La lingua del Wok
Italiano? Inglese? In che lingua scrivere, e perché?
Introduzione
Qualche giorno fa sul Fediverso si è parlato sulla scelta dello scrivere (sui blog, sui social) in italiano piuttosto che in inglese (o viceversa). Rimando al recente articolo (in inglese) sul blog di Xab per i link ad alcuni thread sulla discussione; qui mi limiterò a sviscerare meglio alcune mie considerazioni sul tema, un tema sul quale ho avuto spesso occasione di rimuginare (ad esempio, giusto un annetto fa scrivevo (in inglese) su questo tema).
Come dicevo già in quell'articolo (di cui questo non è una traduzione, ma semmai un aggiornamento, o forse, piuttosto, un complemento, seppure —appropriatamente?— in un'altra lingua), la mia “carriera” da blogger è cominciata in italiano nel lontano 2004, ed ha continuato principalmente in quella lingua per anni.
Le motivazioni di questa scelta sono molteplici, e la prima (in ordine cronologico se non d'importanza) è che ho cominciato a tenere un blog all'interno di una comunità di italiani che scriveva prevalentemente in italiano, molti dei quali su una piattaforma (l'ormai defunto Cannocchiale) italiana e rivolta ad un pubblico italiano.
Avendo anche io «quella certa coscienza di me che mi deriva dall'aver compiuto gli studi classici», non nego di essere stato motivato in parte (soprattutto in tempi piú recenti) anche dalla volontà di dare “un tocco di qualità” (se non necessariamente di contenuti interessanti) alla (ormai largamente defunta, o quanto meno di ridotta rilevanza) “blogosfera” italiana (sí, sono sempre stato convinto di scrivere bene).
Tuttora, nel preparare nuovi articoli, mi pongo la questione della lingua da utilizzare, e la risposta non è sempre semplice, al di fuori di rubriche come la Diaria, che chiaramente non può non essere in italiano (a chi vuoi che interessi, fuori dall'Italia1, sapere che sono andato a vedere Flow all'Arena Argentina? Al piú, un pubblico internazionale potrebbe essere interessato alla mia recensione del lungometraggio, che però è anch'essa in italiano.)
Una questione di pubblico?
L'idea di base è che la lingua dovrebbe essere dettata dal pubblico (per un pubblico internazionale, meglio una pagina in inglese; per un pubblico “locale”, meglio una pagina in italiano, visto anche —purtroppo— quanto sia scadente la conoscenza dell'inglese nel nostro pur tuttavia xenofilo Paese), ma è spesso anche lo stimolo a guidarmi (ad esempio, le risposte ai “quizzini della domenica” di Mau saranno in italiano).
È anche vero però che mi è capitato di rimpiangere di non avere versioni in inglese di articoli che ho scritto in italiano (ad esempio certe mie riflessioni sul concetto di libertà o sulla giustizia dei regimi fiscali) e viceversa (mi è stata in piú occasioni chiesta una traduzione o almeno una sintesi della mia serie in inglese sul perché il nucleare non ci salverà).
La soluzione ideale sarebbe produrre versioni del testo in entrambe le lingue, una strada però non certo percorribile —per questioni di disponibilità di tempo— da chi come me, quando scrive, scrive nella quantità in cui scrive, e che già impiega giorni, a volte, per completare un articolo. E questo prima ancora di andare a toccare il tasto dolente del perfezionismo, per cui il testo non è mai veramente pronto, per cui darvi una ripassatina per produrre la versione nella lingua alternativa potrebbe facilmente sollecitare un'espansione della versione nella prima lingua.
(Dove la strada potrebbe essere percorribile è forse nel contesto del microblogging,
vista la brevitas
—quando non si tratta in realtà di lunghi articoli scritti a spezzoni—
del formato;
ActivityPub peraltro ha il concetto di oggetti multilingua,
anche se non credo sia ben supportata da nessuna delle piattaforme attualmente in voga;
colgo l'occasione anche per menzionare il tag SMIL switch assurto nell'SVG
e la mia proposta di realizzazione dello stesso in HTML.)
Una questione di comunità?
Xab pone giustamente la questione in termini di comunità linguistica: sul Fediverso, ma in generale su Internet, c'è una comunità linguistica italiana (o piú d'una, a seconda di come viene definita una comunità), e scrivere in inglese non solo ci allontana (individualmente) da questa comunità, ma indebolisce la comunità tutta: dopotutto, si può parlare di comunità italofona quando nemmeno tra italiani ci si parla in italiano?
In questo senso, la politica del Mercatone di richiedere ai proprî membri di scrivere prevalentemente in italiano —politica con la quale io stesso sono entrato in conflitto prima di spostare la mia attività principale su altre istanze del Fediverso— ha senso, se lo scopo dell'istanza è creare una base generalista per la comunità italofona del Fediverso; avrebbe ancora piú senso se a questa politica non fosse accoppiata una discutibile politica di moderazione che di fatto isola quell'istanza da una fetta consistente del Fediverso italofono piú attivo ed interessante —dettaglio secondo me non trascurabile in un'eventuale analisi delle ragioni del declino della comunità italofona sul Fediverso, che però esula dal tema di questo articolo.
Queste riflessioni mi hanno recentemente fatto rivalutare un aspetto della condivisione dei contenuti online che mi ha spesso fatto storcere il naso, ovvero il replicare in italiano contenuti presi altrove in inglese, gesto in cui vedevo una certa “pigrizia intellettuale” con la mancanza di una qualsiasi forma di rielaborazione personale sull'originale inglese. Oggi la mia posizione sulla questione è piú morbida, e riconosco un certo snobismo nel mio precedente atteggiamento: riconosco infatti il ruolo che queste iniziative hanno nel diffondere informazioni e riflessioni interessanti al di fuori di quella che non possiamo non dire élite (nel senso etimologico del termine, e senza assegnare necessariamente a questo termine una valenza di giudizio morale positivo) di italiani con una conoscenza sufficientemente ricca della lingua inglese da potersi sorbire i contenuti originali senza difficoltà. (Ovviamente, a condizione che questo avvenga nel rispetto della proprietà intellettuale “morale” dell'opera originale, e quindi con i dovuti riconoscimenti e citazioni delle fonti.)
D'altra parte, anche in ambiente “culturalmente selezionati” mi sono non infrequentemente sentito chiedere, dopo aver proposto video o testi in inglese, se vi fossero fonti equivalenti in italiano, sia perché comunque la fruizione di contenuti in italiano richiede meno energie di quelli in inglese, sia per il desiderio di condividere ulteriormente queste fonti con altre persone “meno culturalmente selezionate” (almeno sulla conoscenza della lingua inglese).
(Lo snobismo di questo capoverso, signorə miə.)
Un dilemma senza risposta
Nulla di tutto questo aiuta a risolvere il mio dilemma sulla lingua da utilizzare.
Anche al di fuori dell'aspetto comunitario, scrivere in italiano mi dà anche una certa qual soddisfazione perché ho comunuque sempre l'impressione che su Internet vi sia una discreta carenza di contributi “di qualità” nella mia lingua nativa, e mi arrogo la presunzione di ritenere che ciò che scrivo sia in linea di massima “di qualità”, anche quando si tratta di semplici trastulli mentali: scrivere in italiano è quindi, in qualche modo, la mia risposta al problema, creando ciò che mi piacerebbe che esistesse.
(In questo, lo spirito dello scrivere “in lingua nativa” va di pari passo con lo spirito ad esempio del software libero: se manca un'alternativa libera a questo o quel prodotto commerciale, il modo migliore di affrontare il problema è dedicarsi alla creazione di questa alternativa.)
D'altronde, è innegabile che —sopratutto se veramente la creazione è “di qualità”— scrivere in inglese aiuta a raggiungere un pubblico molto piú ampio, transnazionale —seppur selezionato (al di fuori dei nativi anglofoni) dal multilinguismo.
(Ed in questo, lo spirito dello scrivere “in lingua internazionale” segue per certi versi lo spirito del software libero: scrivere per sé, ma massimizzare la fruibilità del prodotto della propria creatività.)
La mia famosa serie sul nucleare è davvero emblematica di questo dilemma. Da un lato, sono ben contento di averla scritta in inglese, potendola cosí presentare “pronta cassa” ad un pubblico internazionale quando si dibatte sull'opportunità o meno del nucleare (cosa accaduta non infrequentemente). Dall'altra, il fatto che sia in inglese e non in italiano lo rende poco fruibile ad esempio a contrastare la propaganda di Luca Romano, l'autoproclamato “Avvocato dell'Atomo”, su cui si sta costruendo negli ultimi anni il tentativo di un ritorno al nucleare in Italia.
(Evidentemente, non contenti della dipendenza dalla Russia per il metano, c'è gente che non vede l'ora di creare una nuova dipendenza energetica dalla stessa nazione, stavolta per il ben piú prezioso materiale da fissione; d'altra parte, in qualche modo la nostra destra deve ripagare l'appoggio di Putin, ma sto divagando.)
C'è anche da dire che, se anche facessi una versione in italiano della stessa serie, non so quanto sarebbe accessibile alle vittime della propaganda di Romano: non tanto perché il mio sito rimane sostanzialmente scognito —i miei appunti di logica argomentativa hanno avuto un insospettato successo anni fa— quanto perché il mio stile di scrittura in questi “saggi” non è esattamente il piú approcciabile da un pubblico generale.
(E qui non si tratta di snobismo, come sa chiunque abbia anche solo una superficiale conoscenza sulle questioni dell'arte della comunicazione —arte nella quale non sono certo un artista. Forse piú che di un traduttore, almeno per rendere fruibili in italiano le cose che ho scritto in inglese, mi servirebbe qualcuno che abbia la capacità di distillare dal mio prolisso e verboso stile di scrittura —del quale peraltro mi compiaccio, perché mi dà soddisfazione scrivere cosí, e dal quale non ho intenzione di allontanarmi— qualcosa di piú adatto ad una comunicazione generalista.)
Diamo i numeri
1500 parole dopo, non ho una conclusione da trarre. Il dilemma rimane, e quasi certamente continuerò a scrivere un po' nell'una ed un po' nell'altra lingua, secondo l'ispirazione del momento.
Per curiosità, ecco però qui qualche numero sull'attuale distribuzione delle lingue nel Wok. Per le pagine a cui è stato aggiunto il metadato opportuno, abbiamo ad oggi 443 pagine in italiano (inclusa questa), 138 in inglese, ed una in latino.
(Per inciso: questi numeri sono uno dei motivi per cui non mi sono ancora deciso ad abbandonare Ikiwiki: l'idea di migrare ~600 articoli ad un altro sistema mi dà i brividi. I numeri in realtà sono anche maggiori, perché un certo numero di bozze ed appunti —non nel senso della rubrica— non hanno nemmeno il metadato in questione.)
Potete farvi un'idea della distribuzione delle lingue nel tempo con il grafico seguente, dove l'asimmetria è istantaneamente visibile:
(Note sul grafico: i dati pre-2011 sono parziali, e riguardano principalmente documenti che ho “importanto” da vecchi blog; e sí, se vi andate a vedere i numeri, i totali non corrispondono con quelli precedenti, poiché nel grafico sono incluse solo gli articoli “pubblicati”, i.e. con una data assegnata; e sí, avrei potuto fare un paio di sparkline, ma perché non complicarsi la vita e fare qualcosa di completamente diverso, con relativo codice per generare l'SVG dai dati? Ancora meglio in due modi diversi, come illustrato nel grafico sotto in aggiunta a quello sopra?)
Anche se non mancano anni in cui l'inglese è prevalso (ad oggi: 2014, 2016, 2017, 2021 ex aequo, 2022), è comunque tuttora indubbia la superiorità numerica degli articoli in italiano rispetti a quelli in inglese, come anche è chiara una tendenza in crescita (percentuale) per i testi in inglese; non escludo anzi (nonostante il fatto che all'attuale momento del 2025 l'italiano stia “stracciando”, e dubito che nei prossimi mesi le altre lingue possano guadagnare significativamente terreno) che in futuro possano esserci sempre piú annate in cui a prevalere sia l'inglese.
Se cosí sarà, non sarà però per una scelta mirata ed intenzionale (men che mai una presa adesso), ma per come il caso (ed il mondo là fuori) guideranno la mia scrittura.
non che agli italofoni interessi nulla di cosa vado a vedere quanto, eh. ↩