Un paio di giorni fa mia figlia, mentre faceva i compiti sdraiata sul lettone accanto a me, è riuscita a schiacciare una zanzara che le dava fastidio —contro il lenzuolo, dove ha lasciato una bella macchiolina di sangue. La cosa l'ha abbastanza sconvolta, non tanto per la morte dell'insetto —è facilmente bersaglio di questi insetti, svegliandosi la mattina piena di bollicine per i loro morsi, sono abbastanza sicuro che essere riuscita ad ammazzarne uno le abbia anzi dato una certa soddisfazione, e sperabilmente anche un certo sollievo futuro— quanto per la macchia sul letto.

L'ho tranquillizzata circa il fatto che non fosse un problema, ma la cosa sembra comunque averla segnata abbastanza che, quando mia moglie è tornata dal lavoro, la bambina si è sentita in dovere di raccontarle l'accaduto e di chiederle scusa per aver macchiato il letto. Ovviamente anche mia moglie l'ha rassicurata sul fatto che non fosse un problema, e da allora ad oggi la bambina non ha piú manifestato attenzione all'evento. Problema risolto.

Piú difficile sarà invece con il grande.

Oggi mia moglie ha portato la piccola a vedere un film che le (alla bambina) premeva molto vedere al cinema (parentesi: pare che possiate risparmiavelo). Né io né il grande eravamo in vena di andare al cinema a vederlo, quindi siamo rimasti in casa, e per passare del tempo insieme abbiamo iniziato una partita a Carcassonne con alcune espansioni.

Arrivati ad oltre metà delle tessere, il grande ha cominciato a manifestare disagio, dapprima lamentando stanchezza, poi confessando di non riuscire a concentrarsi perché pieno di “pensieri e domande”, ed infine chiedendo che mettessimo in pausa il gioco perché aveva bisogno di stare accucciato.

Con difficoltà sono riuscito a farmi dire cosa lo tormentasse, sentendomi dare dapprima risposte evasive o fumose, infine culminate nella dichiarazione del peso, dell'angoscia che gli dava l'incapacità di smettere a domande fondamentali tipo «perché esistiamo» o «perché esiste la realtà» senza riuscire a darsi risposta (e giú pianti).

M'è venuto da ridere, ed ho dovuto spiegargli che non era perché le domande fossero stupide, o perché lui se ne sentiva oppresso, ma per la sorpresa (ero peraltro preoccupato che dietro la reticenza a dire esattamente cosa lo angosciasse ci fossero problemi a scuola di cui non voleva parlare).

Sono riuscito a tranquillizzarlo, e confesso di non sapere bene come (non escludo che anche il solo fatto di averne parlato sia servito). Gli ho spiegato che quelle sono domande fondamentali che l'umanità si pone da sempre, che quando andrà al liceo avrà modo di studiare come nel corso degli anni (millenni) si sia provato a dare una risposta. Gli ho spiegato di come scienza e filosofia in occidente siano nate da un ceppo comune, perché nell'antichità non v'erano le conoscenze né gli strumenti che vi sono oggi, per cui cercare di capire il come ed il perché del come va il mondo andava di pari passo, e che solo piú tardi si è cominciato a separare la fisica dalla metafisica. Gli ho spiegato che a caratterizzare la scienza sono la vericabilità e la falsificabilità. Gli ho parlato della teiera di Russell. Gli ho accennato al cogito ergo sum, ai fasci di percezioni, alle monadi, per fargli capire come pensieri filosofici diversi abbiano dato risposte diverse alla nostra esistenza.

(Abbiamo fatto una digressione sul perché René Descartes da noi sia noto come Cartesio, e gli ho raccontato di quando parlando con un olandese di matematici famosi costui menzionò “Oiler” ed io non capii a chi si riferiva finché non mi disse Eulerus e mi si accese la lampadina sul fatto che il nome originale di colui che da noi è noto come Eulero, si pronuncia con il dittongo eu alla tedesca.)

Gli ho parlato de Lo scafandro e la farfalla e di come sia una cosa molto diversa (se non addirittura l'opposto) di Ghost in the shell (e del pensiero filosofico a cui il fumetto si ispira). Gli ho parlato di Ghost in the shell e di come esplori la possibilità che nel momento in cui la coscienza non è piú legata al corpo perché può essere migrata su altri supporti, esiste la possibilità che ne nasca una completamente aliena a noi. Gli ho parlato di come se esiste un mondo spirituale al di là di quello fisico rimane la domanda sul come possano essere legati tra di loro.

Gli ho fatto presente che lo stare cominciando a farsi domande sempre piú complesse è segno di maturità, ma significa anche capire che non è detto che ci sia una risposta, e se c'è non è detto che sia conoscibile, e che se anche è conoscibile, non è detto che sia comunicabile. (Quest'ultimo a quanto pare concetto difficile —e poiché nel frattempo stavamo facendo una pausa gabinetto, m'è venuto in mente di ricordargli che l'igiene come la conosciamo e pratichiamo (ahem) noi esiste da meno di 150, ho cercato di agganciare l'esempio di Semmelweis a quello della non comunicabilità di alcune risposte.) Gli ho parlato del Dio dei vuoti.

Ad ogni cosa detta un po' di serenità guadagnata. Alla fine, mentre tornavamo al tavolo per finire la partita, sono arrivato a dirgli il problema non è nemmeno riuscire o meno a trovare una risposta, ammesso che vi sia, ma quali sono le implicazioni della risposta che si trova. Gli ho parlato dei dubbi coloniali sull'esistenza dell'anima nelle popolazioni native dei paesi colonizzati, e di come fosse alla base di un'etica che permetteva di trattare i nativi come bestiame invece che come persone. Era incredulo sul fatto che si potesse ritenere che altri esseri umani non avessero l'anima, gli ho fatto presente che tutto dipende da cosa si pensa che sia l'anima, e che altri troverebbero non meno incredulo pensare che gli umani l'abbiano, ma non gli animali. (Per inciso, se ho capito bene lui ritene che l'abbiano anche gli animali, ma questo non gli impedisce di essere felicemente carnivoro.)

C'è forse una cosa, una sola, che mi dispiace non essere riuscito a toccare nel discorso. Una delle prime cose che ho risposto quando mi ha rivelato il suo dramma, è stato fargli presente che «la realtà esiste perché esiste» è una risposta legittima. Vedendola al contrario, se la realtà non esistesse, non staremmo qui a chiederci perché esiste. Da questo è partito poi il resto del discorso (mirando a Cartesio e Spinoza), che ha preso una sua strada come spesso succede per queste cose estemporanee. Eppure ci sono cose di cui mi sarebbe piaciuto parlare, ma che si sono perse per strada, come osservare che una risposta religiosa del tipo «la realtà esiste perché Dio l'ha creata» è una non-risposta (che sostituisce un mistero totalmente visibile con uno totalmente nascosto, parafrasando —se la memoria non m'inganna— il buon vecchio Stanislaw Lem, ma è l'una di notte quindi potrei star prendendo un abbaglio). Non so se sarebbe servito, o se sarebbe stato controproducente, non so nemmeno se sia necessario esplicitarlo, questo pensiero, o ci arriverebbe da solo.

Pazienza, eventualmente sarà per la prossima volta.