Riscrivere (di) spazzatura
Altro che fantascienza, bisogna aggiornarsi anche sulla spazzatura
Come dicevo, ho ripescato in questi giorni della roba che avevo cominciato a scrivere venti e passa anni fa, “fuori dai blog”. Nel rileggerli, mi è caduto sotto gli occhi un passo di uno di questi frammenti di racconto che, se avessi scritto oggi, avrei quasi certamente formulato in maniera diversa.
La diacronia (intesa qui come discrepanza temporale, con le sue conseguenze) tra scrittura e lettura nella letteratura è sempre stata per me un fenomeno interessante e curioso. Per molti testi narrativi, questa diacronia non è particolarmente importante: è assunto che le opere siano da contestualizzare nel periodo storico in cui sono ambientate (laddove specificato e rilevante) e che siano frutto comunque del periodo storico in cui sono state scritte; anzi, proprio per questo le opere possono essere un prezioso strumento di analisi antropologica su epoche e luoghi diversi dai nostri —persino negli errori (anacronismi) in cui si può inciampare con romanzi storici et similia.
Dove la diacronia dà il meglio (ed il peggio) di sé, però, è nella fantascienza. E se è facile perdonare certe “ingenuità” nella fantascienza “storica” (per capirci, quella di Jules Verne e di altri visionari del XIX secolo se non prima ancora), per qualche motivo a me risulta molto piú “perturbante” (uncanny) l'“obsolescenza” della fantascienza “moderna”, diciamo dal secondo dopoguerra in avanti.
È importante sottolineare che quando parlo di obsolescenza non mi riferisco agli aspetti sociopolitici, economici e culturali rappresentati in queste opere: al contrario, questi sono spesso fin troppo accurati, al punto che è ormai diventato un meme ricordare ai Tech bros e compari TESCREAL che i classici della fantascienza distopica non erano manuali d'istruzione, e che c'è poco da vantarsi dell'aver inventato il Torment Nexus dal famoso romanzo di fantascienza che metteva in guardia contro la sua creazione. (E guarda tu che caso, nessuno di loro si è invece mai impegnato a promuovere la società multirazziale non monetaria post-scarsità immaginata in Star Trek.)
Mi riferisco piuttosto a tutti quei piccoli dettagli tecnici che “datano” queste opere, dettagli che sono soprattutto un testamento a quanto veloce sia stato il progresso tecnologico negli ultimi tre quarti di secolo —e forse è proprio questa la radice di quella sensazione straniante che queste opere mi possono dare nella lettura odierna.
So peraltro di non essere l'unico ad avere questa percezione,
visto che già nel 2013 avevo cominciato ad abbozzare
un raccontino
incentrato proprio su questa idea,
e mi sono anche segnato che lo stimolo era stata
una discussione avuta su #linux-it
—quindi quanto meno è un sentimento condiviso da alcuni secchioni.
Ma, come già anticipato nel primo capoverso, non è di questo che voglio parlare: il frammento a cui mi riferivo, infatti, non ha nulla di fantascientifico. L'ambientazione, al contrario è molto quotidiana (fa invero parte di una famiglia di racconti iniziati e mai completati costruiti attorno alla creazione di una “nuova” quotidianità; ma sorvoliamo). Ed è solo un piccolo dettaglio a richiedere l'alterazione di una scena.
La scena in questione, senza dettagli per evitare avvisi per contenuti, prevede una persona che nota nella spazzatura un oggetto imprevisto, continua con quello che sta facendo, e solo dopo si rende conto delle implicazioni della presenza di ciò che ha visto.
Il limite “diacronico” della scena come era stata immaginata quando è stata scritta è … nell'assenza di raccolta differenziata dei rifiuti. La persona soggetto della scena infatti nota l'elemento estraneo nella spazzatura mentre sbuccia un'arancia, ma ciò che coglie la sua attenzione non è che l'elemento estraneo sia inorganico e si trovi nel sacchetto dell'organico, ma il suo essere la confezione di un prodotto farmaceutico inatteso.
La scena non è difficile da adattare ai tempi attuali: si può lasciare sostanzialmente invariata, cambiando soltanto il motivo della perplessità del soggetto, dal contenuto della confezione al trovare qualcosa di inorganico nel sacchetto dell'organico —anzi, questo potrebbe persino funzionare meglio: la persona sposta l'elemento incongruo nel posto giusto, e dopo essere tornato sull'organico per finire di sbucciare l'arancia ha l'illuminazione.
Mi ha comunque colpito che una semplice “nota di costume” per qualcosa di quotidiano come questo (la spazzatura) potesse essere sufficiente a “datare” cosí un frammento che non fosse di fantascienza, grazie alla maggiore diffusione della raccolta differenziata, vent'anni fa purtroppo sostanzialmente sconosciuta —almeno dalle mie parti.
Ironicamente, quello che ho già scritto di fantascienza è ancora valido, persino quando avevo cominciato a parlare di intelligenza artificiale (OK è solo un accenno di bozza e non ero ancora andato abbastanza in dettaglio, ma nulla di quello che ho scritto è reso obsoleto dai generatori automatici di plagio che oggi rubano il nome all'IA —la domanda per quello sarebbe piuttosto se nello scriverne ancora mi capiterà l'occasione di far cenno alla sbobba dei nostri tempi.) Mi avrà salvato la mia pigrizia? Da quel che ricordo di ciò che avevo progettato per Brianiac, ero comunque “al sicuro”, anche se rileggendo c'è almeno una frasetta, due parole, che forse avrei scritto diversamente oggi, grazie alla pandemia di COVID-19.
Ora, io sono una persona che scrive a tempo perso, spesso buttando giú roba che poi rimane incompleta e disattesa per anni, quindi è anche inevitabile che l'inesorabilità del cambiamento nel mondo attorno a noi, il susseguirsi degli eventi storici che noi viviamo sulla nostra pelle, finisca per il trapelare tra le righe di ciò che ho scritto dieci, quindici o piú anni prima, svelandone l'età. Mi chiedo però se è mai successo ad uno scrittore “serio”, professionista, di arrivare alla fine di un'opera, magari una di quelle opere che gli ha richiesto piú tempo, e scoprire nel rileggerlo “crepe temporali” tra quando aveva avviato la scrittura e quando l'opera si trova alle ultime revisioni prima della pubblicazione: dopo tutto, un'opera come Horcynus Orca ha preso venticinque anni per trovare la sua forma definitiva (e forse chissà, nemmeno l'avrebbe mai trovata, visto il perfezionismo dell'autore). Ma Horcynus Orca aveva a suo vantaggio di essere, almeno in superficie, un romanzo storico: l'epoca di cui narra è rimasta fissa nel tempo, non ha davvero attraversato le trasformazioni che l'Italia ha vissuto dagli anni '50 del XX secolo al 1975, anno della sua pubblicazione.
Per trovarsi in una situazione come quella che descrivo, l'opera dovrebbe aver preso anni se non decenni per la stesura, essere ambientata in non meglio specificati tempi contemporanei o futuri, e contenere dettagli che, pur banali, potrebbero dare subito un indizio della diacronia tra stesura e pubblicazione —o cogliere in tempo l'attenzione dell'editor. E vai a sapere se casi del genere sono davvero esistiti.