La cultura dell'incultura
Il contraltare allo snobismo degli intelletuali cui ripugna qualsiasi attività manuale
Qualche tempo fa sul Fediverso si è parlato dello snobismo di certi intellettual(oid)i cui “ripugna” qualsiasi attività “manuale”, al punto talvolta persino di arrivare a vantarsi di non saper piantare un chiodo o stringere una vite.
Essendo quello il tema principale del thread, si è parlato sostanzialmente solo di quella faccia della medaglia, ma io non ho potuto fare a meno di notare che la medaglia ha un'altra faccia, il contraltare di quello snobismo, lo spirito anti-intellettuale ed anti-culturale che è diventato possente negli ultimi decenni, ma che serpeggia in certi ambienti da almeno 50 anni, se non dagli anni '60 del XX secolo —e a guardar bene, in certi altri, anche da prima (ricordiamo il “Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola” di Baldur von Schirach ed erroneamente attribuito a Goebbels).
Sia chiaro che le critiche al suddetto snobismo non rientrano in questa discussione. Parliamo invece della progressiva svalutazione della cultura, dell'educazione e del lavoro intellettuale, soprattutto se “fine a sé stesso”, sovvertendo quello che prima era invece uno stimolo verso l'elevazione del proprio status (qualunque cosa questo significhi), per trasformarlo quasi in un insulto: un atteggiamento che ha dei risvolti pratici che arrecano danni generazionali irreparabili.
Un marcato esempio di questo si trova nella trasformazione della scuola, su cui non posso dire meglio di quanto tanti altri hanno detto. Un'ottima sintesi la troviamo in questo brevissimo intervento di Alessandro Barbero sull'infame “alternanza scuola-lavoro” che molti dei miei lettori avranno certamente già avuto modo di ascoltare.
E purtroppo, la martellante campagna della “cultura dell'incultura” mossa dalla classe dominante ha sortito i suoi effetti: può darsi che sia solo una mia percezione, ma la sensazione che ho, a vedere le nuove generazioni ed i loro genitori, è che la mia sia stata l'ultima generazione per la quale gli “incolti” (operai, manovali, braccianti, spesso con sí e no la terza media) vedevano ancora alla scuola dei figli come un'opportunità —anche quando non potevano permettersi di mandarli oltre l'obbligo per necessità economica.
Ci sarebbe qui da aprire un'ampia parentesi sulla qualità della scuola e degli insegnanti, e come questo potrebbe in alcuni casi giustificare un certo atteggiamento spregiativo nei confronti dell'educazione scolastica, soprattutto da parte di chi ha —ma piú spesso solamente crede di avere— gli strumenti per giudicare la qualità della didattica, ma si andrebbe un po' per la tangente.
Mi limiterò ad osservare che sembra si sia passati da una forse eccessiva deferenza nei confronti degli insegnanti ad una immotivata e controproducente diffusione di quell'atteggiamento “irriverente” (quando non addirittura violento) che un tempo era prerogativa principalmente di certi “lei-non-sa-chi-sono-io” che spaziavano dall'“incolto” arricchito al mafioso di turno.
Dietro la diffusione di questa cultura dell'incultura c'è però qualcosa di piú del semplice interesse classista (cui accenna Barbero) a mantenere l'ignorante ignorante e quindi piú facilmente sfruttabile, o forse sarebbe meglio dire “qualcosa in meno”: la realtà è che oggi anche la maggior parte degli sfruttatori non conosce piú davvero il valore della cultura.
Per approfondire questo punto, vorrei prima parlare del perché (storicamente) il lavoro intellettuale è stato considerato superiore a quello manuale.
In soldoni, il lavoro intellettuale può permetterselo chi ne ha il tempo, le energie, e gli strumenti; e questi li ha chi ha altre persone che si dedicano alla soddisfazione dei suoi bisogni primari. E storicamente questo significa sostanzialmente aristocratici e religiosi. (Anche qui servirebbe una parentesi, per parlare invece dell'arte e della cultura popolari, degli artisti itineranti etc, ma anche qui si andrebbe per la tangente.)
Con questa considerazione, il lavoro intellettuale sarebbe da considerarsi superiore già solo in virtú di chi può permetterselo, o quanto meno di quando ce lo si può permettere. Ma forse piú ancora che la dicotomia tra lavoro intellettuale e lavoro manuale si dovrebbe guardare, soprattutto oggi, ad altre due: quella della funzionalità del lavoro, e quella della sua meccanicità.
L'aristocratico che poteva permettersi di riflettere sui massimi sistemi invece che lavorare i campi svolgeva un'attività “superiore” non perché la sua fosse intellettuale piuttosto che manuale, quanto perché la sua era fine a sé stessa (ovvero non funzionale alla sopravvivenza sua o del suo gruppo di appartenenza) e non meccanica —a differenza ad esempio di scribi e segretari che svolgevano un'attività anch'essa intellettuale, ma funzionale e spesso puramente meccanica.
(Qualcuno potrebbe obiettare a questa mia scelta dei termini: una appendice cerca di chiarire meglio ciò che intendo con questi termini.)
Ovviamente a questo bisognerebbe aggiungere che ci sono stati periodi storici in cui già solo il saper leggere e scrivere era motivo di vanto, anche perché il fatto che l'aristocrazia potesse permettersi di farlo non significa che lo facessero o ne avessero voglia —per cui anche il semplice meccanicismo della lettura e della scrittura apriva possibilità di lavoro “eccellenti” al servizio diretto dei potenti. (Spero che le mie semplificazioni non facciano venire l'ulcera agli storici che mi leggeranno.)
La borghesia ha sempre avuto aspirazioni aristocratiche. Non vi sto ad annoiare con un'esegesi del parvenu o del disprezzo verso il nouveau riche, ma è un fatto che “da sempre” l'arricchito ha cercato di emulare l'aristocratico, o quanto meno la propria idea di come l'aristocratico avrebbe potuto comportarsi. E nella misura in cui il lavoro intellettuale era stata prerogativa dell'aristocratico che campava di rendita, il borghese poteva aspirarvi come risultato della propria “riuscita”, per sé o per la propria discendenza.
Un cambiamento epocale in tal senso è avvenuto con la rivoluzione industriale, soprattutto la c.d. seconda rivoluzione industriale. Le ramificazioni per quello che riguarda l'argomento di questo articolo sono molteplici.
Sintetizzando “beyond the point of silliness”, i tre cardini di questo cambiamento sono l'esplosione del lavoro intellettuale “meccanico” (burocrazia), la demolizione del privilegio nobiliare “titolato”, e la transizione al valore economico come unica misura di … valore. Non è difficile vedere l'impatto che queste trasformazioni hanno avuto su —mi si permetta il termine— l'intellettualismo.
Ci sarebbe moltissimo da dire su questo, e gran parte di quello che vorrei dire lo potete trovare su Bullshit Jobs di Graeber, che ne parla meglio di quanto io possa mai sperare di fare, ma darò comunque per completezza almeno un punto ad ogni cardine, lasciando però il primo per ultimo, come introduzione ad un discorso piú approfondito che desidero fare sulla questione della “meccanicità” del lavoro.
Partiamo quindi dall'ultimo. La transizione al valore economico come unica misura di valore ha completamente smantellato quella che era un tempo la dicotomia tra lavoro “funzionale” e lavoro “fine a sé stesso”, svalutando completamente il secondo se non nella misura in cui questo può essere sfruttato a fini commerciali, dando cosí tra l'altro il colpo di grazia al mecenatismo: dove dapprima ci si circondava di artisti anche come sfoggio della propria ricchezza (non solo economica) (e magari a condizione che l'artista infilasse la dovuta leccatina di piedi —pardon, il dovuto ringraziamento— al proprio mecenate) oggi la ricchezza “superflua” non esiste piú, e va reimpiegata ad accrescere sé stessa per far diventare il possidente piú ricco del piú ricco dei ricchi, in un inseguimento di net worth talmente alti da essere privi di senso. (Se ne avrò tempo e voglia prenderò altrove una tangente sul “mecenatismo sportivo”, che merita un discorso a parte.)
Sulla dicotomia tra lavoro “funzionale” e “fine a sé stesso” ci sarebbe peraltro da aprire un'altra lunga parentesi, soprattutto sulla “non funzionalità” del secondo, ma di questo parleremo magari piú avanti.
L'abolizione dei titoli nobiliari, sancita definitivamente in Italia al titolo XIV delle «Disposizioni transitorie e finali» della Costituzione è un'indubbia vittoria della sinistra … o no?
È facile vedere il positivo dell'abolizione del valore dei titoli nobiliari, privilegi ereditari di una classe di rentier parassiti. Piú difficile vederne il lato negativo: la sparizione dell'ultima classe ancora in grado di esprimere il valore dell'otium, quell'ozio dagli antichi considerato aspetto talmente caratteristico dell'uomo libero da portare a definire la gestione degli affari intesi a produrre profitto come il suo opposto (negotia).
È possibile che in un contesto sociale, politico ed economico diverso, il vuoto lasciato dalla soppressione (almeno de jure) di questa classe avrebbe potuto essere riempito da qualcosa di diverso ed ancora in grado di esprimere tale valore —ma a fronte del punto già trattato, l'espansione della “cultura” sedicente “liberale” ha trovato campo aperto, senza argine, ad imporre la propria idea unica sul valore.
L'aspetto forse piú grottesco di questa trasmutazione è che la struttura di fondo necessaria per l'otium, la gerarchia dello sfruttamento che permette al potente di avere il tempo libero, è rimasta sostanzialmente inalterata, con la sostituzione della schiavitú dell'antichità con la moderna schiavitú salariale, che continua a vedere nel sottoposto nient'altro che uno strumento produttivo (non piú solo manuale, essendo il “terzo settore” campo di profitto nuovo e spesso piú redditizio).
Ma una cultura che non conosce altro valore che il profitto non sa che farsene del tempo libero, se non cercandovi altre opportunità di profitto e potere (e qui, se avessi tempo e voglia, potrei riagganciarmi alla discussione che non ho fatto sul “mecenatismo dei tempi moderni”, dal già citato esempio dello sport a quello della medicina (un esempio a caso) —ma, ripeto, non è una discussione in cui mi voglio impelagare).
Forse ancora piú importante, questa visione ha amplificato anche gli effetti già di per sé deleteri dell'esplosione del lavoro intellettuale “meccanico”, a spese di quello che —per mancanza di un termine migliore (al momento)— chiamerò “creativo” (di questa scelta parlerò anche piú avanti): non solo infatti il “saper scrivere” (esemplificando) viene svalutato dirottandolo massicciamente su attività ripetitive e di scarso interesse per chi le pratica, ma la stessa prospettiva viene applicata anche a quelle attività intellettuali che meccaniche non dovrebbero essere, come la produzione artistica.
Se vi viene la sensazione che il tema sia vicino a quello dei SALAMI (ringraziamo Stefano Quintarelli per la proposta), ovvero dei Large language models che vengono spacciati per Intelligenza Artificiale pur non essendo altro che “pappagalli statistici”, è perché questo è proprio il frutto di questa trasformazione.
È un tema su cui ancora non ho avuto la pazienza di scrivere molto, ma qualche spunto (in inglese) legato al tema di questo articolo lo trovate qui, dove esploro l'idea della ContinuousContentGeneration (generazione continua di contenuti) —ed a prescindere dal fatto che tale mia analisi si riveli corretta o meno, il modo in cui queste parodie di “intelligenza artificiale” vengono spinte per sostituire il lavoro creativo rimane a conferma di quanto ho menzionato all'inizio: i potenti di oggi non conoscono il valore della cultura.
Non c'è quindi solo un interesse socioeconomico dietro la “cultura dell'incultura”, ma una genuina mancanza di apprezzamento per la stessa, se non per un'inerzia mentale che andrà a sparire completamente nel giro di un'altra generazione.
Potrei concludere qui questa infinita tirata, ma voglio cogliere l'occasione per approfondire in una sorta di appendice alcuni aspetti “semantici” che mi ero specificamente lasciato da chiarire dopo aver affrontato il tema principale, e che hanno suscitato reazioni urticanti in alcuni lettori impazienti “in corso di stesura” del thread originale.
“Appendice” semantica
Per questo vorrei tornare sulle due dicotomie che ho menzionato all'inizio, e che a mio parere sono una chiave interpretativa piú utile della dicotomia tra lavoro manuale e lavoro intellettuale: la dicotomia tra lavoro “funzionale” e lavoro “fine a sé stesso”, e la dicotomia tra lavoro “meccanico” e lavoro “creativo”. E colgo subito l'occasione di rimarcare che l'uso delle virgolette qui non è casuale o tipografico.
Quelle virgolette sono lí a significare espressamente che queste scelte vanno prese
cum grano salis,
essendo state scelte sostanzialmente per un desiderio di brevità
(immaginate quanto piú avrei scritto se ciascuna di esse fosse stata sostituita
da un'espressione sufficientemente dettaglia da escludere ogni ambiguità sul mio pensiero).
Onde per cui si muove il mare questa appendice.
Lascio la dicotomia forse piú problematica (almeno a giudicare dai commenti degli impazienti), quella del “funzionale”, per ultima. Parliamo quindi prima della dicotomia tra lavoro “meccanico” e lavoro “creativo”, che si potrebbe vedere —in luce un po' diversa, ma che evidenzia come in realtà non si tratti davvero di una dicotomia— in termini di automatizzabilità.
Abbiamo cosí ad un estremo quei lavori ripetitivi, alienanti, che l'industrializzazione ha portato all'apoteosi, in incubi satirizzati in scene memorabili (ricordiamo almeno quella di Tempi Moderni di Chaplin (1936), film che potete vedere integrale su Internet Archive, e la nostrana scena della “fabbrica di cibernetica” in Vieni avanti cretino1), ed all'altro estremo manifestazioni uniche ed irripetibili dell'individualità del creatore.
Qualcuno potrebbe obiettare che con questa prospettiva, grazie ai sempre piú raffinati modelli “generativi”, anche l'arte rischia di venir inglobata nella categoria del lavoro “meccanico”; a questo proposito, rimando ancora al mio già citato articolo sulla generazione continua di “contenuti”, o ancora meglio, per chi preferisse una voce diversa dalla mia e piú direttamente coinvolta nella faccenda, a quello che ha scritto David Revoy sull'identità dell'artista contro le creazioni delle presunte “intelligenze” artificiali.
(Per inciso, si parla qui di “creatività” intrinseca: che certe azioni ripetitive inneschino un processo creativo inafferente l'attività stessa —famosamente, il camminare— merita un discorso a parte.)
Peraltro, che un'attività sia automatizzabile non implica che debba esserlo. Tutt'oggi, in un mondo dove l'industrializzazione ha automatizzato larghissima parte della produzione dei generi “di prima necessità” (e non solo) l'artigianato persiste, e ad esempio nel Fediverso italiano si discuteva qualche settimana fa della misura in cui le inevitabili imperfezioni della produzione artigianale diminuissero o aumentassero il valore del prodotto finale.
Eviterò accuratamente ogni discussione sul se e quanto gli artigiani siano artisti (anche perché bisognerebbe prima definire cosa sia l'arte), ma è indubbio che l'artigiano mette piú di sé nel prodotto del proprio lavoro che un operaio (e per semplicità soprassediamo su quelle persone, spesso di età “inadatta”, che vengono sfruttati come macchine pur facendo di fatto un lavoro artigianale).
D'altra parte, forse un discorso sull'arte non potremo evitarcelo nel trattare l'ultima dicotomia.
Quando ho parlato di attività “fine a sé stessa” ho voluto specificare che con questa intendevo “non funzionale alla sopravvivenza”. La specifica non è bastata, perché la scelta dell'espressione è stata comunque criticata (ad esempio da @surveyor3@mastodon.opencloud.lu), per cui mi permetterò di scendere piú nei dettagli su cosa intendevo, e per pigrizia lo farò appoggiandomi per lo piú a cose (de)scritte da altri.
Partirei, senza sorpresa di nessuno, dalla “gerarchia dei bisogni”, memeticamente associata alla Piramide di Maslow. Si potrebbero spendere pagine infinite per dibattere sulle specifiche, ma il dato di fatto rimane: delle priorità esistono, indipendentemente dalla precisione con cui possano essere quantificate o da quanto possano essere soggettive. (Non provate a contestarmi questo punto o vi inviterò a dibattere dell'importanza dell'arte nella storia dopo due minuti di chiusura ermetica di naso e bocca.)
Per inciso, anche in questo caso vediamo come non ci sia una vera dicotomia tra “funzionale” e “fine a sé stesso”, quanto una gradazione, e che —in relazione a quanto scritto prima— la “superiorità” di un'attività rispetto a un'altra sia sostanzialmente legata a quella stessa gerarchia: piaccia o no, sono considerate “superiori” le attività legate al soddisfacimento di bisogni di priorità piú bassa (ovvero “meno importanti”), perché, come già detto all'inizio, il semplice fatto di potervisi dedicare è un implicito indice di status («non devo preoccuparmi dei bisogni elementari, come un animale qualunque, quindi posso dedicarmi a quelli trascendenti»).
Ma forse piú importante dell'aspetto della priorità è quello dell'intento.
Parafrasando una citazione quasi certamente erroneamente attribuita a Feynman le attività “fini a sé stesse” sono quelle che «sí, possono dare dei risultati di utilità pratica, ma non è per quello che le facciamo».
Agricoltura e pastorizia sono attività praticate con il precipuo intento di soddisfare un bisogno primario. Ma piú da queste ci si allontana, meno questo è vero.
O lo sarebbe, se non fosse per lo strapotere acquisito negli ultimi decenni dal pensiero utilitaristico —seppure non piú espresso in termini di bisogni primari, ma dell'unica forma di valore ormai riconosciuta dai potenti— che come ho già accennato all'inizio, sarà irreversibilmente dannoso per le nuove generazioni.
E quando si parla dell'utilità dell'arte …
Mentre scrivevo la prima bozza di questo articolo nella sua forma di thread su Mastodon non ho potuto fare a meno di pensare a 7SEEDS, un manga postapocalittico di Yumi Tamura in cui squadre di (tardo)adolescenti vengono ibernate (parzialmente a loro insaputa) come ultima speranza per il genere umano di evitare l'estinzione a seguito di un cataclisma previsto.
Non so se il fatto che il manga mi venga in mente ogni volta che si parla dell'utilità dell'arte, ma anche per molti altri temi che nel manga vengono toccati, dica piú cose di me o del manga. Una cosa è certa, quest'opera “monumentale” (circa 6500 tavole pubblicate nel corso di 16 anni) è una mia grande passione. Chi fosse interessato, ed al costo di notevoli spoiler, può trovare qui (in inglese) le mie considerazioni su questo fumetto ed i suoi personaggi. (Tenete presente che l'unica edizione integrale del manga sembra al momento essere quella giapponese, quindi la mia conoscenza dello stesso è basata su una scanlation in inglese che, per quanto apparentemente di ottima qualità, potrebbe non esserlo davvero. Caveat lector.)
Come potete facilmente immaginare, in quello che è di fatto un mondo sconosciuto, dove tutto ciò che rimane della civiltà sono ruderi, dove anche le piante, gli animali, persino i cicli delle stagioni, sono sconosciuti, la questione della sopravvivenza assume per le “ultime speranze dell'umanità” (i “semi” del titolo, nel numero di 7 per squadra) un peso inimmaginabile anche per il piú miserabile degli sventurati nella nostra realtà corrente.
Eppure non è (direttamente) di questo che voglio parlare ma di alcune tavole verso la fine dell'ultimo capitolo di 7 SEEDS Gaiden, un volumetto di epilogo della serie principale, che raccoglie alcune storie secondarie.
Questo capitolo, titolato «L'abilità senza nome» (facendo fede alla scanlation «The nameless skill» dell'originale) è incentrato sulla scultura delle statue di Buddha che verranno lasciate come indistruttibili “segnaposto” ai futuri “semi”.
Il protagonista di queste tavole è il padre di uno dei ragazzi che verranno mandati nel futuro. Il figlio (come se non piú del padre) è un artista. Al padre viene data la possibilità di scegliere se mandare il figlio nel futuro in ibernazione tramite il progetto, o metterlo in un rifugio, insieme al padre.
Questo è lo scambio di battute tra il padre del ragazzo (Kiichi) e l'organizzatore del progetto (Takashi):
Certo, qualcuno potrebbe commentare che l'autrice è un'artista, quindi magari la sua prospettiva è leggermente di parte; ma se davvero pensate che possa valer la pena andare a vivere in un futuro senza arte … be', non sono sicuro che vorrei condividere con voi il mio futuro.
potete risparmiavi i commenti; il punto rimane. ↩