, la loro funzione dovrebbe essere diversa (imparare le quattro operazioni; chiave di ricerca utile, per chi fosse interessato, è BAM: Blocchi Aritmetici Multibase, per aiutare nella disambiguazione; il metodo è anche noto come metodo Dienes, dal matematico che l'ha sviluppato, partendo dall'idea delle perle colorate delle potenze del metodo Montessori.) Ma chi può resistere alla tentazione di usarle come costruzioni?
ricordiamo le riflessioni sulla ciclicità del tempo nel
film pornoromanzo filosofico L'insostenibile leggerezza dell'essere. ↩
L'invidia del pattino (Men don't skate)
Sull'inusitata difficoltà del trovare pattini classici da strada per uomo
Qualche mese fa mia moglie ha procurato dei pattini in linea per bambini piccoli (della Chicco, per intenderci), di seconda mano. La cosa ha suscitato un certo interesse in entrambi i nostri bambini, portando persino a qualche conflitto sul loro utilizzo.
Ho deciso cosí di ripescare da chissà dove1 i pattini (classici, quad) su cui ho imparato a pattinare io da piccolo: classici pattini senza scarpa, regolabili, semplici nei colori (tutto nero, tranne una tacca gialla sulla fibbia) e senza pretese.
Tutto questo darsi da fare per introdurre i miei figli al pattinaggio mi ha sinceramente fatto venire voglia di riprendere a pattinare anch'io, ed in attesa di procurarmi un paio di pattini piú adatti alle mie nuove misure (di piede e di peso) sono persino riuscito a provare (non senza qualche difficoltà) i miei vecchi pattini: nonostante la misura troppo piccola (massimo credo arrivino a 41/42, io prendo facilmente un 43/44) sono riuscito a barcamenarmi senza troppe difficoltà (e nemmeno una caduta): sembrerebbe che pattinare sia come andare in bici, una volta imparato non si scorda mai.
È partita a questo punto la ricerca per un paio di pattini adatti alla mia persona, ed è qui venuta la sconvolgente scoperta: il pattinaggio maschile adulto “non esiste”.
O piuttosto, non è che non esista, quanto sembra essere migrato sostanzialmente sui pattini in linea, i rollerblade (la povera compagnia non è riuscita ad evitare, almeno da noi, la generalizzazione del nome, come è stato per lo scotch, pardon, il nastro adesivo): perché non piú i pattini classici?
(Peraltro io avevo anche un paio di rollerblade (forse addirittura nel senso della marca), ma non sono piú riuscito a ritrovarli2.)
Voglio dire: non mi sembra di avere chissà quali pretese: un paio di pattini classici da strada, “quad”, di colori “tranquilli” (niente di sgargiante o fosforescente), e della misura giusta. Diamine, mi accontenterei persino di quelli regolabili, senza scarpa, purché arrivino al 44.
Ed invece no: si trovano facilmente pattini per bambini, si trovano relativamente facilmente pattini femminili da pattinaggio artistico (orrendi colori sgargianti, spesso con tacchetto (!)), si trovano pattini per Roller Derby, ma generalmente con taglie ridotte (fino al 42); altrimenti, solo rollerblade (pardon, pattini in linea). Si trovano con un po' piú di facilità pattini professionisti (spesso orientati specificamente a questo o quello sport), ma con fasce di prezzo che partono dal triplo dei pattini amatoriali: sinceramente, per andare ogni tanto a tener compagnia ai miei figli, il prezzo diventa esagerato.
(In tutto questo ho scoperto alcune cose interessanti, come per esempio il succitato Roller Derby, nato come sport unisex (se non prevalentemente maschile), con picco di fama intorno tra gli anni 60 e70, e poi caduto nel dimenticatoio fino alla sua rinascita come sport prevalentemente femminile all'inizio del nuovo millennio.)
Rimane però il problema di dove trovare pattini adatti a me: nei negozi non si trovano, ed online sono riuscito a trovare solo due pezzi, con la scelta tra ruote di colori sgargianti o scarpe di dubbio gusto estetico. E sinceramente l'idea di comprare un paio di scarpe (perché a parte le ruote, di questo si tratta) senza provarle non mi fa impazzire; anche perché non dovessero andar bene, non c'è molto con cui cambiarle.
(Ma perché non i rollerblade? Perché il nuovo basolato del mio cortile ha scanalature piuttosto larghe, e sono abbastanza sicuro che le ruote dei pattini in riga vi rimarrebbero incastrati.)
E quindi mi trovo cosí, nel dubbio sul cosa fare, perché sono un uomo adulto e quindi, a quanto pare, fuori mercato: gli uomini non pattinano.
Minetest e(`) le droghe
Se lo conosci lo eviti, se lo conosci non ci fai catturare. Ma per conoscerlo devi giocarci.
γνῶθι σαυτόνconosci te stessoMassima delfica
Mi conosco abbastanza bene da sapere che ci sono cose che per me è meglio evitare, perché hanno la tendenza a catturarmi piú del dovuto. Come un alcolista sa (almeno razionalmente) che per lui è meglio stare lontano da vino, birra e liquori, per non rischiare di perdere (nuovamente e drammaticamente) il controllo, cosí io so di dover star lontano (anche se meno drammaticamente) da certi videogiochi.
Minetest è uno di questi.
Minetest rientra nella categoria dei “voxel games”, videogiochi ambientati in un mondo costruito da blocchi con cui il giocatore può interagire scavando, distruggendo e costruendo, genere che ha come capostipite Infiniminer, e come esponente piú famoso Minecraft.
Minetest non nasce come videogioco a sé stante, ma come motore su cui costruire giochi, anche se offre anche un videogioco (MTG: Minetest The Game) come esempio delle proprie funzionalità. Caratteristica fondamentale di Minetest è quindi l'estensibilità: è relativamente semplice costruire moduli supplementari con cui aggiungere tipi di blocchi, nuovi oggetti da costruire, o piú in generale modificare specifici aspetti del motore e dei giochi su di esso costruiti.
Già il meccanismo di base è particolarmente affascinante, per chi ha interesse per queste cose: con la possibilità di alterare profondamente il mondo circostante, e di costruire in piena fantasia e libertà, il gioco (anche il piú semplice MTG) cattura l'attenzione di chi ha passione per le costruzioni. Se a questo si aggiunge la possibilità di andare oltre i limiti esistenti anche dal punto di vista informatico, non è difficile capire come si possa cadere in un pozzo senza fondo di distrazione dalla realtà.
Per questo lo evito. O quanto meno ho cercato, a lungo, di evitarlo, pur avendo in passato persino contribuito al suo sviluppo.
Il problema, come sempre, sono i figli. Mio figlio va a scuola, ed i suoi compagni giocano a Minecraft.
Ho fatto il possibile per ritardare, mantenere sull'astratto la discussione, ma alla fine era inevitabile che succedesse. Gli ho fatto vedere Minetest, abbiamo anche avviato una partita (a cui per ora lui e la sorellina assistono solo da spettatori, benché io sia ben cosciente che presto vorranno avere una partecipazione piú attiva).
Ed ora ci sono regole ferree sulle condizioni alle quali si può fare una mezz'oretta di Minetest: tutti i compiti finiti, tutti i lavori di casa finiti, già pronti per andare a letto etc. Condizioni che —non dovranno mai saperlo— sono piú per loro che per me. Perché diciamocelo chiaro: per me ci potremmo passare le giornate, a giocare a Minetest. Insieme, persino. Ma so che non è una cosa che farebbe bene a loro, né a me.
E quindi le regole.
Ed io, lo confesso, non sempre le seguo, per me stesso, soprattutto quelle sulla durata: mi sono fatto un altro mondo su cui sperimentare per conto mio, un mondo a cui mi costringo a giocare solo quando non ho altri impegni, solo la sera, quando si è ormai a letto per dormire. Ma è cosí che ho ripreso ad andare a dormire dopo l'una. E non va bene.
Insegnate a giocare a Go
Ho insegnato le regole del Go a mio figlio quando aveva non piú di quattro anni. Provammo anche a fare una partita all'epoca, senza particolare successo. Qualche giorno fa, settenne, è venuto lui a propormi di giocare. Abbiamo fatto una partita completa (senza handicap, e s'è visto, ma nessuno si aspettava da meno), ed è stata un'ottima occasione per illustrare sul campo alcuni aspetti fondamentali del gioco che dalle regole discendono.
Insegnate a giocare a Go alla vostra discendenza: le regole sono estremamente semplici, di immediata comprensione e memorizzazione, eppure nascondono una straordinaria complessità strategica e tattica —complessità che rimane però estremamente accessibile anche alle menti piú giovani.
Disastri domestici in rima #1
«Dov'è il pantano?» «Tra la porta e il divano.»
«Dov'è il pantano?»
«Tra la porta e il divano.»
† UNICODE 2020 †
Sano complottismo tipografico per un'annata tutta speciale
Dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 una delle piú … sorprendenti teorie complottiste che emersero fu quella che riguardava Wingdings, un tipo di carattere “simbolico” sviluppato dalla Microsoft nel 1990.
Il principale problema della bufala del Wingdings è che la sequenza di caratteri necessari per rappresentare “simbolicamente” l'aereo e le torri gemelle non aveva in realtà nessun nesso con i voli coinvolti nell'attentato.
Gli inizi alquanto burrascosi di questo anno (2020) ci portano invece a del materiale molto piú genuino.
Ricordiamo che il 2020 è cominciado con la coda degli incendi in Australia, seguita da pesanti alluvioni sul medesimo continente, per passare poi, ciliegina sulla torta, alla pandemia da coronavirus, che promette (minaccia?) di ottenere quello che non fu ottenuto né dalla precedente SARS né dall'intermedia suina.
Che cosa rende il tutto particolarmente affascinante, e perché è rilevante la bufala del Wingdings? Perché il carattere Unicode U+2020 è l'obelisco, il carattere tipografico a forma di croce: †
† 2020 †
Ovviamente anche questa volta dobbiamo imbrogliare un po': i caratteri Unicode sono indicizzati in esadecimale, quindi U+2020 è in realtà l'8224mo (decimale). Per contro, il 2020mo sarebbe U+07E4: ߤ, descritto nello standard come NKO LETTER HA (se non lo sapevate, scoprite cosí l'esistenza dell'Alfabeto N'Ko).
Ma per fare del sano complottosimo, questa piccola forzatura mi sembra il minimo (d'altra parte, sarebbe stato troppo semplice altrimenti, e quindi meno credibile).
Verità verticali nascoste
Mio figlio sfoglia un libro che gli abbiamo regalato di recente (argomento: gli oceani), ed una pagina esibisce un bel titolo scritto in stampatello maiuscolo, in verticale.
E chiede: «ma c'è scritto FATTOIDI o IDIOTTAF?»
Come nel caso precedente, ho trovato la cosa estremamente ilare. Ma soprattutto, sono rimasto sorpreso dalle “verità nascoste” che questa lettura bifronte rivela.
Fattoide, infatti, che nel senso comune spesso vuole essere usato per indicare una piccola nozione, indica in realtà un'informazione data per buona, ma in realtà non verificata (e che, sottoposta a verifica, si rivelerà falsa piú spesso che non).
Ed in questo senso, che nella lettura bifronte del suo plurale si trovi un idiota, ed anzi piú specificamente un idiot-a(s)-f(uck), è estremamente appropriato.
Amare in costume
Mio figlio ormai legge. Sulla testiera del letto di sua zia c'è un adesivo: «Amare è un diritto umano».
Chiede: «Perché?»
La zia risponde: «Perché no?»
E lui imperturbabile: «Ma metti che uno non sa nuotare, allora a mare non si diverte.»
(Risate.)
A suscitare ilarità, a prima botta, è ovviamente il fraintendimento tra «amare» e «a mare». Ma a mente piú fredda mi dispiace non aver insistito a chiarire un aspetto: anche se dovesse non piacerti il mare perché non sai nuotare dovresti avere il diritto di frequentarlo.
Diana 11
Parliamo di scioglilingua, ne propongo qualcuno a mio figlio, dai piú brevi («Tigri contro tigri») a qualcuno piú verboso («Apelle figlio d'Apollo fece una palla di pelle di pollo. Tutti i pesci vennero a galla per vedere la palla di pelle di pollo fatta Apelle figlio d'Apollo») (che forse è piú una filastrocca che uno scioglilingua).
Perplessità del bambino sulla seconda. Gli dico che Apollo era il dio greco del Sole. Lui nel frattempo si è ricordato dell'Apollo 11. Ho un momento di confusione sulle mitologie greche e latine, mia moglie ricorda che Apollo è l'equivalente romano dell'Helios greco, e Diana di Selene, la dea della Luna1.
Mio figlio decide quindi che la missione spaziale doveva chiamarsi Diana 11, visto che sono arrivati sulla luna, e non sul sole.
ma è cosí? Helios dovrebbe avere come equivalente Sol, che non sempre è identificato con Apollo, e Selene come equivalente Luna, che non sempre è identificata con Diana. Apollo era invero una divinità greca, importanta nel pantheon latino per mancanza di un equivalente locale, laddove Artemide (la dea cacciatrice gemella di Apollo nel mito greco) aveva effettivamente un corrispondente in Diana. Certo che tra diverse personificazioni degli stessi elementi (la Luna ne ha almeno tre: Artemide/Diana, Selene/Luna, Ecate) e sincretismi c'è da uscirne scemi … ↩
Il ladro
Una persona cammina un centinaio di passi davanti a me. Infila una mano in tasca. La tira fuori. Cade qualcosa a terra, forse un foglio. Mentre mi avvicino, vedo piú distintamente, sembra una banconota. La persona si soffia il naso, io raggingo la banconota: è proprio una banconota. La raccolgo, accelero il passo per poter raggiungere la persona e restituirle i soldi.
La persona davanti a me attraversa la strada, lascia cadere a terra il fazzoletto con cui si è appena soffiata il naso.
C'ho ripensato.
Piccoli ingegneri crescono/1
Mio figlio ha sempre voluto fare l'ingegnere. Anche il pompiere (anzi il capo dei pompieri), ma soprattutto l'ingegnere.
Già a tre anni aveva avuto un'idea brillante: un grosso bottone rosso che quando c'è un'eruzione lo premi e la lava torna dentro il vulcano. Periodicamente, quando l'Etna è irrequieta (come ad esempio quando sono dovuto scendere al lavoro la vigilia di Natale del 2018) gli ricordo che sto aspettando con gran desiderio questa sua invenzione.
Mio figlio adesso ha sei anni. Accompagnandolo a scuola abbiamo visto il pennacchio sui crateri centrali, e gli ho detto che era un peccato che non ci fosse il bottone rosso. Si è messo a ridere, perché è impossibile un bottone del genere: i crateri sono troppo lontani dall'INGV, dovrebbe essere un bottone lunghissimo. La soluzione per rimettere la lava nel vulcano è una squadra di robot.
Successo stredditoso
Non posso dire che questo sito riceva grandi visite. Nel quotidiano, saranno una manciata, nemmeno una decina. Quando pubblico qualcosa di nuovo generalmente si arriva intorno alla ventina, giusto nel giorno della pubblicazione o in quello immediatamente successivo, generalmente da chi mi segue via feed o via FriendFeed.
Le uniche volte in cui le visite hanno superato il centinaio è stato quando ho condiviso qualcosa su reddit, come la mia prima recensione sul Transformer Infinity o l'articolo sull'Elian script. In tutto questo il mio articolo su Open Street Map è un po' un'eccezione, essendo forse il mio unico articolo “di successo” non pubblicizato da me, ma da altri.
Poi ho condiviso questa breve raccolta di visualizzazioni della serie geometrica di ragione 1/2 su /r/math. È andata bene.
Bene, per intenderci, significa sull'ordine delle due, tremila visite al giorno, per un paio di giorni. Avevo trovato già emozionante i picchi da un centinaio di visite in precedenza, ma vedere completamente sparire il grafico storico delle visite, schiacciato da un ulteriore ordine di grandezza, è stata decisamente un'altra esperienza. Mi è persino venuto il sospetto che la mia misera linea domestica potesse avere problemi a servire le pagine (anzi, la pagina, sostanzialmente) al ritmo richiesto.
Benché non tutti abbiano gradito (dopo tutto, è visualizzazione, non matematica), l'articolo è comunque piaciuto, e non sono mancati suggerimenti su possibili miglioramenti, che non mancherò di apportare alla prossima passata di tempo libero. (L'articolo sembra abbia persino raggiunto Facebook, anche se vai a capire come si faccia a risalire a chi l'ha ivi condiviso.)
Non posso non dire di essere abbastanza fiero del risultato (e voglio dire, con quello che mi è costato codificare a mano le figure e le animazioni … son soddifazioni). È stato un successone, almeno tra il pubblico a cui era mirato.
E qui viene da pensare.
Non scrivo, in genere, “per gli altri”. Scrivo per soddisfare una personale esigenza espressiva, benché non manchi, ovviamente, l'intento pubblico, la presunta esistenza di uno o piú lettori: lettori che, però, non mi vado (generalmente) a cercare, lettori che mi aspetto arrivino a me, di propria iniziativa o guidati dalle loro ricerche (dalle quali, d'altronde, non avendo mai speso tempo piú di tanto per la famosa (o infame) SEO, non è che mi possa mai aspettato chissà che risultati).
L'articolo sulla visualizzazione della serie geometrica, in questo senso, è un po' un'anomalia, nato precipuamente per essere condiviso su /r/math, come d'altra parte quello sull'Elian script era nato per essere condiviso su /r/elian; il secondo ha avuto a suo tempo un discreto successo, ma nulla di confrontabile con quest'ultima valanga di accessi.
La spiegazione è semplice: la comunità di /r/math è ben piú vasta di quella di /r/elian, e con l'accoglienza positiva del contributo, le migliaia di accessi erano inevitabili. Ed il pensiero è allora: vi sono casi in cui scrivere per altri può portare a risultati eccezionali.
Ma cosa significa in realtà “scrivere per altri”? E quanto è significativa l'“eccezionalità” in questi risultati?
Ripassino di educazione civica
A quanto pare, la moda propagandistica del momento è quella del «governo illegittimo perché non eletto (o scelto) dal popolo». La moda a me dà molto fastidio perché è fondata (e ha lo scopo di diffondere) un concetto errato e inapplicabile allo statuto politico della Repubblica Italiana, ovvero che a legittimare il governo sia il popolo.
Falso.
Il popolo italiano non ha mai eletto un governo che sia uno nella storia d'Italia. Non l'ha eletto prima della seconda guerra mondiale, quando la scelta del governo era prerogativa del re, ma non l'ha mai eletto nemmeno dopo la seconda guerra mondiale, perché la repubblica italiana è una repubblica parlamentare.
Il popolo elegge i proprî rappresentati in parlamento, non al governo. Il governo viene formato dal presidente del Consiglio dei Ministri, che viene nominato dal Presidente della Repubblica. La nomina viene fatta dopo consultazioni con i presidenti delle Camere e le forze politiche (elette in parlamento), perché il governo dovrà poi presentarsi in parlamento e chiedere la fiducia: fiducia che il parlamento (e per suo tramite, almeno teoricamente, il popolo) potrà quindi sceglie se accordare (legittimando quindi il governo) o meno.
Reitero: il governo non viene scelto dal popolo, non secondo la nostra attuale Costituzione. Un governo è legittimo nella misura in cui ha la fiducia del parlamento, non nella misura in cui viene eletto dal popolo, per il semplice fatto che la cosa non avviene.
Il popolo elegge il parlamento, il parlamento dà (o non dà) la fiducia al governo, governo proposto dal presidente del Consiglio dei Ministri, presidente nominato dal Presidente della Repubblica.
La lezioncina di educazione civica potrebbe finire qui, se non fosse che, vista la paurosa risonanza con cui si batte la grancassa del «governo illegittimo» (nonostante abbia la fiducia del parlamento), sarebbe il caso di fermarsi un attimo e guardare bene a chi, e perché, propaganda questa idea, fondata (e che aiuta a diffondere) l'idea che il governo sia eletto dal popolo.
E si scopre subito che a farlo sono (stupore! o anche no) coloro che hanno costruito la propria fortuna politica sul culto della personalità, e che pertanto hanno un fortissimo interesse a ridisegnare la concezione che gli italiani possano avere dell'ordinamento giuridico e politico della Repubblica, preparando il terreno ad una riforma che accentui il potere del governo a discapito di quello del parlamento.
Sono quelli che hanno ridotto il potere della democrazia rappresentativa eliminando il voto di preferenza. Sono quelli che hanno ridotto il potere della democrazia rappresentativa optando per un maggioritario sempre piú maggioritario. Ma sono anche quelli che vogliono ridurre il numero dei parlamentari. Sono quelli che vogliono eliminare il bicameralismo perfetto. Sono quelli che vogliono istituire il vincolo di mandato.
Sono quelli che gridano all'(inesistente) attentato alla democrazia per distrarre ‘il popolo’ dall'attentato alla democrazia che stanno preparando loro.
Compresse
Creare una nuova sezione nel wok è sempre un problema, non tanto tecnico quanto lessicale; trovare un buon nome per la sezione, anche quando il suo scopo è chiaro e ben definito, richiede lunghe riflessioni, ponderazioni, scarti e ritorni: il nome deve essere sintetico, incisivo, possibilmente originale e/o nascondere dietro un gioco di parole. Alla scelta del titolo si aggiunge poi anche la breve che lo accompagna come sottotitolo nella pagina di indice.
Stavolta mi sono trovato a cercare un nome adeguato per una sezione che raccogliesse quelle pensate geniali (e pertanto chissà quando veritiere) che ti folgorano per strada o che, dopo lunghe riflessioni, riescono a sintetizzare un lungo e tortuoso pensiero; quelle brevi, insomma, che nella storia della letteratura e della filosofia sono state variamente chiamate aforismi, massime, minime e chi piú ne ha piú ne metta.
La scelta è infine caduta su Compresse, termine che infine riesce a indicarne la natura non meno peggio di altri favoriti piú comuni.
Se la necessità di creare la sezione è stata motivata dall'intuizione di una proporzione, l'occasione non è mancata per fare un po' di archeologia, al mio solito. In questo caso, l'operazione di recupero è stata rivolta alle brevi per le quali avevo optato di appoggiarmi all'ormai defunto Filosofando (per il quale non fornirò un collegamento, essendo il sito originale ormai perso), e l'operazione di salvataggio è stata possibile (solo?) grazie alla disponbilità del sito sull'eccelso Internet Archive.
Se non altro, l'esperienza mi ha confermato l'importanza del ‘proprio’ sito, della possibilità di farne quanto meno una copia integrale ogni volta che necessario, e sull'opportunità di non dipendere, in questo, da nessun altro che sé stessi.
Altro che Cloud.
Tempismo/1
A quanto pare ho scritto questo articolo appena in tempo: nemmeno due giorni dopo, è uscita la nuova versione dell'applicativo di Google Maps per Android, che tra le nuove salienti caratteristiche ha quella di aver rimossa la funzione per la gestione delle mappe non in linea —come se mancassero motivi per cercare un'alternativa (come OpenStreetMap).
(Poi uno dice che ha sempre ragione.)
Leggere senza capire/1
Che cosa dice dell'intelligenza delle persone il fatto che ci sia gente che linka ai miei appunti di logica argomentativa per sostenere che da premesse false si può giungere solo a conclusioni false?
Dico, il primo paragrafo di quegli appunti serve proprio a sottolineare che la falsità delle premesse non implica la falsità delle conclusioni. Seguono a ruota, sempre in quegli appunti, esempi di come da premesse false si possa giungere a conclusioni vere, con ragionamenti logici corretti. E la gente porta quella pagina a supporto della (erronea) tesi opposta.
Voglio dire, già mostri poca intelligenza a sostenere che da falsità si possano dedurre solo falsità; ma per giunta per dimostrarlo porti ad una pagina che sostiene il contrario?
(Chissà se anche questo capita per qualche forma perversa di confirmation bias, o se è solo indice della cretinaggine della gente.)
Ma minaccia o promette?
Il 10 marzo 2013, intorno alle 20:15, Beppe Grillo ha pubblicato su Twitter queste parole:
Qualora ci fosse un voto di fiducia dei gruppi parlamentari del #M5S a chi ha distrutto l'Italia, serenamente, mi ritirerò dalla politica
Come sempre quando un personaggio di potere se ne esce con una frase del genere, la prima domanda che viene in mente è: ma è una minaccia o una promessa? (Ricordiamo a tal proposito una tavola del Girighiz di Enzo Lunari del lontano 1982.)
Nel caso di Grillo, vi sono però altri interessanti fattori (lessicali e non solo) che meriterebbero di essere analizzati.
Essere in politica
Per potersi ritirare dalla politica, Grillo dovrebbe prima entrarci, in politica. Ma cosa significa ‘essere in politica’? Dopo tutto, ci sono vari modi di partecipare alla vita politica di una società, che vanno dall'ignorare completamente tutto e tutti all'impegnarsi personalmente nelle attività decisionali in cui sono coinvolte le nostre comunità, a qualunque livello (dal quartiere allo Stato e oltre), passando per una serie di gradazioni intermedie più o meno attive, quali il semplice discutere di politica (o, se vogliamo, fare ‘filosofia politica’) o l'organizzare movimenti.
Uno che parla di politica è in politica? Uno che spinge altri ad occuparsi di politica è in politica? Il leader di un movimento presente nel panorama elettorale è in politica, anche se non si presenta mai personalmente per alcun ruolo attivo?
Ed infine, uno che è in politica è un politico?
Grillo finora ha potuto giocare serenamente sull'ambiguità della questione, coagulando attorno a sé un Movimento che ha riscosso un discreto successo trovando il supporto di circa un quarto della popolazione elettorale, ma non si è mai impegnato personalmente in alcun ruolo attivo, preferendo fare il burattinaio —pardon, il portavoce— del suddetto Movimento, per il quale non fa altro che insistere con sospetta tenacia su quello che lo differenzia (in teoria) dalle altre figure politiche: non è un partito, non ha uno statuto (ha un ‘non statuto’), non è fatto da politici, e lui personalmente non è il leader, il capo, il dittatore assoluto, ma soltanto ‘il portavoce’.
Ma è davvero così?
Ruoli e strategie
È quasi comico vedere gente che va a scavare nel vicinato di Grillo per cercare di metterlo in cattiva luce; è comico perché basterebbe una semplice analisi della sua persona, del suo ruolo (e di quello di Casaleggio) all'interno del Movimento, e delle idee che il Movimento stesso starebbe portando avanti, nonché del come.
Ovviamente, una tale analisi non avrebbe nessun effetto sui grillini, per i quali tutto ciò che non è un osanna del Grillo è solo propaganda della vecchia politica, menzogne buttate in pasto agli stupidi per fare sfigurare l'essere perfettissimo che li guida. Poco importa che siano vere o meno.
Mi piacerebbe parlare in dettaglio della cosa (come ho fatto già a proposito di Berlusconi), ma in questo contesto mi limiterò a parlare del problema dei ruoli, anzi —per brevità— del ruolo.
Il portavoce
Grillo sostiene di essere soltanto il portavoce del Movimento 5 Stelle, di esserne il megafono. In effetti di più, sostiene di dover essere l'unico portavoce, da cui la sua versione dell'“editto Bulgaro” per cui nessun (altro) rappresentate del M5S può parlare in televisione in nome del M5S.
Qual è il ruolo di un portavoce? Il portavoce è colui che rende pubbliche le decisioni, le opinioni, la volontà di ciò che rappresenta. Non prende decisioni di propria iniziativa, non esprime le proprie idee. Possiamo essere d'accordo con Grillo su quanto lui sostiene circa il suo ruolo nel M5S? (Alternative: è il portavoce di qualcun altro, ed il M5S è solo un paravento; oppure ancora il suo ruolo ha una portata molto più vasta di quella di semplice portavoce, ed il suo insistere su quel termine fa parte di una strategia di ridefinizione della lingua.)
La risposta alla domanda sul ruolo di Grillo non può prescindere da qualche osservazione sulla natura del Movimento 5 Stelle, e sui (presunti e reali) meccanismi decisionali in uso al suo interno.
Sappiamo ad esempio che il Movimento si è raccolto attorno alla persona ed alla figura di Grillo, e quindi alle sue idee —o a quelle di chi per lui (leggi Casaleggio). In questo senso, quando Grillo esprime(va) le sue idee esprime(va) implicitamente anche quelle del Movimento stesso.
Sappiamo anche che all'interno del Movimento ci sono (o ci sono state) voci ‘dissidenti’, e che questi elementi hanno una certa tendenza a venire espulsi o ad andarsene spontaneamente, disincantati dalla discrepanza tra le promesse della natura del M5S e la sua realtà interna. Finché a rimanere nel Movimento saranno solo (o preponderantemente) i fanatici del Grillo-pensiero, Grillo potrà continuare a dire —a buon titolo— di essere il portavoce del Movimento anche quando non esprime altro che le proprie idee —o quelle di chi per lui (leggi Casaleggio).
Per inciso, tra i fuoriusciti (espulsi o delusi) del M5S non mancano quelli che hanno criticato la mancanza di vera democrazia interna, nonostante il tanto sbandierato “uno vale uno”, nonostante la tanto sbandierata trasparenza: mancherebbe a tutt'oggi la famosa piattaforma che dovrebbe permettere a tutti gli iscritti del M5S (da almeno due anni) di partecipare attivamente alla democrazia interna, le decisioni importanti riguardanti il M5S e la direzione che dovrebbe prendere continuano ad essere prese da una cerchia molto ristretta di persone (Grillo, Casaleggio & co.), spesso a porte chiuse (anche per gli iscritti al M5S).
Per finire, sappiamo che lo stesso nome e simbolo del M5S sono marchi registrati di Beppe Grillo. Dovremmo scrivere MoVimento 5 Stelle®, mi sa.
Queste osservazioni hanno una moltitudine di interessanti implicazioni.
Ad esempio, sembrerebbe che Grillo sia portavoce del MoVimento 5 Stelle® solo nella misura in cui il MoVimento stesso è dominato dai fanatici del Grillo-pensiero; in altre parole, Grillo è portavoce di sé stesso e di chi per lui (leggi Casaleggio), ed il MoVimento non ha un'anima propria, ma esiste in quanto ‘appoggio di massa’ al Grillo-pensiero.
In quest'ottica, ha senso che Grillo possa voler uscire di scena nel momento in cui il MoVimento dovesse arrivare ad esprimere in pratica un pensiero diverso dal suo. Qualunque portavoce probabilmente si troverebbe in difficoltà ad annunciare proposte, atti che sono in contrasto con le proprie scelte.
Ma la minaccia di Grillo ha una portata molto più ampia: dovesse uscire dalla politica, il MoVimento si troverebbe probabilmente a dover cambiare nome e simbolo, registrati da Grillo stesso (e dubito che Grillo darebbe loro permesso di usare ancora il suo simbolo, decaduta la natura di ‘appoggio di massa’ al suo pensiero.)
Conclusioni
Vi sarebbe molto altro da dire sui ruoli all'interno del M5S, ma per amor di brevità e pertinenza al tema concluderò qui. Come ho già detto altrove, il MoVimento 5 Stelle si trova in questo periodo in una fase interessante (per chi guarda da fuori) quanto importante (per chi vi sta dentro): l'opportunità di dimostrare di essere un vero MoVimento con delle proprie idee, maturo e pronto a portare avanti le proprie istanze ogni volta che ne abbia la possibilità, piuttosto che semplicemente un'accozzaglia di fanatici pronti a seguire il loro Non Leader senza curarsi di come il suo pensiero cambi opportunisticamente con le situazioni (l'ultima, di cui qui non ho ancora parlato: articolo 67 sì quando Fini sega Berlusconi, articolo 67 no quando i suoi possono segare lui).
In questo contesto, la minaccia/
Ci sarebbe quasi da sperare che lo prendano in parola e lo mettano alla prova. Non sarebbe male poter finalmente parlare del MoVimento e delle sue idee senza doversi preoccupare di come Grillo le stia cavalcando per sé —o per chi per lui (leggi Casaleggio).
Il Movimento 5 Stelle alla prova del fuoco
Il risultato più interessante delle elezioni politiche di qualche giorno fa non è, in sé e per sé, lo strepitoso successo del Movimento 5 Stelle (che abbiamo già visto), quanto piuttosto quello (ancora tutto da vedere) del come il Movimento riuscirà a gestire questo proprio successo.
In questo momento, il Movimento (specificamente nelle persone dei suoi rappresentanti in Parlamento) si trova davanti ad una scelta ‘semplice’ (la più semplice di tutte, una scelta binaria: dare o non dare la fiducia al governo che potrebbe emergere dall'attuale situazione di stallo), eppure piuttosto impegnativa.
La cosa più interessante emersa finora è che il Movimento non è una informe massa di uniforme pensiero, cosa che depone sicuramente a favore della salute (nonché della sanità) del Movimento. Vi sono, in particolare, quelli favorevoli alla, diciamo così, ‘apertura’ nei confronti di Bersani e della sua coalizione, e quelli assolutamente contrari.
Non dare
Il primo e più importante esponente della posizione del ‘non dare’ è Beppe Grillo stesso, in questo articolo (nei commenti al quale trova spazio e voce anche la corrente opposta).
Nello specifico articolo, come già osservato da molti in Rete, la cosa più grottesta e quasi contraddittoria è questa affermazione che il M5S non darà la fiducia al governo, ma voterà a favore di eventuali leggi che seguano il manifesto del M5S stesso. La cosa non è grottesta tanto per il fatto di non essere un do ut des, ma un semplice “dammi dammi dammi”, quanto perché sembra ignorare due cose molto importanti.
La prima è che senza un appoggio, anche solo esterno, al governo Bersani, tale governo semplicemente non ci sarebbe, a meno di un'alleanza di Bersani con il centrodestra, suicidio politico (come ho già detto) del PD.
(Verrebbe quasi da pensare che questa ostruzione verso il PD sia intenzionale proprio per spingere il PD al suicidio, cosa in cui Grillo spera ardentemente, per poter ottenere alle prossime elezioni una vittoria schiacciante. In altre parole, sembra una scelta più per gli interessi di Grillo (e di chi per lui, vedi Casaleggio) che per quelli di chiunque altro.)
La seconda cosa su cui quell'articolo di Grillo sorvola bellamente è che leggi non le fa il governo, ma il Parlamento. E qualunque forza politica presente in Parlamento può proporre le leggi in questione. In altre parole, il M5S in Parlamento non ha motivo di aspettare che ‘Bersani’ proponga leggi che perseguano gli obiettivi del manifesto del Movimento: i rappresentati in Parlamento del M5S potrebbero (anzi, oserei dire dovrebbero) prendersi carico loro stessi di proporre tali leggi.
Sembrerebbe quindi quasi, dall'esposizione di Grillo, che il M5S non dovrebbe partecipare attivamente alla politica del Paese, ma sempicemente come ‘osservatore esterno’, senza responsabilità dirette, e con l'unica funzione di appoggiare o ostacolare iniziative di altri, a seconda della loro affinità con il manifesto del Movimento. Su questo apparente atteggiamento tornerò più avanti.
È importante notare che l'opposizione alla fiducia ad un governo Bersani non è posizione solo di Grillo (Casaleggio ed il loro echelon): la stessa posizione è tenuta anche da una larga fetta di aderenti al Movimento stesso, tra cui si distinguono, se vogliamo così, due “estremi”.
Grillini
Da un lato abbiamo i fanatici grillini, membri del Movimento totalmente incapaci di iniziativa personale, pronti ad accettare ogni e qualsiasi direttiva venga dall'alto (da Grillo & co.), a difendere ogni loro posizione, nonché a cambiare posizione con lo stesso entusiasmo non appena la posizione “dall'alto” cambi anch'essa.
Sono questi gli affezionati belluini che invadono i blog che osano dire alcunché ‘contro’ Grillo, a difesa del loro eroe (manifestando peraltro nel frattempo scarsa comprensione del testo, scarso controllo della lingua italiana e spesso una crassa ignoranza delle cose di cui si parla, come ad esempio gli aspetti più elementari della logica, o i meccanismi tecnici della politica). Sono facilmente riconoscibili grazie alla loro incapacità ad andare poco più oltre degli slogan gridati da Grillo.
Delusi
All'altro estremo, ma sempre dalla stessa parte, troviamo invece i ‘delusi’, i transfughi, coloro che hanno votato il M5S per ‘protesta’, per punire la loro usuale “parte politica” (più spesso il PD che il PDL, ma comunque a noi qui interessano solo quelli che hanno voluto punire il PD, appunto).
Sono persone a cui di Grillo in sé e per sé non importa molto, se non per il fatto che abbia organizzato una “nuova” alternativa, qualcosa che ha permesso loro di non astenersi, senza comunque votare nessuna delle due altre maggiori forze politiche, e che magari credono nello “svecchiamento” della politica.
Ma sopattutto, appunto, hanno voluto punire (il PD), per averli traditi negli ultimi venti anni, e sono anzi rimasti delusi dal fatto che a seguirli in questa loro spedizioni ‘punitiva’ siano stati in “così pochi”.
Ovviamente, la punizione non è stata sufficiente, se la coalizione di Bersani è comunque riuscita ad arrivare ad una maggioranza relativa (e quindi assoluta, grazie al premio) alla Camera.
Per costoro, un appoggio del M5S ad un governo Bersani sarebbe un tradimento della fiducia che hanno voluto dare all'alternativa: il loro obiettivo è la punizione del PD, e finché il PD non sarà sufficientemente punito (ad esempio sparendo dalla faccia della politica italiana) non bisogna demordere.
Dare
Ma veniamo ora all'altra parte del Movimento, quella che invece ritene che un appoggio esterno ad un governo Bersani sia una cosa da prendere in considerazione.
A giudicare dai commenti al suddetto articolo di Beppe Grillo, è gente che ha vissuto con entusiasmo il successo del M5S e proprio in considerazione di questo successo ritiene che sia opportuno rimboccarsi le maniche e cominciare a ‘sporcarsi’ le mani con la politica vera.
Le osservazioni fatte nei commenti sono a volte sorprendentemente banali, dove la sorpresa non è nella loro banalità, ma che nonostante la loro banalità debbano essere fatte per correggere il vaffanculismo grillino, come ad esempio sul fatto che prima di parlare delle votazioni sulle singole leggi occorre dare la fiducia, e che non dare la fiducia significa forzare il PD a cercare un appoggio nel PDL.
Certo sarebbe interessante vedere quanti di quei commenti vengano da appartenenti al Movimento e quanti siano invece esterni al Movimento stesso (tra coloro che si dichiarano ve ne sono da un lato come dall'altro). È comunque un dato importante che non solo quei commenti non siano stati censurati (cosa al quale Grillo non è purtroppo estraneo), ma sono anche i più votati. Possiamo leggere anche questo come un buon segno per la salute (e la sanità) del Movimento.
La prova del fuoco
In questi giorni, in sostanza, il Movimento dimostrerà se è vero quanto dicono le malelingue (o “la propaganda mediatica della vecchia politica”), oppure no. Ricordiamo che la suddetta “propaganda mediatica” punta a mostrare il Movimento come una semplice estensione ‘di massa’ del volere politico di Grillo (e Casaleggio), incapace di prendere decisioni indipendenti, incapace di affrontare qualunque tema senza attendere (e seguire) le direttive dall'alto, nonostante il tambureggiare su democrazia, una testa un voto e compagnia bella.
Ad appoggiare questa tesi, la suddetta “propaganda” del “vecchio sistema” porta documentati esempi di scarsa trasparenza nell'apparato decisionale, “editti bulgari” su chi può apparire in televisione, quando e di cosa può e non può parlare, testimonianze di gente che ha avuto esperienza all'interno del Movimento per poi preferire scapparsene, quando non ne è stata direttamente espulsa per mancata adesione al Grillo-pensiero.
Tutto questo, dicevamo, è una semplificata sintesi di quello che “propaganda” del “vecchio sistema” dice. Queste affermazioni sono ovviamente bollate, dai sostenitorei del Movimento, come falsità (anche quando ben documentate) diffuse con l'unico scopo di sminuire la dirompente forza rivoluzionaria del Movimento: il Sistema ha ‘paura’ di Grillo e —non potendo ignorarlo— si difende diffamandolo. Questa la tesi grillina.
Grillini vs Movimento 5 Stelle
Forse nessun momento come quello attuale sarà indicativo più di ogni altro della vera natura del M5S: è semplicemente una massa di grillini incapaci di esprimere altro che il Grillo-pensiero, o è effettivamente un Movimento democratico, capace di agire anche contro il Grillo-pensiero, pur riconoscendo in Grillo un capace e meritevole catalizzatore?
Per inciso, la risposta a questa domanda sarà non banale, in quanto intervengono almeno due strati nelle decisioni che prenderà il Movimento: uno, che potremmo definire ‘di base’, è quello del dibattito all'interno del Movimento stesso per giungere alla decisione finale sul dare o non dare l'appoggio esterno (o con partecipazione diretta) ad un governo Bersani; l'altro è quella dell'azione dei suoi rappresentanti.
Peraltro, mentre una decisione finale a favore della fiducia al governo Bersani indicherebbe con ben poche possibilità di dubbio la capacità del Movimento di agire indipendentemente dal Grillo-pensiero, non è detto, viceversa, che una decisione finale contro la fiducia al governo indichi una posizione del Movimento succube al Grillo-pensiero: dopo tutto, se una posizione contraria a quella di Grillo ne è evidentemente indipendente, una posizione che corrisponda alla sua potrebbe ugualente esserlo (indipendente).
Nella valutazione delle future azioni del Movimento sarebbe quindi utile sapere non solo quanti sono d'accordo Grillo, ma anche perché lo siano: quanta è gente che è sempre stata d'accordo con lui, cambiando come una banderuola al vento seguendo la mutevolezza del Grillo-pensiero, difendendolo anche nelle sue contraddizioni, e quanta è gente che è anche stata capace di prendere le distanze da certi aspetti contraddittori del Grillo-pensiero, e che però su questa posizione si trova d'accordo con lui?
La ‘stratificazione’ dei livelli decisionali del Movimento è importante per capire secondo quali criteri agiranno i suoi esponenti in Parlamento: si limiteranno a seguire le direttive di Grillo, o attenderanno una consultazione (democratica) dell'intera base del Movimento? Nel secono caso, come verrà presa la decisione? Si voterà sul dare o non dare la fiducia, ed i rappresentanti in Parlamento voteranno compatti seguendo la scelta della maggioranza della loro base? O, in un certo senso più democraticamente, esprimeranno al loro interno la molteplicità di opinioni interna al movimento (ad esempio, se il 60% degli iscritti al M5S deciderà per dare la fiducia, il 60% dei rappresentanti in Parlamento voterà la fiducia)?
Ed infine, se vi sarà effettivamente la consultazione, chi vi potrà partecipare, e chi verificherà il corretto espletamento della votazione?
Atteggiamenti
Vorrei infine spendere due parole su una questione che è legata al dilemma «Siamo uomini o grillini?» che il Movimento si trova ad affrontare in questi giorni, una questione che è quella dell'atteggiamento di Grillo e del Movimento.
Nei commenti al già citato articolo in cui Grillo propone (o impone) che il M5S non dia la fiducia ad un governo Bersani, alcuni tra i commenti più votati rimproverano a Grillo un comportamento ipocrita e da “primadonna”: dopo anni di insulti di ogni tipo buttati a tutte le parti politiche, infatti, l'articolo sembra scritto come se Grillo si fosse personalmente offeso per i presunti insulti di Bersani, e come se fosse questo il motivo per non dare appoggio al governo Bersani.
Personalmente, non mi trovo d'accordo con questa accusa di ipocrisia rivolta a Grillo, pur trovando generalmente il suo atteggiamento puerile e superficiale. Nello specifico, non condivido l'accuasa di ipocrisia perché, se è vero che Grillo ha praticamente costruito l'intero proprio personaggio politico sull'insulto —con una certa continuità con la propria precedente figura di comico— è anche vero che Grillo non ha poi porto la mano a nessuno degli insultati.
D'altronde, è invece incontestabile il protagonismo di Grillo in quell'articolo. Il Movimento dovrebbe forse non dialogare con chi accusa Grillo? Ad una conclusione del genere si può giungere solo se si ritiene che il Movimento sia semplicemente un'estensione del Grillo-pensiero; altrimenti, le critiche mosse a Grillo non sono necessariamente critiche mosse al Movimento, e possono semmai essere un incentivo a rimarcare questa indipendenza. Ma non sorprende che questa differenza tra Grillo e il Movimento sia qualcosa che Grillo stesso cerchi in tutti i modi di offuscare e far dimenticare.
Ma ben più grave del protagnismo di Grillo è, a mio parere, il tipo di atteggiamento politico che trapela nelle ultime righe dell'articolo, e sono lieto di vedere che anche in questo caso tra i commenti all'articolo vi siano critiche in tal senso.
Come già detto sopra, infatti, dall'articolo di Grillo trapela un atteggiamento sostanzialmente passivo nei confronti della politica. E no, non è adducibile come scusa il fatto che in un eventuale governo Bersani il M5S è solo una delle forze d'opposizione.
Una forza politica che ha davvero a cuore l'interesse del Paese piuttosto che una propria manìa di protagnismo non può avere un atteggiamento così passivo in alcuna circostanza. Deve, invece, cercare di assumere un ruolo attivo in ogni occasione che gli venga presentata.
Ogni singola forza politica presente in Parlamento può attivamente proporre. È evidente che una forza politica di maggioranza avrà la strada spianata sia per la calendarizzazione, sia nelle possibilità di vedere approvate le proprie proposte, ma questa non può essere una scusa per non provare nemmeno.
Questa, dopo tutto, è proprio la differenza tra una forza politica che ha interesse a cambiare il Paese, ed una che ha invece come unico obiettivo quello di vincere le elezioni per un egoistico primeggiare.
(E per inciso, queste considerazioni prescindono dal particolare attuale equilibrio in Parlamento: se anche la coalizione di Bersani avesse avuto la maggioranza anche al Senato, e non avesse quindi avuto bisogno di aprire al M5S, le considerazioni si applicherebbero tali e quali.)
Il mio timore (se così si può definire) è che i rappresentanti parlamentari del M5S possano non avere, diciamo, la spina dorsale o il coraggio necessari per proporre attivamente nuove leggi nell'ambito del manifesto del M5S, a prescindere da quanto l'ambiente in cui si troveranno a muoversi sia loro (s)favorevole; purtroppo, l'atteggiamento più passivo suggerito delle parole di Grillo non li aiuta certamente in questo senso.
Mi auguro però sinceramente (per loro in primis, e per tutto il Movimento) che nonostante la loro ingenuità ed inesperienza i parlamentari del M5S si sappiano comunque fare carico della responsabilità che comporta il (tentare di) portare avanti le istanze del Movimento stesso. È questa, dopo tutto, la migliore occasione che hanno per dimostrare la serietà dell'impegno del Movimento, oltre le belle parole.
Pensieri sparsi sulle politiche 2013
Seguiamo la moda del momento e parliamo delle politiche di febbraio 2013 (non è detto, dopo tutto, che quest'anno siano le ultime). Parliamone a caldo, prima che le grandi decisioni siano prese. Scrivere un articolo serio, argomentato e tutto servirebbe solo a far andare avanti le cose prima che l'articolo stesso sia finito.
(No, niente, non ce la faccio, devo scrivere sempre e comunque troppa roba, come si fanno a buttare lì semplici appunti senza nemmeno un briciolo di considerazioni? È già due ore che scrivo ed ancora ne avrei …)
I risultati
C'è gente che si sorprende del fatto che Berlusconi (con l'appoggio della Lega) riesca ancora a prendere il 30% circa dei voti, come se la memoria corta degli italiani e le capacità mediatiche di Berlusconi fossero una sorpresa. A mio parere gli è anzi andata peggio di come gli poteva andare.
C'è gente che si sorprende del fatto che Grillo riesca già a prendere il 25% circa dei voti, come se l'entusiasmo per il nuovo che promette di essere diverso e mandar via il vecchio sia una novità. (Ricordiamo a tal proposito i risultati di Berlusconi nel 1994, sempre per la suddetta questione della memoria storica.) Il fatto che il suo Movimento abbia anche solide basi qualunquiste, populiste e (non tanto cripto)fascistoidi aiuta anche a far presa, soprattutto tra i giovani. (Ma un'analisi più dettagliata del M5S sarà rimandata ad altra sede.)
Da un punto di vista puramente numerico, la maggioranza relativa dei votanti ha optato per la coalizione che appoggia Bersani (32% a senato, contro il 31% per Berlusconi e il 24% per Grillo, con risultati alla camera che danno un 30% a Bersani, 29% a Berlusconi e 26% a Grillo).
Ovviamente, a queste (risicatissime) maggioranze numeriche nazionali non corrisponde una identica distribuzione dei seggi, grazie all'intervento dei premi di maggioranza in entrambe le Camere, e della natura regionale delle ripartizioni al Senato. Il risultato effettivo è che nessuna delle tre maggiori forze politiche ha i numeri per formare un governo (stabile) da sola.
A complicare la faccenda interviene la scadenza a maggio del mandato del Presidente della Repubblica: Napolitano non ha quindi la possibilità di sciogliere le Camere ed indire nuove elezioni, strategia che si sarebbe potuta altrimenti attuare nel caso in cui le suddette forze politiche non siano in grado di accordarsi su un governo; in tal caso, l'Italia rimarrebbe senza governo fino ad elezione del nuovo Presidente della Repubblica.
Le prospettive
L'impossibilità per una sola forza politica di appoggiare un proprio governo in Parlamento implica di necessità una qualche forma di intesa tra diverse forze politiche (da sottolineare qui è che l'intesa va cercata soprattutto perché il governo trovi l'appoggio del Senato: in teoria, la coalizione di Bersani, con 340 seggi grazie al premio di maggioranza, non dovrebbe avere problemi alla Camera).
(Nel seguito, per brevità, coagulerò la coalizione che appoggia Bersani in PD e quella che appoggia Berlusconi in PDL.)
Le possibilità che si possono prefigurare (a parte quella dello stallo fino all'elezione del nuovo Presidente della Repubblica) sono almeno tre (ricordiamo che con la maggioranza alla Camera possiamo assumere che sia il PD a ‘guidare’ la cosa):
- un governo di “unità nazionale” formato da PD e PDL (potenzialmente almeno 229 voti al Senato);
- un governo di “larghe intese” che veda associati PD e M5S (potenzialmente almeno 167 voti al Senato);
- un governo PD con l'appoggio esterno del M5S
(Escludo il caso del PD con l'appoggio esterno del PDL perché dubito sinceramente che il PDL sia disposto ad appoggiare il governo senza una fetta della torta. Nelle suddette considerazioni non è incluso Monti perché il solo suo appoggio sarebbe insufficiente.)
PD e PDL
Questa è la soluzione prevista da Grillo (“Faranno un governissimo pdmenoelle - pdelle.”). Direi piuttosto auspicata, e non dovrebbe sorprendere che sia quella su cui lui speri: la soluzione sarebbe infatti il tipo di suicidio politico (soprattutto per il PD) che darebbe al suo Movimento la spinta necessaria per sperare di vincere, da solo, le prossime elezioni.
Anche per il PDL questa sarebbe certamente la soluzione migliore, in quanto l'unica che potrebbe dare loro un ruolo attivo, non limitato a mettere i bastoni tra le ruote ad ogni iniziativa degli altri.
L'unico a perderci, con questa soluzione, sarebbe il PD. Peraltro, un governo del genere difficilmente avrebbe lunga durata: più che altro, potrebbe fungere da governo ponte fino all'elezione del nuovo Presidente della Repubblica, ed eventualmente alla proposizione di una nuova legge elettorale (anche se non può non venire il dubbio che una tale coalizione potrebbe venir fuori con una legge elettorale anche peggiore della presente).
Purtroppo, è proprio per la sua potenziale brevità che questa soluzione potrebbe allettare Bersani, nel caso in cui il M5S rifiuti ogni altra soluzione: l'unica alternativa sarebbe infatti il vuoto governativo fino a nuove elezioni, una soluzione che per horror vacui, stupidità, o insistenza di Napolitano, il PD si potrebbe trovare a scartare nonostante il vuoto governativo sia, per loro, una soluzione migliore dell'alleanza con il PDL.
PD e M5S
Più interessante, sana e produttiva sarebbe una soluzione che veda il PD con il M5S, in una delle due configurazioni possibili: con un semplice appoggio esterno, oppure direttamente coinvolti nel governo. Una soluzione del genere rischierebbe di essere utile quasi a tutti: al PD, al M5S, ma soprattutto agli italiani. Proprio per questo non mi illudo sul fatto che possa essere seriamente presa in considerazione.
Il principale ostacolo a questo tipo di soluzione viene (non stranamente) dal M5S: è una soluzione di compromesso, ed un movimento il cui leader punta al tutto per tutto, alla sostituzione della ‘vecchia politica’ con la propria, difficilmente avrebbe la saggezza di gestire la cosa, ed ancor meno di sceglierla.
Per di più, al M5S fa molto più comodo stare all'opposizione che rischiare responsabilità dirette: un equivalente nazionale del caso Pizzarotti sarebbe abbastanza disastroso. Il M5S non ha nessuna fretta di imparare sulla propria pelle che mettere in pratica le belle idee del Movimento è più problematico di quanto si possa sperare, o che gli effetti saranno meno gradevoli di quelli auspicati. Meglio lasciare che gli elettori rimangano nella loro bolla di ideali finché possibile.
(Non che io pensi che sia facile tirarli fuori dalla bolla: da quel che si vede in rete, i supporter del M5S —o quanto meno i più vocali tra loro— hanno lo stesso tipo di approccio fideistico, da tifoseria calcistica, dei sostenitori di Berlusconi, che continuano a votarlo nonostante l'esperienza degli ultimi vent'anni.)
Come ho già detto, nonostante questi (a mio parere insormontabili) ostacoli, sono dell'opinione che la soluzione che veda un appoggio del M5S al PD, o un suo coinvolgimento nel governo, sia la migliore. Non è difficile capire perché: da un lato il M5S ha effettivamente ancora quella freschezza che può aiutare il PD a ricordarsi cosa significa ‘essere di sinistra’ e, perché no, ‘essere onesti’; dall'altro il PD può insegnare al M5S che gestire un Paese è un po' più complesso che succhiare le matite, lavarsi con le biowashball e indagare sulle scie chimiche.
La seconda idea, ovvero che il PD possa insegnare qualcosa al M5S, farà ovviamente ribrezzo a larga parte degli elettori del M5S, che la vedrà come una ‘corruzione’ della loro pulizia con il marcio della vecchia politica; ma è purtroppo tristemente vero che, nelle poche effettive idee che il Movimento ha in programma, alcune sono semplicemente pericolose; non per la ‘casta’, non per la ‘politica’, non per il ‘Potere’, ma per tutti: non sono ‘rivoluzionarie’, non sono ‘sovversive’, sono semplicemente idiote, e senza un freno (che in questo caso sarebbe appunto il PD) sarebbero deleterie per ogni singolo italiano.
Purtroppo, come ho già detto, il M5S non avrebbe comunque la forza psicologica di gestire una situazione del genere: è attualmente in assetto di marcia, e sarebbe capace di silurare anche le migliori proposte semplicemente per la necessità, che sente primaria, di affondare il PD ed andare al governo.
(Sarei ben lieto mi si provasse che ho torto, ma è altresí innegabile che accettare di appoggiare il PD significa già sporcarsi le mani con il vecchio modo di fare politica: il M5S dovrà quindi scegliere tra un'integrità all'ideale e la prima ‘prova del fuoco’ nazionale. Buona fortua, e che scegliate la cosa più giusta.)
Bersani, il Partito Democratico e la sinistra
Per finire, qualche riflessione sul PD e su Bersani. È interessante notare quanti, nel PD, stiano criticando l'operato di Bersani, chiamando a gran voce per le sue dimissioni. È interessante, dicevo, ma non sorprendente: Bersani è in questo momento il capro espiatorio della propria ala politica, ed in quanto segretario del proprio partito non può non esserlo.
Si assegna in sostanza a Bersani la principale responsabilità per la mancata vittoria, o sconfitta che dir si voglia, di queste elezioni; a riprova del fallimento di Bersani si porta non solo la sua incapacità di ottenere una maggioranza stabile, ma anche il dato grezzo (8 milioni e mezzo di voti), nettamente inferiore a quelli di Veltroni (12 milioni di voti), dimenticando, a quanto pare, che nonostante i suoi 12 milioni Veltroni perse, senza alcuna ambiguità, le elezioni.
In realtà, qualunque confronto tra Veltroni e Bersani è pesantemente invalidato dalla presenza, in questa tornata, di un M5S che cavalca pesantemente lo scontento politico (non diversamente da come fece Berlusconi con la sua discesa in campo). Purtroppo, chi fa nota di questa cosa è generalmente anche chi sostiene che il PD avrebbe avuto maggiori speranze proponendosi esso stesso come ‘nuovo’, per esempio dando maggior risalto a Renzi e ai suoi ‘rottamatori’.
Sinceramente, mi permetto di dubitare fortemente che il PD avrebbe potuto fare di meglio in queste elezioni, chiunque avesse avuto a capo. È facile stare lì a trovare cose da criticare, nel messaggio, nei modi, nella qualunque, ma la verità è molto più semplice: il PD ha un bagaglio storico di errori, sconfitte ed occasioni perdute da cui non si può liberare semplicemente cambiando segretario.
Per di più, a prescindere da quanto gli errori e le occasioni perdute siano stati sinceri e da quanto siano stati intenzionali, è un dato di fatto che l'elettorato “di sinistra” è sempre stato sostanzialente nelle proporzioni che abbiamo visto anche stavolta. Piaccia o non piaccia, la sinistra senza il centro in Italia non ha mai avuto speranza di salire al governo da sola, e l'unica cosa che il PD è riuscito a dimostrare, nel 2008 con Veltroni e stavolta con Bersani, è che la strategia di fondersi con l'ala mancina della vecchia Democrazia Cristiana non è stata nemmeno una soluzione vincente, in quanto i voti guadagnati con la fusione sono stati praticamente uguali a quelli persi da chi non condividea l'idea di allargarsi così al centro (cosa che solo Veltroni con il suo ‘sogno americano’ poteva non prevedere).
Volendo usare l'ormai lisa metafora della coperta, la “sinistra” italiana è sempre stata troppo corta, perdendo a sinistra quando si sposta al centro e perdendo al centro quando si sposta a sinistra. Nel disperato tentativo di stiracchiarsi verso il centro, l'unico risultato che ha ottenuto è stato di perdere per strada pezzi sembre più sostanziosi della sinistra reale, e Renzi, in questo senso, avrebbe rappresentato semplicemente l'ennesimo allontanamento da una posizione di sinistra già molto remota; è possibile, non lo nego, che una sua candidatura al posto di Bersani avrebbe almeno parzialmente arginato l'esodo dal PD al M5S, ma è altrettanto probabile che questo arginamento sarebbe stato bilanciato da una ulteriore perdita della base esistente.
C'è qualcosa di grottesco nel vedere gente lamentars perché il PD non è più il vecchio PCI, ed allo stesso tempo sostenere che avrebbe preferito Renzi, perché almeno avrebbe vinto. Se il PD non piace perché non è abbastanza rappresentativo della sinistra, che senso ha auspicare un suo ulteriore spostamento a destra, nella speranza di una vittoria? Non è proprio questo il tipo di pensiero che ha portato il PD alla sua attuale lontananza dalla sinistra?
No, non credo proprio che il problema del PD sia Bersani. Il problema del PD è proprio l'eredità storica della sua migrazione: è grazie ad essa, ed alla proria ‘verginità politica’, che il M5S ha potuto raccogliere facilmente i consensi di giovani e delusi (peraltro, tanto da una parte quanto dall'altra).
Grillini cretini
Ho provato. Giuro, ho provato. Mi sono trattenuto, mi sono dedicato ad altro, mi sono concentrato su tutte le altre cose che avevo da scrivere. Ma oggi non ho resistito. Stamattina c'è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ed ora mi ritrovo qui a scrivere parole che ho provato in tutti i modi ad evitare di dire.
Voglio dire, in sé e per sé che ci siano grillini cretini non è una novità, ogni partito o ‘movimento’ ha i suoi elettori cretini, questa non è certa una novità ed è un banale corollario delle famose leggi della stupidità umana descritte da Cipolla.
Ora, io non ho mai avuto particolare stima degli elettori del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo ed associati, per una serie di fattori (qualunquismo, populismo, complottismo, facile retorica, atteggiamenti fascistoidi) di cui moltissimi hanno parlato e su cui io stesso, probabilmente, mi ritroverò a scrivere in altri momenti.
Ma per queste elezioni (febbraio 2013), ho la sensazione che si sia, in qualche modo, toccato il fondo. A stupirmi per la loro immensa stupidità sono due casistiche che non sono solo indice della stupefacente ignoranza degli elettori in questione, ma aprono anche i cancelli a conseguenze più gravi.
I due fattori in questione sono quello della matita e quella della foto, che vado qui a presentare per poi discuterne i problemi.
Matita elettorale
La questione della matita elettorale ha radici nel timore per i brogli elettorali e nel già citato complottismo che aleggia nel Movimento.
L'idea di base è il timore che i voti marcati con le matite (ufficialmente) copiative date ai seggi siano facilmente manipolabili, ad esempio cancellando il segno, ‘sbiancando’ quindi il voto e potenzialmente alterandolo in un voto per un altro schieramento.
La soluzione proposta è quella di umettare la mina della matita, per renderne il segno indelebile (falso, nonché potenzialmente poco igienico, benché non invalidante).
Ma c'è chi si è spinto oltre, portando al seggio penne e pennarelli indelebili con le quali marcare la scheda, rischiando così di rendere nullo il proprio voto.
Foto al voto
La seconda questione è quella delle foto del voto, una violazione del segreto elettorale con potenziali conseguenze penali.
Sarebbe interessante capire quali meccanismi psicologi abbiano portato i soggetti in questione a compiere un simile gesto, anche se si può supporre che fosse semplicemente entusiasmo, ma il sospetto non può che cadere soprattutto sulla crassa ignoranza.
Problemi elettorali
Le due ‘iniziative’ grilline qui sopra discusse hanno due problemi evidenti, entrambi connessi alla questione della segretezza del voto, questione che meriterebbe un discorso a parte, ma che nel mondo politico italiano ha radici che affondano nello strettissimo legame tra politica e criminalità organizzata.
C'è un motivo per cui in cabina non sono ammessi strumenti di registrazione, ed è lo stesso motivo per cui sulla scheda elettorale non sono ammessi altri segni che quelli specificamente richiesti dal voto (croce —e nient'altro che croce— sul segno della lista, e —prima del porcellum— eventuale voto di preferenza): il voto deve non essere riconducibile in alcun modo al votante.
Questa è infatti la prima, e più semplice forma di protezione contro il cosiddetto ‘voto di scambio’: tu mi voti e io, eletto, ti farò un favore (ma ovviamente voglio essere sicuro che tu mi abbia votato), strumento con la quale la criminalità organizzata ha tenuto (e tuttora spesso tiene) sotto controllo larghe fette delle politiche locali e nazionali. È per questo motivo che le schede elettorali con voti ‘riconoscibili’ (ad esempio, a penna piuttosto che a matita) sono considerate non valide. È per questo che fotografare il proprio voto è reato penale.
Che elettori grillini e rappresentanti del movimento, persi nel loro entusiasmo e nelle loro paranoie complottiste, non siano a conoscenza di questo risvolto, non sarebbe tanto un problema: alla fin fine, significherebbe semplicemente qualche voto in meno per il Movimento.
Provo però ad immaginarmi le scene al seggio, con gli scrutatori che si trovano davanti queste schede invalidate dal segno a penna, e cominciano a dichiararle nulla, e gli osservatori del Movimento che gridano e protestano, nonostante la causa prima del prolema sia la loro ignoranza, la loro stupidità.
Mi immagino già i blog dei grillini che gridano al complotto: «Ecco, ci escludono perché siamo la forza politica innovatrice!»
No, vi escludono perché siete cretini.
Sogno #8
Sogno che un articolo (realmente) sottomesso ad una rivista scientifica (anzi, sottomesso ad una seconda rivista scientifica, consorella più applicata di quella a cui era stato sottoposto inizialmente) è stato arbitrariamente trasformato in un ebook da mettere in vendita come materiale didattico a 3 euro (o dollari, non ricordo), per esempio per il mio corso.
Nel sogno, invece della tipica mail con i commenti dei reviewer mi arriva una mail con una nota dell'editor, anzi specificamente dell'editor della prima rivista cui l'articolo era stato sottomesso, tranne che il nome è leggermente diverso, e che in allegato alla mail c'è questa bozza della versione ebook del testo del nostro articolo, solo che nel sogno non è veramente il testo originale, ci sono un sacco di modifiche, un intero paragrafo di sole foto che nulla hanno a che vedere con il contenuto dell'articolo, ma che in qualche modo noi avevamo infilato nell'articolo, e capitoli che sono certo non siano scritti da noi, anche se qualcuno tocca temi su cui io ho fatto ricerca in passato.
Sogno che penso che devo scrivere all'editor per chiedere se non sarebbe possibile, invece, con opportune modifiche al testo, prenderlo comunque in considerazione per la pubblicazione su rivista, magari rendendo lo stile meno colloquiale (e il pensiero nel sogno va ad espressioni del tipo “dude, remember to eat your spinach” che ho riscontrato rileggendo l'introduzione.
Per fortuna anche mia moglie dorme male e ci svegliamo.
Ci piacevano i fuseaux
Tornando alla macchina dal lavoro siamo passati, io e mia moglie, sul marciapiede opposto ad un panificio la cui commessa stava sulla porta a fumare. Mia moglie l'ha guardata a lungo, perplessa, per poi chiedermi incredula se la giovane in questione fosse in mutande.
In realtà, la commessa non era in mutande, ma indossava un paio di fuseaux (attillati) di colore chiaro (rosa, probabilmente). Credo che così mia moglie abbia finalmente capito perché ai tempi del liceo i ragazzi fossero grandi fan dei fuseaux indossati dalle ragazze: era la cosa più vicina al vedere nude le nostre compagne di classe cui potessimo aspirare.
Un cassonetto pieno di libri
Domenica, giorno di grandi pulizie. Dopo un viaggio ai cassonetti (200m in salita e ritorno) per l'indifferenziato, mi incarico delle montagne di carta che si sono accumulate in casa nostra, cominciando con un altro viaggio ai cassonetti (200m in salita) in compagnia del nostro bidone per la raccolta differenziata della carta.
Arrivare in cima e scoprire il cassonetto pieno non mette di buonumore. Dopo l'iniziale momento di scoraggiamento e qualche imprecazione, scopro però che a riempire il cassonetto fino all'orlo non è la tipica carta straccia, ma sono libri.
Libri. Il cassonetto è pieno di libri. Segue un momento di incredulità e sorpresa. Infilo la mano nella larga bocca del cassonetto, tiro fuori qualche volume, poi qualche altro volume, insomma fino a quanti penso di poterne riportare a casa ammassati sul coperchio del fido bidone. Occhieggio nel cassonetto, c'è di tutto: agende, carpette, libri di fantascienza, gialli, mi sembra di intravedere qualche fumetto, altra letteratura, qualche libro molto voluminoso e difficile da identificare.
Ancora sconvolto dalla sorpresa —ed un po' incazzato per non essermi potuto liberare della carta— torno a casa per annunciare alla moglie che sta preparando la cena che la carta non potremo buttarla oggi, perché il cassonetto è pieno. Di libri.
Che genere di libri? — Mah, guarda, ne ho preso qualcuno. — Andiamo subito a prendere gli altri!
Così, la nuova sorprendente scoperta prende priorità su tutto: si molla la preparazione della cena (e del pranzo del giorno dopo), per andare a cercare di recuperare quanti più libri possibile. È in questo genere di situazioni, dopotutto, che si riscopre la grande affinità di pensiero.
Ne approfittiamo per portare su il bidone per la raccolta differenziata del vetro, per cogliere due piccioni con una fava (svuotarlo, ed avere un capiente contenitore per tenere i libri). Ma dopo il primo viaggio, ci rendiamo conto che l'impresa è titanica: non possiamo andare avanti così. Ci affacciamo allora in casa dei miei, dove troviamo solo mio padre (peccato, ci avrebbe fatto comodo ulteriore manovalanza), la cui reazione alla notizia è “vediamo quante casse posso liberare” (casse da reimpiegare, ovviamente, nel recupero dei libri). E qui si vede che certe cose sono di famiglia.
Alla fine ci vogliono due macchine, tre ore e quattro persone per completare l'operazione di salvataggio: quando ormai la nostra nuova Panda sembrava non volerne più, è infatti arrivata mia madre, in macchina, subito intercettata in cima alla via per comunicarle la notizia e chiederle di rimanere lì per far sì che potessimo usare anche la macchina dei miei per il trasporto dei volumi che restavano —va be', saranno un'altra manciata di volumi, avrà pensato mia madre. Povera illusa.
E non siamo nemmeno arrivati a prenderli tutti: abbiamo lasciato una decina o poco più di gialli in fondo al cassonetto, ritenendo che dopo ore di recupero, quel fondo non meritasse lo sforzo necessario. Sono grandi, questi cassonetti, eh. E dopo quelli, abbiamo scoperto che in realtà quelli che non erano entrati nel cassonetto della carta erano stati buttati nel rifiuto indifferenziato; ma lì abbiamo desistito.
Il risultato è dato da un tinello (il nostro) e un salotto (dei miei) stracolmi di libri polverosi impilati a caso, da pulire con cura, catalogare, e poi distribuire: qualche doppione in più non fa male, quando ci sono quattro figli a cui lasciare un'eredità anche bibliotecaria, e tutto il resto potrà essere dato a qualche zio appassionato di gialli, o al limite a Mani Tese, che accetta sempre donazioni in buono stato (come questi libri) per il suo mercatino dell'usato.
Riflessioni
Chi mai e perché mai ha fatto qualcosa del genere? Le ipotesi più credibili sono un trasloco e/o la morte di qualcuno; ma la varietà delle opere presenti fa pensare ad una biblioteca di almeno due persone, con interessi diversi: figli che si disfano dei libri dei genitori?
È un'idea che (come si può capire dallo sforzo comune fatto da me e dai miei per recuperare il recuperabile) a noi risulta aliena, ma che purtroppo non è tanto incredibile. Rimane da chiedersi perché buttarli nella spazzatura piuttosto che donarli a qualche biblioteca, o a qualche ente (come il già citato Mani Tese); erano davvero tanto di fretta da non poter cercare a chi darli, o semplicemente non avevano nessun interesse?
Personalmente propendo per la seconda, anche se non posso fare a meno di lodare la scelta di buttarli nel cassonetto della carta, e la folle pazienza necessaria per infilarli uno ad uno (a meno anche loro non abbiano trovato il modo, come noi abbiamo fatto per il recupero, di aprire la serratura del coperchio del cassonetto).
Ancora, c'è qualcosa di tragicomico nel trovarsi a ‘rovistare’ tra i cassonetti per recuperare libri. Davvero la sopravvivenza della letteratura è ormai al livello del barbonismo?
E sì, pensiamo che solo un pazzo potrebbe fare una cosa del genere (buttare i libri). Ma a ben pensarci, siamo forse meno pazzi noi (anche se sono sicuro che c'è chi ci capirà) a perdere tanto tempo e fare tanta fatica per recuperare quei libri, per non parlare di quello che ci aspetta ancora per ripulirli e decidere cosa farne?
Il peso dell'età
Oggi mi sono ritrovato a guidare, dopo più di due anni e mezzo, la Panda dei miei. La Panda vecchio modello, del 2001 o giù di lì, non è mai stata l'archetipo del comfort, ma l'età dello specifico automezzo in questione ha aggiunto alle normali spigolosità del modello una serie di extra dovuti alle condizioni ormai pietose ed alla scarsa manutenzione: sedile guidatore praticamente senza imbottitura, pedali lenti ma arrugginiti, leva del cambio con la plastica di copertura scollata.
Guidarla fino a Pedara e ritorno è stata un'esperienza molto significativa, faticosa, fisicamente impegnativa, che mi ha lasciato polpacci e collo indolenziti. Mi chiedo quanto questi deleteri effetti siano ascrivibili alle peggiorate condizioni del veicolo, e quanto piuttosto alla mia maggiore età, nonché l'abitudine ormai presa con la nuova Panda, che in quanto a comodità, nonostante le apperenza, dà tranquillamente punti anche a veicoli ben più sofisticati.
Non nascondo che questa sofferente scomodità mi ha causato un sentimentale dolore, ricordarmi quanto la spartaneità del vecchio modello fosse qualcosa che mi attirava, ai tempi. Fa quasi venire voglia di tornare a provare un veicolo di quella generazione, ma tenuto come nuovo, per vedere quanto del dolore e della sofferenza sia dovuta all'età del veicolo, piuttosto che alla mia. Fa quasi venire voglia. Quasi.
Bundestag, leggi e git
Qualche giorno fa ho fatto una scoperto che mi ha quasi commosso ed almeno un po' esaltato: il Bundestag, il parlamento federale tedesco, ha un account su github.
Cosa mai dovrebbe farsene un'organizzazione pubblica statale di un account su un servizio online il cui scopo è facilitare la gestione dello sviluppo collaborativo di progetti (per la stragrande maggioranza di casi software) open source?
Prima ancora di andare a vedere in dettaglio cosa fossero i due progetti mi sono detto: guarda un po', non sarebbe bellissimo la usassero per gestire il loro corpus iuris, come era stata mia idea qualche tempo fa?
E bingo, è esattamente quello il motivo: l'account ha infatti attivi due repository, uno dei quali raccoglie gli strumenti per facilitare la gestione dell'altro, un repository che raccoglie le leggi della federazione tedesca.
In realtà, le leggi tedesche sono già online, su un sito appropriatamente chiamato Leggi in Internet. Qual è allora lo scopo del progetto su github? Lo spiega il README del progetto (per comodità personale, qui tradotto dalla sezione in inglese):
All German citizens can easily find an up-to-date version of their laws online. However, the legislation process, the historic evolution and the updates to laws are not easily and freely trackable. The reason is that laws are only published in their most recent version and changes to laws are not available in a machine-readable format. This should change: the current state of laws will be stored in this repository under Git version control. This allows the power of Git to be applied to the legislation process. Integrating the whole history of German law changes in Git is the ambitious goal.
I cittadini tedeschi possono facilmente trovare online una versione aggiornata delle loro leggi. Tuttavia, il processo legislativo, l'evoluzione storica e gli aggiornamenti delle leggi non sono facilmente e liberamente ripercorribili. Il motivo è che le leggi sono solo pubblicate nella loro versione più recente, e i cambiamenti alle leggi non sono disponibili in versione elaborabile dalle macchine. Questo deve cambiare: lo stato attuale delle leggi sarà memorizzato in questo repository sotto controllo di revisione con Git. Ciò permette di applicare il potere di Git al processo legislativo. L'integazione dell'intera storia dei cambiamenti delle leggi tedesche in Git è l'ambizioso obiettivo [di questo progetto]
Inutile dire che, leggendo quelle parole, mi sono sentito molto orgoglioso, anzi orgoglione, dacché è alquanto difficile che a qualcuno nel Bundestag l'idea si venuta leggendo le mie riflessioni sull'argomento: l'idea, dopo tutto, non è nuovissima (si pensi ad esempio al progetto Estrella, di ben più ampio respiro, che lavora su interoperabilità ed accessibilità dei sistemi legislativi da una decina d'anni).
Vi è però qualcosa di magico nella scelta specifica di Git e Markdown fatte dal progetto messo su dal Bundestag: vi è una sensibilità nella scelta degli strumenti che è evidentemente sorella della mia.
Il progetto Estrella ed i suoi svariati frutti (sui quali non mi dilungherò) sentono pesantemente il peso dell'informatizzazione dei primi anni di questo millennio, quando XML era la parola magica (anche se spesso più come buzzword che come scelta legata a profonde riflessioni) della gestione automatica delle informazioni: pur rimanendo validi come risultati, scarificano in qualche modo l'umanità dei prodotti alla loro elaborabilità informatica.
Il progetto del Bundestag, per contro, parte da una riflessione in qualche modo opposta: combina strumenti e formati semplici, umani dalla cui fusione nasce un prodotto che ha quel tanto di elaborabilità da poter rendere umanamente fruibili le informazioni combinate più interessanti (nello specifico, oltre al contenuto attuale delle leggi, anche il come e il quando dei loro cambiamenti).
Non mi interessa, in questo contesto ed in questo momento, accendere un dibattito sulla superiorità di un meccanismo rispetto all'altro, che peraltro richiederebbe un dettagliato confronto in base alle possibili applicazioni.
Dopo tutto, l'unica cosa che mi preme veramente evidenziare in questo momento è quanto abbia apprezzato la sorprendente scoperta di questo progetto. Ed allo stesso modo, quanto fosse poco sorprendente che un progetto del genere venisse sfornato dalla Germania. Chi mai si aspetterebbe qualcosa del genere prodotta in Italia, per dire?
Storia di un titolo
Nello scrivere l'articolo sull'andare di corpo, ho avuto non poche difficoltà nella scelta del titolo. Non per una questione di pruderie, quanto per le molteplici possibilità con diversi giochi di parole che mi sono venute in mente, nonché le straordinarie scoperte sul lessico latino fatte alla ricerca del titolo migliore.
Inizialmente, mi ero orientato su qualcosa che si appoggiasse a defæcatio, parafrasando il noto proverbio exscusatio non petita, accusatio manifesta; l'idea era quindi che il titolo terminasse in defæcatio manifesta, eventualmente con una opportuna scelta per la premessa, al fine di rendere più evidente il nesso con il proverbio.
Non trovando una buona idea per la premessa ed insoddisfatto dalla semplice conclusione delle due parole, avviato ormai sulla strada del latino, ho pensato di rivolgermi alla classica forma dei titoli delle opere che ci sono state tramandate, con un iniziale concetto di de defæcatio, terrificante per la balbuziente allitterazione.
E qui il colpo di genio: togliamo il de da defæcatio! De fæcatio sarebbe un'ottima scelta, nascondendo brillantemente defæcatio nel titolo stesso, senza dirlo. Ma quanto sono bravo. Senonché.
Se non che, fæcatio a quanto pare in latino non esiste. Benché la cosa sia a posteriori ovvia, ricordandosi i più elementari criteri di formazione delle parole latine derivate, sul momento la scoperta mi ha indubbiamente lasciato alquanto deluso, soprattutto perché venuta con allegati una serie di fattoidi che inizialmente ho trovato quasi scoraggianti.
Ho scoperto così che la defæcatio come da noi intesa è un termine tardo, che non si trova nel latino classico, dove faeces indicava la feccia (piuttosto che le feci).
(A sproposito, sto scoprendo ora che murga, il termine con cui nella Magna Grecia si indica la feccia dell'olio d'oliva, non è italiano. Che modi sono?)
È così quindi che, deluso e depresso, mi sono accontentato di un banale de cacatio. E posso dirlo che non regge minimamente il confronto con le altre mie brillanti idee?
Numeri puri
Come per tutti gli individui di sana inclinazione, per me il bagno è principalmente una sala lettura; e come certamente un po' tutti, sul trono mi dedico, in mancanza di materiale di lettura più convenzionale, all'appasionante attività di studioso delle etichette dei prodotti da bagno.
Sul nostro lavandino spicca in questo momento un dentifricio COOP “alito fresco” che annuncia
FORMATO
CONVENIENZA
100ml + 25 =
125ml
Bah, direste voi, artimetica elementare giusto per dire che ti vendono 125ml di prodotto al prezzo di 100ml.
SBAGLIATO!
La cosa da notare di quell'etichetta è che è sbagliata! Non si può sommare un volume (100ml) con un numero puro (25) ottenendo un volume (125ml). I volumi si possono sommare ad altri volumi, i numeri puri ad altri numeri puri, così come le lunghezze ad altre lunghezze e i tempi ad altri tempi. L'addizione è un'operazione che richiede omogeneità tra gli operandi. 25 cosa, radianti1?
Quella “dimenticanza” (pateticamente giustificabile forse con questioni tipografiche) è un gravissimo errore.
Sogno #7
Sogno che viaggiamo su un aereo i cui posti sono delle microcamere, con tanto di lettino invece del sedile e due cappelliere per posto. Il servizio è di lusso, anche se i camerieri (sì, camerieri) mi sembrano molto giovani.
Arriviamo a destinazione, scendo dall'aereo con troppa fretta, ma sarà solo in vista del banco dei transiti, quando una hostess di terra mi chiede se è quello il mio bagaglio, che mi accorgo di aver dimenticato il trolley a bordo.
Torno sui miei passi, e l'aereoporto è immenso, anche se starei attraversando solo la zona arrivi dell'aeroporto di Roma. Esco dove il pulmino mi ha lasciato, e ovviamente non c'è nessun servizio che mi possa riportare sull'aeromobile.
Ci sono invece tre o quattro macchine parcheggiate sotto gli alberi, ciascuna con tre persone in uniforme ed in varie pose d'attesa: seduti su un sedile ma con le gambe fuori, in piedi poggiati alla macchina; tutti hanno l'attenzione rivolta dall'altro lato della strada, dove da un furgoncino stanno scaricando casse per portarle dentro un edificio che sembra una scuola.
Sono gli inservienti del carico/scarico bagagli, e quando chiedo loro se possono accompagnarmi all'aereo mi rispondono che la zona al momento è bloccata per motivi di sicurezza, stanno scaricando l'argenteria. Mi indirizzano quindi a uno degli agenti, e questi mki accompagna, spiegandomi che tanto ormai hanno finito, e mi racconta che si trattava dell'alberghiero, i cui studenti hanno prestato servizio a bordo.
Risaliti sull'aereo, l'agente mi accompagna a cercare il mio posto, dove
finalmentre trovo il mio trolley; ma nella cappelliera (che è molto più
in alto del solito, gli spazi di quest'aereo sono immensi, persino i
corridoi tra i posti/
Mentre mi chiedo come sia arrivata lì, faccio finta di non vederla, visto che l'agente è ancora lì accanto a me; peraltro sono convinto che la valigia sia vuota.
Recuperato il trolley, mi rimane da trovare la moglie, che si trova ovviamente nel posto accanto al mio, ovvero nel microappartamento 'dietro' il mio; ignara dell'atterraggio dell'aereo e delle mie avventure, è sdraiata nel suo lettino, a leggere.
Manteo/4
Per il ritorno, decidiamo di evitare l'affanno di cinque ore di macchina con il rischio di perdere l'aereo, e spezziamo il viaggio in due tappe, fermandoci la sera prima in un albergo sull'autostrada nei pressi di Washington, D.C. per poi raggiungere l'aeroporto il giorno dopo.
L'albergo in cui pernottiamo, un Best Western, riscuote la mia approvazione: camera spaziosa, uso intelligente degli spazi per bagno e lavandino, asciugamano piegata a forma di cigno sul letto, wireless funzionante.
Per cena, usciamo a fare due passi in giro (le uscite delle highway americane abbondano sempre sia di posti dove dormire sia di locali in cui mangiare); non troviamo l'indiano suggerito dal GPS del mio collega, ma al suo posto ci attende un ristorante brasiliano da cui si diffondono profumi invitanti di carne arrostita.
Scopriamo che il ristorante è con buffet a prezzo fisso: ci si serve liberamente da una tavolata che offre insalata, gamberoni, zuppe, riso, frutta, ed in più alcuni camerieri girano tra i tavoli con tagli varî di carne arrostita: salsicce, spiedini, cosciotti; pollo, vacca, maiale: un tripudio di carni, e la qualità non è niente male: alcuni tagli sono decenti, altri davvero eccellenti.
Il risultato è che ci riempiamo fino a scoppiare, ed il giorno dopo (dopo una notte in cui l'abbondanza della cena si fa sentire) partiamo per Washington senza colazione; e visto che per l'aereo se ne parla verso le due, decidiamo per un brunch sul Potomac, soluzione anche questa con buffet e prezzo fisso (ma faccio il bravo e mi contengo).
Per il volo di ritorno ci siamo concessi il lusso della classe ‘Economy Premium’, intermedia tra Economy e Business: poltrone più comode, cuffie decenti, servizio migliore, prese di corrente per portatili e gadget USB: in sette ore di volo, la differenza si sente, anche se sono abbastanza stupido da non provare a dormire, con il risultato di arrivare a casa (da Parigi via Roma) con qualcosa di più di 24 ore di veglia. In cambio, riesco a resistere fino a sera ed a dormire poi ininterrottamente fino alle sette del giorno dopo; ma forse è un metodo un po' troppo drastico per evitare il jetlag.
Manteo/3
Il bello di questi workshop è che sono veramente produttivi: un pugno di persone raccolte in una stanza a lavorare ad aspetti diversi dello stesso codice, con feedback continuo sugli obiettivi da raggiungere e quelli raggiunti, riescono ad andare molto lontano anche in tempi brevi. È questa l'idea dietro i coding sprint di molti progetti open source (e.g. quelli di KDE).
È anche vero che il lavoro svolto è molto diverso da quello che mi trovo ad affrontare durante l'anno, e forse per questo motivo è anche più rilassante; non si tratta più di inventare nuove metodologie e/o di scoprire perché non funzionano (come ci si aspetterebbe): il lavoro è incentrato su esigenze più pragmatiche, aspetti scientificamente secondari, ma comunque importanti ai fini della operabilità del software.
Se da un lato questi sono aspetti più ‘noiosi’, meno originali, è anche vero che sono pure meno frustranti: se le cose non funzionano, si sa che il problema è nel codice (piuttosto che nel limbo della domanda ‘modello sbagliato o implementazione non corretta?’), e lo sviluppo procede più rapidamente.
Mi chiedo se questo tipo di lavoro e questo modo di lavorare mi piacciano perché sono uno stacco da quello che faccio ‘ufficialmente’ il resto dell'anno, o se è intrinsecamente più gradevole e soddisfacente, e se dovrei quindi cercare qualcosa di questo tipo.
Manteo/2
Se lo scopo di questa visita è il lavoro, non mancano le occasioni di
svago. Si arriva in ufficio (comodamente collocato esattamente di fronte
alla locanda che ci ospita) la mattina dopo colazione, magari ancora con
la tazza del té o caffé in mano, si lavora produttivamente fino ad ora
di pranzo (intorno all'una), si raggiunge a piedi uno dei locali che
danno sulla laguna, si pranza, si torna passando a prendere un
caffé/
Le giornate sono produttive, ma non mancano le occasioni di svago: si va al cinema a vedere Prometheus, si fa un giro in barca nella laguna, si passa una serata a fare due chiacchiere, ci si astiene da un bagno dell'oceano per cavalloni alti tre metri (ma si salva il secchiello perso da una bambina).
Gli altri partecipanti al workshop sono per lo più utenti Apple, ed attendono con ansia le notizie sul nuovo MacBook Pro, ufficialmente per motivi di lavoro (lavoriamo con schede NVIDIA, e loro hanno dovuto saltare una generazione, poverini, perché aveva una scheda AMD); ma credo che il vero motivo fosse il solito di tutti gli Apple fanboys.
Per inciso, il nuovo display Retina è una cosa che attrae anche me, come spiegherò altrove, ma i Mac (ed i prodotti Apple in generale) continuano a rimanere una piattaforma troppo chiusa per i miei gusti, chiusura che avevamo potuto sperimentare ‘con mano’ giusto due sere prima.
Dopo Prometheus, decidiamo infatti di (ri)vedere anche Alien, con lo scopo di fare gli ovvî confronti del caso, e capire se e come le due storie, ambientate nello stesso universo, sono collegate. Fortunatamente il film è reperibile via iTunes con Netflix, a cui uno dei partecipanti del workshop è abbonato, così possiamo procurarci il film legalmente. Peccato che dopo pochi secondi la riproduzione si ferma lamentand lamentando che la periferica (il monitor della sala riunioni) non è ‘abilitata’.
E poi ci si chiede perché la pirateria sia tanto diffusa.
Manteo/1
Mi trovo a Manteo, NC per un workshop: un pugno di persone che si riunisce per lavorare ad un progetto specifico a tempo pieno, senza distrazioni e per un periodo di tempo limitato.
La location è buona: a due passi da un mare interno, poco più distanti dall'oceano, il cielo è blu, l'erba verde, il clima caldo umido, la cittadina silenziosa e (si dice) abitata dai fantasmi della Colonia Perduta.
La nostra residenza è la locanda Cameron House Inn, un vecchio edificio restaurato, mantenuto nello stile dell'epoca senza sacrificio a comodità più moderne (acqua calda corrente, luce elettrica, connessione wireless).
Oltre alla camera il servizio prevede anche prima colazione; ho modo di assaggiare quiche, biscuits with gravy, cookies di vario formato e con vario condimento, frutta (pesche, cantalupo, blueberries, fragole), succo d'arancia e di pompelmo, té, caffé. Cucina domestica, che contribuisce significativamente all'atmosfera pacifica e rilassante di questa visita, in un modo che nessun albergo potrà eguagliare.
Manteo/0
Un viaggio infinito, che possiamo far cominciare a Parigi, intorno alle sette e mezzo del mattino, in concomitanza con uno sciopero della RER che rischia di farci perdere l'aereo. L'unico modo per raggiungere l'aeroporto è schiacciarsi come sardine in uno degli sporadici treni che portano alla Gare du Nord, e da qui sperare di beccare in tempo uno degli sporadici treni (fortunatamente meno affollati, a tal punto che c'è chi riesce a metter su una cassa acustica e tenerci compagnia con un po' di musica) che portano a Charles de Gaulle.
La situazione non migliora in aeroporto, dove al drop-off del bagaglio per chi ha effettuato il web check-in è più lunga di quella ai banchi per il check-in regolare. Il che, mi si permetta di dire, non dimostra lungimiranza da parte dell'Air France.
Il volo, d'altra parte, è gradevole, seppur privo di sonno: ma quello è un problema mio, non certo dell'immenso e comodo Airbus A380 (immenso: credo sia il primo aereo a due piani che sia mai stato costruito). In cambio trovo finalmente il tempo di vedere Jurassic Park e Le follie dell'imperatore.
Dopo sette ore e mezzo di volo, vedersi disegnare una bella C gialla fosforescente sul modulo per la CBP dall'ufficiale che controlla i passaporti non è proprio la cosa che uno vorrebbe che succedesse, soprattutto quando il compagno di viaggio ti ha raccontato dell'orrenda esperienza da lui vissuta quando la macchinetta per le impronte digitali non funzionava.
Invece, dopo una seconda coda per avere un controllo appronfondito sui bagagli, va tutto liscio: all fine, come ricordavo, né il cioccolato né il pistacchio macinato portati in dono all'amico che ci aspetta qui negli USA sono classificati come food ai fini della dogana. È un sollievo, anche se rimane il dubbio su cosa abbia causato quella C: la mia faccia da terrorista? la maglietta Knowledge is Power? sfiga (controlli campione ed io ero il milionesimo cliente)?
Usciti infine dall'aeroporto, ci aspettiamo di dover ancora vivere cinque ore di macchina nelle folli autostrade americane, ma la realtà è molto peggio: sono passate le due del venerdì pomeriggio, ora locale, e tutti gli americani (o almeno tutti quelli della zona di Washington, D.C.) stanno tornando a casa, tre ore prima del solito, con il risultato di ingolfare tragicamente quelle immense highways.
Per fortuna ci tiene compagnia una trasmissione di scienza alla radio publica (Science Friday su NPR), che parla di astronomia ed astrofisica, dai telescopi spia di cui il ministero della difesa statunitense si è recentemente liberato donandoli alla NASA al futuro dei voli spaziali commerciali.
(Scientificamente meno interessante, ma sociologicamente più divertente sarà la pubblicità su un'altra radio, con un mantra insistente sull'importanza delle dimensioni, e su questo nuovo prodotto per venire incontro agli uomini meno fortunati, con tanto di strumento di misura per verificare i progressi: e mica vi venderemmo lo strumento di misura, se non fossimo certi del successo! Penis enlargement spam alla radio; alle sei del pomeriggio, perlatro, nemmeno in fascia protetta.)
Una pausa per un pasto veloce intorno alle otto (e per ricongiungerci con gli altri con cui avremmo dovuto viaggiare, se non ci avessero separato attese non preventivate in dogana e traffico folle) ci fanno scoprire che esistono le ali di bufalo, che sono ali di pollo, ma la cui ricetta è originale di Buffalo. Buone, ma ecco, sarebbero state più interessanti se fossero staste effettivamente ali di bufalo.
La nostra destinazione, la Cameron House di Manteo, NC, ci aspetta aperta, con fuori, in attesa nonostante le lunghe ore di ritardo sulla tabella di marcia, il professore che ci ha invitati.
In cambio, il letto è comodo, la stanza (Featherstone) condizionata a temperature non eccessive, ed il mio sonno sarà interrotto solo intorno alle tre e mezzo, per essere poi ripreso fino alle sei.
Mai più un libro
Una ragazza, seduta al tavolo accanto al nostro, racconta ai colleghi come suo padre le avesse detto di iscriversi alla Scuola Superiore di Catania, visto che si era laureata così velocemente, e come lei avesse risposto al genitore dicendogli che evidentemente non aveva capito nulla, visto che lei non voleva più vedere un libro in vita sua.
La ragazza in questione aveva la maglietta delle Librerie Mondadori del Gruppo Brancato.
Sogno #6
Stanotte ho sognato che Catania veniva sommersa dalla lava, da un'eruzione con smaccate reminiscenze da 1669.
L'evento di allora, dal quale nacquero i Monti Rossi, produsse una immensa quantità di lava che, spazzati via un po' di insediamenti e paesini, raggiunse la città, ne percorse le mura (arrivando in alcuni punti a superarle) e arrivò al mare, spingendovisi dentro per un chilometro.
Nel mio sogno, ambientato in tempi moderni, la lava arrivava in città ancora incandescente, come se la bocca si fosse aperta molto più in basso, o un ingrottamento ne avesse preservato fluidità e temperatura ai livelli eruttivi.
La città veniva presa di sorpresa, ed in men che non si dica le strade erano completamente intasate dal traffico della gente che tentava la fuga, con il risultato da rendere praticamente impossibile la locomozione. Alla naturale congestione del traffico si andava così aggiungendo il contributo essenziale dei disperati che decidevano, viste le circostanze, di abbandonare la macchina lì dov'era e tentare la fuga a piedi.
Purtroppo del sogno non ricordo praticamente nient'altro; ma l'importante è non pensare al fatto che ci si aspetta un'eruzione di fianco entro i prossimi due anni.
Archeologia lessicale
Questa domenica ho finalmente deciso di mettere in atto un'altra delle fasi del recupero del vecchio blog, e stavolta è toccata a quello che all'epoca era il Lessico Famigliare, per il quale ho deciso infine per l'opzione “nuova sezione apposita”.
Come nome per la sezione ho infine scelto Ordet, “parola”, chiedendo venia agli estimatori dell'omonimo film di Dreyer, e la sezione sarà incentrata sulla parola come oggetto di studio, ma soprattutto di gioco. Oltre al recuperato Lessico Famigliare ospiterà quindi gli Storpionimi precedentemente piazzati in Oppure.
Epici ritorni
I ritorni, si sa, non sono mai semplici. Alcune delle più famose epiche della nostra cultura sono ritorni. E non è difficile capire perché, viste le difficoltà che abbiamo vissuto oggi noi semplici mortali cercando di tornare da Torre Archirafi.
Strade maestre senza alcuna forma di illuminazione, e che terminavano in mezzo al nulla con lavori in corso senza alcuna forma di preavviso. Bivî senza alcuna indicazione su quale fosse la strada principale, e men che mai su dove portasse ciascuna delle possibilità. Incroci folli con decine di spartitraffico, su più livelli.
Indicazioni su come raggiungere l'autostrada omesse un incrocio sì e uno no, forse per lasciare un po' il gusto all'autista di cercare di indovinare quando fosse il caso di prendere una traversa. Alla fine, è stato più semplice seguire la segnaletica per Conforama che non quella per l'autostrada: se non altro, era più segnalato (e per nostra fortuna da un nostro viaggi precedente sapevamo che in realtà le due cose erano grosso modo vicine).
C'è qualcosa di significativo, credo, una qualche nascosta lezione da imparare, nel fatto che sia più semplice raggiungere un grosso negozio di arredamento che il casello dell'autostrada; e possiamo ancora dichiararci fortunati che fosse Conforama e non Ikea, visto che le indicazioni per raggiungere quest'ultima vengono metodicamente manomesse (girate nella direzione opposta o puntate verso il nulla) dalla ‘concorrenza’.
Sogno #5
Ho sognato un gioco da tavola da cucina. C'era una fase che era una specie di UNO!, ma con dei conetti con diversi colori e trama (avete presente la trama quadrata dei coni gelato? quella); chi vinceva poteva aggiungere uno studente sotto il proprio controllo in una scuola rappresentata sul tabellone di gioco, e doveva cucinare qualcosa (nella vita reale), credo con ricette fornite nel gioco stesso. Quando la scuola era completamente occupata, intervenivano carabinieri e DIGOS per sgomberarla, e questa era un'altra fase del gioco.
Nel sogno, io arrivavo a metà di una partita in corso tra altra gente, e quindi assistevo come spettatore. Tra i partecipanti al gioco c'era questa tizia che era un tipico da manga, con lunghissimi capelli, tettone, cuffietta, che era la cuoca più brava. Al di fuori del gioco c'erano i camerieri del bar del CUS, solo che per qualche motivo non servivano al bar del CUS ed in qualche modo ero convinto si sarebbero offesi perché sarei andato a mangiare al bar del CUS. Ma cambiavano atteggiamento quando invece veniva fuori che avrei mangiato le ricette preparate durante quel gioco.
L'ambiente in cui tutto questo accadeva era qualche edificio universitario, con due ingressi. Io volevo entrare per andare nel mio studio a lavorare, e provavo da uno dei lati, ma lì la scala era bloccata; anzi, più specificamente, la parte finale era fisicamente scollegata dal corridoio, in attesa che qualcuno dall'altra parte ascoltasse le rimostranze degli studenti, aderisse ad una qualche manifestazione, o qualcosa del genere.
Per raccogliere fondi per questo movimento vendevano patatine o qualcosa del genere, e quando io, indispettito per non essere potuto entrare da quel lato, andavo via per provare dall'altro ingresso, sentivo il tizio con cui avevo interloquito che cominciava un'arringa su come sì è vero che non è con le patatine che si fa la rivoluzione, ma …
Andando verso l'altro ingresso incrociavo una serie di Defender (il colore mutava dal classico verde jeep al blu di quelli dei carabinieri durante il sogno) che andavano verso il posto da cui ero uscito.
A bordo di uno di questi c'era evidentemente uno incapace nella guida, che faceva delle manovre assurde per tentare un'inversione di marcia; trovandomici molto vicino notavo anche una serigrafia in bianco in alto, sopra gli sportelli, con una scritta a proposito del fatto che fosse divertente picchiare gli studenti o i manifestanti, qualcosa del genere.
Nel vedermi passare, questo tizio (che peraltro tutto sembrava tranne un carabiniere: barba incolta, sdentato, sembrava più la caricatura di un redneck) mi chiedeva qualcosa che avevo grosse difficoltà a capire, finché alla ennesima quasi incomprensibile ripetizione in qualche dialetto assurdo mi diceva di chiedere (visto che stavo per entrare dall'altro ingresso) se le scuole del nord avessero gli altoparlanti.
A questo punto io entravo, e mi trovavo in un incrocio tra atrio, sportelli di segreteria, aula studio e mensa, in cui appunto tra gli altri c'erano quelli che giocavano al succitato gioco da tavola da cucina, i camerieri del CUS (che erano quelli che rispondevano alla domanda che riportavo a proposito degli altoparlanti delle scuole del nord), e la tettona manga che voleva che prendessi questo immenso piatto che aveva cucinato durante il gioco.
E per qualche motivo, da quando mi sono svegliato sto morendo dalla curiosità di sapere a quali giochi reali mi sono ispirato per la creazione di questo.
Grammar Nazi
Il logo dei Grammar Nazi, fatto a mano dal sottoscritto
Non soddisfatto1 della qualità del logo per i Grammar Nazi come reperibile su Wikipedia o tra i commons di Wikimedia o sull'OpenClipArt, ho deciso di crearne una direttamente io, e devo dire di essere piuttosto soddisfatto del risultato:
In effetti, ne sono talmente orgoglioso che ho deciso di condividerlo con il resto del mondo (sempre su OpenClipArt, ovviamente). Del file ne esistono due versioni, una con metadati ed una senza metadati (ne rendo disponibile una senza metadati perché quella con metadati è circa 5 volte più grossa dell'altra).
Buon divertimento.
(In realtà ho già avuto obiezioni sull'estetica e la leggibilità della mia creazione, ma nessun suggerimento pratico su come migliorarlo. Chi avesse qualche idea è pregato di comunicarmela.)
Aggiornamento: ho rivisto i rapporti tra la G stilizzata ed il resto della figura, nella speranza di ridurre, se non eliminare, l'effetto ottico di schiacciamento della circonferenza.
Tra le cose che non mi andavano nelle varie versioni trovate online: sfondo troppo chiaro, testo aggiunto, e soprattutto SVG non molto ‘pulito’ (non quanto può esserlo fatto a mano). ↩
(Not so) Happy Wok
Da un paio di settimane le chiavi di ricerca per le (poche) visite a questo sito erano costellate da riferimenti all'Happy Wok di Catania; di per sé questo non è una novità, ma stavolta il locale era associate a parole che indicavano ispezioni, chiusure, problemi igienici.
C'è qualcosa di strano sullo scoprire una notizia (senza dettagli, ovviamente), o quanto meno una “voce di corridoio”, prima che questa sia diffusa o discussa in uno dei tanti siti di “informazione dal basso” e di “controinformazione” emersi negli ultimi anni. Ma questa è una questione da rimandare ad altri momenti.
Ho scoperto l'Happy Wok tramite amici di colleghi, una sera in cui dovevamo discutere di importanti progetti per il nostro futuro senza allontanarci troppo dall'aeroporto.
La proposta del locale non mi rese all'epoca particolarmente felice, perché tre esperienze precedenti di ristorazione cinese in varie parti del mondo (mai in Cina, però) mi avevano lasciato con un senso di nausea il cui trigger non mi era mai stato chiaro: germogli di bambú? germogli di soia? salsa di soia? dado da brodo?
Ma non c'erano molte alternative, e quindi decidemmo di provare comunque questo locale.
L'esperienza fu per me liberatoria oltre che gratificante: dalla possibilità di parcheggio senza caimano1 al menu a prezzo fisso, dalla varietà di scelta del cibo alla quantità, dall'assenza di sensazioni di nausea ai fagottini di Nutella.
Beninteso, nella decina di volte in cui sono andato a mangiare all'Happy Wok la scelta non è mai stata guidata dalla qualità: nessuno dei piatti era preparato in maniera sopraffina, ma dovendo scegliere tra spendere una ventina di euro in uno dei famosi ristoranti giapponesi “di classe” sparsi per Catania, mangiando sì e no quello che poteva contare come antipasto, e spendere lo stesso per una quantità arbitraria di cibi di qualità meno sofisticata, ma che comunque non rientrano tra i miei preferiti, la scelta è sempre stata ovvia.
Peraltro, mangiando all'Happy Wok non ho mai avuto problemi di intossicazione, anche se la possibilità di strafocarsi senza ritegno ha causato qualche problema al mio non più giovane stomaco.
In definitiva, oltre alla continua minaccia per la mia linea, principale ragione per il mio ridurre le visite al locale dopo l'iniziale entusiasmo, una ulteriore componente dissuasiva fu il cominciare ad emergere dei parcheggiatori (ovviamente locali, in contrasto con la quasi totalità degli inservienti del ristorante, di evidente origine asiatica, sebbene la mia scarsa conoscente dei fenotipi di quelle parti mi impedisce di dire con certezza se cinesi, giapponesi, koreani o cosa).
Fin dalla prima visita all'Happy Wok mi sono chiesto come potesse vivere un locale del genere. Per la mia prima cena in loco, il posto mi parve sproporzionatamente capace, troppo grande per le poche persone che lo visitavano. In altre occasioni, d'altra parte, mi sono dovuto ricredere, viste le folle oceaniche che vi ho trovato in giorni meno feriali, folle di gente di ogni sorta; il fatto che il locale fosse spesso frequentato da famiglie asiatiche, peraltro, ne deponeva a favore (anche se non ho mai escluso la possibilità che questi fossero semplicemente parentado degli inservienti).
Non ho mai avuto dubbi sul fatto che l'esistenza stessa del locale fosse strettamente legata a qualche mafia; e l'assenza di posteggiatori le prime volte mi aveva fatto fortemente sospettare che il locale fosse un centro di riciclaggio di denaro per qualche clan di mafia cinese; piuttosto, il mio dubbio era su che tipo di rapporto ci fosse con la mafia locale, che tipo di accordi si fossero raggiunti.
Quando cominciarono a spuntare i primi posteggiatori in zona, ho assistito a scene interessanti, con i posteggiatori fermi fuori, ed un tizio con caratteri nettamente asiatici che invece invitava la gente a parcheggiare nel vasto parco del locale —gratis. Nelle ultime visite, i posteggiatori locali erano dentro.
Era un po' come assistere ad un braccio di ferro, ed era evidente che la mafia esterna stava perdendo terreno, cedendo alle pressioni della mafia locale. E questo, nonostante il successo strepitoso del locale facesse sí che fosse sempre pieno, da gruppi di americani venuti da Sigonella a numerose famiglie del quartiere popolare di San Giuseppe La Rena.
La notizia delle ispezioni e della chiusura dell'Happy Wok per i problemi igienici riscontrati non mi ha sorpreso. Non mi ha sorpreso perché un posto che offre tanto cibo a basso costo da qualche parte sta prendendo scorciatoie; solo un ingenuo sarebbe stupito sul fatto che le prenda anche nel reparto cucina e igiene.
Ma non posso dire di non avere il sospetto che la cosa sia stata motivata più da calli pestati a Famiglie di un certo peso che a denunce da parte di clienti qualsiasi. Non sarebbe certo il primo caso dalle nostre parti di forze dell'ordine “pilotate” da amici cui qualcuno ha dato fastidio.
Certo sarebbe interessante sapere cosa troverebbero ispezioni a tappeto in tutti i locali del catanese, incluso quel nuovo ristorante asiatico con buffet a prezzo fisso che con la chiusura dell'Happy Wok ha perso l'unico concorrente …
nel nostro lessico famigliare, il posteggiatore abusivo, per la tendenza a danneggiare le macchine (tipicamente tagliando/
sgonfiando le ruote) a chi posteggia senza pagare. ↩
Manuali di comprensione del testo
Oggi ho scoperto che esistono manuali sulla comprensione del testo. Testi su cui si dovrebbe studiare per affrontare esami sulla comprensione del testo. Che è un po' come imparare, che so, l'arabo o il cinese su un testo in arabo o in cinese. Da autodidatti.
Voglio dire, se non sei capace di comprendere i testi che leggi, come puoi pretendere di imparare a comprendere i testi che leggi leggendo un testo?
Calendario 2012
Ah! Quanti di voi possono vantare una moglie/
Lungo crine
Ho deciso che sto bene col capello lungo e la barba completa.
Beninteso, sono sempre stato abbastanza orgoglioso della robustezza del mio crine: quando molti giovani si trovano già ventenni a combattere con calvizie incipiente e recessioni frontali, ben oltre i trenta io combatto con il problema opposto: folti capelli e crescita veloce. (Minore fortuna ho avuto sul fronte cromatico, con le prime striature bianche già ben visibili anni fa.)
Ma, vuoi per abitudine estetica vuoi per abitudini acquisite in tempi in cui avevo meno controllo del mio tempo e delle mie scelte, ho sempre vissuto l'andata dal barbiere come una necessità, e più specificamente una faticosa, pesante, ma necessaria quanto periodica incombenza.
Ultimamente sono però giunto alla conclusione che in realtà crine abbondante e barba commensurata mi stanno piuttosto bene, sono il look che mi dona di più.
Il vero problema è prendere le giuste abitudini con shampi, pettini, rasoi e forbicine per assicurare che il look che mi dona non mi trasformi in una spaventosa palla di pelo. Ma ho la netta sensazione che sia più facile prendere queste abitudini che sacrificarmi all'altare della saltuaria, faticata discesa dal barbiere.
Non è vero, ma ci credo
Laviamo un pesante copriletto, ed approfittiamo del bel tempo per stenderlo fuori. Il giorno dopo è già asciutto, ma ci scordiamo di ritirarlo. La Sicilia orientale viene falciata da una bufera che fa notizia sui giornali nazionali: muretti, alberi, cartelloni abbattuti dal maltempo, scuole chiuse.
Il nostro copriletto è stato steso bene: dopo la bufera è ancora là, infradiciato dalla pioggia, sporco di terriccio, ma solidamente ancorato ai fili della biancheria. Lo ritiriamo la sera per ripassarlo in lavatrice.
Il giorno dopo, il dubbio: stenderlo fuori, approfittando del sole che sembra avere vinto sulle nuvole di pioggia, o mettersi al sicuro stendendolo dentro? Decidiamo di tentare la sorte.
Alle 10 riprende a piovere, il copriletto viene frettolosamente ritirato. Smette di piovere, per il resto della giornata farà bel tempo.
L'importante è non essere superstiziosi.
Virili bufere
Dice che gli uomini sono come le bufere di neve: vengono all'improvviso e non sai mai quanti centimetri dovrai aspettarti, né quanto dureranno.
Mi sembra quindi che al nord in questo periodo hanno tutto tranne che da lamentarsi: per gli standard virili, questa bufera mi sembra decisamente sopra la media.
White Latinorum
Non so se le stesse abitudini usino anche nel resto del mondo, ma a quanto pare nella zona vicino al mio luogo di lavoro usa molto “dibattere” graffiti. C'è stato un periodo in cui ogni giorno, scendendo a lavoro, trovavo sovrascritti i graffiti del giorno prima sulla fiancata di una scuola con nuovi graffiti, in una praticamente quotidiana alternanza politica che sostituiva insulti ai fascisti con insulti ai comunisti e viceversa. Giusto il giorno in cui avevo deciso di cominciare a fare un reportage hanno pulito tutto e smesso di scrivere.
In cambio, i graffiti dalle parti della Villa Bellini sono ancora lì, e possiamo assistere a risposte come la seguente:
Forse non il massimo dell'originalità, ma aiuta a ricordare quello che ho sempre sostenuto, ovvero che il razzismo nasca sostanzialmente da un complesso d'inferiorità sessuale.
La successiva (subito accanto anche geograficamente) è molto più interessante: non tanto per l'enorme fallo nero che circonda il graffito, quanto soprattutto per la profonda ignoranza che rivela.
Siamo passati dal “muri bianchi popolo muto” al “muri sporchi popolo scemo”. Dico, si può essere così scemi da manifestare pubblicamente la propria ignoranza proprio di quella cultura e tradizione di cui ci si considera portatori e difensori? Se proprio vuoi rifarti all'Impero romano al punto da usarne la lingua, almeno usala correttamente, non mettendo lì il latinorum che ti suona meglio.
Gasa(u)to
In questi giorni in cui in Sicilia si soffrono gli effetti del discutibile e sospetto dispiegamento di “Forconi” ed i distributori di benzina si ritrovano in secco per lo sciopero degli autotrasportatori e per i blocchi autostradali, avere una macchina a metano aiuta moltissimo: il metano viene infatti distribuito in tutta Italia (ad eccezione della Sardegna, dove infatti non è disponibile) dalla rete metanodottica nazionale, e non dalle autobotti, con il risultato che (a meno che il distributore stesso non scelga di scioperare) è ‘sempre’ disponibile.
Devo dire che dà una certa soddisfazione non essere direttamente implicato nell'angosciante lotta all'ultima goccia di carburante, spernacchiare le lunghe file di chi si affanna sperando che il distributore non vada in secco prima che sia il loro turno (anche se che palle quando la fila blocca il traffico).
Sono tutto gasa(u)to dalla soddisfazione!
EasyJet pour Paris
Volo EasyJet per Paris Charles de Gaulle. Refuelling durante l'imbarco, i passeggeri sono invitati a rimanere seduti con le cinture slacciate. Che la richiesta delle cinture slacciate sia una questione di sicurezza è abbastanza ovvio: se si dovesse dover abbandonare l'avion in emergenza, è meglio che le cinture siano slacciate. Ma la concorrenza dell'annuncio del refuelling mi fa pensare che possa essere per timore che esploda; e mi chiedo: ci sarebbe il tempo di abbandonare l'aereo, in tal caso?
Le hostess hanno una grande propensione per il parlare francese anche ai passeggeri che si rivolgono loro in italiano. Il noto nazionalismo francese, semplice distrazione, o cosa?
Proviamo a uscire e rientrare
Qualche giorno fa (quasi una settimana) il nostro cordless ha deciso che la sua base non esisteva più. Agganciato alla base si caricava, ma diceva che la base non esisteva. Premere il pulsante di chiamata sulla base, staccarne la spina, aspettare qualche secondo, riagganciarla, ricontrollare le impostazioni del cordless … niente da fare, base inesistente.
Per fortuna in casa nostra c'è anche un telefono fisso (che non ha visto molto utilizzo in questo anno, tranne appunto questi ultimi giorni), quindi il problema di cambiare la base o il cordless è stato rimandato a data da destinarsi.
Oggi, con quel mezzo pensiero del cambio da fare, ho voluto controllare se la rubrica del telefono fosse effettivamente sul cordless o nella base (è nel cordless). Mentre lo tenevo in mano, ho pensato: ma, e se lo spegno?
Ho spento il cordless, l'ho riacceso, ha subito ritrovato la base. Ma è possibile che “proviamo a spegnere e riaccendere” sia ancora la risposta giusta per risolvere i problemi con la tecnologia moderna? Vogliamo quindi dover sempre dare ragione all'ingegnere informatico?
Aggiornamento: la novità è che ora, quando facciamo una chiamata con il cordless, alla chiusura riceviamo subito una telefonata dal nostro stesso numero. Mi sa che per un po' ci terremo questo simpatico quanto inspiegabile effetto; poi magari proverò a spegnerlo e riaccenderlo un'altra volta (è più divertente che provare subito se risolve il problema).
È grave? #2
Leggo il titolone di un recente articolo su Repubblica.it:
Il senso della vita nelle parole di Gesù
e la prima cosa a cui penso è una specie di frullato dei due film dei Monty Python che si contendono la passione dei grandi fan del gruppo (non a caso di parla di sensisti e brianisti).
Cucine pericolose
L'aspetto più pericoloso della nostra cucina non è la perdita di gas che ci costringe a tenere il rubinetto chiuso quando non cuciniamo, bensí gli esperimenti di mia moglie che non riescono bene, ma nemmeno male: adesso ad esempio ci ritroviamo (anzi: mi ritrovo) con una torta al cioccolato, originariamente destinata ai suoi colleghi, ma sfortunatamente non lievitata e quindi abbandonata sul tavolo della cucina.
Per fortuna devo alzarmi ogni volta che voglio prenderne una fetta. Per sfortuna sono un po' annojato (per ora siamo riusciti a limitarci a due, bravo grazie).
Ancora archeologia
Nella stesura del secondo esempio di certe riflessioni mi sono accorto che mi avrebbe fatto comodo ripescare quell che sul vecchio blog avevo cominciato a raggruppare sotto la rubrica Terza Rivoluzione Industriale.
Stavolta il lavoro di pulizia e omogeneizzazione è stato più faticoso del previso, in buona misura per il numero di articoli coinvolti (una decina), alcuni dei quali spaventosamente vecchi, ma anche per questioni tecniche: è incredibile quante cose facessi a mano per la limitatezza della piattaforma di allora, e quanto sia più semplice ed ordinato lavorare invece con calma nella nuova (soprattutto le note a piè di pagina; ma anche la possibilità di link a Wikipedia con pochissime righe mi ha permesso grande compattezza nella pulizia). È anche vero che avrei potuto spiattellarli dentro così com'erano: ma perché semplificarsi la vita se si può essere perfezionisti?
Ora gli articoli si ritrovano per lo più in fondo (essendo del 2009, quacuno persino antecedente) alle riflessioni, con l'eccezione di uno che ha trovato un posto più adatto nella polvere della sezione dedicata alla tecnologia.
Rimane la domanda: dove dovrei invece infilare la vecchia rubrica Lessico Famigliare? (Soprattutto la serie del Nuovo Conio, che mi piacerebbe continuare.) Tra le possibilità ci sono Oppure, Ludica, Ars, ed una nuova sezione apposita. Scelte difficili.
Città più sicure #1
Stasera hanno scippato mia madre, In una delle piazze più centrali della città, di fronte ad una chiesa. Non c'è che dire, Berusconi può ben essere orgoglione delle sue “città più sicure”. Peccato che cose del genere a Catania non succedevano dai tempi precedenti la ‘primavera catanese’; quindi ringraziamo felici gli undici anni di amministrazioni di centrodestra (due Scapagnini, una Stancanelli) che hanno felicemente demolito, col sostanzioso contributo di due governi Berlusconi, una città in cui finalmente si era ricominciato a vivere.
Il milionesimo cliente
Sembra che tutti oggi vogliano regalarmi qualcosa. All'uscita del supermercato ci fermano allo stand Coca-Cola per regalarci un bicchiere di vetro ogni due bottiglie della suddetta bevanda: abbiamo fatto spesa grossa per una festa, ci allontaniamo con sei bicchieri omaggio e una lattina degustazione a testa.
Tornando a casa ricevo un SMS della Vodafone che mi fa sapere che essendo loro cliente da più di 10 anni ho diritto a premi speciali nel nuovo sistema Vodafone YOU che sostiusce il vecchio Vodafone One.
Non c'è due senza tre: quale sarà la prossima azienda a farmi un omaggio oggi? (Forse sarei dovuto passare dalla Tre per una SIM per il mio nuovo giocattolino …)
Sogno #4: notte prima degli esami
Sono arrivato con un'ora di anticipo, ma mi sono distratto, persino un po' appisolato. Di soprassato riprendo coscienza: è già passata più di un'ora, quasi due, da quando l'esame doveva cominciare. Mi vengono a cercare. Vengono a dirmi che il laboratorio riservato per gli esami è chiuso a chiave, che non riescono a trovare il tecnico, che altri hanno dato loro informazioni contrastanti sulla disponibilità dell'aula.
Mi aggiungo a loro, ripercorriamo insieme la strada inversa, risentiamo le stesse notizie contrastanti; chiedo dove sia il tecnico, mi dicono che è nel suo ufficio, al piano di sotto (al piano di sotto? ma non era allo stesso piano del laboratorio?); sto per cominciare a scendere le scale, intravedo intanto la porta —ancora chiusa— del laboratorio, ci sono fuori altri studenti che aspettano (strano, ricordavo molte meno prenotazioni); mentre risalgo chiedo dove possa essere finito il tecnico, mi dicono che è dietro di me, mi volto e vedo il suo bel faccione napoletano. Manca meno di un'ora alla fine della prenotazione.
Come farò a fare l'esame in tempo? Cosa diavolo si fa in questi casi?
Mi sveglio davvero. Chi ha detto che la notte prima degli esami un professore dorme meglio dei propri studenti?
Riflessioni di una notte di pioggia
Quando una bufera nottura ti sveglia, e non ti basta girarti dall'altra parte per tornare a dormire, vi sono due possibilità: puoi alzarti e dichiararti conclusa la notte, una scelta più facile alle cinque che non alle tre e mezzo, o puoi restare a letto in attesa che torni il sonno, cercando qualcosa con cui passare il tempo.
Per esempio, puoi distrarre i muliebri terrori spiegando come si può sfruttare il trascorrere del tempo dal lampo al tuono per determinare la distanza tra noi e l'evento.
Supponiamo che un evento (un fulmine, per esempio) produca due segnali che si propagano a velocità diversa (ad esempio, un lampo che si propoga a velocità c ed un tuono che si propaga a velocità s). Questi due segnali percorrerrano la stessa distanza d in tempi diversi, che possiamo chiamare tc e ts.
I tempi stanno tra loro in rapporto inverso alle velocità. Se quindi ad esempio c > s, sappiamo che sarà tc < ts; anzi, poiché c tc = d = s ts, possiamo dire che s : c = tc : ts
Usando le proprietà delle proporzioni (che tutti ovviamente ci ricordiamo, dai tempi delle medie) otteniamo allora, con due semplici passaggi
- s : (c - s) = tc : (ts - tc)
- c s : (c - s) = c tc : (ts - tc)
Chiamiamo ora ∆t = ts - tc il tempo trascorso tra la percezione dei due segnali (esempio, vedere il lampo, sentire il tuono) e ricordiamo che c tc = d; possiamo quindi trasformare l'ultima proporzione in c s : (c - s) = d : ∆t, da cui possiamo ricavare la distanza d come d = ∆t c s/(c - s), che possiamo anche scrivere come d = ∆t s/(1 - s/c).
Nel caso in cui una delle velocità sia molto più grande dell'altra (ad esempio, se c è circa un milione di volte più grande di s), il rapporto s/c diventa molto piccolo (per esempio, un milionesimo) e può quindi essere trascurato: in tal caso, d ≃ ∆t s. La velocità del suono nell'aria è circa 340 m/s, e quindi un fulmine dista 340 metri per ogni secondo che intercorre tra il lampo e il tuono: dopo 3 secondi siamo già oltre il chilometro.
Quando le due velocità non sono così diverse, la distanza si ottiene moltiplicando la formula semplificata per 1/(1 - s/c); ad esempio, se c ≃ 2 s, il fattore è 2, se invece c ≃ 10s il fattore è 10/9, ovvero 1,1…: potrebbe essere questo il caso per un rumore sentito poggiando l'orecchio al terreno, e lo stesso rumore sentito poi in aria: se tra quando lo si sente per terra e quando lo si sente per aria passano 10 secondi, il rumore è stato prodotto a 4 chilometri di distanza.
Secondo me è così che facevano gli indiani.
È grave? #1
Sinceramente, non capisco tutto questo gran parlare del culo della Johansson (NSFW). Per quanto gradevole, non mi sembra nulla di trascendente. Per dire, non mi sembra meglio di quello di mia moglie. Sono strano io, sono solo fortunato, o sono gli altri che esagerano?
La ricerca del mio valore
Scopro in questi giorni che lo stipendio annuo minimo (lordo) per qualcuno con le mie competenze tecniche (non specialistiche) si aggira (nel resto del mondo civilizzato) intorno ai novantamila euro l'anno: al netto di tasse e contributi, più del doppio del mio stipendio annuale da assegnista di ricerca, con in più il vantaggio di contributi per la pensione seri, e non evanescenti come quelli del precariato universitario. Se a questo aggiungiamo le mie competenze specialistiche, si va tranquillamente ad uno stipendio almeno doppio.
Ed in tutto questo non si considera il fattore forse più importante (nonché più difficile da quantificare), ovvero quello della ricerca, il cui valore va ben oltre quello di qualunque competenza tecnica, pur non potendo non essere considerato un “investimento ad alto rischio”, data la non sempre certa ottenibilità del risultato sperato. Il fattore che, in campo universitario, dovrebbe essere quello maggiormente tenuto in considerazione.
Ed in certi campi (come ad esempio in quello in cui la svolge il sottoscritto) più che in altri, condurre ricerca richiede una sana commistione sia di competenze tecniche alquanto specifiche, sia di quella fantomatica attitudine alla ricerca che dovrebbe essere valutata, ad esempio, durante l'esame d'ingresso per il dottorato.
Ricordo ancora un professore americano che nell'introdurre il suo corso sulla fluidodinamica computazionale diceva, tra le altre cose, che per poter svolgere bene ricerca in tale campo occorreva essere dei bravi fisici, dei bravi analisti numerici e dei bravi programmatori.
Certo è che se lo stipendio di chi conduce ricerca è commensurato al valore e delle competenze tecniche impiegate e della ricerca condotta, l'unica conclusione cui si può giungere è che nel nostro contesto il valore della ricerca toglie a quello delle competenze.
La ricerca, in Italia, ha un valore negativo. Sarà per questo, forse, che la stanno affossando, cercando in tutti i modi di sopprimerla definitivamente.
Il paradosso di Oslo
Un fondamentalista cristiano di estrema destra, massone, nazionalista e xenofobo ammazza un centinaio di persone, buona parte delle quali inseguendole una ad una con metodico sangue freddo, sparando quante volte necessario per avere l'impressione che siano effettivamente morte.
Dopo le primissime reazioni con un gran vociare contro Isla̅m, arabi ed immigrazione (prima di scoprire che il terrorista era un ariano cristiano), le nobili anime xenofobe italiote hanno deciso di salvare capra e cavoli condannando senza troppo clamore il gesto, e giustificandone le motivazioni.
Sì, è vero —si legge dagli articoli sul Giornale a firma di Magdi Allam (un individuo che della propria conversione al cristianesimo ha fatto un business, con interessato beneplacito della Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana) alle parole di Borghezio— il gesto di Breivik è stato un gesto estremo, magari eccessivo, ma il pensiero che ci sta dietro non è sbagliato: occorre difendere la nostra identità culturale cristiana dall'invasione dei barbari, dal multiculturalismo, dall'Isla̅m. È quindi colpa di questa perversa tendenza al multiculturalismo, all'apertura agli altri (ed in particolare ad arabi e mussulmani) se poi succedono queste cose.
Un modo di ragionare, questo, tutt'altro che raro da trovare in giro. È colpa dei negri se i razzisti li massacrano. È colpa dei gay se gli omofobi li ammazzano. È colpa delle donne se gli uomini le stuprano. Il colpevole non è l'aggressore, ma la vittima.
Un modo di ragionare, questo, che porta a decaloghi antistupro in cui la difesa delle donne passa dalla soppressione della loro libertà: attente a dove andate (specie se non accompagnate da un valente cavaliere), attente a cosa indossate (non vorrete mica provocare l'appetito sessuale di qualche aggressore). Dopo tutto, nessuno ha mai stuprato una donna in burka che sappia camminare i suoi bravi tre passi dietro il proprio padrone.
Oops.
Non so perché, ma mi sembra che questi xenofobi ragionino esattamente come quelli che non vorrebbero tra i piedi.
In the land of Chupa Chups (almost)/3
Tra tutte le conferenze a cui sono stato finora, questa è sicuramente la
meglio organizzata. Ricca di eventi (cene, visite museali, visite
turistiche naturalistiche), si è rivelata anche la più curata nei
dettagli, dall'elenco dei nomi dei partecipanti raccolti in un unico
grande tabellone alla penna USB da 2GB con dentro gli abstract, passando
per la borsetta in cui tenere i soliti fogli, foglietti e fogliettini
che vengono in genere distribuiti a questi eventi, e senza dimenticare
la matita e la supposta penna biro con nastro per appenderla al
collo.
Non sono stato l'unico a notare questa superiorità qualitativa della conferenza rispetto alle altre: non ho mai sentito ringraziare tanto spesso gli organizzatori (l'organizzatrice, nel nostro caso) ed i suoi collaboratori. Anche in questo l'esperienza è stata molto istruttiva.
Non ho amato troppo la preferenza per pescados e mariscos ai pranzi organizzati, a differenza di altri che ne sentivano da tempo la mancanza; ma non mi ha certo fatto male fare un break dalle mie carnose preferenze alimentari. D'altra parte, è evidente che il cibo di mare sia abbastanza diffuso a Santiago, benché non la città in sé non sia proprio sul mare.
Le visite turistiche monumentali hanno coinvolto il museo dell'università (con particolare attenzione alla relativa Biblioteca Americana), la cattedrale (inevitabilmente) con tanto di visita sul tetto (interessante: complimenti alla relativa guida che spiccava, purtroppo, sulle altre per la padronanza della lingua inglese), e la non lontana Città della Cultura, un pugno nello stomaco architettonico che, una volta spiegato, si scopre avere un suo perché, che lo rende non dico più bello, ma quanto meno interessante. Abbiamo la fortuna di incrociare un'esposizione di cartografia antica con tanto di “prima mappa della Galizia misurata col metro”; un capolavoro di un paio di secoli fa in cui persino la quota delle montagne è quasi corretta: scopriamo che il matematico e geografo che vi aveva lavorato aveva sfruttato, assistito dal fratello, la differenza di pressione tra cima e fondo per determinare l'altezza. La scienza vince di nuovo.
Da Santiago non poteva ovviamente mancare una visita a Fisterre o Finisterræ, pretesa punta estrema del fu mondo conosciuto e chilometro zero del Cammino. Il Signore ha benedetto la nostra visita con una bella giornata di sole, mentre a Santiago pioveva di brutto. Siamo tornati in città con tre ore di ritardo sul programma per una visita ad una cascata con annessa centrale idroelettrica ed una puntata (forse inizialmente non programmata) all'horreo più grande della Galizia; visita quest'ultima probabilmente colpa del sottoscritto: lungo l'andata avevo infatti notato queste specie di casupole a pianta rettangolare che sembravano più altarini di dimensioni spropositate che granai (loro originaria nonché corrente funzione).
E mi chiedo: quante cose si potrebbero organizzare per conferenzieri catanesi, se si volesse essere altrettanto brillanti?
In the land of Chupa Chups (almost)/2
La colazione in albergo consiste di un bicchiere di succo d'arancia, té o caffé (con leche; a Santiago il café è di default con leche, probabilmente perché è in stile ‘acqua sporca’ —pardon, americano— e quindi sostanzialmente imbevibile senza additivi), croissant e/o tostadas (fette di pane tostato) su cui spalmare burro e marmellate, a scelta tra fresa (decisamente fragola), melocotón (che direi una pesca) e ciruela (che a suono avrei detto ciliegia e sembrerebbe piuttosto una prugna).
A sorpresa, quando ti portano il pane tostato, ti chiedono se vuoi anche l'olio d'oliva. Sembra strano, ma a ben pensarci perché dovrebbe essere peggio che spalmarci il burro? Come con le fritture, è probabilmente più una questione di abitudine che d'altro.
Nonostante Santiago non sia in sé e per sé quella che si potrebbe dire una città di mare (come lo è ad esempio Catania, per dire), il cibo di mare sembra molto diffuso: pesci, frutti di mare, aragoste e granchi grossi così.
E polpo. Polpo dappertutto, polpo dovunque, con interi esercizi dedicati al polpo (la prima volta che abbiamo visto una pulperia, passandoci davanti di sfuggita sull'autobus che ci portava in città dall'aereoporto, ci siamo chiesti se davvero potesse essere quello che sembrava). Peccato che per un catanese leggere di pulpo a Feria faccia pensare più che altro a puppu d'`a fera. Ma tant'è.
Per fortuna (per i non troppo amanti del pesce) si trova anche prosciutto, salsiccia, filetto e quant'altro. La vera domanda è ora: in quale locale possiamo trovare una buona scelta di piatti più tipici (tapas, paella e tortillas) ben fatti, senza che ci spennino come turisti?
Nel frattempo (as)saggiamo.
In the land of Chupa Chups (almost)/1
La prima impressione che si ha, arrivando all'aereoporto di Santiago de Compostela da Madrid, è che ci sia qualcosa di strano. Non si riesce ad identificare subito il problema, ma mentre la navetta ti porta verso la città, tra cartelloni, cartellini e segnaletiche varie si comincia a delineare chiaramente: ci sono troppe X, troppe Z, e troppe poche J.
Il fatto stesso che l'Avenida in cui si trova il mio albergo sia intitolata a Xóan Carlos piuttosto che a Juan Carlos e che ci si arrivi passando per la Praza Roxa piuttost che dalla Plaza Roja mi chiarisce piuttosto rapidamente che in Galicia ci tengano alquanto, alla loro lingua.
Nei giorni successivi, tra cartelli bilingui che pubblicizzano rebajas/rebaixas e mesón restaurante, si ha la sensazione di una nazione indecisa tra il portoghese ed il guascone, per finire, nolenti più che volenti, con il castigliano. L'abbondanza di sc nella pronuncia e qualcosa di ufficiale sul Portogallo del Norte sulla sede della Xunta non sminuiscono l'impressione.
La seconda cosa che salta agli occhi sono le ore. Arriviamo a Santiago che è quasi mezzanotte, ed in giro è pieno di sedicenni. L'albergo mi informa che la colazione è dalle 7 alle 12. Il programma della conferenza prevede il pranzo dalle 14 alle 16. Andiamo a cena alle 21 e nei posti più affollati ci sono solo 4 gatti che fanno l'aperitivo.
Siamo in una regione che si trova praticamente sotto la Gran Bretagna, ma che è costretta ad un'ora di anticipo sul fuso orario; e che se ne frega bellamente, spostando tutti gli impegni sociali in modo da correggere per le effettive ore di sole piuttosto che per quelle dettate dall'orologio (del re).
Il clima è pazzo: fa caldo al sole, ma il vento soffia direttamente dall'oceano, e fa scendere drasticamente la temperatura. Meglio avere sempre almeno una camicia a portata di mano.
La città non è costruita in pianura, ma non ha nemmeno una topografia pedemontana, con pendenze ben determinate. Invece, una cascatella di colline fa sì che per andare dal punto A al punto B si debba percorrere un bell'alternarsi di salite e discese, almeno fino all'Alameda ed alla città vecchia, tuttora suggestiva nonostante i negozietti di souvenir e Chupa Chups che si incontrano ogni cinque metri.
Crinipondura
Nonostante i ricchi pasti serali degli ultimi due giorni, stamattina mi sono svegliato con una bilancia che mi misurava quasi due chili in meno. Poi mi sono ricordato cos'altro è successo nel frattempo.
Segni di una civiltà fantasma
Catania non è quello che si potrebbe definire una città ‘civile’. Il catanese tipico è rozzo (anzi, grezzo), volgare, ignorante, aggressivo, presuntuoso, egocentrico e miope, con una smaccata preferenza per difendere un piccolo interesse personale anche a costo di perdere.
Il catanese tipico è quindi anche in particolare un berlusconiano d'eccellenza: nel 2000 Scapagnini, o Sciampagnini come è meglio noto al pubblico catanese, vinse le elezioni perché ‘la gente’ votò ‘Bellusconi’. La città, che nei sette anni precedenti era finalmente riuscita ad emergere da una vita di nerume, disservizi e coprifuoco alle 22 per entrare in un periodo di vivacità notturna, eventi culturali, parchi verdi, servizi pubblici (quasi) funzionanti, strade (quasi) pulite, circolazioni rotatoria, è andata avanti per inerzia quanto ha potuto, per poi scivolare indietro senza possibilità di arresto; con un'oculata strategia di favori e senza nessun beneficio in termini di servizi il buco nel bilancio catanese ha raggiunto proporzioni da bancarotta, e l'unica cosa che ha salvato il comune dal commissariamento è stata un po' di insana rendicontazione creativa (‘alla Tremonti’).
Ma i catanesi sembrano preferire così, senza luce nelle strade quando il comune non può pagare l'ENEL, con le montagne di spazzatura quando il comune non può pagare per la nettezza urbana, con i parcheggi scambiatori vuoti perché il comune non può pagare la manutenzione del parco macchine (figuriamoci ampliarlo) per i trasporti pubblici, con le studentesse universitarie danno collaterale1 delle sparatorie tra bande davanti alla caserma dei carabinieri, mentre poliziotti e militari vanno in giro a farsi le passeggiate per ‘rendere le città più sicure’.
(Brillante idea, quella dei militari a far servizio di polizia, del ministro La Russa, catanese, che evidentemente ha dimenticato come nel periodo della “primavera catanese” (l'amministrazione Bianco2) gli unici morti per arma da fuoco, dopo anni in cui Catania era diventata famosa per essere tipo Far West da film, erano a capodanno per la coglionaggine di chi festeggia con le pistole invece che con i fuochi d'artificio. Ma è anche vero che a quei tempi Berlusconi governò solo nella seconda metà del 1994.)
In questa città, in cui tagliare la strada, passare con il rosso, percorrere le strade controsenso e fermarsi con la macchina senza nemmeno accostare in seconda fila di parcheggio, ogni minimo segno di cortesia (stradale e non) e di civiltà sembra quasi un sogno.
Ci sono esperienze come quella dei ragazzi di Monte Po (uno dei ‘quartieri satellite’ di Catania, molti abitanti, pochi servizi, miniera per la micro e macrocriminalità e poche realtà che cercano di contrastarla, tra queste raramente l'amministrazione comunale), che riescono a farsi dare in gestione ed a restaurare il campetto comunale (cf. prima e dopo).
E poi ci sono i piccoli gesti che dovrebbero essere quotidiani e naturali, ed invece sorprendono.
Come l'autista della macchina in fila dietro di me al semaforo giallo lampeggiante, per le strade vuote della Catania delle 6 del mattino: nessun colpo di clacson, nemmeno un colpetto di abbagliante. Difficile credere che fosse nativo di una città come questa, dove a semaforo rosso ti suonano se non fai rombare il motore appena scatta il giallo per i pedoni.
ricordavo erroneamente che la ragazza in questione non si fosse salvata. Mi si è giustamente fatto notare invece che si è ripresa e le cose promettono bene ↩
a scanso d'equivoci, non si vogliono qui tessere le lodi del sindaco in questione, né tanto meno lo si vuole idolatrare. Tutt'altra che limpida e pulita, e men che mai disinteressata, la sua amministrazione spicca solo per il netto contrasto con le precedenti e le successive. ↩
Chiamami Dash, sarò il tuo cellulare
Nonostante la mia intensa passione per la tecnologia, sono sempre stato alquanto refrattario nei confronti dei cellulari. Per intenderci, ho avuto il mio primo cellulare (un Philips Xenium 9@9 poco più di dieci anni fa (marzo 2001), come regalo di laurea. Chissà altrimenti quando (se mai) ne avrei avuto uno.
Il secondo cellulare mi è stato regalato qualche anno dopo (dicembre 2003, se non vado errato), quando il primo era ormai caduto a terra talmente tante volte da avere l'antenna (esterna) in frantumi ed una ricezione basata sostanzialmente sullo stare sulla punta del piede destro, tenendo la gamba sinistra ad arco con la rispettiva mano, stendendo il gomito destro in fuori, rivolti verso nord, recitando tre volte il nome segreto dell'Antico.
Il nuovo cellulare era uno di quei Nokia 2100 con le piastrine colorate intercambiabili. In meno rispetto al primo aveva l'attivazione vocale (mai usata), in più di essere praticamente indistruttibile: la struttura esterna in plastica era molto resistente agli urti ed il cellulare reagiva alle cadute dissipando l'energia d'impatto aprendosi nelle sue componenti, senza riportare danni significativi.
Erano i tempi in cui dicevo «ops, ho dimenticato l'orologio in macchina», giacché la funzione primaria del cellulare era di indicare l'ora ed eventualmente farmi da sveglia o ricordarmi gli appuntamenti, ma anche da cronometro quando andavo a correre.
Grazie alla sua indistruttibilità, quel cellulare è durato quasi sei anni, sostituito, ancora funzionante ma con la tastiera praticamente cancellata e di difficile utilizzo (nonché un'antenna interna che cominciava comunque ad accusare gli effetti delle innumerevoli cadute e di qualche involontario bagnetto), da un Nokia 2630 regalatomi nel settembre 2009.
Questo terzo cellulare è stato (e rimane tuttora) quanto di più vicino io abbia avuto a quello che oggigiorno si considera uno smartphone: possibilità di installare applicativi Java (mai usata), possibilità di fare fotografie (da me sfruttata un paio di volte), connettività bluetooth (anche questa da me sfruttata un paio di volte).
Proprio la connettività bluetooth mi ha fatto perdere l'abitudine, da me tenuta fino al secondo cellulare, di lasciare tutto (SMS ed indirizzi) sulla SIM, ripulendo quando necessario vista la scarsa capacità della scheda in questione.
Qualche giorno fa, ho dimenticato il cellulare in palestra dopo la corsa, ma ho avuto al fortuna di trovare gente onesta e civile che, dopo avermi avvisato del ritrovamento, ha lasciato il cellulare ai custodi. E non sembrano aver fatto telefonate di lungo corso, perché il mio credito non è calato in maniera sensibile.
Purtroppo, il giorno stesso del recupero del cellulare, lo stesso ha avuto ben due volte, a breve distanza di tempo l'una dall'altra, un classico incidente cui tutti i mie cellulari vanno facilmente incontro, soprattutto in primavera: il salto nel vuoto dalla tasca della camicia. Ed il 2630 ha facilmente dimostrato la sua inferiorità al più stupido ma più resistente 2100 perdendo completamente la funzionalità del display.
Mi sono ritrovato così con un cellulare funzionante ma di fatto inutilizzabile, con immagazzinati decine di messaggi e qualche numero di rubrica, ed il cui recupero, al costo di circa €40, è stato sconsigliato dagli stessi tecnici della Nokia causa obsolescenza del prodotto in questione.
Mia moglie ha quindi optato per regalarmi un nuovo cellulare, della classe di quelli del 2100: piccolo, economico, plasticoso e quindi (si spera) indistruttibile, minimalista. Il mio nuovo cellulare, da oggi ufficialmente in funzione, è un Nokia 1616 (anzi tecnicamente un 1616-2, non so quale sia la differenza), che si distingue dal mio vecchio e duraturo 2100 sostanzialmente per tre fattori: ha una torcia elettrica (comoda in notturna), ha un auricolare (utilizzabile anche con la radio FM integrata), e non ha alcuna forma di connettività.
Devo dire di essere rimasto alquanto sorpreso da questa scoperta: benché paradossalmente io abbia vissuto senza problemi l'assenza di connettività dei miei cellulari precedenti, proprio quest'ultimo cambio, e l'effettuato recupero di SMS e rubrica dal cellulare rotto tramite bluetooth, mi hanno fatto riflettere sulla comodità di avere un modo per collegare computer e cellulare: se per buona parte degli altri Nokia, anche senza infrarosso, anche senza bluetooth, c'era sempre la possibilità di una connessione via cavo (al modico prezzo di “più-costoso-del-cellulare”), quest'ultimo modello in mio possesso sembra non avere nemmeno quella.
Da un lato, questo cellulare mi piace perché promette di avere una durabilità pari a quella del mio vecchio 2100. Dall'altro, la totale assenza di connettività mi rende cauto e guardingo. Per intanto la cosa che farò sarà vedere se posso farmi un piccolo upgrade dalla mia vecchia SIM 16K ad una nuova SIM 128K, in modo da poter riprendere con fiducia la mia vecchia abitudine di tenere tutto lì.
Questo cellulare stile “l'ho preso nel Dash” sarà eccellente per l'uso quotidiano. L'unica cosa che mi manca è un modo per potermi periodicamente scaricare i messaggi ed eventualmente sincronizzare la rubrica. Mi rimane solo da scegliere se appoggiarmi a qualcuno dei miei parenti più stretti per l'occasione o se invece provvedere indipendentemente.
Una cosa su cui sto però riflettendo seriamente è la seguente: mai più Nokia. I passi compiuti da Nokia negli ultimi anni verso piattaforme aperte ed interoperabilità (Linux sull'N900, l'acquisto della Trolltech, il consorzio con Intel per Meego) mi facevano ben sperare per il suo futuro.
Ma non solo il recente contratto con la Microsoft per la distribuzione di smartphone Nokia con Windows Mobile manda tutto in fumo; scopro che anche gli esistenti celluari Nokia non tanto smart sono meno amichevoli di quanto ci si sarebbe potuti aspettare dai recenti passi della società: dalla difficoltà a scaricare contatti, messaggi, note e calendari senza usare la loro “PC Suite” all'inutile mancanza di funzionalità per modificare le voci “Proprio numero” sulla SIM, mi è proprio caduta dal cuore.
E poi dico, perché un cellulare che ha funzionalità che vanno oltre quelle telefoniche e messagistiche dovrebbe rifiutarsi di funzionare senza una SIM inserita? (Ma questo è un problema che, temo, non hanno solo i Nokia.)
Ok, comprata la nuova SIM 128K scopro che la vecchia rimane a me e che quindi nel caso dovessi procurarmi un nuovo cellulare potrò tenere attivo per le funzioni sveglia/orologio/cronometro/torcia l'attuale 1616 mettendoci dentro la SIM scaduta.
In alternativa, avendo detta SIM il buon vecchio logo Omnitel, potrei incorniciarla come cimelio storico, o metterla in un museo.
Portare il cavallo al fiume
Quando meno di due anni fa mio padre comprò il computer nuovo e decise di sostituire il preinstallato Windows Vista con un ormai obsoleto Windows XP su cui continuare ad usare i vecchi programmi (per Windows) a lui indispensabili nonché familiari, espressi il suggerimento di approfittare della tabula rasa per iniziare la migrazione verso Linux: migrazione da me ormai effettuata da parecchi anni e che ero riuscito a far compiere a vari membri della famiglia (tra sorelle, consorti e genitrici).
L'idea era quella di usare Linux come sistema operativo principale, appoggiandosi eventualmente ad un Windows installato in una macchina virtuale gestita comunque da Linux per quei programmi per cui fosse indispensabile l'utilizzo non solo dello specifico programma (ad esempio per mancanza di un equivalente per Linux che avesse pari funzionalità nell'uso che ne fa mio padre), ma anche dello specifico programma sotto Windows (e non ad esempio nell'ambiente di compatibilità WINE sfruttabile con successo per una vasta gamma di programmi di cui non esiste una versione Linux).
Benché concettualmente non fosse opposto all'idea, il genitore decise comunque di continuare sul proprio proposito di usare Windows XP come sistema principale, decidendo però di lasciare una larga fetta del disco fisso non utilizzata, per metterci poi Linux “in futuro”. Sperando di poter far durare la propria installazione di Windows più a lungo, prese i soliti provvedimenti (sistema operativo sempre aggiornato, antivirus a tenergli compagnia) con in più il buono proposito di installare solo i programmi indispensabili per evitare l'appesantimento del sistema classicamente riscontrato con la continua installazione/disinstallazione di programmi: un proposito favorito dalla crescente diffusione delle applicazioni portatili
Ma come ben si sa, la via per l'inferno è lastricata di buone intenzioni: l'installazione di mio padre ha sofferto, nel corso della sua tutto sommato breve vita, di un numero non indifferente di problemi, legati a calante qualità dell'antivirus nonché ad un eccesso di fiducia nei confronti della applicazioni portatili di cui sopra.
I risultati sono stati un susseguirsi di rallentamenti, instabilità, problemi di rete ed altri malfunzionamenti, in occasione dei quali mio padre veniva a chiedermi consiglio ed aiuto.
E sinceramente, di tutto questo io mi sono stancato sempre più, e le mie risposte si sono progressivamente avvicinate ad un immancabile «hai voluto la bici? adesso pedala». Dopo tutto, la principale scusa per non usare Linux era la presunta necessità di dovermi venire a chiedere aiuto per la non familiarità del nuovo sistema, cosa che avrei comunque preferito di gran lunga alle richieste di assistenza per i problemi di Windows.
Se preferite Windows perché è così facile da usare da non richiedere aiuto, allora non chiedetene. O accettate di sentirvi rispondere a male parole.
A conclusione del tutto, l'installazione di Windows di mio padre ha finalmente dato forfait qualche giorno fa. Definitivamente ed irrecuperabilmente. E finalmente mio padre s'è convinto. Ho speso qualche giorno per aiutarlo a configurare Linux, la macchina virtuale con Windows dentro ed opportune interfacce tra le due.
Ed ora vediamo se mio padre avrà la pazienza di imparare gli equivalenti in Linux dei programmi che era solito usare in Windows, limitando l'uso della macchina virtuale a ciò che non può girare altrove, senza fare troppo affidamento sulla copia di riserva della macchina virtuale Windows pronta a prendere il posto di quella in uso nel caso desse problemi.
Non certo il caldo
Svegliarsi intorno alle 4:30, 5 del mattino per un fischio continuo che proviene dalla ‘sala server’ (detta anche ‘lo studio’) non è gradevole. E non lo è non solo perché svegliarsi intorno alle 4:30, 5 del mattino non è gradevole già di per sé, ma anche, e nel mio caso soprattutto, perché vuol dire che c'è qualcosa che non va.
La mia prima idea era che a fischiare dovesse essere il gruppo di continuità, ma in realtà la lamentela era emessa dal server stesso, totalmente inchiodato, senza nessun tipo di risposta né via rete né a monitor. Un riavvio dopo, sembra tutto sistemato.
Tutto fa sospettare un surriscaldamento (peraltro, è da ieri sera che saltuariamente sento un sospetto di puzza di plastica bruciata che però non riesco a localizzare, e che sento un po' ovunque in casa, anche in cucina, per dire). Ma le condizioni climatiche certo non aiuta: siamo ai minimi (finora) per quest'inverno, ed il nostro condominio è pure rimasto senza kerosene.
È anche vero però che la ventolina della CPU non ha più quella corsa liscia e silenziosa di qualche anno fa, quindi è possibile che si fosse inchiodata per l'occasione. Dovrò mettere su un sistema di monitoraggio, mi sa.
Colgo l'occasione per aggiornare il sistema (downtime per downtime,
almeno rendiamolo produttivo) e il driver nouveau non mi funziona con
la scheda video. Comincio ad avere qualche sospetto: mi è già successo,
dopo tutto, che lo slot PCI della scheda video andasse a bunga-bunga e
causasse casuali lock-up di sistema. Spero non si stia ripresentando la
scena. Ma il fatto che dopo una ventina di minuti di uptime il sistema
sia morto di nuovo mi fa ancora sospettare in quella direzione.
Vedremo.
Sogno #3
In questo sogno vado a Milano (col treno, e non so bene o non ricordo per quale motivo); mentre passeggio per questa via (una via larga, a scaloni, come dubito che ne esistano a Milano e che mi fa pensare più a qualche grande ponte veneziano) incrocio la fan di Berlusconi che lo celebra alla fine di questo video, in compagnia di alcune altre persone; io salgo le scale, loro scendono.
Non so bene con quale coraggio, le faccio la seguente domanda: cosa penserebbe se vedesse con i propri occhi Berlusconi massacrare un cagnolino a mazziàte? Intravedo un genuino interesse per la domanda, ma non tanto nella signora quanto in una sua amica, probabilmente coeva, un po' più alta e con una testa un po' più rotonda. Questa amica ci guida (me e la signora) fuori dalla folla della scalinata, facendocela risalire per un po' e separandoci dal resto del gruppo con cui stavano scendendo.
Ci ritroviamo in una larga piazza, e mentre la signora sembra persa nella contemplazione di qualcosa, girando un po' sognatrice, io mi intrattengo con l'amica, che mi dice di averci allontanati dal gruppo perché le altre due (più giovani) signore erano giornaliste di La7. Parlo con quest'amica della signora, della quale ho la sensazione che sia più moderatamente berlusconiana, quanto meno disposta ad ascoltarmi pazientemente.
Le dico che ho avuto la sensazione che la signora non fosse una semplice sostenitrice di Berlusconi, ma che ne sembrasse piuttosto follemente innamorata (l'amica annuisce) al punto da non poter giudicare dati, fatti, informazioni, non dico obiettivamente (perché nessun essere umano può farlo), ma almeno con un po' di coscienza, a mente fredda. Le dico di quanto questo sia pericolo, a prescindere dalla qualità o meno di Berlusconi specificamente, e non solo per la signora in sé, ma anche per i 60 milioni di persone le cui vite sono influenzate dalle scelte elettorali della signora stessa.
L'amica mi ascolta senza interrompermi, senza “ma va là”, senza disprezzo, a volte annuisce. Non mi dà un'opinione né su Berlusconi né sulle mie idee, ed alla fine mi invita a parlare con la signora. La raggiungo, in un angolo di folla, per porgerle nuovamente la domanda: quale sarebbe la sua reazione se vedesse con i propri occhi Berlusconi ammazzare un cane a legnate. Sottolineo che è una domanda ipotetica. La signora non risponde, resta con quel suo atteggiamento incantato, sognante, astratto.
Ci incamminiamo non so verso dove, forse la stazione. Un ometto, probabilmente non di origini italiane, con una tuta da inserviente di non so cosa, grigioverde con un grosso quadrato bordeaux sulla schiena, spinge la mia enorme valigia, più alta di lui, di quelle che camminano praticamente da sola su quattro rotelle poste su uno dei fianchi corti. Non capisco bene perché. La signora mi spiega che ho i biglietti per Como, e quindi tutte le valigie vanno insieme, ma io non devo andare a Como, devo solo raggiungere la stazione successiva per poi prendere il terno per tornare a Catania.
Sogno #2
Ho sognato di strane convivenze con colleghi dell'INGV, in quella che era il nostro appartamento ma non era il nostro appartamento.
Ho sognato che ero in bagno come sono normalmente queste notti, con soltanto la canottiera indosso, e che non potevo tornare a letto perché stavolta c'erano appunto i colleghi di cui sopra. Ho sognato che decidevo di fare la doccia per avere la scusa per uscire dal bagno in accappatoio.
Ho sognato che la collega era al telefono con un albergo che le diceva che loro organizzavano serate, che avevano musica fino a tarda notte, e roba del genere.
Ho sognato che la porta del bagno si chiudeva non (solo?) a chiave, ma con una di quelle levette che compiono mezzo giro bloccando la porta infilandosi in una fessura dell'infisso, e che la chiusura sembrava funzionare un po' sì un po' no.
Ho sognato che mentre mi spogliavo per fare la doccia (ed ero vestito di tutto punto) c'era accanto a me Dottoressa Dania che perché mi potesse trovare attraente dovevo rassodare la pancia, ed io che le spiegavo che era già passato il tempo in cui si potesse porre rimedio in modo efficace alla mia ciccetta.
Ho sognato sapevo che la Dottoressa Dania si sarebbe voluta comunque infilare con me sotto la doccia, quindi subito dopo essere entrato io bloccavo pure quella (perché anche la doccia aveva il suo blocco a levetta, stavolta di quelle che scorrono in orizzontale) e la Dottoressa ci rimaneva male e lo manifestava.
Ho sognato che mentre facevo la doccia Dottoressa Dania rimaneva lì in bagno, e credo che parlassimo di qualcosa, ma non ricordo bene di cosa, forse sempre di questioni di corpi. Ricordo che stavolta in bagno c'era anche Azalais, della quale si percepiva bene la gelosia benché non la manifestasse (verbalmente).
Ho sognato che mentre finivo dalla doccia e ne uscivo, la Dottoressa Dania non c'era più, e che mi ritrovavo a raccontare del mio disinteresse nei suoi confronti, del mio non trovarla particolarmente attraente; spiegazioni che non erano una scusa e che comunque non sarebbero servite a sopire la gelosia di Azalais.
Mi sono svegliato (grazie anche al contributo dei botti per la Santa) identificando senza difficoltà le pendenze che nel sogno avevano trovato spazio: andare all'INGV, tornare a fare ginnastica, vedere cosa fare di quella famosa offerta per 12 weekend gratis, scrivere l'articolo sul blogging erotico. Fossero tutti di così facile interpretazione …
Metamorfosi da corridoio
Tra gli innumerevoli regali di nozze che in casa nostra devono ancora trovare posto si trova(va fino ad oggi pomeriggio) una riproduzione della famosa Metamorphosis II di MCE, separata in 4 fasce distinte.
Finalmente incorniciate (separatamente per ovvî motivi logistici), le fasce hanno trovato posto. Dopo lunghe riflessioni e discussioni, ha prevalso l'idea di disporle in corridoio, orizzontalmente affiancate (mantenendo quindi nei limiti del possibile la continuità del progetto originale) sopra le porte lato nord.
Coincidentalmente, il quadro va così dalla cucina al bagno.
Ah, e se pensate che non sia facile già mettere un solo quadro dritto, provate a pensare a quattro quadri affiancati, lunghi più d'un metro ciascuno.
Opera 2010
Anche quest'inverno ho avuto la fortuna di vincere al concorso che Opera promuove ogni anno per l'avvento. Se quello del 2009 era stato vinto per perizia tecnica (una domanda sull'HTML), quest'anno si è vinto più per caso (non è facile prevedere il percorso di Babbo Natale).
Oggi ho ricevuto il pacco dono; affogati nel solito assortimento di dolciumi
vari, i regali di quest'anno sono una custodia per cellulare (che
abbiamo appena scoperto essere giusto giusto della misura del nuovo
giocattolo della moglie) ed un portachiavi apriscatole
apribottiglie.
Nessuna decenza
Non hanno più nessuna decenza, nemmeno un briciolo di dignità. Il capo rimane invischiato in un caso di prostituzione minorile? Subito una proposta di legge per abbassare retroattivamente il limite per la maggiore età.
C'è da ringraziare che non si sia scoperto che ha ammazzato qualcuno, altrimenti avrebbero depenalizzato pure l'omicidio.
Esprit de la douche
Ché a me le idee migliori vengono sotto la doccia, un'ora dopo quando mi sarebbero servite.
Archeologia personale
Approssimandosi il momento della pubblicazione della terza (e forse anche della quarta) puntata di Gan'ka, sono andato a ripescare le due precedenti dal mio vecchio blog sul Cannocchiale, ed insieme ad esse ho riportato in Oppure anche la maggior parte dei contributi all'omonima rubrica del suddetto vecchio blog, dando così avvio ad un processo che asintoticamente coinvolgerà l'intero contenuto del vecchio blog.
(In realtà ho già provveduto al ripescaggio di tutti gli articoli del vecchio blog, con tanto di commenti; ma la loro importazione sarà dettata da questioni di pazienza, completezza delle funzionalità del wok, e chissà cos'altro.)
Ho un certo interesse a mantenere l'integrità dei vecchi contenuti, ed ho limitato gli interventi alla correzione di qualche evidente errore di battitura, ed alla riscrittura di un po' di markup (virgolette, apostrofi, corsivi).
Ovviamente, nel risistemarli li ho riletti. Poco da dire, per lo più, ma a mente fredda non è difficile capire quanto sia stato rischioso pubblicare certe cose. Non riesco nemmeno a mettere a fuoco la parola giusta per descrivere la sensazione generata da quel raccontino (e penso che ci starebbe bene un tag apposito): raccapricciante? angosciante?
Fuori forma
Tra i molteplici sintomi dell'invecchiamento e della decadenza della forma fisica non avrei mai immaginato di poter annoverare crampi alle dita di una mano.
Non so se nello specifico si possa parlare di Repeated Stress Injury nel senso tecnico del termine, ma è sicuro che l'aver aiutato la moglie a preparare la torta caprese è la principale causa dei dolori che sento ora per lo più alle ultime due dita della mano destra nel fletterle.
Mi sono accorto dell'incipiente problema già durante la prima fase, lo sminuzzamento di una tavola di cioccolato fondente per prepararlo alla fusione; il successivo montaggio a neve ferma degli albumi, ad una velocità più bassa del normale per un'infondata paura di smontamento non ha certo aiutato, e quando infine ho proceduto con la miscelazione degli albumi montati con il resto dell'impasto, le proteste delle dita hanno raggiunto il culmine.
Ed io ero uno che suonava il pianoforte e la chitarra classica, non è che le mie dita non conoscessero lo sforzo continuo. Ma è anche vero che non solo è da un po' che effettivamente non sono sottoposte a questo tipo di lavoro, ed è vero pure che quando si suona le dita non rimangono contratte nella medesima forma per periodi tanto lunghi. Forse non è solo la vecchiaia, o la mancanza di forma, allora.
Deployment
Conoscendomi, so che rimandare significherà probabilmente rendere il wok pubblico solo chissà quando, se mai. Quindi tanto vale cominciare l'anno con una per me inusuale proattività: diamo inizio alle danze, sapendo che i primi tempi saranno pieni di malfunzionamenti e disfunzioni.
Qualcuno voleva la guerra civile
Dopo una mattinata passata tra pacifiche ma rumorose manifestazioni studentesche, la capitale di una nazione cosiddetta civile viene messa letteralmente a ferro e fuoco.
Non si capisce come i facinorosi della famosa area antagonista della sinistra anarchica vicina ai centri sociali, alimentata dal clima d'odio, siano arrivati a Roma talmente in forze e così ben equipaggiati. Almeno stavolta hanno avuto il buon gusto di non accettare passaggi direttamente dalle camionette della polizia, come avevano invece fatto a Genova; peccato che qualcuno si sia dimenticate di rimettersi in divisa prima di aiutare le forze dell'ordine a picchiare qualche manifestante. Viene solo un po' il sospetto che l'unica cosa che abbia salvato gli studenti questa mattina fosse il fatto che tra loro, stavolta, oltre ai classici fuori corso e fancazzisti, ci fossero anche quelli delle medie.
Nel frattempo, grazie a qualche mutuo pagato all'opposizione, qualche parco nazionale offerto agli autonomisti austriaci ed a qualche promessa al CEPU, l'“interesse dell'Italia” viene salvato insieme al governo del fare gli interessi di si sa fin troppo bene chi. L'interesse dell'Italia, che, ricordiamo, è stato realizzato con le seguenti mosse strategiche:
- demolizione della scuola pubblica e salvataggio di quella privata, mentre quei comunisti culattoni del resto della Comunità Europea scoprono che nelle scuole pubbliche si insegna e si impara meglio che in quelle private;
- incartamento dell'università pubblica (salvo decretino finale per certificare il potere dei baroni) ed eliminazione degli sprechi, tipo la ricerca; abbiamo bisogno di spettatori, non di gente che pensi;
- aumento della spesa pubblica del 5% nonostante i pesanti tagli;
- aumento dell'evasione fiscale;
- aumento del debito pubblico;
- perdita di decine di milioni di euro del servizio radiotelevisivo pubblico, che si permetteva di fare affari con quel comunista di Murdoch; perdita di qualche altra centinaio di milioni di euro nel passaggio ad altri metodi di trasmissione che, per quanto obsoleti, erano quelli su cui aveva già investito l'azienda del premier (e soprattutto sui quali non c'era la concorrenza del Murdoch di cui sopra);
- investimenti importanti nel campo del trasporto del gas, soprattutto dalla Russia, grazie alla grande amicizia del premier con il burattinaio dell'ex Paese comunista per eccellenza; dove per importanti si intendono i costi sostenuti dall'ENI, non certo le garanzie sui suoi investimenti, giacché i termini dell'investimento prevedono prezzi bloccati, guardacaso in un momento in cui il gas scende vertiginosamente e casualmente il premier si scopre ad avere (stavolta a titolo personale) investimenti su alcuni giacimenti di gas russo;
- la protezione giudiziaria di tutti quegli onesti imprenditori che, dopo anni di evasione fiscale, corruzione, processi e condanne in Italia e all'Estero, vicini ormai alla bancarotta, privi della protezione dell'ormai sfaldato partito che da decenni proteggeva i loro interessi, hanno infine deciso di scendere in politica, ovviamente nell'interesse del paese, aggregandosi ignari alle teste di ponte della Mafia.
Ma l'atto più utile compiuto da questo “governo del fare” è stato eliminare non so quante migliaia di leggi inutili, ottenendo tra gli effetti collaterali, l'abolizione del reato per banda armata. Casualmente il ministro imputato alla Semplificazione è il leghista Calderoli, e casualmente qualche decina di leghisti erano imputati proprio di quel reato.
Ma la cosa più interessante in tutto questo è che la banda armata non è più reato. Adesso si può legalmente:
promuove[re], costitui[re], organizza[re] o dirige[re] associazioni di carattere militare, le quali perseguono, anche indirettamente, scopi politici
dove, per chiarire:
si considerano associazioni di carattere militare quelle costituite mediante l’inquadramento degli associati in corpi, reparti o nuclei, con disciplina ed ordinamento gerarchico interno analoghi a quelli militari, con l’eventuale adozione di gradi o di uniformi, e con organizzazione atta anche all’impiego collettivo in azioni di violenza o di minaccia.
C'è qualcuno che vuole la guerra civile, e non solo tra gli anarco-insurrezionalisti dell'area antagonista vicina ai centri sociali.
Be careful what you wish for …
Sogno #1
Di questo sogno ricordo soprattutto due fasi.
In una la mia Sorella Minore mi chiedeva quale distribuzione (Linux) fosse la più adatta per tre server e cinque client con webcam, ed io capivo che voleva mettere su un servizio di chat erotiche, e io le rispondevo che non avevo idea, visto che non avevo mai messo su un sistema del genere, e non ne avevo nemmeno mai fruito.
Nell'altro episodio beccavo per caso un tizio che aveva sequestrato un neonato. Entravo in un bagno pubblico, andando verso gli stalls vedevo questo bambino piiiiiiiiiiiiccolo in posizione semifetale (schiena verso di me) su questo asciugamano sul pavimento, con l'asciugamano che lo avvolgeva a metà (lasciando tutta la schiena scoperta, appunto). E sentivo l'acqua tirata in uno degli stalls e pensavo non guardarlo negli occhi e invece lo guardavo negli occhi e lui aveva gli occhi all'ingiù, con delle lunghe occhiaie.
Io uscivo dai bagni pubblici perché mi accorgevo che erano quelli femminili, ed entravo invece in quelli maschili che erano di fronte, e andavo a urinare in uno degli stalls col gabinetto invece che in un orinatoio, anche se mi pare che il gabinetto fosse alla giapponese. E mentre ero lì vedevo (gli stalls erano di quelli aperti sopra e sotto e la mia testa era abbastanza alta da emergere da sopra) lo stesso tizio che entrava, e si andava ad asciugare le mani al ventilatore, gesto che peraltro aveva già fatto prima, e ci guardavamo nuovamente negli occhi, e lui adesso faceva il giro come per mettermisi di fronte (gli stalls erano in mezzo alla stanza, non contro il muro) ed io pensavo adesso mi spara e sentivo l'impotenza di poter reagire e pensavo se avessi una pistola potrei sparargli prima che lui spari a me, e io dicevo «non dirò niente, non dirò niente», ma lui mi sparava lo stesso, allo stomaco, anche se penso che la ferita non potesse essere molto grave anche perché il proiettile era stato rallentato dalla parete di compensato dello stall, ed io mi rannicchiavo per il dolore, solo che poi mi rialzavo, vedevo un tizio che entrava, alto e con un fisico asciutto ma muscoloso, in tuta blu con maglietta bianca ed il classico borsone da palestra, e io dicevo «questo tizio ha sequestrato un neonato!» e il nuovo arrivato lo prendeva per la testa e lo sbatteva fuori.
Poi ho rivis(su)to la scena in cui mi sparava, forse con alcune varianti, al momento dello sparo, poi mi sono svegliato che dovevo andare in bagno, disturbato di stomaco, ma non volevo fare rumore per svegliare mia moglie, e poi ho sentito che anche lei era sveglia nonostante l'ora piccola (ma solo un paio prima della sveglia), quindi le ho raccontato il sogno, poi lei è tornata a dormire ed io mi sono alzato.


