Una riflessione di una profonda, malinconica, nostalgica tristezza che ho maturato in questo periodo è che non potrà piú esserci un'iniziativa editoriale come quella dei Racconta Storie e dei C'era una volta, né —se è per questo— della serie britannica originaria, Story Teller. Non vi sono piú gli ingredienti, e probabilmente non vi saranno piú, almeno finché non morirà Internet.

Ed è un vero peccato, perché pur con i suoi difetti, si trattava di una iniziativa editoriale eccezionale, in grado di iniziare bambini e bambine alla lettura ed all'ascolto, familiarizzandoli con grandi classici della letteratura, nonché con qualche nuovo autore (e seppur con un notevole bias verso la letteratura occidentale, e soprattutto —senza sorpresa, vista l'origine— anglofona).

Con i Racconta Storie siamo cresciuti io e le mie tre sorelle (ed anche con i C'era una volta, che però credo abbiamo abbandonato prima di finire la serie), e con i Racconta Storie è cresciuta anche mia moglie, cosí come chissà quante migliaia di bambini e di bambine in tutt'Italia, e chissà quanti altri in giro per il mondo. Ed è qualcosa che ci è rimasto.

Peraltro, del fatto che anche mia moglie abbia vissuto questa esperienza sono particolarmente contento, perché mentre le nostre copie dei fascicoli sono andate per lo piú perdute, quelle di mia moglie sono state conservate (con l'eccezione di un fascicolo) negli appositi raccoglitori, fornendo cosí un'opera che può essere goduta anche dalla nuova generazione —grazie anche, se non soprattutto, al lavoro di digitalizzazione delle audiocassette effettuato dall'anima santa che le ha poi caricate sull'Oasi delle Anime, che in una baraonda tipica di certi siti dell'Internet degli anni '90 nasconde la raccolta completa, se pur non facilmente fruibile, sia dei Racconta Storie che dei C'era una volta (una versione diversamente organizzata e forse piú fruibile dei Racconta Storie potete trovarla qui, gli originali inglesi sono disponibili qui).


Penso che il modo migliore per capire perché un'iniziativa del genere sia irripetibile oggi, sia andare a consultare il tentativo di resuscitarla, adattata ai tempi moderni, su iniziativa del gruppo Facebook dedicato all'iniziativa originale britannica, nella nuova forma degli Story Teller Members' Edition.

Non voglio entrare qui nel merito della veste grafica di quest'iniziativa, (e men che meno parlerò dell'audio, che non ho ancora nemmeno sentito), della selezione delle storie, o della sporadicità delle “uscite” (un volume l'anno), anche perché su questi elementi piú di ogni altro pesa soprattutto il fatto che STME sia un progetto “di passione” (sí, guidata dalla nostalgia, e sí, pur con la collaborazione di alcuni autori che già avevano partecipato alla serie originale), che con tutta la buona volontà di chi vi contribuisce non può sperare di competere con un'iniziativa editoriale professionale e ben finanziata come lo era stata quella della Marshall Cavendish ormai 40 e passa anni fa. (È un tema, questo, sul quale ritornerò.)

Dico solo una cosa, invece: che cosa resterà degli STME tra vent'anni? Probabilmente niente, mentre le raccolte delle opere della seconda metà del secolo scorso resteranno, gelosamente custodite, ancora per decenni, passate con reverenza di mano in mano, di generazione in generazione, sempre piú sbrindellate e rappezzate, finché non si sfalderanno definitivamente nelle mani dei sopravvissuti al cambiamento climatico.

In maniera meno teatrale, quello che nessun tentativo moderno potrà mai ricreare di queste iniziative editoriali sarà proprio la loro irripetibile combinazione di qualità, fruibilità e permanenza.

Qual è la caratteristica dei Racconta Storie?

Al prezzo di 4 500 lire italiane per fascicolo ci si poteva costruire una piccola biblioteca di fiabe, racconti e romanzi per bambini, disegnata da artisti professionisti, letta da attori professionisti (e spesso anche famosi), e con accompagnamento sonoro e musicale da far invidia alle migliori serie radiofoniche1, per un totale di circa 730 pagine e 20 ore di ascolto, a cui si dovrebbero aggiungere i due supplementi natalizi per i natali del 1983 e del 1984 (64 pagine e 90 minuti di audio l'uno, prezzati rispettivamente 7 500 e 8 000 lire).

(Per farmi un'idea della corrispondenza economica, sono andato a vedere l'indagine della Banca d'Italia sui redditi familiari del 1983, che pone il reddito medio familiare annuo intorno ai 20 milioni di lire, con una spesa media annua familiare intorno ai 14 milioni di lire; il decimo percentile dei redditi familiari viaggiava a poco meno di 8 milioni di lire, ed il cinquantesimo poco sopra i 16 milioni. L'acquisto dell'intera serie, inclusi i supplementi, avrebbe pesato per un totale di L. 132 500, ovvero circa l'1% della spesa media annua familiare. Volevo dare un valore “corrente” a questi prezzi, ma i confronti con i dati relativi al 2016 ed al 2020 sono sconfortanti. Lasciamo perdere.)

Qualcuno forse ricorderà che anche prima dei Racconta Storie sono esistite iniziative editoriali simili, che affiancavano lettura ed ascolto per raccontare fiabe ed altre storie (forse la piú famosa in Italia è quella delle Fiabe Sonore pubblicate dalla Fabbri con audio su 45 giri alla fine degli anni '60 e poi riproposta in varie edizioni e formati fino ad una decina d'anni fa). La tipologia è quindi riuscita a tirare avanti, con alti e bassi, per quasi quarant'anni, ma alla fine anche la Fabbri si è dovuta arrendere alla nuova realtà: praticamente l'unico strumento oggi disponibile per i bambini per ascoltare è elettronico: tablet e cellulari; ed in questo nuovo formato, non ha nemmeno piú senso “scorporare” fisicamente il fascicolo dall'audio, virtualizzando l'intera esperienza, facendola diventare inconsistente.

E sono talmente tanti gli aspetti che la rendono perciò diversa che non so nemmeno da quale cominciare.

Sia chiaro, anche i miei figli oggi per ascoltare quelle che furono le cassette dei Racconta Storie e dei C'era una volta devono passare dal “digitale” (anche perché vai un po' a sapere dove sono finite, quelle originali che avevamo raccolto anni fa noi): e questo per me in realtà è già una sconfitta, nonostante il fatto che loro possano ancora sfogliare i fascicoli, girando fisicamente le pagine, godendosi spazi e tempi che il digitale non può replicare.

So già mentre scrivo che tra chi leggerà queste parole ci saranno coloro che, sprezzanti, le licenzieranno con quello stesso fastidio con cui i fan degli ebook prendono in giro gli amanti del libro cartaceo, scimmiottandone la “passione per l'odore di polvere”; ma c'è qualcosa di piú profondo dietro, ed è: che cosa resterà delle nuove forme che queste iniziative editoriali devono prendere?

Personalmente, trovo che ci fosse un valore intrinseco nell'esperienza che abbiamo vissuto noi, l'entusiasmo al ritrovarsi tra le mani il nuovo fascicolo e la nuova cassetta dopo due settimane, ascoltarla mettendosi testa contro testa per poter seguire insieme la storia (e le figure) sul fascicolo, e riascoltarla poi ancora, per giorni e giorni, in attesa del numero successivo, a volte litigando persino per decidere cosa (ri)ascoltare (mangiacassette portatili e cuffie per tutti possono essere una soluzione).

E sí, riascoltavamo le stesse storie. 45 minuti di cassetta ogni due settimane sono tanti riascolti. Imparavamo persino brani a memoria, attivamente. Ed è una ricchezza conquistata: ho potuto raccontare la storia dei Tre capri rochi ai miei figli infanti, trent'anni dopo l'ultimo ascolto, perché le storie che ho ascoltato e riascoltato mi sono rimaste.

Sono cose che restano. Restano nella testa. Restano nel cuore. E restano fisicamente disponibili (purché trattati con la dovuta cura, cosa che ad esempio non è stata per i nostri fascicoli e le nostre cassette; ho già detto quanto sono grato per i raccoglitori di mia moglie? e sí, anche per la digitalizzazione di Susy di Napoli, che fisica non è, ma di questo parlerò a breve).

Oggi qualcosa del genere sarebbe impensabile.

Nuovi contenuti, sempre nuovi “contenuti”. Guai a ritrovarsi a fruire per la seconda volta di qualcosa di già visto, letto o sentito (a meno che non sia una di quelle image macro assurte al ruolo di meme, o l'ennesima copia dell'ultimo trend sulla piattaforma di condivisione di short in voga al momento, chiaramente). E non è solo una scelta personale: è una necessità di sopravvivenza per i distributori: bisogna massimizzare l'engagement, mantenere gli utenti inchiodati alla piattaforma, drogati da un'infinità di contenuti vacui ed insignificanti prodotti a costo zero (ovvero scaricandone il costo sui content creator disposti a farsi sfruttare per noccioline ricavate dalla pubblicità). Bisogna diseducare le persone a fermarsi, riascoltare, rivedere, rileggere, riflettere, imparare. Il prima possibile.

Ma non è solo questione di una intenzionale “malignità”: il modello delle “sottoscrizioni” con le “app” in “streaming”, anche quando scelto per pure questioni economiche da un editore o distributore (quindi non con uno specifico intento deleterio, ma semplicemente come meccanismo di massimizzazione del profitto) è intrinsecamente inferiore per chi ne fruisce, già solo per il fatto che il fruitore si priva del piú potente strumento della memoria: il possesso.

Non voglio dilungarmi qui sui limiti etici e pratici della “gestione delle restrizioni digitali” ironicamente chiamata Digital rights management; mi limiterò quindi a qualche esempio, prima dei quali vorrei però sottolineare che non ho obiezioni al digitale (tutt'altro: per esempio, come ho già detto, non fosse stato per l'opera di digitalizzazione fatta da Susy di Napoli, i miei figli non avrebbero potuto fruire dei Racconta Storie —ed ancor meno dei C'era una volta— come invece hanno potuto), ma che so (vorrei dire ritengo, ma devo ancora incontrare qualcosa che dimostri false le mie considerazioni) che cosa può e non può comportare il digitale.

Il primo punto negativo di cui tener conto è che tutto ciò che è disponibile solo “in streaming” richiede connettività Internet, e con buona pace degli sforzi fatti per portarla “dovunque”, rimane comunque meno disponibile della corrente elettrica, l'unica cosa che serve per qualunque riproduttore audio, analogico o digitale che sia, da supporto fisico (vinili, cassette, CD, penne USB, dischi fissi interni o esterni, o qualunque altra cosa), senza contare che i fascicoli stampati rimangono fruibili anche senza corrente (almeno alla luce del sole). Ovviamente, a questo si aggiunge il fatto che senza la possibilità di scaricarsi fascicoli ed audio per poterne fruire con calma, si rimane in balia dell'editore e del distributore, che in qualunque momento possono decidere di abbandonare il servizio, o non renderlo piú fruibile su questo o quel device.

E per inciso questo non è solo un problema dello streaming: anche i siti come Oasi delle Anime, iRaccontaStorie.it, Story Teller Website ed STME potranno sparire da un momento all'altro. Se vi interessano i contenuti, fatevene una copia adesso.

In secundis, tutto ciò che è fruibile solo tramite “app” non può essere controllato dall'utente. I modi in cui questo danneggia l'utente sono molteplici, anche qui ne menzionerò solo qualcuno pertinente ad una ipotetica iniziativa paragonabile a quella dei Racconta Storie.

La prima cosa che viene in mente è che essere costretti all'uso di un flipbook digitale significa perdere, tra le altre cose, la possibilità di disaccoppiare audio e video. Una cosa che apprezzo molto del succitato progetto STME è che è sí disponibile il flipbook (con tempi di caricamento biblici, ma di questo parlerò dopo), ma è anche possibile scaricare separatamente il PDF di ciascun volume, nonché ciascuna traccia audio. Significa, ad esempio, poter ascoltare le storie durante i viaggi piú lunghi, lasciando i bambini liberi di guardarsi attorno pur intrattenendoli con qualcosa che interessa loro.

Ed ovviamente, il possesso (che sia analogico o digitale) di una tale opera permette maggiore flessibilità nella fruizione rispetto allo streaming: ad esempio, i bambini possono scegliere se leggere/ascoltare la stessa cosa, o cose diverse in contemporanea La seconda non è detto che sia permessa dall'“app”, anche se installata su piú tablet, men che mai se in piú di due (non sto qui a ricordare la débacle quando Netflix decise il giro di vite sulla condivisione degli account). Mi si potrebbe obiettare che comunque cartaceo e cassetta permettevano questa flessibilità solo con la granularità del singolo fascicolo (a meno di non comprarne due copie), ma il digitale per propria natura permette di raffinare questa granularità ed è solo per le restrizioni arbitrarie del DRM che non se ne può godere.

Infine (tertium e poi mi fermo qui), il vantaggio assoluto del bene fisico rispetto a qualunque virtualizzazione è la semplicità del prendere fascicolo e/o cassetta (o CD) per mettersi alla lettura/ascolto (sí, a condizione di avere disponibile e facilmente accessibile un riproduttore audio, e supponendo che fascicoli e cassette/CD siano tenuti bene). Questo dipende in parte dalla qualità dell'“app”, nel senso che è possibile progettare l'interfaccia in modo da minimizzare la frizione ed anzi facilitare la fruizione anche oltre quello permetto dal supporto fisico (ad esempio, nella ricerca di specifiche storie o episodi): ma nella mia esperienza queste “app” non sono generalmente progettate con questo intento.

(La questione della ricerca di uno specifico episodio è abbastanza curiosa come situazione: una “app” con una buona interfaccia può portare direttamente al punto desiderato; sul cartaceo la cosa può essere facilitata da un indice, ma rimane comunque la necessità di sfogliare i fascicoli alla ricerca del punto giusto, ed ovviamente le cassette audio non si prestavano affatto all'accesso casuale, ma la cosa è possibile con i CD. D'altronde, già il solo atto di sfogliare un volume può stimolare l'interesse alla lettura o all'ascolto, e questo rimane un punto forse paradossalmente di vantaggio di fruibilità per l'analogico, anche quando gli strumenti elettronici per la consultazione dei fascicolo permettono visioni d'insieme o altri meccanismi per la consultazione rapida.)

Eppure anche nel caso ideale nulla può superare la semplicità di accesso del modello fisico: già solo il fatto di avere i fascicoli fisici sottomano ed un riproduttore audio finalizzato, che rende disponibile (dal momento dell'inserimento della cassetta o CD) solo quella specifica opera è un modo di focalizzare la fruizione che non è riproducibile con un prodotto virtualizzato, dove ogni azione (accensione/risveglio del tablet/furbofono, ricerca dell'“app” dedicata, ricerca all'interno dell'“app” etc) è fonte di distrazione.

(Bonus: i fascicoli dei Racconta Storie sono in formato A4, e sfogliarli presenta due pagine per volta, quindi l'equivalente di un A3, 20" di diagonale. Siate onesti, quanti tablet conoscete con un formato confrontabile?)


Mi sono fatto due conti.

Un preventivo di print on demand per un volume di 850 pagine A4 a colori su carta patinata opaca da 135 g/m² costa circa 25 € (almeno su questo sito). Il grande libro delle fiabe e delle storie illustrato da quello stesso Tony Wolf delle già citate Fiabe Sonore e pubblicato dalla Dami costa poco meno di 40 € per 432 pagine in copertina rigida. (La versione ridotta, da 120 pagine, costerebbe 10 € se fosse ancora disponibile, ed avrebbe un CD audio allegato, ma non ho maggiori informazioni.)

Il classico album dei Pink Floyd, The Wall, doppio CD per piú di 80 minuti di musica, costa intorno ai 15 €. A braccio, contando due fascicoli di audio come equivalenti ad un The Wall, moltiplicando per 15 (13 coppie di fascicoli piú i due supplementi da 90 minuti) verrebbero 225 €.

(Per confronto, ho provato a vedere quanto “costa” il doppiaggio, e se ho letto bene il PDF di questo CCNL si parte da 11,5 €/minuto per il singolo attore; 1 300 minuti di audio sono non meno di 15K€ senza considerare il resto del personale coinvolto.)

Quando la Fabbri ha ripubblicato nel 2015 le già citate Fiabe Sonore con audio su CD, il prezzo dei singoli fascicoli era di 7 € (a parte la prima uscita da 4 €). Ma anche supponendo 10 € a fascicolo, 26 fascicoli piú due supplementi da 15 € o 20 €, il costo complessivo dell'opera (per l'acquirente) sarebbe di circa 300 € (che scenderebbero a poco piú 200 € con 7 € a fascicolo): a ben guardare, tutto considerato, non economico, ma nemmeno troppo costoso per quello che ti rimarrebbe in mano.

(Proviamo a fare un confronto con gli anni '80: un gelato confezionato costava intorno alle 500 lire, quindi un fascicolo dei Racconta Storie costava quanto 9 gelati; d'altronde, L. 132 500 per la raccolta completa comportava in un anno una spesa pari a circa un quinto dello stipendio mensile di un operaio; oggi un gelato confezionato costa intorno ai 2 €, e 10 € a fascicolo sarebbero l'equivalente di 5 gelati; d'altronde, e 300 € per la raccolta completa comporterebbero in un anno una spesa pari a piú di un quinto dello stipendio mensile di un operaio. Incredibile quanto piú costosi di ieri siano i gelati, in rapporto agli stipendi. Ma avevo già parlato di quanto fosse deprimente provare a fare i confronti, visto che l'unica cosa che emerge è la massiccia —e ben nota— perdita di potere d'acquisto degli stipendi negli ultimi 50 anni.)

Posso fare due riflessioni per sottolineare l'utilità di ciò che rimane in mano.

Come ho già detto, la mia famiglia d'origine è cresciuta con i Racconta Storie ed i C'era una volta, ma diciamo che avremmo potuto essere piú cauti con la loro conservazione. Vista la passione che i miei figli hanno sviluppato per la raccolta (quasi) completa dei Racconta Storie ereditata dalla loro madre, quando ho potuto siamo andati a cercare di ripescare quello che si poteva ritrovare delle nostre raccolte d'un tempo, tra garage e scatoloni distribuiti nel parentado immediato, riuscendo a recuperare forse cinque fascicoli, a volte nemmeno completi, dei C'era una volta. E nella mia esperienza vissuta da genitore questo ha una evidente importanza nella scelta delle cose da ascoltare, e dell'interesse sviluppato per l'ascolto. Questo è forse piú importante per evidenziare l'accoppiata vincente “albo illustrato piú audiolibro”, che potrebbe essere ricostruita con un tablet ed un'“app” dedicata, ma non va dimenticato che questa alternativa verrebbe pagando lo scotto delle penalità discusse sopra (il formato, la flessibilità, l'accessibilità).

Ma possiamo andare oltre. Consideriamo che un abbonamento ad un'“app” di audiolibri in streaming costa intorno ai 10 €/mese: si fruisce della sola lettura, spesso con inutili limiti arbitrari su cosa e quanto ascoltare, e soprattutto senza che nulla rimanga in mano al fruitore: dopo 30 mesi (due anni e mezzo) di abbonamento si sarà sostenuta una spesa pari all'ipotetico progetto editoriale che ho appena descritto, senza che di questa spesa rimanga altro che la memoria di un'esperienza vissuta, e che con ottime probabilità non potrà essere tramandata alle prossime generazioni. Se anche nessuno si fosse presa la briga di digitalizzare l'audio di Racconta Storie e C'era una volta, ai miei figli sarebbe comunque rimasto qualcosa.

E forse quello che mi fa mangiare le mani piú d'ogni cosa è che oggi un'iniziativa editoriale di questa portata potrebbe fornire qualcosa di tecnicamente impensabile 40 anni fa.

Lasciatemi sognare un momento, una cosa anche semplice.

Immaginiamo un'iniziativa editoriale che ricalchi quella dei Racconta Storie, ma che sfrutti a pieno le nuove tecnologie: invece dell'audiocassetta, ovviamente, un CD; ma non un semplice CD audio, bensi uno in formato esteso, che affianchi alle tracce audio una versione digitale del fascicolo.

Prima domanda: perché proprio un CD? Perché rimane il miglior supporto universale per combinare audio e dati: l'obiettivo qui è avere qualcosa per cui si possa riprodurre l'esperienza del “metto il supporto nel riproduttore e subito sento l'audio, sfogliando il libro”, ma con migliore qualità audio e con aggiunta la possibilità di avere anche una copia digitale del fascicolo. Ci si potrebbe spingere anche oltre, ad esempio mettendo una copia in formato FLAC delle tracce audio tra i dati. Troppo spazio? Nessun problema: alleghiamo due CD, come i lati A e B delle musicassette, oppure piú banalmente un CD audio ed un CD di “contenuti speciali” (questa scelta funziona particolarmente bene per l'equivalente dei supplementi natalizi, i cui 90 minuti comunque non starebbero su un CD, portando il numero di CD a 3: due CD audio da 45 minuti ed un CD di “contenuti speciali”.)

È pur vero che, nonostante la recente rimonta delle vendite di CD (sí, la gente sta cominciando a rendersi conto che lo streaming è una mezza fregatura, ed a pentirsi di aver dato via le proprie raccolte di CD), possiamo aspettarci che i lettori di CD siano meno diffusi oggi tra il pubblico che una ventina d'anni fa; ed anche se un lettore CD entry level costa 20–25 €, forse non ci si può aspettare che la gente spenda i soldi apposta —a meno di non allegarlo, opzionalmente, al primo fascicolo della rivista. Ma si può fare anche di meglio (o di piú, è il caso di dire): all'interno del fascicolo, mettere un codice per poter accedere agli stessi contenuti del CD dati, ma online, e possibilmente anche tramite “app” gratuita sul tablet o cellulare, venendo incontro alle limitazioni delle nuove generazioni.

Dirò di piú: per le nuove generazioni, un'iniziativa del genere sarebbe qualcosa di nuovo, che proprio per la sua originalità potrebbe suscitare interesse —e se raccoglie quello dell'influencer del momento, potrebbe arrivare ad avere un successo notevole. E per quelli che riuscirebbe a catturare, non so se spingermi fino a sostenere quanto potrebbe essere educativa, ma non ho dubbi sul valore potrebbe avere, per genitori ed infanti.

Seconda domanda (valida principalmente per chi ha o progetta di avere bambini): sareste interessati ad una simile iniziativa, e se sí in che fascia di costo? Sinceramente, io sí, nonostante il grande sia ormai un po' troppo grande per queste cose, e la piccola sia “uscente”, se dovesse partire un'iniziativa del genere con l'incipiente anno scolastico probabilmente la prenderei in considerazione comunque, al succitato prezzo 10 € per fascicolo, e forse persino qualcosina di piú. E forse regalerei un abbonamento alla mia sorella con figli piccoli. E lo segnalerei a qualche collega con pargoli nella “zona d'interesse”.

Terza domanda: sarebbe sostenibile, per l'editore? Come ho già detto, non ho dubbi sul valore che un'iniziativa del genere avrebbe per l'acquirente. Ma non è questa, purtroppo, l'anima del commercio (nonostante le menzogne su cui gli economisti costruiscono le loro fandonie, lo scopo delle imprese non è fornire servizio, ma fare soldi; l'eventuale servizio fornito è puramente accidentale). Perché un'iniziativa del genere possa essere anche solo presa in considerazione, l'editore deve poterci guadagnare, e possibilmente piú che percorrendo strade alternative.

Vorrei qui avere una maggior familiarità con i costi di produzione e distribuzione nelle edicole, ma mi viene difficile credere che per un'iniziativa del genere la parte “fisica” della produzione costi piú di un paio di euro a numero (sempre estrapolando dal succitato sito di POD), probabilmente meno al crescere del numero di copie. Aggiungendo a questo il 20% (se ho capito bene) per l'edicolante, dei 10 € ipotizzati come prezzo di copertina rimangono circa 6 € a copia (e almeno 10 € per i supplementi), con cui coprire le effettive spese di produzione (personale, diritti, tasse) ed ovviamente il profitto.

Mi piacerebbe avere un'idea anche solo approssimativa di quante copie sono state vendute dei Racconta Storie e dei C'era una volta (dei secondi sospetto meno che dei primi), per farmi un'idea almeno dell'ordine di grandezza che ci si può aspettare per un'iniziativa di successo (mille? diecimila? centomila?), ma se ci facciamo due conti anche già solo con 1 000 copie vendute dell'intera serie completa si parla di un budget di 156 000 € (calcolati da 6×26×1000), che diventano 176 se si riescono a vendere anche i famosi supplementi natalizi: numeri che a me già cominciano a sembrare interessanti (stiamo parlando, dopo tutto, di 3 stipendi da 50 000 € lordi per un anno) ma che probabilmente per un editore saranno numeri da far ridere i polli —ma sono i numeri per mille copie vendute. Con dieci o centomila immagino che il numero di zeri cominci a diventare interessanti anche per loro.

Ma davvero si riuscirebbero a vendere decine di migliaia di copie per una iniziativa del genere? Secondo l'ISTAT ci sono al momento circa 2 milioni di bambini sotto i 5 anni, e circa 2 milioni sotto i 10. Non ho trovato l'indicatore specifico, ma combinato con altri dati direi che da questo e dai tassi di fertilità possiamo dire che ci sono almeno 1 milione di famiglie come target potenziale, forse anche 2. (O ci sarebbero, se non ci fosse, tra le altre cose, un problema legato alla massiccia perdita di potere d'acquisto causata da 50 anni di “neoliberismo”. E torniamo al problema della disponibilità finanziaria della potenziale clientela.)

Ma si pone forse un problema ancora piú pressante, uno in cui emerge subito come gli interessi dell'acquirente sono in forte contrasto con quelli del venditore: non diversamente dall'obsolescenza programmata, qualcosa che fornisca “troppo” valore all'acquirente è anatema per il venditore, ed in questo caso la “follia” è la versione digitale del fascicolo (e possibilmente dell'audio) allegata al cartaceo: non è difficile immaginare come il giorno dopo l'uscita del primo fascicolo se ne troverà almeno una copia a girare su Internet, libera da scaricare da, diciamo cosí, fonti non ufficiali.

Qui si potrebbe aprire una lunga parentesi sulle questioni dei diritti legali e morali ed il loro rapporto con l'informatica, ma non voglio partire troppo per la tangente, quindi sarò breve (risate).

La prima osservazione da fare è che la “comparsa” di copie digitali non autorizzate è sostanzialmente inevitabile. La prova piú lampante è proprio l'Oasi delle Anime, ed il ruolo che Susy di Napoli ha giocato nel preservare la ricchezza dei Racconta Storie e dei C'era una volta. Ed è inevitabile perché qualunque cosa sia fruibile da un essere umano è digitalizzabile: il famoso “problema” del buco analogico che rende sostanzialmente inutili tutti gli sforzi compiuti dalla mafia del copyright nel cercare di rendere “incopiabili” i loro prodotti.

Pertanto, l'unica differenza tra il fornire o il non fornire la versione digitale del fascicolo è semplicemente la quantità di lavoro che dovrebbe essere svolto dall'ipotetico “pirata” per digitalizzarlo, ed ovviamente la qualità della versione digitalizzata; e se è vero che non c'è motivo di favorire inutilmente l'operato del “pirata”, dovrebbe anche essere vero che non vi è motivo di penalizzare chi fruisce legalmente del prodotto.

C'è da considerare però (e questa è la seconda osservazione) che il valore primario di un'iniziativa editoriale come quella di cui stiamo parlando è proprio quello di portare nelle case una raccolta di opere letterarie per bambini in formato misto (cartaceo con audiolibro) e questo è un valore che non può essere “intaccato” dalla “pirateria”, anche quando le copie digitali non autorizzate siano di ottima qualità.

La versione digitale su CD, in questo senso, è solo un valore aggiunto, che non intacca quello primario, per permettere ad esempio la lettura su un tablet in aggiunta a quella su carta senza dover passare da Internet e senza essere legati alla specifica “app” (che vincolerebbe anche il sistema operativo), nonché per facilitare l'archiviazione personale del prodotto legalmente acquistato —azione, ricordiamo, permessa dalla legge, e la cui legalità comporta in Italia un incremento dei costi dei supporti fisici (inclusi dischi fissi, chiavette USB e schede di memoria) per il balzello SIAE anche dove questi non vengano in alcun modo usati per archiviare materiale protetto da copyright.

Ovviamente un discorso del genere non convincerà mai nessun editore, anche tenendo conto del fatto che una larga fetta della potenziale clientela non avrebbe sí gli strumenti per andarsi a cercare le famose “copie pirata” su Internet, ma nemmeno saprebbe che farsene dei dati sul CD, probabilmente (e allora perché metterli? a mio personale uso e consumo), mentre potrebbe essere attratta, ad esempio, dall'“app” a cui avevo accennato e che darebbe accesso legale ai medesimi contenuti a chi è in possesso della copia cartacea.

Anche togliendo di mezzo il famoso CD dati, però, dubito che un'iniziativa del genere verrà piú presa in considerazione. Benché il mercato potenziale sia enorme, infatti, la verità è che l'esperienza proposta è diventata sostanzialmente aliena. Per cercare di “sviare” nuovamente i clienti verso questo tipo di potrebbe sarebbe necessaria una vasta campagna pubblicitaria in netta controtendenza alla direzione scelta da una grossa fetta del mercato editoriale multimediale.

Vi svelo un segreto, che sospetto sia sconosciuto anche a molti dei nostalgici dei Racconta Storie e dei C'era una volta: c'è stato un tentativo di riedizione agli inizi del nuovo millennio, con un progetto che ha riproposto le medesime storie, traduzioni e letture dei periodici degli anni '80, ma su CD per l'audio e con una nuova veste grafica per i fascicoli (sospetto che la casa editrice, una a me sconosciuto OLIRIALE & C s.r.l. di Milano, sia riuscita ad ottenere i diritti alle traduzioni ed alle letture, ma non all'arte degli Story Teller originali, anche se le motivazioni avanzate in questo articolo-intervista del 2003 sono diverse), al prezzo di 6,50 € per i fascicoli successivi al primo; il sito originale non è piú raggiungibile dal 2014, nonostante il dominio sia ancora registrato e sia stato regolarmente rinnovato dalla casa editrice; i curiosi possono ancora visitarlo tramite archive.org, scoprendovi chicche come le custodie per i CD da stamparsi in casa, o la presenza di alcuni contenuti multimediali extra, fiabe animate confezionate sotto forma di programmini per “PC” (Windows) e “Macintosh”.

Senza nulla voler togliere agli sforzi di Elena Quarestani (che sospetto essere la fondatrice di Assab One) e Luca Pancrazzi (che guardacaso allo stesso Assab One ha esposto), il lavoro che hanno svolto è stato un lavoro chiaramente di passione che però trasuda amatorialità (vi ricorda qualcosa?), in un contesto in cui quello che serviva era già in partenza un massiccio investimento professionale e commerciale. Non mi dilungherò sui dettagli del perché parlo di “amatorialità”, ma porterò due piccoli esempi, le custodie “casalinghe” per i CD, e queste due frasi dalla succitata intervista:

Si tratta di un prodotto di nicchia nel panorama dei periodici per i bambini, e in edicola ha bisogno di un po’ di tempo per trovare il suo spazio tra tante pubblicazioni vistose e aggressive. Bisogna conoscerlo e andarlo a cercare.

Senza speranza2. Poco importa se su questo tema hai lavorato con qualche scuola di Milano o il BambiMus di Siena, non è cosí che si può portare avanti un progetto editoriale del genere (e non voglio nemmeno entrare nel merito delle scelte sulla veste grafica).

Ed in un certo senso è proprio qui il paradosso: le risorse necessarie per portare al successo un progetto editoriale di qualità comparabile a quello dei Racconta Storie e C'era una volta degli anni '80 sono disponibili solo con l'appoggio di una casa editrice di un certo spessore, ma vi è ben poca speranza che una casa editrice di un certo spessore scelga davvero di investire in un progetto del genere, men che mai per proporre nuovi contenuti (e non solo una riedizione della versione italiana degli Story Teller, il cui materiale è probabilmente accessibile in maniera piú economica)) —ironicamente, perché un tale progetto potrebbe ben essere un investimento a lungo termine per formare una nuova generazione di lettori “cartacei”. Ma chi mai investe (ora soprattutto) per qualcosa i cui frutti si vedranno (forse) tra vent'anni?

E cosí ci ritroviamo con una Disney che ripropone in salsa Leggi e ascolta (in libricini con QR Code, ma senza CD) la medesima sfangatura delle fiabe tradizionali (e non) che ha già smaciullato in decenni di cartoni animati, tentativi di audiolibri da edicola, e altre “iniziazioni alla lettura” che sanno piú di vendita di gadget che di valorizzazione culturale.

E allora forse il problema non è nemmeno la possibilità o meno di profitto. Forse, ciò che davvero C'era una volta e non ci sarà un'altra è proprio una cultura della cultura.


Lumaca lumachina
che cammini piano piano
vien su per la collina
e ce ne andrem lontano.

Una canzone per una lumaca
(titolo originale: A Song for Slug)
Linnie Price, traduzione di (a me) ignoti; da:
C'era una volta, fascicolo 7, p.188

  1. opinabile. ↩

  2. a voler essere proprio cattivo, parlerei di quanto quell'intervista mi puzzi di fuffa e mistificazione, ma non voglio esagerare. ↩