«Oggi non ho voglia.»

Rimangono immobili, in quel cucchiaio non ancora formato. Lui non ha nemmeno la forza di rispondere, per quanto è stanco; la sua voce è udibile appena «Nemmeno io, volevo solo abbracciarti.» La sente dibattersi leggermente, inquieta. Anche la risposta di lei è appena percettibile

«Sì, ma …» secondi di pausa, poi «non mi … oggi mi sento …» poi lo spinge via, più decisa «preferirei che non …» fa un gesto come per scrollarsi qualcosa di dosso, gesto inutile nell'oscurità.

«Che c'è?»

«Ho bisogno di aria.»

La sorpresa sta scacciando il sonno. Lui è ancora confuso, proprio non capisce. Vivono insieme da quattro anni, e non c'è stata una notte una in cui abbiano dormito fisicamente staccati, fosse anche solo una testa su un braccio, o una mano abbandonata su una mano. Ma oggi … Repulsione?

Lui si tira su a sedere. Poi di scatto scende dal letto, accendendo la lampada sul comodino. Si alza in piedi tirandosi dietro il cuscino, si dirige all'armadio a muro ed apre il cassetto delle coperte con uno scatto nervoso.

«Che fai?» è ora lei a chiederlo.

«Dormo sul divano.» lui è già sulla porta.

«Maddài, non fare lo scemo.» la porta è già aperta, la donna sbuffa «Ho solo chiesto di non stare appiccicati!»

L'uomo è già uscito, e le ultime parole di lei gli vengono quasi gridate dietro. La donna scuote il capo, torna a sdraiarsi. Ma perché devono essere così pensa inflessibili; una sola cosa che non va come decidono loro, ed è tutto da buttare …. Spegne con un sospiro la luce dal lato di lui, ha troppo sonno per discutere, troppo sonno per pensare, troppo … sonno …


Stanca di me. È già stanca di me? Siamo già al fastidio della presenza, del contatto fisico? ed inevitabilmente Ha un altro? e poi subito No, no, no, no, mai, mai pensare in negativo. ma il dubbio si è ormai piantato, e rimane lì, sepolto ma non assente. La mente di lui scorre rapida tutte le motivazioni che possano portare a questa repulsione, scivolando nel sonno. Incinta?

Niente più sonno. Come un singolo rintocco di campana, squillante, rintronante nel silenzio della notte.

Ohdiobuono

Il divano non è comodo, non concilia il sonno, né però rende facile il rivoltarsi irrequieti.

Sei stanco non ci pensare sei stanco non ci pensare sei stanco non ci pensare sei …


L'uomo si sveglia di soprassalto. C'è luce, filtra da una serranda non completamente abbassata, illumina il tavolo del salotto, la porta socchiusa che conduce in cucina. Rumori appena percepibili provengono da lì. La donna è già sveglia, prepara una colazione.

Ricordi della notte prima, pensieri assillanti, domande che non si vuole porre, che non vuole porre. L'uomo si fa una doccia, si rade, ed infine entra in cucina. Si salutano con il solito «Buongiorno», ma no, non con il «Buongiorno» di sempre, è un «Buongiorno» di sospetto, sospetto per lui, sospetto per lei.

Qualcuno ha preso in mano i fili del loro rapporto, la doppia catena che li legava, e lavora di seghetto. E loro restano lì, a guardare il seghetto che scivola, avanti indietro avanti indietro avanti indietro, e non fanno nulla. Bevono il tè delle loro tazze, sgranocchiano i loro biscotti. Ed evitano gli sguardi.

«Torni per pranzo?» chiede lei quando hanno finito.

«No, ho lezione alle quattro.»

Lei annuisce. Sembra assente? O sono solo io che voglio vedere in lei che sembri assente?

«A stasera, allora?» chiede ancora lei, sollevando lo sguardo per incontrare il suo.

«A stasera.»


E fu sera e fu mattina, primo giorno. L'uomo cominciò a contare da subito. Ogni tanto, dovunque si trovasse, in dipartimento, in coda alla posta, in edicola a comprare il giornale, in casa … chiudeva a pugno la mano sinistra e srotolava lentamente un dito per ogni giorno che passava. Alla maniera inglese, con il tre fatto con indice medio e anulare, pollice e mignolo che si toccavano. Poi quattro. Poi cinque. E poi il pollice della destra. Ed ogni giorno, era come se vivessero separati in casa: lei dormiva nel letto, lui sul divano; per pranzo lui non c'era mai, e quando tornava a casa il pomeriggio sul tardi lei non era ancora rientrata. Le parole tra di loro si limitavano ai saluti la mattina e la sera, poco di più. La televisione rimaneva spenta —non che questo fosse una grande novità, ma in quel periodo passarono un paio di film che in altre occasioni avrebbero visto insieme, con gusto— e ciascuno passava la sera prima di addormentarsi per conto proprio, con un libro in mano, o una tastiera tra le dita.

Allo scadere della settimana, dopo la lezione pomeridiana, l'uomo ebbe un momento sgurz e decise di fare una cosa che non aveva mai fatto: entrò in un sexy shop e comprò un vibratore per la donna. Mentre tornava a casa, si chiese da dove avesse preso la faccia tosta per rivolgersi alla commessa —molto carina ma troppo truccata— ma il momento sgurz era passato e non poté trovare risposta, né si poté rispondere quando si chiese da dove gli fosse venuta l'idea.

La cosa era fatta ormai, e non lasciarle la confezione regalo sul letto sarebbe stato da idioti. Lo sarebbe stato anche farlo, visto che poi avrebbe dovuto affrontare le domande. Quindi l'uomo continuò a lasciare il pacchetto e riprenderlo ogni dieci, quindici minuti.


Ci vollero due giorni perché infine la donna rientrasse in un momento in cui il dono fosse sul letto. L'uomo rimase in trepidante attesa della reazione, porgendo orecchio ad eventuali grida o risate che potessero venire dalla camera, ma senza abbandonare la propria postazione —dopotutto, aveva da finire quella maledetta relazione, quindi i suoi occhi non si staccarono dal monitor, benché le lettere che vi vedeva scritte non avessero alcun senso. Finché con la coda dell'occhio non vide una luminescenza toccare il tavolo.

Ecco.

Ci fu qualche secondo di pausa, in cui l'uomo voltò il capo a guardare il vibratore tenuto a punta in giù, un'immagine nitida e luminosa sul fondo blu del tailleur della donna.

Poi arrivò la risata. Una risata gaia, non di derisione.

«Che c'è?» chiese l'uomo, con gli occhi ora fissi sulle proprie mani, rilassate sulla tastiera.

«Niente.» rispose la donna, e si sentiva il suo sorriso nella risposta.

«No, davvero, che c'è?» insisté l'uomo, volgendo lo sguardo alla donna.

La donna non rispose subito. Sembrava sempre sul punto di ricominciare a ridere, anche quando infine spiegò il motivo della propria ilarità.

«È una cosa assolutamente stupida, ma l'unica cosa che mi viene in mente adesso è che …» di nuovo una pausa, non ad effetto, ma proprio perché non riusciva a dirlo, era così stupido il motivo … «mancano le batterie.»

L'uomo si tolse gli occhiali, li poggiò sul tavolo, e si coprì il volto con le mani.

«Oh buon Dio …» ed anche lui ebbe un attacco di risa.

Poi entrambi rimasero quieti, quasi rilassati, con ancora un'ombra dell'ilarità di prima ad aleggiare nella stanza. E l'uomo pensò: Ecco, ora lei mi si avvicinerà, mi cingerà da dietro e mi dirà «Sei un tenero orsacchiotto affettuoso, ma tutto matto.»

La donna disse proprio così, «Sei un tenero orsacchiotto affettuoso, ma tutto matto». Ma non lo abbracciò. Lo disse senza muoversi dalla sua posizione all'angolo del tavolo.

Fu come una doccia fredda. La donna era lì, sorrideva, ogni tanto guardava il regalo, ma era come se uno di loro fosse in una campana di vetro; erano lì, a portata di mano l'uno dell'altra, ma irraggiungibili.

Lei si riscosse. «Che fai?» chiese.

«Mah, avrei da finire questa relazione …»

La donna era ora in piedi dietro di lui; guardò per qualche secondo il testo sullo schermo, quindi si allontanò.

«Ti lascio lavorare.»


Era come se fosse un'altra persona. Rivivevano esperienze che avevano già vissuto, situazioni in cui si erano già trovati, ma ciò che lei faceva era appena percettibilmente diverso da ciò che aveva già fatto. E l'unica vera differenza, l'unica sfumatura del cambiamento che potesse essere nitidamente riconosciuta, era sempre la stessa.

Lei
evitava
il contatto
fisico.


Ormai era quanto? Dieci giorni? Qualcosa del genere. Dieci giorni da quando avevano preso quel bivio, per ritrovarsi a percorrere due strade parallele, una vicina all'altra con solo una palizzata, e nemmeno tanto alta, in mezzo. O forse piuttosto, non una palizzata, un'unica, interminabile parete di vetro.

Dieci
giorni.

Non ne posso più, se non faccio qualcosa ci esco pazzo.

Così, l'uomo uscì.

«Dove vai?» chiese lei, alzando gli occhi dal libro che stava leggendo accucciata sulla poltrona, vedendolo passare con in mano marsupio e cappotto.

«Esco. Ho bisogno di prendere una boccata d'aria, non riesco a concentrarmi.»

«Non fare troppo tardi.»

Fu come se l'avesse buttato fuori a calci.


Mercoledì. Mercoledì era serata da tango. Tango. Dio buono, era più di un anno che non ballava, che non ballavano. Un anno. Dieci giorni. Devo smettere di pensarci.

Il locale era affollato come sempre. I principianti cominciavano ad abbandonare la sala dopo l'ora di pratica, lasciando il campo agli habitués. L'uomo rimase un po' in disparte, per riprendere l'orecchio, riempirsi gli occhi. Salutò un po' di gente, scambiò due chiacchiere sul tono «È un po' che non ti si vede» «Ho cercato di disintossicarmi», ma erano discorsi che preferiva evitare, per non correre il rischio di dover rispondere a domande circa la propria compagna. Era lì per dimenticare, non per ricordare.

Infine si decise, e cominciò ad invitare qualche ragazza, dapprima le principianti, per riprendere senza rischi di fare brutte figure. E ben presto fu come ai vecchi tempi, musica che fluiva, dalle orecchie ai muscoli, percorsi nascosti tra le coppie di ballerini che si aprivano a lui, strade su cui guidare un corpo nuovo, quattro gambe quattro braccia due teste due busti.

L'ultima se la cavava niente male. Non era aggressiva, indipendente, ma seguiva con prontezza, docile ma sicura.

«Posso avere l'onore di un altro ballo?» fu la sua domanda quando il secondo tango finì.

«Come si può rispondere no a qualcuno che parla ancora così?» gli sorrise la giovane in risposta, e fu di nuovo nel suo abbraccio. Diversamente da prima. Più prossima, più abbandonata. Non alla maniera delle principianti, distanza di sicurezza, braccio al collo, occhio fisso sul colletto; ma alla maniera più sensuale, lo stile milonghero, busto contro busto, tempia contro tempia, braccio sinistro in un legame quasi amoroso, tutto un invito "reggimi, non mi abbandonare, non mi lasciare, portami con te, ti seguirò". Ed ella lo seguì per un altro tango, poi per un altro ancora, poi per una veloce milonga, ed un'altra. Ed ogni volta, tra un ballo e l'altro, si separavano con un accenno di inchino per subito tornare nell'abbraccio.

Ed infine ella disse:

«Basta, per carità, sto morendo di sete.»

«A questo è facile provvedere.»

Trovarono un tavolo libero, lei ordinò un bicchiere di vino, lui un'acqua tonica.

«Un'acqua tonica?»

«Sì, sono astemio.»

«Non si direbbe.»

«Perché?»

«Gli astemi, dicono, sono persone noiose.»

«E cosa ti dice che io non lo sia?»

«Oh …» fa la giovane «le persone noiose non fanno certi regali.»

L'uomo non capisce subito. La guarda perplessa.

«A lei è piaciuto, poi?» insiste la giovane. E di colpo l'uomo la riconosce.

«Oh benedettiddìo …» china lo sguardo, si puntella la fronte con il braccio sinistro.

La giovane lo guarda per un po', poi:

«Be', che succede?»

L'uomo torna a guardarla. «Tu non sei mica …»

«Sono mica, chi?»

L'uomo fa un gesto come per esternare qualcosa, poi ferma la mano «Sì, sei la … la commessa di … insomma, sì. Non … non ti avevo riconosciuto subito. Credo … credo per via …» fa un gesto con la mano destra davanti al volto, come se la mano fosse una pennellessa.

«Sì, sai com'è, regolamento aziendale. Questa è la mia versione au naturel

L'uomo la guarda meglio. Se davvero non è truccata, la giovane ha una dote naturale di cui non poche sarebbero invidiose.

«Allora, com'è stato accolto il regalo?»

Continuano così la loro schermaglia, con lei che domanda, cercando di scoprire, tornando sempre sulla stessa questione, e lui che risponde non rispondendo, per non offendere lei ma non rivelare nulla.


«Oh, stanno passando i pezzi migliori! Vogliamo andare?» chiede lei all'improvviso, si vede che è pronta ad alzarsi

«Come si fa a dire di no …» ma l'uomo si ferma a mezza frase con un mezzo sorriso. È in piedi porgendole una mano, ed ella gli si affianca con un finto broncio, come offesa per la presa in giro. Poi torna a sorridere, ed i due sono nuovamente in pista, in quel bagno di musica trascinante e sensualità compìta.

Si fa l'una. La serata di tango arriva a termine, i ballerini cominciano ad abbandonare il locale, da soli, a coppie, a piccoli gruppi.

«Mi accompagni a casa?» chiede la giovane, mentre si dirige verso la sedia su cui sono poggiate le sue cose.

«Certamente.» è la risposta dell'uomo, un enunciato di ovvietà. La aiuta ad indossare il cappotto, le porge la borsa, indossa il proprio cappotto, le tiene aperta la porta del locale.

«Ho la macchina di là.» fa un cenno l'uomo. Si incamminano, e subito la giovane interviene «Be', magari non ce n'è bisogno, sono qui a due passi.»

Camminano fianco a fianco, in silenzio, lei a testa alta, occhi svegli, lui a capo un po' chino, guarda l'alternarsi asincrono dei loro piedi sull'asfalto del marciapiede.

«È qui.» fa lei ad un tratto, tirando fuori le chiavi dalla borsa «Vieni su, ti offro qualcosa da bere? Un'acqua tonica?» sorride, sorridono entrambi.

«È stata … una serata molto piacevole, grazie. Penso sia … giusto che finisca qui.»

Si guardano fissi negli occhi per qualche secondo, ed è lei a concludere «Va bene. Ci rivedremo?»

«È molto probabile. Buona notte.»

Una carezza sul viso, che scivola sul braccio, e la giovane scivola tra le ante del portone.


La donna è stesa sul letto, il braccio sinistro ripiegato come a coronare la testa, il braccio destro abbandonato sulla coscia. Completamente nuda, dorme.

L'uomo rimane sulla soglia della camera, a guardarla sotto la fioca luce di una lampada da comodino. È tutto un regno da cui, in parte per scelta propria, in parte per decisione altrui, è escluso. Non ha più accesso a quel corpo, ed egli stesso si è esiliato dalla camera. E quel suo guardare, adesso, egli lo sente quasi come un furto, un furto dal valore ambiguo, effimero.

Vorrebbe avvicinarsi, l'uomo, chinarsi a deporre un bacio su quella fronte ora apparentemente serena; ma sa di non poterlo fare, sa che cercando di avvicinarsi farebbe muovere il materasso, ed il risveglio della donna romperebbe quell'incantesimo.

Allora l'uomo decide di liberarsi da quell'incantesimo, da quella rete che lo tiene inchiodato lì sul posto, racchiudendo il seme stesso di quella magia in una fissità che lo renda eterno ma inefficace. Almeno nelle speranze dell'uomo, che raggiunge il proprio studio per prendervi treppiede e macchina fotografica.

Un servizio fotografico completo, quasi per permettere una fedele ricostruzione tridimensionale della scena, immagazinato in pochi centimetri cubici, e da lì poi trasferito sul computer, pronto per destinazioni più durevoli e chissà, forse anche la stampa.

L'uomo si siede infine su una poltrona in un angolo della stanza, senza che sia rimasta traccia di ciò che ha fatto. Si siede, e con lo sguardo perso sul corpo disteso sul letto, aspetta che i pensieri vengano a galla, che le angosce ed i tormenti che lo hanno abbandonato nelle precedenti ore adesso tornino a galla.

Le precedenti ore.

È la giovane commessa, ora, a riempire i suoi pensieri. Vi è qualcosa in lei che la rende estremamente attraente; non solo o non tanto nel fisico, nel viso, ma anche o soprattutto nel modo di fare, dal ballo alla camminata, dal sorseggiare il vino al chiacchierare.

E quell'invito …


L'uomo solleva lo sguardo, incontra quello della donna. Da quanto tempo è sveglia? Occhi negli occhi, i due si guardano per lunghi secondi, ed infine la donna si muove, con lentezza ma fluidità. Si mette a sedere, le gambe raccolte di lato, mostrando a lui il fianco e con il capo voltato per guardarlo diritto. Seduta così al centro del letto, ricorda all'uomo la statua della sirenetta.

Con un gesto automatico, la sirena si ravvia i capelli, assicurando una ciocca dietro l'orecchio.

«Com'è andata?» chiede.

L'uomo non risponde, si riempie gli occhi dell'immagine di lei, quel suo essere seducente senza volerlo. Ed inutilmente, ora. Ma perché, perché, perché?

«Bene.» risponde infine, una sola parola che trova difficoltà ad uscire.

«Hai ritrovato la concentrazione?»

«Lo saprò quando tornerò a lavorare.»

La donna annuisce. L'uomo non capisce se sono solo domande formali o veramente interessate. La guarda risalire fino al cuscino, infilarsi sotto le coperte. L'uomo si alza, le si affianca. Si china un attimo su di lei, le sfiora la fronte con le labbra, mormorando un appena percettibile «Buona notte.»

La testa della donna ha un piccolo scarto quando le labbra di lui si avvicinano, ma si capisce che è istintivo, e la donna lo controlla, lascia che l'uomo depositi quel lievissimo bacio, quindi scivola ancora di più sotto le coperte, e non appena la porta si chiude alle spalle dell'uomo, spegne la luce.


L'uomo rimane seduto al centro del divano, lo sguardo perso nel vuoto. Si sente sprofondare, invadere dalla una profonda sensazione di incompletezza. La tensione sessuale accumulata prima al ballo, poi nel quadro della donna sul letto, è ora soffocata dal bisogno di agire, alzarsi, muoversi, correre, fare qualcosa, qualsiasi cosa.

L'uomo si alza, raggiunge il mobile dello stereo, scorre le coste dei dischi fino ad una raccolta di musica classica, prepare la cuffia e si stende, addormentandosi accompagnato da La danza degli spiriti beati.


Il giorno dopo segna l'inizio di una nuova fase di routine, sempre più opprimente, sempre più angosciosa. La vita insieme da estranei è sempre di più una tortura, eppure l'uomo si constringe a rispettare i cicli cristallizati dai quattro anni di convivenza, l'alternarsi nelle faccende; fare la spesa, sistemare la cucina, occuparsi della biancheria, pagare le bollette. L'uomo dedica a queste attività una concentrazione eccessiva, cercando in esse una fuga dall'enorme elefante rosa che si è piazzato nel loro salotto.

Da quanto ormai?

L'uomo si rende improvvisamente conto di aver perso il conto dei giorni. Anche se può facilmente ricostruirlo contando i mercoledì di fuga al tango. Uno. Due. Tre. Ventiquattro giorni. La settimana prossima facciamo un mese.

Ride, l'uomo, una risata che gli inonda l'animo di un sapore amaro.


Un mese. Seduto su una sedia al margine della milonga, l'uomo si sente improvvisamente stanco, vecchio di millenni, e vorrebbe distendersi da qualche parte a riposare. Quasi non sente la musica, quasi non vede i ballerini muoversi davanti a lui. Quasi non si accorge quando la giovane gli si siede accanto.

Hanno fatto coppia fissa, come nella prima serata così nelle due successive. Hanno ballato insieme per ore, sono rimasti seduti davanti ad un bicchiere di vino ed uno di acqua tonica a giocare con le parole, a parlarsi chiedendosi e dicendosi tutto e niente. Ed ogni volta, all'una, si sono incamminati insieme, si sono salutati sulla porta di casa di lei. Ella non ha più ripetuto l'invito. Si sono guardati negli occhi, si sono salutati con una carezza, sul viso, sul braccio, e si sono lasciati.

Ora la donna si cambia le scarpe, preparandosi a quella piacevole tortura. Quindi aspetta che l'uomo la inviti. Ed i due rimangono seduti lì, così, fino alla fine di quel tango.

L'uomo si è riscosso, mentre la donna si preparava, ed ora si alza, porgendole la mano. E nel preciso momento in cui ella lo abbraccia, sente scivolare tutto via.


«Sai,» dice la giovane «nella maggior parte dei casi il vero problema è nella comunicazione. Come nel tango. Magari il segnale dell'uomo non è chiaro, o la donna non lo coglie, o non lo coglie in tempo. Ed allora la coppia ha un arresto, inciampa, e magari riprendere non è sempre facile, bisogna fermarsi, tirare il fiato, e ricominciare. Solo che magari nella vita è più difficile, perché non c'è nessun obbligo, che sia l'uomo a guidare e la donna a seguire. E quindi ci possono essere più incomprensioni: magari è la donna, invece, a non dare segnali che dovrebbe dare, o è l'uomo a non coglierli.»

L'uomo è sorpreso dal discorso della giovane; la guarda stupito, il bicchiere in mano a mezz'aria. La giovane continua.

«Ovviamente, nella vita è anche più semplice, da un certo punto di vista. Non c'è nessun obbligo ad andare a ritmo con la musica, si può aspettare un momento di pausa, sedersi … e parlare. A tango non puoi dire alla dona "fai questo, fai quello", devi farglielo capire. Ma nella vita, si può parlare, comunicare, si possono fare domande, dare risposte. Tutti e due possono farlo.»

L'uomo ha posato il bicchiere, ed ora guarda fisso la giovane con attenzione, la testa puntellata da entrambe le braccia. Ma la giovane non ha altro da aggiungere.

«No?» chiede invece.

C'è una lunga pausa; l'uomo torna a sedersi composto, ed infine chiede:

«Perché mi dici tutto questo?»

«Perché è evidente che non sei sereno. Non lo sei mai stato. Non lo eri il mese scorso, né nelle serate successive. Ma la cosa è evidentemente andata peggiorando. All'inizio era quasi impercettibile, oggi è particolarmente evidente. E … be', nonostante la tua perizia nel non rivelarmi nulla … ci sono cose che non si possono nascondere.»

La giovane sta sorridendo, ma non di sorriso di scherno o di ilarità; è un sorriso materno, di comprensione. Un sorriso da Gioconda.

L'uomo non stacca gli occhi da lei, il mento poggiato sulle dita intrecciate.

E pensa:

Perché la cosa le interessa tanto?

E pensa:

Oggi torno a casa ed affronto la questione. Non posso più aspettare, non posso continuare così, non posso continuare a fuggire, a sfogarmi così una volta la settimana; è giunto il momento di rimboccarsi le maniche, affrontare la questione. Affrontare la questione.

La giovane si alza. «Torno subito.»

L'uomo la segue con lo sguardo mentre ella si allontana, poi il suo sguardo si perde sulla pista da ballo.

La sala è rettangolare. Posti a sedere su tutte le pareti, tavolini agli angoli. Una gradinata contro una parete corta; accanto ad essa, l'ingresso della sala. Il loro tavolino è all'angolo opposto. La maggior parte della gente che in quel momento non sta ballando si trova sulle gradinate.

Il campo visivo dell'uomo viene nuovamente occupato dalla giovane, ed egli si alza. Con un sorriso, ella lo abbraccia, pronta a lasciarsi nuovamente trascinare.

Il tango finisce quando i due arrivano alla gradinata. Si fermano, si separano, si inchinano, tornano ad abbracciarsi. La giovane strofina il proprio naso contro quello di lui, carezza le sue labbra con le proprie, quindi ritorna in posizione. L'uomo è perplesso per un secondo, ma un nuovo tango comincia ed egli si distrae, seguendo le prime battute per cogliere il ritmo, mentre i suoi occhi vagano per qualche istante sui volti degli spettatori. In piedi, in prima fila, c'è lei.

Tutto si ferma con stridore, come se qualcuno avesse inserito la retromarcia mentre il mondo continuava a girare in avanti. Le braccia dell'uomo abbandanona la giovane, ed ella si riscuote, si stacca da lui. Segue il suo sguardo, e per la prima volta vede l'oggetto della propria curisità. Torna a guardare l'uomo, che non ha occhi che per la donna, e quindi si defila, lasciandoli soli.

L'uomo sta pensando che deve dire qualcosa, e la prima cosa che gli viene in mente è qualcosa per scusarsi del bacio della giovane. Apre la bocca, prima ancora di aver trovato le parole; esita.

«Lo so, non è colpa tua, è stata una sua azione estemporanea senza consenso.» dice la donna. La voce di lei è lenta, ma decisa. L'uomo chiude la bocca.

«Ballate bene, insieme.» continua ella «Ho capito la seconda volta che sei uscito di mercoledì, mi sono ricordata.»

Di nuovo il silenzio cade tra loro, subito riempito dalla musica.

La donna si allontana, l'uomo la segue, fuori dalla milonga, attraverso la sala ristorante, fino al bancone del bar.

«Senti,» ricomincia ella, e di nuovo esita «tu e lei …»

«Non siamo amanti.» interviene subito lui.

La donna chiude un attimo gli occhi. «Lo so,» dice «sei troppo stupido per avere un'amante; non saresti capace, neanche volendo.»

L'uomo sbatte le palpebre, ma incassa il colpo. C'è qualcosa, l'impressione che sia finalmente giunto il momento della verità, che lo carica di adrenalina, lo riempie d'attesa.

«E penso che sarebbe stato forse meglio, in questo caso, se l'avessi.»

Ok, questo non se l'aspettava, l'uomo. Non dalla donna. Non da quella donna.

«Abbiamo … avevamo …» comincia.

«Sì, lo so. Avevamo. Ed abbiamo rispettato i patti. Ma sembra quasi che tu non ti renda conto adesso che … che le cose sono cambiate. E penso che sia opportuno che … che questa farsa, questa pretesa di rapporto che c'è tra noi giunga al termine. Ecco, l'ho detto.»

L'uomo la guarda ancora sbattendo le palpebre. Vorrebbe averne sulle orecchie, per poter chiudere via tutto quello che non vuole sentire. Ma la donna continua.

«Ho … ho pensato che fosse giunto il momento di dirtelo. Mi dispiaceva che ti sentissi abbandonato, solo, dopo di me. E mi sembra che adesso tu possa non esserlo.»

La donna continua a parlare con voce lenta e decisa. Esibisce una certa calma, ma all'uomo non è sfuggito come tutto il volto di lei sia una maschera di autocontrollo, con una tensione nervosa che le tiene contratti tutti i muscoli.

«Vuoi lasciarmi? Così?»

La donna sospira.

«No, per favore, non dire … è possibile che tu non capisca? Io penso che tu debba lasciare me, ma che tu non riesca a rendertene conto, che tu continui a ingannarti, a cercare di … non lo so, non riesco a capire esattamente, ma tu continui a pretendere di non vedere, per paura che il farlo ti possa costringere a prendere decisioni che non vuoi prendere. Ecco. Tu continui a far finta di ignorare che io non posso più … non posso più completarti, non sono la persona giusta.»

«Solo perché non facciamo …» l'uomo ha alzato la voce, con rabbia e frustrazione. La donna lo interrompe, con la sua solita voce lenta: «Vogliamo farci una bella scenata qui in pubblico?»

L'uomo chiude un attimo gli occhi. Fa un respiro profondo. Poi i due si muovono contemporaneamente, escono dal locale.

Appena fuori, mentre ancora la porta si sta chiudendo alle loro spalle, l'uomo ricomincia:

«Se non volevi fare una scenata in pubblico, perché sei venuta fin qui? Mi hai quasi fatto prendere un infarto.»

La donna non si è voltata dietro di lui, quando sono usciti. Fissa ora il muro davanti a loro, e l'uomo la vede tremare, quasi un singulto.

«Vedi quanto ci siamo allontanati, {lui}? Hai persino dimenticati come ci siamo conosciuti.»

Oh buon Dio. È un lampo nella memoria di lui, la disperazione di una giovane a cui era appena morto il padre. D'infarto.

L'uomo china il capo. «Scusami.» Le si avvicina, poggia le mani sulle sue spalle.

La donna si divincola, fa un passo avanti, ma non si volta. Scuote il capo. «Non c'è nulla da scusare. Ma mi dispera il fatto che tu continui a pretendere che siamo ancora vicini, a pensare che sia solo perché non … possiamo più fare l'amore, perché preferisco evitare il contatto fisico. Ma non c'entra proprio nulla. Nulla. Noi ci siamo allontanati, [nome/], anche se tu continui a pretendere che così non sia. Non … non siamo più sulla stessa lunghezza d'onda, non riusciamo più a comunicare.»

«Ma io ti amo ancora.»

Di nuovo la donna scuote il capo.

«Tu non mi hai mai amato. Non hai mai amato me. Ti sei solo affezionato all'idea di avermi come tua compagana.»

«Non puoi dirmi questo.»

La donna finalmente si volta.

«Vedi che non siamo più sulla stessa lunghezza d'onda? Fallo per me e per te, [nome/]. Dimenticami.» si solleva in punta dei piedi, le loro labbra si sfiorano. E pochi secondi dopo l'uomo è solo.

E sente crescere in sé odio, rabbia, violenza. Il braccio gli trema, stringe i pungi. Vorrebbe tirarne uno, uno solo, con tutta la violenza di cui è capace, contro la parete di fronte. Scaricare in quell'unico gesto tutto il desiderio di distruzione che sente invadergli l'animo.

A passi rapidi, raggiunge la macchina. Ora il suo desiderio è quello di inseguire la donna, raggiungerla, fermarla …

E poi?

L'angoscia di non avere davvero nulla, assolutamente nulla da dirle lo afferra, e di nuovo diventa violenza. Chiude lo sportello della macchina con tanta foga che il mezzo oscilla sulle sue quattro ruote. Quindi si appoggia ad esso, e con la testa nascosta tra le braccia incrociate, piange.


«Ti prenderai di freddo …»

Sono parole gentili, quasi materne. E le spalle dell'uomo vengono coperte da un cappotto. Poi la giovane si poggia a lui, cingendogli la vita, la testa poggiata alle schiena di lui, quasi ad auscultarne il cuore.

L'uomo si riscuote. Si stacca dalla macchina, e la giovane lo libera. L'uomo si aggiusta il cappotto sulle spalle, quindi senza pronunciare parola, ma sempre a capo chino, segue la giovane che lo guida fino a casa propria.


Accucciati sotto le coperte, con solo la biancheria intima addosso, l'uno di fronte all'altra, ciascuno nella propria metà del letto, l'uomo e la giovane parlano. O meglio, l'uomo parla, e la giovane ascolta, con interesse, lo sguardo attentamente fisso sul volto di lui. Lo sguardo dell'uomo vaga, non riesce a ricambiare la fissità di quello della giovane; è solo così che l'uomo riesce a sentirsi abbastanza sereno da poter esternare i propri pensieri, a ruota libera.

Sono rimasti così forse per un'ora, forse più. L'uomo ha raccontato tutto ciò che nelle precedenti schermaglie ha sempre tenuto nascosto. Ed anche qualcosa in più. Molto di più.

«Ed ha ragione, ha sempre avuto ragione.» sta concludendo, ora. «Non riesco quasi a crederci che sono arrivato a pensare che potesse essere incinta. Me lo disse la prima volta, capisci, che era sterile. L'ho sempre saputo. Sempre. Ma come tutto il resto, ho cominciato ad accantonare le informazioni, a metterle da parte, a lasciare che fosse il subconscio a gestirle. Ma a livello di testa, è stato come se le avessi dimenticate, come se le dimenticassi. Et ad un certo punto è stato quasi come se non parlassimo più la stessa lingua, come se non potessimo più parlare l'uno con l'altra, capendo quello che l'altro voleva dire. E forse per questo ho smesso di ascoltarla. Ho smesso di ascoltare. Del tutto. Mi sono semplicemente abituato all'idea che lei fosse lì con me, per me come io lo ero per lei. Mi sbagliavo. Evidentemente mi sbagliavo.»

La giovane non ha perso una parola dello sfogo dell'uomo. Ora che l'uomo tace, si segna mentalmente alcune cose, come il fatto che a tutt'ora l'uomo non sa perché la donna rifiuti il contatto fisico. E mette da parte qualche sospetto, come che la donna non voglia rivelarlo, il motivo del proprio rigetto.

«Vieni qui.» dice infine la giovane, tirando a sé l'uomo. Lo abbraccia, preme il proprio corpo contro il suo, intreccia le proprie gambe a quelle di lui. Restano immobili così, ad occhi chiusi, con le punte dei nasi che si sfiorano, i respiri che si alternano, cercando di sincronizzarsi.


L'uomo si sveglia di soprassalto. La camera è buia, anche se fuori si sentono i rumori del giorno. La giovane dorme ancora, abbracciata a lui.

Così alla fine l'ho fatto.

Rimane ancora per qualche secondo immobile, ad occhi chiusi, ascoltando il respiro di lei, sentendolo contemporaneamente contro il proprio fianco, nell'alzarsi ed abbasarsi ritmico del petto della giovane.

Il pensiero che lo coglie è che non c'è nessuna differenza, che potrebbe essere in qualunque camera, su qualunque letto, con accanto qualunque donna. Non c'è nulla, nella contingenza del momento, che gli dica di chi sia quel respiro ritmico e rilassato, quel braccio abbandonato sul suo petto, forse con una pretesa di trattenerlo, di impedirgli la fuga.

Questo gli mette tristezza, per il contrasto con come sente di aver vissuto la notte precedente, con un coinvolgimento affettivo che trascendeva il puro desiderio.

Esattamente come con {lei}.

L'uomo si alza a sedere di scatto, svegliando la giovane. Quindi rimane lì, con le gambe penzoloni oltre il bordo del letto. La giovane si mette in ginocchio dietro di lui, si poggia alla sua schiena, lo cinge con le braccia.

«Che succede, vecchio? La tua anima vaga ancora su un'oceano in tempesta?»

L'uomo si alza con uno sbuffo di impazienza.

Si china a raccogliere le mutande, le indossa.

«Passami …» la giovane fa un gesto vago, con il braccio teso, le dita che si agitano come tentacoli. L'uomo raccoglie il reggiseno e gli slip, e quando ella si volta mostrandogli la schiena, la veste.

Rimango poi seduti in silenzio, dandosi le spalle. L'uomo non lo sa, ma la giovane lo sta mettendo alla prova, ed aspetta che egli parli.


«Non so nemmeno come ti chiami …» dice l'uomo infine.

La giovane volta il capo verso di lui. «Questo ha forse impedito che ballassimo con passione e piacere?»

L'uomo scuote il capo. La giovane volta verso di lui anche il busto. «Ha forse reso il sesso meno piacevole?»

L'uomo scuote ancora il capo, e di colpo si vede parare davanti la giovane, che gli si siede a cavalcioni sulle gambe. «Ha forse impedito che tu aprissi a me la tua anima?»

«No. Ma cosa so io di te?»

«Che lavoro in un sexy shop, ballo come Ginger Rogers, sono saggia come Minerva e scopo come Venere.»

La frase strappa un sorriso all'uomo. «Hai dimenticato la modestia.»

Fronte a fronte i due tacciono, poi l'uomo continua:

«Stiamo ricominciando allo stesso modo, ma con le parti invertite.»

«Quindi sarai tu a dire a me di lasciarti perché ci siamo allontanati?»

L'uomo allontana la testa da quella di lei, per poterla guardare negli occhi. «Sono serio, e non è carino da parte tua prendermi in giro così.»

«Non ti sto prendendo in giro. Volevo solo farti notare come ti stessi bagnando prima che piovesse. Ora ascoltami attentamente: tu adesso ti alzi, ti lavi, ti vesti. Vai a prendere le tue cose a casa tua, e ti trasferisci qui.»

«E perché dovrei fare una cosa del genere?»

«Perché non puoi continuare a vivere separato in casa con lei. Ecco perché. O preferisci davvero tornare da lei, continuare a vivere con lei come avete vissuto in quest'ultimo mese o quanto tempo è, per poi venire da me a farti una scopata quando ti gira, supponendo di trovarmi sempre disponibile e disposta?»

«Non dire sciocchezze.» è la risposta immediata dell'uomo, ma subito seguita da una pausa, mentre questi riflette, cercando le parole giuste «Non ho problemi a trovare motivi per venire a stare qui. Ma tu perché dovresti prendermi in casa tua?»

«Questi sono affari miei.»

«No, sono anche affari miei.»

La giovane lo guarda con attenzione.

«Perché ci tieni tanto a saperlo?»

«Perché ho bisogno di sapere su cosa è fondata questa … questa che non so nemmeno come chiamarla.»

«Suppongo allora che se ad esempio ti dicessi che è perché mi piace come balli, mi piace come scopi, mi piacciono le storie che racconti e come le racconti, tutto questo sarebbe il modo migliore per convincerti ad andartene perché non sarebbe nessuna garanzia di … stabilità, di una fondata base su cui costruire, e tutta questa specie di cose, giusto? Perché non darebbe nessuna garanzia da contrapporre alla tua paura di restare solo, giusto? Dopo tutto, non è davvero che ti interessi conoscere i miei motivi perché tu sia preoccupato per me, ma è piuttosto perché tu hai dei dubbi sull'opportunità, per te, di venire a stare qui, con questa spada di Damocle sulla testa dell'incertezza del nostro rapporto … o peggio chissà, di finire con qualcuno non adatto a te, come una che ha per lavoro di fare la commessa ad un sexy shop …»


È quasi mezzogiorno quando infine l'uomo apre la porta di casa. Rimane fermo sulla soglia, in ascolto.

Per la strada non ha fatto altro che pensare alla giovane, a come ella abbia preso in mano le redini, ed ora controlli la vita di lui insieme alla propria. E la sola libertà d'azione che a lui rimane è nello scegliere tra il chiamarsi fuori, tornare al margine, in attesa di un nuovo ballo, o seguire, attivamente partecipe perché le cose fluiscano in armonia, piuttosto che essere solo un peso morto sballottato di qua e di là.

In questo tango sulla milonga della realtà, è lei l'uomo ed io la donna. era il suo pensiero, mentre scendeva dalla macchina. Poi, il problema pressante di dover affrontare qualcosa che non sa cosa sarà ha scacciato tutti gli altri pensieri. Ed ora rimane lì, in attesa.

Nessun fulmine divino lo colpisce, nessuna tigre inferocita gli salta addosso. La casa è calma e silenziosa. La quiete prima della tempesta. pensa l'uomo. Entra, chiude la porta, lascia le chiavi sul mobiletto. Si dirige in camera da letto, avanzando un po' tentoni nel corridoio semibuio, guidato dalla luce che filtra dalla porta della sua destinazione.

Si ferma di nuovo all'ingresso della camera, esplorandola guardingo.

La donna dorme, accucciata sotto le coperte, volgendogli la schiena. Non si sveglia al suo arrivo, non si volta verso di lui, non gli corre incontro piangendo, non gli mormora all'orecchio «Amore, mi sei mancato tanto.» Non gli chiede scusa per l'altra sera, non finge di non sapere che cosa è successo poi.

Dorme.

L'uomo si volta, va in cucina, pensando a come sia ancora tutto mostruosamente doloroso, un dolore di reminescenza di cose passate, piacevoli o meno ma sempre tali da stringere legami, un dolore di aspettative fallite, di cose andate diversamente da come si sperava, sognava.

Un dolore di cose finite, cambiate.

L'uomo sbuccia un'arancia. Intacca solo un semicerchio attorno al picciolo con un coltello, poi affonda le dita nella spessa buccia, strappandone brandelli; non con rabbia, anzi semmai con affetto. I brandelli cadono nel cestino della spazzatura, uno dopo l'altro, e l'uomo li segue con lo sguardo, distraendosi dai propri pensieri.

Cade ancora un brandello. L'uomo osserva come adesso il tubetto che c'era sul fondo è completamente coperto. Si china, per scoprirlo daccapo; sembra il tubetto del Cebion®, ma di colore azzurrino invece che giallo o arancione. L'uomo lo prende. Lo guarda un po' perplesso. Non sapeva ci fossero sonniferi in casa. Lo lascia ricadere nella spazzatura. Il tubetto fa un rumore secco, contenitore rigido contro contenitore rigido. L'uomo sbatte le palpebre, torna ad raccogliere il tubetto; senza abbandonarlo, raccoglie l'ampolletta contro cui il tubetto aveva sbattuto; ne legge l'etichetta. Valium. Con uno sbuffo, la ributta dentro, accompagnata dal tubetto, e riprende a sbucciare l'arancia.

Si ferma, sbatte di nuovo le palpebre.

«Oh, cazzo.»


L'uomo cammina nervoso, avanti indietro avanti indietro avanti indietro. Passi lunghi ma calmi. La sua mente è annebiata, non riesce a focalizzarsi; vaga, in una profusione di pensieri e ricordi che cercano di prenderne il controllo, affollandosi tutti insieme senza tuttavia riuscire a raggiungere mai una piena coscienza. Ricordi confusi di ciò che ha fatto, le telefonate, sollevare il corpo di lei, …; domande assillanti eppure non chiare, forse solo un "Perché?" monotono e martellante, eppure soffocato.

La porta in fondo alla lunga sala d'aspetto si apre, entra la giovane. L'uomo si ferma dov'è, quasi all'altro estremo; aspetta che ella, con la sua giovane falcata seducente, gli arrivi di fronte. Si guardano negli occhi, è il loro saluto.

«Dov'è?» chiede la giovane.

«In rianimazione.» è la risposta dell'uomo.

Annuisce, la donna; libera la spalla dal peso della borsa, poggia questa su una sedia, vi si siede accanto. L'uomo la imita.

I minuti passano silenziosi. Nella sala d'aspetto deserta, i due si guardano le punte dei piedi. La donna tiene le punte alzate, picchetta con il tacco, giocherella, agita i piedi di qua e di là, come seguendo un suo ritmo mentale. Ogni tanto si ferma, rimane assolutamente immobile, quasi trattenendo il respiro. Sulla parete all'estrema destra, un orologio scandisce rumorosamente il tempo, minuto dopo minuto.

La mente dell'uomo è ormai una sola domanda, una dichiarazione di resa, il rifiuto a cercare risposte, spiegazioni, ed il desiderio di averle.

«Perché?» chiede, e non è nemmeno sicuro di averlo chiesto, giacché la giovane non risponde. Ed è quindi lui stesso, dopo un lungo silenzio, ad aggiungere, alzandosi di scatto: «Non voleva dirmi quello che mi ha detto. Non l'ha mai creduto. Ha sempre sperato che capissi come il suo fosse un grido di disperazione, che le corressi incontro, ad aiutarla. Ed io invece l'ho abbandonata nel momento cruciale.»

La giovane alza gli occhi a guardarlo in volto … il volto di un disperato, di un bambino spaventato davanti a qualcosa più grande di lui, troppo grande perché egli riesca davvero a spiegarselo, a capirlo, a gestirlo, a controllaro.

«Avrei dovuto essere lì,» continua «avrei dovuto seguirla. Ho avuto paura. Sempre la stessa paura, di non sapere cosa dire, cosa fare per lei. Ma perché? Cosa avrei potuto fare veramente, a parte essere presente? Avrei impedito alcunché? Me ne sarei accorto? Sarei davvero riuscito a fare qualcosa? Ma no, non c'entra, non è questo il punto, non avrebbe fatto niente, poiché io avrei fatto la cosa giusta, avrei dato segno di avere capito, di essere ancora …»

L'uomo si ferma. Rimane un attimo a guardarsi attorno, spaesato. Si siede, stavolta di fronte alla giovane, nasconde il capo fra le mani, le braccia puntellate alle ginocchia. E la giovane continua a guardarlo con quella triste commiserazione con cui si compatisce qualcuno che cerca disperatamente di fare un passo, un singolo passo troppo oltre la sua reale portata, e che ovviamente non vi riesce, per quanto vi si impegni, per quanti tentativi faccia.