:hic: hic
:pausa: pausa

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Il gruppo di ragazzi era molto allegro; alcuni erano particolarmente allegri —una di loro sembrava decisamente ubriaca: camminava oscillando, nonostante fosse aggrappata a —e sorretta da— due suoi amici; barcollava talvolta pericolosamente, inclinandosi in avanti quando perdeva l'equilibrio; parlava, rideva, ma talvolta la sua voce aveva un tono come di commiserazione.

Il gruppo avanzava —lentamente, a causa del passo insicuro della giovane— grosso modo nella direzione di una seconda comitiva, e quando la raggiunse la giovane ubriaca decise che non aveva più bisogno di supporto —o che era tempo di cambiare; poggiò quindi le mani alle spalle dei due amici che la tenevano, e li spinse via, senza troppa convinzione. Si diresse poi verso uno degli spettatori, e questi dovette afferrarla prima che ella gli cadesse addosso.

«Ci-aao, grand'uomo!» esclamò la giovane in un impeto di affetto, abbracciandolo ed alitandogli un saluto all'alcol sul viso. Rimase appesa al ragazzo, come titubante. «Secondo te sono ubriaca, vero?» parlava spesso in crescendo, raggiungendo momenti fastidiosamente striduli nel marcare con particolare enfasi qualche parola «Be', io sono ubriaca. E sai perché sono ubriaca? No, non lo sai; e non potrai _mai immaginare. Sono ubriaca perché {hic} oh, maledetto singhiozzo!» Un ulteriore singhiozzo interruppe completamente il filo dei suoi pensieri. E poiché qualcuno dei suoi amici cercava di tirarla via, dicendole «Dai, lascialo in pace, poverino.» lei si aggrappò al giovane supporto con ancora più forza. «No, lasciatemi in pace. È mio amico lui, e mi vuole bene. Vero che sei mio amico? Non questi qua che mi vogliono tirare via. Tu sei mia amico.» e poggiò la testa contro il petto del giovane, che era rimasto immobile vittima del suo sfogo senza sapere cosa dire o cosa fare. L'ubriaca sollevò il volto verso di lui, la cui bocca era tirata a metà tra un sorriso imbarazzato ed un ghigno divertito.

«Lo ssai,» disse la giovane con una s prolungata e sonora «che sei carino?»

«Uh …» bofonchiò il giovane.

«Oh ssì che lo ssai!» esclamò la giovane, e rise per il piacere che le procurava sonorizzare la s a quel modo. «Ssei carino e sei simpa{hic} simpatico! Tu mi vuoi bene, vero? E mi tieni qui con te.» così dicendo la giovane si strinse maggiormente al ragazzo. Il giovane barcollò all'indietro, e la donna lo seguì nel suo indietreggiare, quasi strascinandosi dietro di lui, finché il ragazzo non le dovette afferrare le braccia per riportarla in posizione verticale.

«Vedi, tu sei mio amico, che mi aiuti.»

«Ma anche loro ti aiutano.»

«Ma loro sono cattivi cattivi e cattivi!» la giovane battè i piedi a terra per enfasi «E non mi vogliono bene. Mi vogliono portare a casa perché sono u-bri-aca. Uffa. Ma io mi sono ubriacata apposta perché voglio stare fuori. Lo sai perché mi sono ubri-acata?» poiché il giovane non rispondeva, insisté «Eh, lo sai? Mi sono ubri-acata perché oggi è il mio compleanno.»

«Giusto, per festeggiare.»

«No, non è per festeggiare. Uffa. Io non ho niente da festeggiare.»

«Fai il compleanno.»

«Esatto. Quindi non devo festeggiare.»

«Non devi festeggiare?»

«No, non devo festeggiare. Quindi mi sono u-briacata.»

«Scusa, non capisco. Non ci si ubriaca per festeggiare?»

«Uffa, ma non capisci niente! Sei carino ma sei stupido! Io non voglio sposare uno stupido. Ecco. Allora ti spiego così capisci.»

«E non sono più stupido?»

«Se capisci, allora non sei stupido, no? Cerca di capire, non fare lo stupido.»

Perso il filo del discorso, la giovane non seppe più cosa doveva dire, quindi decise di non dire più nulla. Rimase lì abbracciata —o piuttosto aggrappata— al suo nuovo eroe, in silenzio, godendosi ogni secondo di quella compagnia. Il suo respiro si fece regolare, finché non sembrò che lei si fosse addormentata.

Le due comitive erano rimaste a godersi la scena con commenti e risatine; i ragazzi si erano presentati l'un l'altro, e per non rovinare la sorpresa gli amici della ragazza avevano taciuto sui motivi della sua ostentata ubriachezza. Il giovane appiglio della ragazza sollevò il capo per interrogare con lo sguardo i compagni della ragazza, ma in qualche modo l'ubriaca sentì il suo movimento, e riguadagnò il filo, o forse semplicemente lo cominciò da capo.

«Sai, io non sono sempre così,» cominciò a dire con tono come di autocommiserazione «io sono una ragazza a posto, a postissimo. Il mio problema è che sono troppo a posto, ecco. Quindi, siccome oggi ho fatto venticinque anni e non ho mai avuto un ragazzo, ho deciso di ubriacarmi. Ecco. Così lo trovo subito.»

«Scusa, se sei ubriaca come fai a trovare un ragazzo?»

«Se da sobria non lo trovo, allora lo trovo da ubriaca, ovvio, no? Com'è che non capisci? Eppure ti ho trovato.»

«Come?»

«Ti ho trovato, no? Vedi che funziona come dicevo?»

«Ma metti che al tuo ragazzo non piaccia vederti ubriaca.»

«Oh, ma allora non mi stai a sentire! T'ho detto che non ce l'ho, il ragazzo!»

«Sì, ma metti che il ragazzo lo trovi da ubriaca, e da ubriaca non le piaci?»

«Allora vuol dire che non l'ho trovato, no? Ragiona, prima di fare domande stupide!»

«Ma allora vuoi un ragazzo a cui piaci ubriaca?»

«Ah, mio Dio!» sbottò la ragazza, allontanandosi da lui, spazientita «Ma non capisci proprio niente! Ovviamente se trovo il ragazzo, allora il ragazzo capisce perché sono così e che sono così solo perché non l'ho trovato subito. È ovvio, no? È logico! Com'è che non capisci?»

«Forse perché non sono ubriaco …»

«Eh? E cosa vuol dire, eh? Che se sono ubriaca non ragiono? È questo che vuoi dire? O stai solo calcando la mano per sottolineare che sono ubriaca? È questo che stai facendo, eh? Non mi vuoi bene …» la voce della ragazza ruppe in pianto «… non mi vuoi bene …» la ragazza gli si aggrappò, abbracciandolo; poco dopo aveva smesso di piangere, e si cullava strofinando il capo contro il petto di lui.

«Cosa pensi di fare?» chiese dopo un po' una amica dell'ubriaca.

«Non ne ho idea. Non sembra disposta a spicarmisi di dosso.»

«Forse se cerchi di convincerla a farsi accompagnare a casa …»

«Ci posso provare. Com'è che si chiama?»

«{drunkard}»

«{drunkard}, senti, che ne diresti di andare a casa, eh? È già tardi, no?»

«A casa?» l'ubriaca sollevò il capo «Sì, portami a casa, lasciamo qui questi stupidi e andiamo a casa, noi due da soli.»

Il giovane tentennò il capo, mormorando «Non è esattamente ciò che intendevo» suscitando il riso tra i suoi amici e quelli della ragazza; si rivolse quindi nuovamente a lei:

«Senti, non sei un po' stanca tu? Facciamo così, io ti lascio ai tuoi amici, qui, che ti vogliono bene, e loro ti accompagnano a casa, uh?»

«No, no e no! Io con loro non ci sto, uffa uffa e uffa. Io con te, voglio stare. Dài, portami a casa … non vedo l'ora di fare …»

«Va bene, va bene,» la interruppe il ragazzo, ben immaginando ciò che la giovane stesse per dire, e non volendoglielo sentire dire «ti porto a casa io. Dove abiti?»

«Ti guido io.»

«Sì, stiamo freschi.»

Il giovane si fece dare l'indirizzo dagli amici della ragazza, e con un po' di fatica riuscì a far salire l'ubriaca in macchina, a metterle la cintura di sicurezza ed aggiustarle il sedile in modo che non si buttasse troppo avanti o di lato.

Dovette guidare con cautela, tenendo d'occhio la strada ed il passeggero; per fortuna l'abitazione della ragazza non era troppo lontana, e la giovane non ebbe nemmeno il tempo di addormentarsi. Tuttavia, quando furono fermi a pochi passi dal portone, ella si rifiutò di scendere.

«Non voglio andare a casa.»

«Perché?»

«Voglio andare a casa tua.»

«Ma non ti posso portare a casa mia!»

«Perché?»

«Ma … ci sono i miei … e poi i tuoi si preoccupano, e poi … non si fa, insomma, non è …»

«Uh, dai, ai miei non gliene frega niente se non torno a casa. Poi li chiamo domani. Dài, portami a casa tua. O se no da qui non mi muovo.»

E per dare prova di ciò, si aggrappò saldamente in parte al sedile ed in parte al cruscotto, dove questo prestava presa maggiore. Il ragazzo tentò di smuoverle la mano, ma capì che non avrebbe potuto farlo senza farle del male. Tentò d'accennare più forza, ma la ragazza disse:

«Se mi fai male urlo che vengono giù tutti e ti linciano.»

Il giovane sbuffò e tornò a sedersi al posto del guidatore. Rimase un po' pensieroso, quindi avviò la macchina. L'ubriaca mollò la presa, e si rimise comoda.

«Siamo a casa tua?» chiese, quando la macchina fu di nuovo ferma.

«Sì.»

«Oh, che bello!»

«Abbassa la voce!»

«Occhei,» bisbigliò ella «scusa»

Il ragazzo la condusse su per le scale, fornendole un punto d'appoggio e reggendola ogniqualvolta ella incespicava. Si destreggiò quindi nella delicata arte di trovare la chiave giusta ed inserirla nella serratura con una mano, mentre l'altra impediva alla ragazza di cadere.

L'ubriaca camminò immersa in un breve e leggero sonno lungo il corridoio che conduceva alla camera di lui, quindi si svegliò mentre lui preparava il letto. Sedutasi sul materasso, cominciò a spogliarsi rapidamente. Il ragazzo dovette fermarla.

«Aspetta che me ne sia andato.» bisbigliò.

«Andato? Come andato?»

«Non vedi che il letto è troppo piccolo? Sù, fa la brava.» poggiò un bacio delicato sulla fronte di lei, ed ella si stese, vestita com'era. Il giovane le rincalzò le coperte, quindi prese un pigiama ed una coperta per sistemarsi sul divano letto in camera della sorella assente.


Il mattino dopo il giovane si svegliò molto presto —troppo presto, soprattutto considerando la tarda ora a cui era andato a letto la sera prima. Già aveva dormito male, per la preoccupazione che in un modo o nell'altro i suoi scoprissero la ragazza stesa nel suo letto; proprio non riusciva ad immaginare cosa avrebbero pensato. Sarebbero forse rimasti piacevolmente sorpresi? O avrebbero pensato chissà che? Ma certamente non aveva nessuna voglia di togliersi il dubbio.

Così, appena alzato, si affacciò in camera propria per dare un'occhio alla dormiente. La ragazza dormiva su un lato, un braccio sotto il cuscino, l'altro piegato a coprire gli occhi, e russava leggermente.

Il giovane uscì ancora cautamente dalla propria stanza, ed il cuore gli balzò in gola nel vedere sua madre a pochi passi.

«Buon giorno.» si dissero, poi la madre gli chiese se aveva intenzione di salire in campagna con il resto di loro. Egli rispose di no, che preferiva rimanere in casa e magari vedere se riusciva a combinare qualcosa di studio.

Fu per lui un immenso sollievo quando gli altri familiari se ne andarono, lasciandolo solo con la segreta compagna. Provando a immaginare come ella si sarebbe sentita al risveglio, mise a bollire l'acqua per un tè, e preparò un bicchiere di limone e bicarbonato. Tornò quindi in camera propria, ma prima di giungervi scorse in fondo al corridoio la figura della ragazza che richiudeva l'uscio della camera della sorella, per imbroccare infine la porta corretta —il bagno.


Il risveglio non fu per nulla piacevole. La testa le pulsava, e le sembrava ingigantire ad ogni pulsazione. Si sentiva la bocca impastata, la lingua gonfia, ed un prurore che si spostava su e giù per il corpo.

Poi a questo si aggiunse, di colpo, la coscienza di non essere nel proprio letto, e subito dopo quella di non essere in casa propria. E prima che potesse realmente pensare “Mio dio, cos'ho fatto!” fu presa dal primo conato.

Scattò in piedi e raggiunse la porta della stanza, che si affacciava su un corridoio; tentò quindi la prima porta alla propria sinistra —ma era un'altra camera; il secondo tentativo fu invece quello giusto.

Nel guardarsi allo specchio, dopo aver dato sfogo alla ribellione del suo stomaco e dopo essersi infruttuosamente sciacquata la bocca, la ragazza non trovò nulla di cui rallegrarsi, ed ebbe solo un riscontro fisico, sul proprio volto, della miseria che sentiva nella propria anima ed adesso anche nella propria bocca. Si sciacquò il volto, più volte, quindi si rivolse al cotone idrofilo ed all'acetone per completare l'eliminazione del trucco ormai slavato.

“Se penso a come mi sentivo ieri sera prima di uscire … oddìo, non posso credere di essermi realmente ubriacata … dah, che sapore orribile … e … cosa avrò combinato adesso? A casa di chi sono? Oh …”

Anche senza trucco, o forse più ora che il trucco era stato lavato via, il suo volto aveva qualcosa di terribilmente misero, nella impossibilità ad aprire gli occhi completamente, nelle occhiaie che li ornavano, nella pelle arrossata. “Mai più, mai più.” si ripeteva. Quindi si convinse ad uscire dal bagno.

E la prima cosa che vide fu un ragazzo in fondo al corridoio; questi avanzava verso di lei con un bicchiere in mano, ed appena la ebbe raggiunta, mormorava:

«Beva.»

e completava la miscela con chissà quale intruglio (in realtà semplicemente aggiungendo il bicarbonato al già presente limone); improvvisamente il bicchiere esplose in una rimonta di spuma, ed il giovane si affrettò a metterle il bicchiere in mano, esortandola ancora a bere.

Il filtro non ebbe effetti miracolosi, ma se non altro cancellò l'orribile sapore che ella aveva in bocca, e per un momento anche il pulsare del cervello ebbe una pausa.

«Uh, grazie.» mormorò ella, ed ebbe ribrezzo della propria voce roca.

«Venga di là in cucina, ce n'è ancora.»

La giovane seguì il ragazzo per il corridoio, per un salotto ed una camera da pranzo, fino ad una cucina che rivelava di essere stata usata di recente.

Una pentola fumante poggiava su un fornello spento. L'attenzione della ragazza fu distratta dai preparativi dell'intruglio —semplice acqua e limone con del bicarbonato a scatenare la reazione— che ella bevve con gusto.

«Preferisce del tè, o dell'alloro?»

«Credo sarebbe meglio l'alloro … ho paura che il tè mi faccia scoppiare la testa. Però forse no, meglio il tè. Voglio dire, si piglia il caffè per far passare il mal di testa dopo l'ubiracatura no? Hai caffè? No, no, lascia stare, non mi piace e …»

«Tè, allora.»

La giovane annuì, quindi si sedette, puntando pesantemente i gomiti contro il ripiano del tavolo e lasciando la testa pesantemente abbandonata sui palmi delle mani. Emise un gemito, quindi abbandonò la posizione, troppo complicata, per chinare il capo sulle braccia intrecciate sul tavolo. Il ragazzo mise le buste a decantare nell'acuqa calda, e, nell'attesa che il tè fosse pronto, preparò altri due bicchieri di limone; uno lo consumò lui subito (era piacevole sentire la spuma frizzargli in bocca e giù per la gola, ed il sapore era tutt'altro che sgradevole), l'altro lo lasciò a pochi centimetri dal capo reclinato della ragazza.

La giovane tirò su il capo, sentendo l'odore del tè che cominciava diffondersi per la cucina, mentre il ragazzo lo versava nelle tazze. Provò con scarso successo a creare la spuma, e finì di svuotare il bicchiere; quindi seguì le mosse dell'ospite mentre questi piazzava sul tavolo le tazze, miele zucchero e biscotti.

La testa le faceva ora meno male, e le pulsazioni erano infrequenti e quasi impercettibili. Teneva le mani contro le pareti calde della propria tazza, sentendosi ancora confusa, ed avendo difficoltà a focalizzare l'attenzione visiva su un qualsiasi soggetto continuava a far passare lo sguardo dalla propria tazza e quella del compagno, quindi al viso di lui, ed ai vari oggetti, mobili e accrocchi vari presenti nella cucina.

Quando la temperatura del tè divenne accettabile, cominciò a sorseggiarlo, tenendo la tazza sollevata tra le mani, con i gomiti ben piantati contro il tavolo, ed avvicinando le labbra alla tazza più che la tazza alle labbra. Sapeva di essere osservata dal proprio ospite, e poteva ben immaginare perché; “Cosa ho fatto? Cosa? Cosa è successo ieri?” si domandava, e l'unico effetto degli sforzi di memoria era di aumentare le sgradevoli pulsazioni; quindi rinunciò a chiederselo, sperando solo che non fosse successo nulla di cui doversi pentire.


«Forse dovresti chiamare i tuoi,» suggerì il giovane ad un tratto, rompendo il silenzio con qualcosa di appena più di un mormorìo.

«Oddìo,» bisbigliò ella, non volendo né potendo alzare la voce, temendo gli effetti deleteri di rumori troppo alti alla propria salute e sanità mentale «chissà che staranno pensando …» mise giù la tazza, ormai quasi vuota «speriamo non si siano preoccupati troppo! Oh, mio Dio, e se hanno chiamato a qualcuno dei miei amici e questo gli ha detto che sono venuta via con te … chissà cosa si immagineranno …» tentò di alzarsi, senza troppo successo.

«Aspetta, aspetta,» fece lui, e corse a cercare una prolunga per il telefono. Mentre apprestava il tutto, ella gli chiese:

«Cosa è successo, esattamente?»

«Niente,» disse lui, porgendole il telefono.

«Niente niente?» chiese ella, timorosa, sollevando la cornetta.

«Assolutamente.» confermò il giovane, mentre ella componeva il numero di casa propria.

«Pronto,» fece la ragazza, odiando la propria voce ancora fastidiosamente roca ed eccesivamente strasciata, non appena la cornetta dall'altra parte fu sollevata.

Le rispose la voce esagitata della madre, e dovette allontanare la cornetta dall'orecchio, infastidita dal volume troppo alto e dalla voce troppo stridula.

«Mamma, calmati,» ebbe infine la forza di dire, avvicinando il microfono ma non l'altoparlante «calmati, sto bene, non m'è successo niente, sto bene, tranquilla. Ho dormito fuori {pausa} a casa di un amico, sì {pausa} maschio, sì … no, mamma, non ti preoccupare {pausa} no, mamma {pausa} sì, mamma, certo {pausa} va bene, certo {pausa} Ciao. Uff.» concluse, riattacando. Sollevò quindi lo sguardo per incontrare quello del giovane «Non se ne capacitava. E se devo essere onesta, neanch'io {pausa} non dici niente?»

«Non ho niente da dire. Si fanno cose strane, quando ci si ubriaca. Ma mai cose contro la propria natura. Semplicemente senza freni inibitori, ed in una situazione di percezione sensoriale ed emotiva stirate al massimo.»

«Cosa ho fatto di strano, io?»

«Hai scelto me come compagno.»

«I… in che senso?»

«Uh, …» il giovane non seppe come spiegare «i… nel senso credo come compagno di vita.»

«Oh, buon Dio. È per questo che sono qui?»

«Probabilmente. Cioè, sì. Non siamo riusciti a … uhm, a staccarti da me, quindi ti ho dovuto accompagnare a casa. Solo che non sei voluta scendere lì, perché c'erano i tuoi e non ricordo che altro, quindi ti ho portato qui.»

«Ho dormito in camera tua.» «Già.» «E tu?» «In camera di mia sorella.» «E lei?» «È via.» «Oh {pausa} E i tuoi? Cioè, non hanno detto niente?» «Non lo sanno.» «Ah.»

La ragazza nascose il volto tra le mani, senza piangere; si massaggiò delicatamente le tempie, fece scorrere le dita fra i capelli.

«Cosa … {pausa} ed ora? Cioè, cavolo, non mi perdonerò di averti tirato in ballo … ed in maniera così … ridicola, voglio dire … chissà che penserai di me, ora {pausa} niente, eh?»

«È difficile esprimere un giudizio su una persona in occasione di un evento così singolare … poco penso più che essere sorpreso … meravigliato, meglio.»

«Io penserei di essere ridicola.»

«Potresti pensare di essere disperata.»

La ragazza si coprì nuovamente il volto con un gemito di dolore, quindi spiegò:

«Non mi ci fare pensare. Se becco {mA} giuro che gli … gli faccio male. È stato lui a convincermi a bere. “Per tirarti su”, prima, e dopo che ho cominciato non so proprio come mi sia venuta quell'idea. D'accordo, non è colpa sua, è colpa mia.»

«Fifty||fifty.»

«Eh, già certo, non sapersi fermare, e tutta questa specie di cose …»

«Forse lo pensavi davvero.»

«Cosa? Che … non dire scemenze. È evidentemente il pensiero di una mente delirante, non penserai mica che io ragioni a questo modo, no?»

«No, ma magari era una piccola speranza riposta da qualche parte qui,» il giovane indicò il proprio cuore con la mano a becco d'anatra «ed è venuta fuori quando gli argini sono stati rotti.»

La ragazza reclinò il capo.

«Hai un modo strano di parlare. Fai il poeta?»

«Chi, io? H-a, questa è bella. No.»

«Ti piaccione le figure … le allegorie, questa roba qui.»

«Mi piacciono le parole.»

«Ed ecco a voi … uh, com'è che ti chiami?»

«{MC}.» «{drunkard}.» «Lo so.» «Suppongo.» «Non me l'hai detto tu.» «E chi?»

«Uno degli amici tuoi, quando s'è capito che nessuno t'avrebbe convinto a muoverti di lì se non me. Allora, per rivolgermi a te mi son fatto dire il nome.»

«Sottile.» «Banale.» «Va be', pensala come vuoi {pausa} Dio, mi sto comportando come un'animale. Scusa. Invece di ringraziarti, ti sto …»

«Fa niente.»

Seguì qualche secondo di silenzio, in cui entrambi finirono il tè.

«Ne vuoi ancora?» chiese il ragazzo.

«Oh, grazie. È buono. E anche questi biscotti. Molto buoni, davvero.»

«Sì, piacciono molto anche a me. Ce ne ho anche di altri tipi.» concluse il giovane, tirando fuori dalla dispensa tre o quattro sacchetti di carta. Si chinò poi a riempire nuovamente la tazza di lei, proprio mentre la giovane si allungava sul tavolo per prendere qualcuno di questi nuovi biscotti.

La vicinanza, il fatto che in quel momento la giovane si trovasse ad inspirare, e forse un residuo della ipersensibilità dell'ubriachezza fecero sì che {drunkard} rimanesse sorpresa dall'odore di lui. Non era forte —percepibile solo a brevi distanze— e non era il fastidioso afrore della persona sudata o carente in igiene personale; né era quell'odore di sapone e deodorante che ormai regnava sovrano. Un odore umano.

«Forse so perché ti ho scelto.» le sfuggì, mentre tornavano a sistemarsi ai propri posti.

«Davvero?»

Gaffe.

«E perché, se è lecito?»

«Uh … non sono sicura di … forse non avrei dovuto dirlo.»

«Perché?» fece egli stupito.

«Non è, uhm, corretto. No, cioè, gentile. Cioè, voglio dire …»

«Così è peggio di peggio. Non solo m'hai fatto venire la curiosità, ma per di più mi stai facendo pensare un sacco di cose poco carine.»

«Il tuo odore.» disse {drunkard} immediatamente, temendo che lui pensasse chissà che.

«Il mi…» il ragazzo, preoccupato, si annusò le ascelle «Orpo, ero sicuro di …»

«No, no, non ti preoccupare, non è … sgradevole. È semplicemente, uh, diverso. Cioè, non fai odore tipo di profumo o deodorante … lascia perdere.»

«Sarà bene che vada a darmi una rinfrescatina.»

«Anche a me farebbe comodo.»

«Oh, già. Vuoi che ti riaccompagni a casa?»

«Sarebbe carino.»

Il ragazzo rimase titubante sulla porta della cucina, indeciso se andarsi a lavare seduta stante o riaccompagnare subito la giovane a casa. Fu lei stessa a trarlo d'impiccio.

«Non è necessario che tu vada a cancellare il tuo odore, davvero; non è mica così forte, sai, l'ho sentito solo perché ti son praticamente finita addosso mentre versavi il tè ed io prendevo i biscotti. Cioè, e poi …» ma non disse “mi piace”.

«Uh, be', andiamo allora.»

«Sì.»

Alzandosi in piedi senza grosse difficoltà, la giovane prese improvvisamente coscienza della propria ridotta vestizione. Priva di camicia, il suo busto era coperto solo dal reggiseno. Emise un grido di stizza, coprendosi con le braccia.

«Che c'è?» chiese sorpreso il ragazzo, voltandosi per capire cosa l'avesse spaventata; vide il gesto di pudore della ragazza, e borbottò «Oops.» correndo quindi in camera propria a recuperare la camicia e le scarpe della giovane.

«Gu … grazie,» fece ella mentre lui lasciava la camicia su una sedia e le scarpe ai piedi della stessa. Poi le venne un colpo di ilarità, e scoppiò a ridere. Anche il giovane si sentiva stranamente gaio, e sorridendo lasciò la stanza.

Ella lo raggiunse poco dopo, e senza smettere di ridacchiare, un po' a turno un po' assieme, raggiunsero la macchina.


Durante il tragitto la giovane ridivenne seria e pensierosa.

“Non posso credere di essere rimasta a chiacchierare con lui con addosso solo il reggipetto. Ho fatto più pazzie nelle ultime dodici ore che in tutta la mia vita. E posso ringraziare il cielo di essere capitata bene. Chissà se gli ho resistito io o se è stato lui ad evitare … be', il fatto stesso che non mi sia accorta di essere quasi nuda vuol dire che lui non ha fatto nulla che me lo potesse far notare … credo proprio non se ne sia neanche accorto, cioè finché non gliel'ho fatto notare io con quel grido …”

“Mi piace —pensava anche— mi piace davvero. Mi sta simpatico, per quello che ha fatto e per come l'ha fatto. Mi piace questo suo odore, e questo suo modo di fare le cose. Mi piace sì. Buon Dio, non posso credere di essere ]davvero_ riuscita a beccare la persona giusta da ubriaca …”

“Ed ora? —si preoccupava— Cosa devo fare? Devo fare qualcosa subito, tipo dargli un bacio o qualcosa del genere? È modo questo di stringere una amiciza o un qualsiasi tipo di rapporto? Che cosa ridicola … buffa, buffa. Cosa faccio? Mi piace, mi piace davvero. Non voglio prendere l'iniziativa, non devo. Chissà che combino. Ma se non lo faccio, come possiamo restare in contatto? Gli do il mio numero. E se poi non mi chiama? E se poi mi chiama? Oddìo, più a lungo gli sto vicino più questo odore mi piace … e piantala con l'odore. Mi piace mi piace mi piace lo voglio stringere … mi devo dare una calmata o non rispondo più di me stessa ho già fatto abbastanza scemenze per i prossimi vent'anni non fare scemenze mi piace non fare scemenze mi piace ora lo bacio perché mi guarda a quel modo? Siamo fermi da quanto siamo a casa ora lo bacio.”

E detto fatto {MC} si trovò improvvisamente la faccia di {drunkard} a pochi millimetri dalla propria, ed un attimo dopo le labbra della ragazza contro le proprie.

Non sentendo alcuna reazione {drunkard} si staccò da lui.

«Oh mi Dio, scusa,» fece, ritraendosi sul proprio posto, coprendosi la bocca con una mano «scusa, non so che m'ha preso, io …» uscì impetuosa dalla macchina, precipitandosi al portone.

Dopo un istante per smaltire la sorpresa, {MC} fu fuori anch'egli, ed in due balzi la raggiunse.

«Aspetta,» cercò di calmarla «aspetta, un attimo. Io … sono rimasto sorpreso, troppo sorpreso per … per reagire, per fare qualcosa, qualsiasi cosa. Non avrei mai immaginato … insomma, non voglio che pensi che … cioè, non è che io … no, no, per favore no …» le sollevò il viso tra le mani a coppa, le sfiorò le labbra con i pollici, quindi si chinò a baciarla.

La ragazza sobbalzò nel sentire la serratura del portone scattare, e quando la pensante anta scivolò su se stessa loro due erano composti (compatibilmente con ciò che era successo nelle ultime dodici ore), e di questo {drunkard} ringraziò il cielo, nel veder spuntare sua madre, quindi suo padre ed il resto della propria famiglia, che salutò con esteriore felicità (ed interiore, ma per motivi diversi, gioia). Completate le presentazioni, i due giovani attesero pazientemente che la famiglia di lei sparisse dalla vista, quindi scivolarono in casa.

«Oh, un attimo chiudo la macchina.» fece {MC}, ed uscì, precipitandosi ad eseguire, per tornare quindi subito dentro. {drunkard} lo guidò su per le scale fino al proprio appartamento, quindi attraverso la casa fino alla propria camera.