[Quanto ho lavorato su questa rubrica]

Non proprio delle sottorubriche, ma meritevoli di una selezione: le sezione del neoconio e degli storpionimi.

Alfabeto alfabetico

Piccolo gioco di lettere.

Le lettere in un ordine inatteso ma non casuale:

A H B K C Q D E F L M N R S J G I X Y O P T U V W Z

Risposta:

Sono in ordine alfabetico di pronuncia della lettera:

  1. a
  2. acca
  3. bi
  4. cappa
  5. ci
  6. cu
  7. di
  8. e
  9. effe
  10. elle
  11. emme
  12. enne
  13. erre
  14. esse
  15. gei
  16. gi
  17. i
  18. ics
  19. ipsilon
  20. o
  21. pi
  22. ti
  23. u
  24. vi
  25. vu doppio
  26. zeta

Nuovo Conio #14: austeritarismo

Imporre l'austerità in maniera autoritaria.

Questa non è mia, ma mi è stato gentilmente concesso il permesso di includerla nella rubrica (per gli altri neologismi francesi dovrò scervellarmi un po' per trovare come tradurre i giochi di parole).

au|ste|ri|ta||ṣmo s.m. comp. di austerità nel significato 2 e di autoritarismo NL Imposizione autoritaria di una politica economica austera.
chiave di ricerca: autoritarismo

P.S. Venite sul

Lacerta

Dove raccogliere i frammenti del passato?

Come già detto e discusso ho recentemente ritrovato cose che avevo cominciato a scrivere venti e passa anni fa, e che vorrei provare ad integrare nel Wok, pur conscio del fatto che bozze incomplete erano e bozze incomplete resteranno: mi concederò (o concederò loro?) il lusso di convertirle dal vecchio formato (TeX, e specificamente ConTeXt per le versioni piú recenti, nel buona vecchia codifica nota come Latin-1) a qualcosa di piú compatibile con il Wok (Markdown in UTF-8).

È abbastanza chiaro che il materiale in questione andrà nella mia valvola di decompressione aspirante letteraria, ma per ovvie ragioni non ho intenzione di “mischiare” questo materiale con quello su cui ho lavorato (e spesso lasciato comunque incompleto) negli ultimi anni. Ho quindi deciso di mettere il tutto all'interno di una sorta di “sottorubrica”, “onore” finora riservato alle opere (parzialmente) pubblicate in forma seriale.

Come sempre in questi casi si pone il problema del nome da dare a questa (sotto)rubrica, e stavolta mi è venuta incontro mia moglie suggerendo il termine piú adatto: lacerto, il cui terzo significato è

brano, frammento spec. di un’opera letteraria antica

come confermato anche dal vocabolario Treccani.

Curiosamente, benché gli altri significati del termine siano in ordine diverso nei due vocabolari, il significato pertinente alla mia scelta è comunque al terzo posto in entrambi; il significato è al quarto posto sull'Hoepli, al secondo sul Sabatini–Coletti ed è assente sul Garzanti. Tra i vocabolari storici troviamo il significato al quarto posto nel GDLI, non è presente nel TLIO, né nel Tommaseo–Bellini, né in quello della Crusca.

Si direbbe quindi che l'uso di lacerto per indicare un frammento di opera letteraria sia una cosa abbastanza recente, e solo indirettamente collegato al termine latino da cui quello italiano deriva, o piuttosto ai termini latini, visto che nella lingua che fu sembra trovarsi la parola sia al femminile (per lucertola o sgombro), sia al neutro e al maschile (per muscolo, nerbo o lembo di carne, come poi assimilato nel linguaggio letterario e tecnico dal XIV secolo in poi).

Nonostante questo ho deciso di adottare come nome della rubrica un lacerta latino plurale altamente improprio per un significato che anche in italiano sembra essere piuttosto recente.

E tutto questo per una (sotto)rubrica che rimarrà sostanzialmente vuota, perché i testi che vi caricherò saranno chiaramente marcati come bozze (e non verranno pertanto pubblicati), e se mai deciderò di continuare a lavorarvi, verranno “promossi” alla meritata rubrica Oppure.

Nuovo Conio #13: piattafogna

I social media GAFAM sono delle fogne.

Questa non è mia, ma l'autrice mi ha gentilmente concesso il permesso di includerla nella rubrica.

piat|ta||gna s.f. comp. di piatta- (per piattaforma nel significato 8) e di fogna nei significati 2a e 2b NL su Internet, piattaforma di condivisione dei contenuti caratterizzata da inadeguate strategie di moderazione, abbondanza di contenuti di bassa qualità, con meccanismi di ricondivisione e propagazione mirati a mantenere l'attenzione dell'utenza anche a discapito della salute mentale: Instagram, Facebook e LinkedIn sono delle piattafogne, con il cambiamento del nome da Twitter ad X Elon Musk ha definitivamente confermato la transizione del sito a piattafogna strabordante contenuti neonazisti
chiave di ricerca: piattafogna

P.S. Venite sul

Nuovo Conio #12: scoglieggiare

Muoversi di scoglio in scoglio

Chi di noi non ha imparato alle elementari che i Fenici navigavano “costeggiando costeggiando”?

Cosa dire allora chi a mare in zona scogliera nuota di scoglio in scoglio?

sco|gli|eg|già|re v.tr. (io scogliéggio) NL procedere, a nuoto o in piccola imbarcazione, di scoglio in scoglio: oggi mi sono fatto una nuotatina scoglieggiando sotto quel promontorio
chiave di ricerca: scoglieggiare

Nuovo Conio #11: sbobbone

chi si affida costantemente a modelli generativi per supplire a carenza di talento

Un calco di sgobbone per chi non ci mette nemmeno l'impegno, preferendo affidarsi ai recenti strumenti generativi di dubbia qualità:

ṣbob||ne s.m. NL chi si affida costantemente a modelli generativi per la produzione di materiale di bassa qualità, spec. per supplire a carenza di talento, intelligenza e creatività
chiave di ricerca: sbobbone

Neologismo ideato non appena sono venuto a conoscenza della proposta del termine slopper in inglese, termine che a sua volta deriva dall'uso di slop (sbobba) per descrivere i prodotti di quei LLM che oggi vengono impropriamente propagandati come “intelligenza” artificiale.

La lingua del Wok

Italiano? Inglese? In che lingua scrivere, e perché?

Introduzione

Qualche giorno fa sul si è parlato sulla scelta dello scrivere (sui blog, sui social) in italiano piuttosto che in inglese (o viceversa). Rimando al recente articolo (in inglese) sul blog di Xab per i link ad alcuni thread sulla discussione; qui mi limiterò a sviscerare meglio alcune mie considerazioni sul tema, un tema sul quale ho avuto spesso occasione di rimuginare (ad esempio, giusto un annetto fa scrivevo (in inglese) su questo tema).

Come dicevo già in quell'articolo (di cui questo non è una traduzione, ma semmai un aggiornamento, o forse, piuttosto, un complemento, seppure —appropriatamente?— in un'altra lingua), la mia “carriera” da blogger è cominciata in italiano nel lontano 2004, ed ha continuato principalmente in quella lingua per anni.

Le motivazioni di questa scelta sono molteplici, e la prima (in ordine cronologico se non d'importanza) è che ho cominciato a tenere un blog all'interno di una comunità di italiani che scriveva prevalentemente in italiano, molti dei quali su una piattaforma (l'ormai defunto Cannocchiale) italiana e rivolta ad un pubblico italiano.

Avendo anche io «quella certa coscienza di me che mi deriva dall'aver compiuto gli studi classici», non nego di essere stato motivato in parte (soprattutto in tempi piú recenti) anche dalla volontà di dare “un tocco di qualità” (se non necessariamente di contenuti interessanti) alla (ormai largamente defunta, o quanto meno di ridotta rilevanza) “blogosfera” italiana (sí, sono sempre stato convinto di scrivere bene).

Tuttora, nel preparare nuovi articoli, mi pongo la questione della lingua da utilizzare, e la risposta non è sempre semplice, al di fuori di rubriche come la Diaria, che chiaramente non può non essere in italiano (a chi vuoi che interessi, fuori dall'Italia1, sapere che sono andato a vedere Flow all'Arena Argentina? Al piú, un pubblico internazionale potrebbe essere interessato alla mia recensione del lungometraggio, che però è anch'essa in italiano.)

Una questione di pubblico?

L'idea di base è che la lingua dovrebbe essere dettata dal pubblico (per un pubblico internazionale, meglio una pagina in inglese; per un pubblico “locale”, meglio una pagina in italiano, visto anche —purtroppo— quanto sia scadente la conoscenza dell'inglese nel nostro pur tuttavia xenofilo Paese), ma è spesso anche lo stimolo a guidarmi (ad esempio, le risposte ai “quizzini della domenica” di Mau saranno in italiano).

È anche vero però che mi è capitato di rimpiangere di non avere versioni in inglese di articoli che ho scritto in italiano (ad esempio certe mie riflessioni sul concetto di libertà o sulla giustizia dei regimi fiscali) e viceversa (mi è stata in piú occasioni chiesta una traduzione o almeno una sintesi della mia serie in inglese sul perché il nucleare non ci salverà).

La soluzione ideale sarebbe produrre versioni del testo in entrambe le lingue, una strada però non certo percorribile —per questioni di disponibilità di tempo— da chi come me, quando scrive, scrive nella quantità in cui scrive, e che già impiega giorni, a volte, per completare un articolo. E questo prima ancora di andare a toccare il tasto dolente del perfezionismo, per cui il testo non è mai veramente pronto, per cui darvi una ripassatina per produrre la versione nella lingua alternativa potrebbe facilmente sollecitare un'espansione della versione nella prima lingua.

(Dove la strada potrebbe essere percorribile è forse nel contesto del microblogging, vista la brevitas —quando non si tratta in realtà di lunghi articoli scritti a spezzoni— del formato; peraltro ha il concetto di oggetti multilingua, anche se non credo sia ben supportata da nessuna delle piattaforme attualmente in voga; colgo l'occasione anche per menzionare il tag switch assurto nell' e la mia proposta di realizzazione dello stesso in HTML.)

Una questione di comunità?

Xab pone giustamente la questione in termini di comunità linguistica: sul Fediverso, ma in generale su Internet, c'è una comunità linguistica italiana (o piú d'una, a seconda di come viene definita una comunità), e scrivere in inglese non solo ci allontana (individualmente) da questa comunità, ma indebolisce la comunità tutta: dopotutto, si può parlare di comunità italofona quando nemmeno tra italiani ci si parla in italiano?

In questo senso, la politica del Mercatone di richiedere ai proprî membri di scrivere prevalentemente in italiano —politica con la quale io stesso sono entrato in conflitto prima di spostare la mia attività principale su altre istanze del Fediverso— ha senso, se lo scopo dell'istanza è creare una base generalista per la comunità italofona del Fediverso; avrebbe ancora piú senso se a questa politica non fosse accoppiata una discutibile politica di moderazione che di fatto isola quell'istanza da una fetta consistente del Fediverso italofono piú attivo ed interessante —dettaglio secondo me non trascurabile in un'eventuale analisi delle ragioni del declino della comunità italofona sul Fediverso, che però esula dal tema di questo articolo.

Queste riflessioni mi hanno recentemente fatto rivalutare un aspetto della condivisione dei contenuti (urgh) online che mi ha spesso fatto storcere il naso, ovvero il replicare in italiano contenuti presi altrove in inglese, gesto in cui vedevo una certa “pigrizia intellettuale” con la mancanza di una qualsiasi forma di rielaborazione personale sull'originale inglese. Oggi la mia posizione sulla questione è piú morbida, e riconosco un certo snobismo nel mio precedente atteggiamento: riconosco infatti il ruolo che queste iniziative hanno nel diffondere informazioni e riflessioni interessanti al di fuori di quella che non possiamo non dire élite (nel senso etimologico del termine, e senza assegnare necessariamente a questo termine una valenza di giudizio morale positivo) di italiani con una conoscenza sufficientemente ricca della lingua inglese da potersi sorbire i contenuti originali senza difficoltà. (Ovviamente, a condizione che questo avvenga nel rispetto della proprietà intellettuale “morale” dell'opera originale, e quindi con i dovuti riconoscimenti e citazioni delle fonti.)

D'altra parte, anche in ambiente “culturalmente selezionati” mi sono non infrequentemente sentito chiedere, dopo aver proposto video o testi in inglese, se vi fossero fonti equivalenti in italiano, sia perché comunque la fruizione di contenuti in italiano richiede meno energie di quelli in inglese, sia per il desiderio di condividere ulteriormente queste fonti con altre persone “meno culturalmente selezionate” (almeno sulla conoscenza della lingua inglese).

(Lo snobismo di questo capoverso, signorə miə.)

Un dilemma senza risposta

Nulla di tutto questo aiuta a risolvere il mio dilemma sulla lingua da utilizzare.

Anche al di fuori dell'aspetto comunitario, scrivere in italiano mi dà anche una certa qual soddisfazione perché ho comunuque sempre l'impressione che su Internet vi sia una discreta carenza di contributi “di qualità” nella mia lingua nativa, e mi arrogo la presunzione di ritenere che ciò che scrivo sia in linea di massima “di qualità”, anche quando si tratta di semplici trastulli mentali: scrivere in italiano è quindi, in qualche modo, la mia risposta al problema, creando ciò che mi piacerebbe che esistesse.

(In questo, lo spirito dello scrivere “in lingua nativa” va di pari passo con lo spirito ad esempio del software libero: se manca un'alternativa libera a questo o quel prodotto commerciale, il modo migliore di affrontare il problema è dedicarsi alla creazione di questa alternativa.)

D'altronde, è innegabile che —sopratutto se veramente la creazione è “di qualità”— scrivere in inglese aiuta a raggiungere un pubblico molto piú ampio, transnazionale —seppur selezionato (al di fuori dei nativi anglofoni) dal multilinguismo.

(Ed in questo, lo spirito dello scrivere “in lingua internazionale” segue per certi versi lo spirito del software libero: scrivere per sé, ma massimizzare la fruibilità del prodotto della propria creatività.)

La mia famosa serie sul nucleare è davvero emblematica di questo dilemma. Da un lato, sono ben contento di averla scritta in inglese, potendola cosí presentare “pronta cassa” ad un pubblico internazionale quando si dibatte sull'opportunità o meno del nucleare (cosa accaduta non infrequentemente). Dall'altra, il fatto che sia in inglese e non in italiano lo rende poco fruibile ad esempio a contrastare la (le) propaganda (puttanate) di Luca Romano, l'autoproclamato “Avvocato dell'Atomo”, su cui si sta costruendo negli ultimi anni il tentativo di un ritorno al nucleare in Italia.

(Evidentemente, non contenti della dipendenza dalla Russia per il metano, c'è gente che non vede l'ora di creare una nuova dipendenza energetica dalla stessa nazione, stavolta per il ben piú prezioso materiale da fissione; d'altra parte, in qualche modo la nostra destra deve ripagare l'appoggio di Putin, ma sto divagando.)

C'è anche da dire che, se anche facessi una versione in italiano della stessa serie, non so quanto sarebbe accessibile alle vittime della propaganda di Romano: non tanto perché il mio sito rimane sostanzialmente scognito —i miei appunti di logica argomentativa hanno avuto un insospettato successo anni fa— quanto perché il mio stile di scrittura in questi “saggi” non è esattamente il piú approcciabile da un pubblico generale.

(E qui non si tratta di snobismo, come sa chiunque abbia anche solo una superficiale conoscenza sulle questioni dell'arte della comunicazione —arte nella quale non sono certo un artista. Forse piú che di un traduttore, almeno per rendere fruibili in italiano le cose che ho scritto in inglese, mi servirebbe qualcuno che abbia la capacità di distillare dal mio prolisso e verboso stile di scrittura —del quale peraltro mi compiaccio, perché mi dà soddisfazione scrivere cosí, e dal quale non ho intenzione di allontanarmi— qualcosa di piú adatto ad una comunicazione generalista.)

Diamo i numeri

1500 (millecinquecento) parole dopo, non ho una conclusione da trarre. Il dilemma rimane, e quasi certamente continuerò a scrivere un po' nell'una ed un po' nell'altra lingua, secondo l'ispirazione del momento.

Per curiosità, ecco però qui qualche numero sull'attuale distribuzione delle lingue nel Wok. Per le pagine a cui è stato aggiunto il metadato opportuno, abbiamo ad oggi 443 pagine in italiano (inclusa questa), 138 in inglese, ed una in latino.

(Per inciso: questi numeri sono uno dei motivi per cui non mi sono ancora deciso ad abbandonare Ikiwiki: l'idea di migrare ~600 articoli ad un altro sistema mi dà i brividi. I numeri in realtà sono anche maggiori, perché un certo numero di bozze ed appunti —non nel senso della rubrica— non hanno nemmeno il metadato in questione.)

Potete farvi un'idea della distribuzione delle lingue nel tempo con il grafico seguente, dove l'asimmetria è istantaneamente visibile:

Un grafico a barre divergenti che illustra il numero di articoli per lingua per ogni anno.
Le lingue del Wok nel tempo (2004–2025)

(Note sul grafico: i dati pre-2011 sono parziali, e riguardano principalmente documenti che ho “importanto” da vecchi blog; e sí, se vi andate a vedere i numeri, i totali non corrispondono con quelli precedenti, poiché nel grafico sono incluse solo gli articoli “pubblicati”, i.e. con una data assegnata; e sí, avrei potuto fare un paio di sparkline, ma perché non complicarsi la vita e fare qualcosa di completamente diverso, con relativo codice per generare l'SVG dai dati? Ancora meglio in due modi diversi, come illustrato nel grafico sotto in aggiunta a quello sopra?)

Un grafico a barre sovrapposte che illustra la percentuale di articoli per lingua per ogni anno.
Le percentuali delle lingue del Wok nel tempo (2004–2025)

Anche se non mancano anni in cui l'inglese è prevalso (ad oggi: 2014, 2016, 2017, 2021 ex aequo, 2022), è comunque tuttora indubbia la superiorità numerica degli articoli in italiano rispetti a quelli in inglese, come anche è chiara una tendenza in crescita (percentuale) per i testi in inglese; non escludo anzi (nonostante il fatto che all'attuale momento del 2025 l'italiano stia “stracciando”, e dubito che nei prossimi mesi le altre lingue possano guadagnare significativamente terreno) che in futuro possano esserci sempre piú annate in cui a prevalere sia l'inglese.

Se cosí sarà, non sarà però per una scelta mirata ed intenzionale (men che mai una presa adesso), ma per come il caso (ed il mondo là fuori) guideranno la mia scrittura.


  1. non che agli italofoni interessi nulla di cosa vado a vedere quanto, eh. ↩

Nuovo Conio #10: luigire

Negli Stati Uniti Luigi Mangione, il principale sospettato per l'omicidio di Brian Thompson, è diventato (prevedibilmente, visto lo stato della sanità privata lí) un eroe, portando persino alla “verbizzazione” del nome (to Luigi) con significati che vanno dall'umoristico “ridurre i costi della sanità privata” al piú rivoluzionario “eliminare i miliardari” (anche fisicamente, se necessario), nella difesa dell'interesse del bene comune.

È soprattutto con questo significato che vorrei introdurre il verbo in italiano:

lu|i||re v.tr. NL assassinare una persona ricca e potente, le cui decisioni ed azioni danneggiano la società [quadro 56]
chiave di ricerca: luigire

(Benché la prima coniugazione sia generalmente quella produttiva in italiano, ritengo che in questo caso sia piú adatta la terza.)

Fœdiversum

Latinizzare il Fediverso.

In risposta alla raccapricciante discesa imperialista di Mark Zuckeberg, Elena Rossini —che ha recentemente iniziato una serie sulle caratteristiche tecniche ed i valori del ha proposto (fattivamente) una maglietta “in risposta” a quella del dittatore per nulla benevolo di -sedicente-Meta, per promuovere il Fediverso, con la dicitura “aut Fediverse aut nihil”.

Non mi interessa qui soffermarmi sull'opportunità o meno di promuovere in questa forma quasi autoritaria il Fediverso, ma ritengo che sia opportuno che, volendo seguire questa strada, lo si faccia almeno con il maggior rispetto possibile per la lingua latina.

Per questo ho proposto piuttosto l'uso del neologismo fœdiversum, seguendo pedissequamente l'origine del termine fediverse, nato dalla crasi di federation e universe, risalendo alle radici latine da cui provengono quelle parole, foederatio ed universum, con la scelta di optare per la forma con legatura œ a sottolineare che non si tratta di un termine del latino classico.

AUT FŒDIVERSUM
AUT NIHIL

In realtà, dal punto di vista etimologico, la scelta del termine non è felicissima: questo vale anche per fediverso o il suo originale inglese, ma nella scelta della lingua latina la cosa peggiora perché i termini latini da cui comporre la parola avevano sfumature (o a loro volta origini) molto diverse da quelle acquisite in termini piú recenti con slittamenti di significato.

Per la foederatio il problema principale è che il termine implica, anche nelle forme piú “bilanciate” di foedus, una certa qual centralità di Roma. È anche vero però che, al di là di ogni pretesa egalitaria, il Fediverso ha, in pratica, un po' un problema di certe tendenze accentratrici, nel suo essere “dominato” da alcuni elefanti —primo tra tutti Mastodon, e presto forse (purtroppo) anche Threads, il cavallo di Troia di Facebook— anche senza contare la presunzione di certi elementi.

Ma la criticità piú interessante la pone invece la seconda parola della crasi, universum, cosí come universo nella controparte italiana ed universe in quella inglese: il problema sorge dal fatto che etimologicamente universum nasce già dalla composizione di due radici, quella di unus (uno) e quella di vertere (diventare), nella forma del participio perfetto (neutro singolare) versum, per indicare ciò che è diventato uno.

E qui sorge il problema: nel comporre la parola fediverso (o la sua equivalente in qualunque lingua, ed in particolare in latino) di quell'“universo” che è “diventato uno” rimane solo il divenire, e non l'unità.

Il che, ripensandoci, vista la forte caratterizzazione politica di molte istanze del Fediverso, e la nomea di certa politica di sinistra (dieci teste, undici correnti) non è forse nemmeno tanto sbagliato.

Pleonasticini

Sbagliare per sbaglio è piú meglio che farlo apposta.

Mia figlia mi spiega che ha travasato l'acqua dalla brocca con il manico rotto a quella con il manico integro «perché questa è piú migliore di questa» (il fatto che questa e questa in italiano si dicano nello stesso modo complica orrendamente le cose).

Le spiego che «migliore» non vuole il «piú».

Mi dice «lo so, ho sbagliato per sbaglio».

La fiera del pleonasmo.

Scioglidita

Scioglilingua da tastiera?

Con la fine delle ferie mi sono venuti in mente alcuni giochi linguistici sulla parola (ferie) e simili (ovvero parole con piccola distanza di Levenshtein dalla parola “ferie”), ed in particolare “fiero” (variamente declinato) e “fèra” (versione “antica e poetica” della fiera intesa come belva, animale selvatico), probabilmente da non confondere con la fera siciliana che si riferisce invece alla fiera intesa come mercato di quartiere (tipicamente all'aperto, con bancarelle e tendoni) e da cui viene la famosa quanto inesistente “marca” di vestiario RdF (robba da'a fera, ovvero “roba presa alla fiera”, intesa ad indicare un prodotto di qualità incerta presa a poco prezzo, per l'appunto spesso alla fera).

I giochi linguistici che mi sono venuti mente sono praticamente degli scioglilingua, tipo:

  • le fiere fère in ferie
  • la fiera fiera in ferie alla fiera

e la variante della seconda

  • la fiera fèra in ferie alla fiera

Nel buttar giú e commentare queste idee su Mastodon mi sono accorto di un'altra cosa: la parola scioglilingua è in sé uno scioglilingua! (È quindi una parola autologica.)

Il modo in cui me ne sono accorto è che scrivendola ho saltato il secondo “li” (errore che peraltro ho commesso di nuovo nello scrivere la descrizione di questo articolo), ed anche se non sempre gli errori di battitura hanno qualcosa a che fare con possibili errori di pronuncia, in questo caso è abbastanza chiaro che la ripetizione è un problema nella scrittura, mentre quella vicinanza di “gli” e “li” lo è nel parlato.

Ed a questo punto m'è venuto in mente che forse è il momento di introdurre un concetto parallelo a quello di scioglilingua, specificamente per la scrittura: lo scioglidita, una parola o una frase che sia difficile da scrivere correttamente (volendo qualificare: anche per gente con una certa esperienza in dattilografia). In questo senso, scioglilingua potrebbe essere uno scioglidita (mentre scioglidita non è uno scioglilingua).

Quali saranno le caratteristiche dello scioglidita? Immagino che facilmente avrà lettere o sillabe ripetute (poiché diventa piú facile dimenticarne una ripetizione), o parole/sillabe abbastanza simili (nella scrittura) da generare confusione. Potrebbero essere diversi nella scrittura dattilografa rispetto a quella tradizionale (“carta e penna”)?

Le risposte a questi ed altri quesiti nella prossima puntata.

The language you write in

On blogging, writing, and multilingualism

Introduction

This article features dead links. This is intentional.

I started blogging regularly slightly more than 20 years ago, on the now-defunct Italian blogging platform Il Cannocchiale. My first post is dated 2004-04-06.

Although I did experiment here and there both before and after opening my Cannocchiale blog (for example on LiveJournal) IlCannocchiale was my primary (I would go as far as saying “actual”) blogging platform for the best part of 6 years (my last post on that platform is dated 2010-01-02), before switching to the Wok after a nearly yearly hiatus.

My blogging on IlCannocchiale was essentially exclusively in Italian. The platform was Italian, aimed at Italians, and my social circle was mostly Italians, so —even if English comes quite naturally to me— blogging in Italian was natural and appropriate. In fact, although the primary reason for the existence of my LJ blog was to keep in contact with a few of my friends there (in a time when it was unthinkable to have cross-platform social interactions), it also served (briefly) as a means to escape the language constraint on my primary blog —although most of my English social interactions at the time happened on the alt.corel newsgroup, until my provider, like many other, started dropping support for Usenet.

Going multilingual

When I opened the Wok, I had a pretty clear idea that I would not allow myself to be bound to a specific language. While not going as far as believing that I would ever find the time to post new articles and their translations in multiple languages (something that supports through a po plugin), I had no doubts that I would finally feel free to post in whatever language I felt was more appropriate for any particular post.

When I started, the Wok content was also primarily if not entirely in Italian, although it did gain some minor pages in English right from the start. I haven't run any actual statistics, but I'm pretty sure that over time the ratio of Italian to English has been steadily shifting towards English, except for a couple of sections (mainly the blog-like Diaria and the more creative Oppure, but also the random Appunti).

So, what drives the language choice? In my case, it's mostly the expected audience.

I don't have particular pretenses of writing interesting things, but for more technical content, for example, I write on the assumption that what I'm writing may be helpful to someone who had a similar issue or wanted to tackle a similar problem or could be interested in a similar discovery. In this case, I resort mainly to English because —like it or not— it's the lingua franca for international communication. On the other hand, if I'm just brainstorming or telling about a fancy event in my life, I don't particular care about reaching an international audience, so Italian is fine.

There are of course exceptions. For example, in Mathesis there are articles proposing solutions to quizzes posed on an Italian blog, so I write the articles in Italian. Also, there's a lot of articles in Riflessioni that I believe would be of interest to a more general audience, and for which I've actually found myself wishing I had written them in English so that I could share the link in relevant international discussions.

For these, in general, the underlying reason for the choice is “what triggered the article” in the first place. If it was a discussion or other article I came across online, the article language will generally be the same as the one in triggering discussion or article. If OTOH it's a more spontaneous reflection, it's more likely to be in Italian, especially if it matured a bit in the Appunti section before moving to Riflessioni.

For what it's worth, I don't mind writing things in either language. And writing more “interesting” things in Italian gives me a warm feeling, because there's honestly a dearth of “interesting” things in Italian, so giving my contribution to this neglected part of the Internet is good, actually.

It's also to be noted that the main reason for this scarcity isn't that most interesting stuff is written by native English speakers, but because —like me— a lot of people who have the possibility to write interesting things in English will do so, again to reach a potentially wider audience (you lose the locals who don't speak/read English fluently enough, but you gain worldwide).

The nice solution to all this would be —of course— to provide translations of all articles that deserve it. But let's be honest here: who's got time for that?

(Non) udire il francese

Misurare la superficialità della mia conoscenza del francese

Ho studiato per qualche anno, arrivando anche a conseguire un paio di certificazioni di base (anche se non so piú nemmeno dove siano i miei certificati cartacei, ma non è di questo che voglio parlare).

È una lingua che, a differenza dell'inglese, pratico molto poco. Ascolto poca musica, di cui capisco ancora meno, leggo pochissimo1, niente film o serie TV. Il mio livello, negli anni da quando ho smesso di seguire corsi —com'è facilmente immaginabile— non è certo migliorato.

Nonostante ciò, ogni tanto mi piace riascoltare due video che considero quasi una sfida alla mia (scarsa) conoscenza del francese: sarò soddisfatto quando ne riuscirò a capire non dico il 90%, ma almeno il 50%.

Il primo di questi è Ne rien comprendre à la langue française, un video satirico in francese sulla lingua francese, del quale dopo decine e decine di ascolti riesco a cogliere anche qualche battuta, cosa che non fa che stimolare il mio interesse a migliorare la mia comprensione (per sorridere di piú).

Il secondo è forse ancora piú difficile, benché piú breve, in buona parte perché costruito quasi interamente di giochi di parole. Si tratta dello sketch Oui dire di Raymond Devos: già alla prima battuta sulla difficoltà del coniugare il verbo ouïr alla prima persona singolare del presente indicativo mi perdo: benché riesca ad afferrare il senso della battuta (che —mi perdonino i francesi se sto cannando— gioca sull'omofonia con joie, gioia, e quindi la necessità di specificare quando si sente qualcosa di triste), non riuscirei a trascrivere la battuta neanche se ne dipendesse la mia vita.

E sia chiaro, viviamo nel XXI secolo, è chiaro che potrei benissimo sapere cosa dicono nei video usando sottotitoli (autogenerati o manuali o chissà che altro), ma è altrettanto chiaro che non è quello il punto: non è cosí che ho imparato l'inglese, e non sarà certo cosí che imparerò il francese.

C'è da dire che per l'inglese ho fatto molto di piú (ascoltare, leggere, vedere film, conversazioni con madrelingua), che per il francese non sto facendo, ma tenendo conto che nonostante la mia piuttosto buona conoscenza dell'inglese vi sono canzoni per cui mi sono stati anche recentemente necessari ripetuti ascolti per riuscire a trascriverne il testo (una per tutte, The Wee Kirkcudbright Centipede di Matt McGinn, anche se molte di quelle di Tom Lehrer non scherzano), non sarebbe poi strano che questi video in francese mi creino qualche problema.

Semmai, potrei forse essere già abbastanza contento di quello che riesco a capire, senza cullarmi nell'illusione che basti.


  1. forse qualche fumetto in lingua; paradossalmente, qualcosina di piú di scanlation dei manga giapponesi, quando non trovo l'inglese o l'italiano. ↩

Storpionimi

Giocare con le parole, con reminescenze da Sfiga all'OK corral. Anche, un sito, una pagina su FriendFeed ed infine il tag.

Qui raccoglierò le mie creazioni.

Manta Rei

Pesce d'acqua dolce che non nuota mai nello stesso fiume.

Religioni selettive

Fotti fotti, che Dio perdona Totti.

Towel May

Mese dedicato alla Guida Galattica per gli Autostoppisti.

Toner Day

Giorno in cui si cambiano le cartucce delle stampanti.

I Lupin meno conosciuti
Astenio Lupin

fratello minore del piú famoso Arsenio, ogni volta che prova a seguirlo in una delle sue rocambolesche avventure deve fermarsi dopo poco, senza fiato.

Astemio Lupin

aspirante ladro d'alto bordo, viene sempre scoperto quando gira per le sale durante i gala, nonostante i migliori travestimenti, essendo l'unico con in mano una coppa di acqua frizzante invece che di champagne.

Irpinio Lupin

un disastro.

Nuovi santi
San Guinante

martire, ovviamente

San Guinario

discendente di Gengis Khan convertito al cristaniesimo

Nuovo Conio #9: maestrosità

ma|e|stro|si| s.f.inv. NL la qualità dell'essere fatto con maestría, dell'essere riconoscibile come opera di un maestro papà, guarda la maestrosità della mia pista
chiave di ricerca: maestrosità

Idoli e cani

Disquisizioni sul verbo idoLATRARE

Mi sono appena accorto che il verbo «idolatrare» contiene al suo interno la parola «latrare», ed ho trovato la cosa estremamente appropriata (specialmente nel contesto in cui me ne sono accorto): come i cani dimostrano questa sconfinata adorazione nei confronti dei loro padroni, cosí gli idolatri manifestano una inviolabile ammirazione per i loro idoli.

E guai a toccarglieli! Qualunque cosa possa essere interpretata anche solo come un guardare sospetto l'oggetto della loro venerazione scatena in loro un abbaiare rauco e rabbioso contro chi ha osato: è proprio il caso di dire che idolatrano.

Nuovo Conio #8: omocondria

L'omofobia è una brutta bestia, ma è bene avere a disposizione altri termini per meglio catturare la varietà di forme e di gradi che l'antipatia all'omosessualità può assumere.

o|mo|con|drì|a s.f. NL stato psichico morboso prevalentemente nevrotico, che conduce a temere qualsiasi azione possa manifestare una (presunta o reale) omosessualità latente
chiave di ricerca: omocondria
o|mo|con|drì|a|co agg., s.m. NL che, chi è affetto da omocondria
chiave di ricerca: omocondriaco

(Anche in questo caso, non posso reclamare la partenità del termine, che mi arriva dal Twitter.)

Sciarada #3

Se del cavallo è la famiglia il primo / il secondo invece è in quella mia / ed il tutto infin la notte / ed il giorno rende uguali

Se del cavallo è la famiglia il primo
il secondo invece è in quella mia
ed il tutto infin la notte
ed il giorno rende uguali

equino / zio = equinozio

Sciarada #2

IL CALCIATORE PUÒ PASSARE (8 3 5)

Frase doppia (8 3 5)

IL CALCIATORE PUÒ PASSARE

permessi per Messi

Sciarada #1

Il primo inver mi rassomiglia / il secondo al famoso dio bifronte / e il tutto si grattugia / su molti primi piatti

Il primo inver mi rassomiglia
il secondo al famoso dio bifronte
e il tutto si grattugia
su molti primi piatti.

parmi / Giano = parmigiano

Temporarily permanent

Trying to track down the source of the proverb: «Nothing is more permanent than the temporary.»

There's a famous saying that goes something like this:

Nothing is more permanent than the temporary.

In these days of quarantine and other “temporary” solutions that may not only have very long lasting effects, but may as well become permanent themselves, I've been trying to look for its source (for these kind of proverbs, possibly a hopeless task; but still) to quip and play around with it.

From ancient Greek?

An interesting hint comes from a poem by A. E. Stallings, titled After a Greek Proverb, that references the Greek:

Ουδέν μονιμότερον του προσωρινού

Now, this is modern Greek, as hinted by the monotonic ortography, but I wanted to go further back in time, rather than shifting regions.

I've thus spent some time trying to deconstruct the (modern) Greek proverb and “rebuild” a hypothetical Ancient Greek version.

The beginning is easy: Ουδέν didn't change much from Ancient Greek οὐδέν (neuter nominative signular of οὐδείς, and thus “nothing” as subject of the sentence).

Μονιμότερον is the (declensed) comparative of μόνιμος (steady, stable, fixed), just as in Ancient Greek. So far, so good.

The verb is missing, but that's acceptable in Ancient Greek as well, so the only remaining part is the comparative term, (declensed) προσωρινός, modern Greek for temporary, provisional.

Now, this is problematic because I can't find this term in any Ancient Greek dictionary, which leads me to suspect that they used a different term to express the concept. So I've asked this site to lend me a hand in the (reverse) search, that has led me to words such as πρόσκαιρος and ὑπόχρονος.

So I'm guessing the Ancient Greek version would be something like:

Οὐδέν μονιμότερον του ὑπόχρονου.

But does it even make sense to do it this way? Was it even a proverb in ancient times yet?


I've seen similar proverbs attributed to the Russian culture. I've read variants in the words of American economists talking about government action, and in the aphorisms of Italian journalists talking about social customs. Is it just a universal constant?

Read all over

She got me good

I'm not a native English speaker and neither is my wife, but since we don't live in an English-speaking country and our kids are still too young, English is the language we use when we want to talk in front of them about things we don't want them to understand.

My English is also better than hers, so sometimes I do correct her, as I know it's appreciated. This is how my wife recently discovered that the simple past and past participle of «read» sound exactly like «red». I also took the opportunity to mention that this is the pun behind the riddle:

«What is black and white and red all over?»

To which she replied:

«A penguin.»


(The classic answer is actually «a newspaper», because it's black and white, and read all over.)


So my obvious reaction:

«What? What's red in a penguin? The beak?»

And she:

«Penguins are books

Damn.

She got me. She got me good.


(To make things worse, the penguin answer is also horribly close to the anti-joke answer to the riddle: a badger in a blender.)

Numerazioni, ordinali e Wu Ming

I Wu Ming sono un gruppo di (attualmente) cinque autori che, nel far riferimento l'uno all'altro, vanno per numerazione: Wu Ming 1, Wu Ming 2, Wu Ming 3 (fuoriuscito), Wu Ming 4, Wu Ming 5.

Il problema dell'usare i numeri naturali per la loro denominazione è la mentalità umana e la sua tendenza all'ordinamento, sí che Wu Ming 1 verrebbe inevitabilmente primo, e Wu Ming 5 inevitabilmente ultimo.

Non conoscendo i dettagli cronografici della storia della formazione del gruppo (costola di Luther Blisset) né i ruoli dei suoi membri nelle attività del gruppo, non saprei dire se l'ordinamento abbia un suo valore (cronologico, volumetrico, o chissà che) o se sia invece possibile fonte di ambiguità all'interno di un gruppo che sarebbe altrimenti paritario.

Un problema simile è nato con la famosa proposta di sostituire i termini “padre” e “madre” con Genitore 1 e Genitore 2 nei moduli che sarebbe stati altrimenti discriminatori nei confronti delle coppie omosessuali: chi, infatti sarebbe stato il primo e chi il secondo genitore?

Per la questione dei genitori, era stato umoristicamente proposto in alcuni ambienti di usare piuttosto qualcosa come Genitore A e Genitore 1, sí che ambo i genitori fossero considerabili “ordinalmente primi”, seppur distinguibili.

Il giochino è interessante, ma fin dove si può portare? Ad esempio, se volessimo usare una strategia simile per i Wu Ming, potremmo trovare un numero sufficiente di distinzioni? Tipo: Wu Ming 1, Wu Ming A, Wu Ming α, Wu Ming I (che sarebbe il numerale romano, in questo contesto) … e poi? Mi manca un elemento, una serie usata tipicamente per le enumerazioni, da cui estrarre il primo elemento da assegnare al rimanente Wu Ming.

Conoscenza perfetta

Vorrei aprire una nuova rubrica (o sezione), su matematica e dintorni. Ho anche già pronti un paio di argomenti da trattare (e in questa rubrica probabilmente migreranno anche altri contenuti già scritti), ma mi trovo davanti ad un insormontabile problema: il nome.

La principale difficoltà sta nel trovare un singolo termine, possibilmente d'impatto, che possa sintetizzare lo spirito della sezione. Potrei effettivamente chiamarla semplicemente ‘Matematica’, ma suona banale, persino riduttivo. Mi piacerebbe qualcosa di più ‘spinto’.

Il sottotitolo sarebbe, con la tipica modestia che caratterizza il pensiero matematico, «Conoscenza perfetta» (e sui perché e sui percome di questa scelta ne discuterò poi o nella sezione stessa o nelle riflessioni). Non è necessario che il nome sia sullo stesso tema, ma se lo fosse non mi dispiacerebbe.

Ovviamente, termini che indicano una conoscenza, e soprattutto una conoscenza perfetta, esistono un po' in tutte le lingue. Purtroppo, la maggior parte di questi termini ha un valore molto specifico di carattere mistico e/o religioso: comprensibilmente, d'altra parte, visto che la “vera conoscenza” è sempre stata prerogativa (presunta) dell'esoterismo, e benché la matematica rimanga (nuovamente) largamente esoterica, è anche vero che questa arte o disciplina che dir si voglia raramente ha avuto la pretesa di avere un risvolto essoterico che potesse ammaliare la gente (controesempio immediato viene certamente da Pitagora).

Mi trovo così con l'inusuale dubbio su quale religione saccheggiare, a quale pensiero rubare il termine, chi offendere con la mia perversione della parola per loro (probabilmente) sacra. Devo dire che non mi dispiacerebbe usare qualcosa come Gnosi o il sanscrito Jñāna. Ma forse sarebbe più opportuno abbandonare il misticismo, e riprendere possesso di un termine ingiustamente rubato dalla filosofia, come episteme?

E volendo invece restare sul mistico, non sarebbe forse meglio guardare proprio al già citato controesempio, alla scuola pitagorica? Potrei quindi cercare il termine tra quelli relativa all'armonia; o a rami specifici della matematica, indistinti ai tempi, come aritmetica o geometria. Eppure non so quanta ricchezza possa dare scavare tra le radici, magari nell'etimologia, tornando alla natura partitiva del numero.

Decisions, decisions, decisions.

Aggiornamento del 14 aprile 2013: alla fine ho deciso per mathesis, un filino meno scontato di matematica ed in uso corrente limitato (la Società italiana di scienze matematiche e fisiche e poco altro). E se mai mi venisse un'idea migliore, sarà sempre possibile spostare il tutto e sfruttare il buon vecchio HTTP response code 301 Moved Permanently.

Smalltown Boy George Michael

È la più lunga “catena omosessuale della musica” (o dovrei chiamarlo trenino?) che sono riuscito a formare, coinvolgendo Smalltown Boy (“popolare inno gay”), Boy George e George Michael.

Sono dovuto ricorrere all'apposita pagina su Wikipedia per cercare un modo di continuare la catena, ma non conoscendo nessuno dei cantanti citati facenti di primo nome Michael, non me la sono sentita di aggiungerli.

Nuovo Conio #7: orgoglione

Non posso vantare certo la paternità del termine; ma visto che il suo uso comincia a diffondersi, è decisamente arrivato il momento di farlo entrare di diritto nella nostra lingua.

or|go|gliò|ne s.m. NL individuo orgoglioso per motivi futili, o per cose di cui ci si dovrebbe vergognare
chiave di ricerca: orgoglione

Mi è stato fatto notare che il termine è prevalentemente usato in senso autoironico. Non sono però sicuro se (ed eventualmente come) tale connotazione debba (o possa) essere evidenziata nella definizione. Per il momento la lascerò qui come “nota d'uso”.

Nuovo Conio #6: porcellame

Le idee che ti vengono scendendo al lavoro a piedi:

por|cel||me s.m. NL 1 raccolta di materiale pornografico 2 grande quantità di cibo goloso ma non salutare
chiave di ricerca: porcellame

Nuovo Conio #5: atterzettare

L'italiano non sembra tenere in considerazione i gruppi con più di due persone quanto quelli con due persone. Oh sì, certo, esistono trii e terzetti e quartetti eccetera, ma, diciamo, non so mai stati importanti come le coppie, al punto da abusare le parole relative alla coppia anche quando di coppia non si tratta.

Ho deciso di porre fine a questi numerismi:

at|ter|zet||re v.tr. (io atterzétto) NL mettere in trii o terzetti, unire a tre a tre: atterzettare immagini, parole e musica
chiave di ricerca: atterzettare

La cosa che mi chiedevo era la seguente: aqquartettare di dovrebbe scrivere con due q o con cq?

Nuovo Conio #4: bipondimensura

I vizi diffusi meritano un termine singolo che li indichi:

bi|pon|di|men||ra s.f. NL attitudine all'uso di due pesi e due misure, ad usare criteri diversi per valutare situazioni simili, a valutare ingiustamente
chiave di ricerca: bipondimensura

Car « car », c'est cur

(Con buona pace della mia professoressa di francese).

Cercavo un monosillabo per “perché” (ed in italiano ci sarebbe il “ché”, che però nel parlato non è che si usi tanto) perché ero ossessionato dal parlare/canticchiare metricamente al ritmo di Little Boxes, ed invece la prima cosa che m'è venuta in mente è stato che i francesi hanno il pourquoi interrogativo (why, mi fa eco l'Affine), hanno il parce que (because, mi fa eco l'Affine) ed hanno il car; e l'Affine osserva che è tipo il cur latino.

Epifania.

Però è letta, quella parola latina, all'inglese, in francese.


Aggiornamento delle 19.00: mi fa presente la mamma che cur in latino è interrogativo. Peccato.

Porche varianti

Stavolta non si parla del porco magnificato da Majore (a cui avevo già accennato, ma si propone qualche interessante variante, come l'uso del plurale “porchi” invece del più tradizionale “porci”, nell'uso aggettivale del suino: come ad esempio il porco pasto che si sta organizzando per stasera, che di suino non ha nulla (ah, no, ci sarà anche la bresaola), ma è comunque corredato da alimenti “porchi”: dalle Pringles alla fonduta al cioccolato. E poi i pensieri.

Ovviamente, tutto ciò è possibile anche perché sono, dopo tutto, un porco senza fondo.

Nuovo Conio #3: gaffaggine

Recenti situazioni mi portano a credere che la mia capacità di dire cose con un certo valore che vengono poi interpretate in tutt'altro modo non mi sia unica, e che per di più sia carattere ereditario, un carattere per il quale conieremo il seguente termine, sul modello di goffaggine:

gaf|fàg|gi|ne s.f. NL attitudine a fare gaffe: ho la gaffaggine di un gaffeur professionista
chiave di ricerca: gaffaggine

Mondegreen #1: Perché i bagni sono sempre in fondo a destra?

Leggo di una canzone dei Creedence Clearwater Revival che si chiama Bad Moon Rising, in cui si ripete il verso there's a bad moon on the rise che spesso viene frainteso come there's a bathroom on the right (ed ascoltando la canzone posso confermare: “suona” davvero così).

Questo fenomeno si chiama (in inglese) mondegreen, termine creato dalla scrittrice americana Sylvia Wright che narra di come da piccola sentiva l'ultimo verso della ballata Bonny Earl o'Murray (and ha'e laid him on the green) come and Lady Mondegreen.

Il fenomeno capita anche in italiano: ricordo ad esempio che quando con la Sorella Minore cercammo di trascrivere il testo di La mia banda suona il rock di Ivano Fossati io ero convinto che dicesse “ci vedrete in prima line(a)” anzicché “in crinoline”.

Domanda: esiste anche in italiano un nome specifico per questa specie di paronimia? Se sì, quale? Se no, quale potremmo scegliere?

Se avete qualche mondegreen da condividere, potete sfruttare questo topic su Vineland, aperto all'uopo. (Non occorre registrarsi, ma perché non farlo?)

Quasi una poesia

Sul canale IRC di Marforio si cazzeggia. Ultimamente, lo sport è cercare di indovinare le parole “pensate” (pescate dal De Mauro) da rbot per giocare ad Abaco Zuzzurellone.

Il gioco, per chi non lo sapesse, consiste nell'indovinare la parola pensata dal “gestore”, tirando ad indovinare. Ogni volta che la parola non viene indovinata, si usa la parola tentata per restringere l'intervallo delle parole concesse. Esempio:

Gestore [ha pensato: ‘rosa’]: abaco zuzzurellone
Giocatore 1: pista
Gestore: pista zuzzurellone
Giocatore 2: sarto
Gestore: pista sarto
Giocatore 3: rantolo
Gestore: rantolo sarto
(etc)

Il bot a noi funge da gestore, e si tira ad indovinare le parole (talvolte assurde) che esso sceglie per noi. Così, mi sono appena accorto che r-tto ammette tutte le vocali. E viene fuori quasi un componimento poetico:

ratto
retto
ritto
rotto
rutto

Nuovo Conio #2: quandunque

Un altro termine che secondo me non dovrebbe mancare dal lessico italiano è “quandunque”, che sarebbe sostanzialmente l'equivalente temporale di ovunque ed un po' come l'ormai obsoleto e letterario uso di quantunque. I francesi risolvono tutto con perifrasi: “n'importe quand/où/quoi/qui”, noi abbiamo anche chiunque e qualunque: per par condicio, ci serve anche questo:

quan|dùn|que cong. NL quando, in qualunque momento in cui, ogni volta che: si coniano nuovi termini q. ce ne sia la necessità
chiave di ricerca: quandunque

Noto però con una breve ricerca su Google che il Vocabolario dell'Accademia della Crusca cita la voce (nella doppia grafia “quandunque” e “quandunche”). Più che di neologismo di tratterà quindi stavolta di archeologia?

Nuovo Conio #1: infragilire

Scopro che il De Mauro non conosce il termine “infragilire”; poiché il significato è ovvio, propongo qualcosa come la seguente (sul modello di inacidire):

in|fra|gi||re v.tr. NL rendere fragile [quadro 56]
chiave di ricerca: infragilire

Ed ovviamente il riflessivo:

in|fra|gi||rsi v.pronom.intr. NL diventare fragile: mi sono infragilito
chiave di ricerca: infragilirsi

Ovviamente tutto il mondo lo usa già da un pezzo, quindi non è veramente un neologismo, ma chi se ne.

Diluvio universale

Nel vero spirito autunnale, la giornata di oggi è caratterizzata dal “diluvio universale”, più comunemente nota come azzuppa viddani; è quella pioggerellina fina, quasi impercettibile, invisibile, silenziosa. Si esce di casa sotto un cielo plumbeo ma con strane luminescenze, e si arriva alla macchina zuppi fradici, senza nemmeno rendersi conto di cosa ci abbia bagnati.

E poi si perde mezz'ora per trovare posto in cittadella.

Me la sono chiamata? Giusto ieri sera pensavo che mi sarebbe piaciuto avere un Segway HT …