Prima, seconda e terza classe
Uno dei più importanti insegnamenti che ho appreso da un professore è un detto inglese che recita:
First class people hire first class people. Second class people hire third class people.
le persone di prima classe assumono persone di prima classe, le persone di seconda classe assumono persone di terza classe.
La massima ha evidenti radici in ambito aziendale, e si applica con semplicità ed immediatezza ad altri ambienti che dell'azienda spesse volte rispecchiano alcuni meccanismi e strutture chiave, come quello accademico. Ma a ben vedere è uno di quei gifts that keep on giving, un regalo eterno; in effetti, non smetto di trovare occasioni dove queste semplici parole offrono una chiave interpretativa che nell'incisività della massima riassumono un pensiero che, benché non raro, rischia troppo di appartenere a quel famoso senso comune che tanto comune, purtroppo, non è.
La considerazione che si ha di una persona nasce generalmente da una di due grandi linee valutative (o più raramente da una loro commistione):
da un lato, abbiamo un principio valutativo che potremmo definire ereditario, in cui il primo strumento del valore di una persone è legato alla sua appartenenza: nascere in una famiglia nobile (appartenente appunto all'aristocrazia) piuttosto che nel popolino, nascere in una nazione piuttosto che in un'altra, appartenere ad una certa razza piuttosto che ad un'altra; in questa cultura del valore di classe, esistono insormontabili barriere, sicché il più miserabile dei cadetti sarà sempre e comunque una spanna sopra il più abile ed onesto degli stallieri;
dall'altro, abbiamo invece una cultura del valore che potremmo definire individualista; in questa prospettiva, il valore di una persona è legato alle sue azioni, alle sue parole, al suo pensiero piuttosto che alla sua appartenenza;
dalla commistione dei due criteri nascono contrasti legati alla discrepanza tra le presunte qualità degli appartenenti ad una categoria e le effettive qualità dell'individuo, conducendo a famosi paradossi come quelli del vero scozzese1, o difese del tipo «è un prete, non può aver stuprato quelle ragazzine».
La massima sulle persone di prima seconda e terza classe presenta una prospettiva diversa, per molti versi ortogonale (e quindi indipendente) dagli usuali criteri di valutazione, ma che comunque offre un giudizio di valore sulle persone; un giudizio basato non più solo sul valore individuale (né tantomeno su quello della categoria), ma sulla rete di rapporti che la persona costruisce con altre persone, e sul valore di queste.
Nel suo ambiente naturale, la massima riconosce facilmente come il successo di Google sia fortemente legato non solo alla genialità dei suoi fondatori, ma anche al loro desiderio di investire pesantemente sulle capacità dei dipendenti. Con uguale facilità, la stessa massima riconosce la piccolezza (non solo in termini estensivi o di mercato) delle aziende costruite su nepotismo, baciapilaggio e soprattutto la “non minacciosità” dei dipendenti verso i superiori (se il superiore pensa che il dipendente sia più bravo di lui e che pertanto costituisca una minaccia per il suo posto di lavoro, gli rende la vita un inferno).
La stessa massima ha però una flessibilità sorprendente, permettendo di leggere nella stessa nuova chiave situazioni in qualunque campo. I risultati non sono necessariamente nuovi o inusuali, ma possono comunque essere preziosi.
Un esempio banalotto di applicazione nel sociale è quello classico della ragazza non brutta che preferisce circondarsi di ragazze meno belle in modo da spiccare per le proprie qualità estetiche: un atteggiamento di seconda classe, che tale sarebbe se anche la bellezza della ragazza fosse eccezionale.
E come per la bellezza, così per l'intelligenza, la cultura: cerchi compagnia che ti arricchisca culturalmente, o intellettualmente stimolante? Prima classe. Ti circondi di gente che puoi schiacchiare con l'estensione del tuo sapere o con la tua sagacia? Seconda classe.
In realtà, ogni pensare ‘sociale’ può essere letto in questa chiave, anche per relazioni indirette o atteggiamenti generali, andando quindi oltre l'entourage della persona. Lavori perché la cultura raggiunga gli angoli più remoti della società? Prima classe. Studi per quel senso di appartenenza all'élite che si distingue dalla massa e dalla sua crassa ignoranza? Seconda classe.
Perché la classe di una persona non è il sangue che gli è capitato né l'abito che porta, ma l'ambiente: e non l'ambiente da cui ha avuto il caso di provenire, ma quello che contribuisce a costruire.
all'italiana, la cosa funziona come segue. Un efferato omicidio viene commesso da uno straniero; un italiano legge la notizia e commenta: «un italiano non farebbe mai una cosa del genere.». Il giorno dopo il giornale riporta la notizia di un omicidio ancora peggiore commesso da un italiano. La reazione dell'italiano che legge la notizia non è «avevo torto, anche gli italiani commettono siffatti crimini», ma «un vero italiano non farebbe mai una cosa del genere». Il paradosso nasce dall'enumerazione delle cose che un vero italiano non farebbe mai, per poi scoprire che ciascuna delle cose è stata fatta da almeno un italiano. Ovviamente il discorso si può ripetere per qualunque raggruppamento (scozzese come nell'originale, italiano, cristiano, musulmano, biondo, bruno, alto, basso). ↩