Il suicidio
{Capitolo}
L'ho conosciuto alla festa di compleanno di una mia amica, sua compagna di facoltà. Non era un tipo molto particolare; mi fece un po' pensare alla figura tipica dello scienziato pazzo: allampanato, occhiali, massa di capelli piuttosto ribelli; non gli badai molto; era piuttosto taciturno, ma gentile, attento, disponibile; ballò un lento con Adele, e con ciascuna delle ragazze che conosceva — quelle che accettarono, cioè. Parlava poco e in modo abbastanza sommesso; ogni tanto fissava pensieroso me, Adele, o qualche altra ragazza, come se ci stesse valutando.
Questo più di un anno fa.
La seconda volta mi stupì.
Adele invitò alcuni suoi amici ad uscire, e tra questi eravamo anche lui ed io. Nonostante un mese e mezzo fosse passato (abbondantemente) dalla festa, mi riconobbe.
«Tu sei Laura. Ci siamo conosciuti al compleanno di Adele.»
«Sì, ricordo. Tu sei … G.»
«Sì.» sorrise; notai, per la prima volta, che aveva un modo strano di sorridere; in seguito potei osservare che tutte le sue espressioni erano così: era come se le facesse prima assumere ad un altro, per poi copiarle; per questo risultavano a volte quasi false, estranee al sentimento che avrebbero dovuto esprimere.
Il gruppo si diresse ad un ristorante, occupandone tre o quattro tavoli. Io capitai con lui, Adele e F, che dominò il discorso per la prima ora: poi F si impegnò in una discussione con Adele, ed io mi accorsi che lui non aveva detto parola, ed aveva partecipato alla conversazione solo con qualche cenno della testa, per lo più una scrollatina di dissenso. Anche per strada aveva parlato poco; solo qualche parola con Adele, Pandora e qualcun altro. Ci aveva seguito mitemente, anche se sospettavo che avesse influenzato in qualche modo la scelta dei tavoli; aveva ordinato come tutti gli altri, poi più nulla.
Dopo qualche minuto ho osservato:
«Non siamo molto loquaci, eh?»
Mi guardò forse un po' stupito.
«I was given two ears and only one tongue to listen much and talk little.»
Poi tradusse:
«Mi son state date due orecchie ed una sola lingua perché ascoltassi molto e parlassi poco.» sorrise, come a se stesso, forse di compassione.
«Ma se ognuno parlasse poco, non ci sarebbe alcun bisogno di due orecchie, no?» gli sorrisi ironica.
«Se tutti parlassero poco, sarebbe come se uno solo parlasse molto. E se mi è permesso attingere al motto degli antichi, ogni ficatedd' `i musca è sustanza.»
«Uno a zero.» confessai di essere sconfitta.
«Mi devi un lento.» mi sorrise.
«Anche subito.» ribattei.
Alzò il sopracciglio sinistro, forse interrogativamente. Poi si alzò e mi porse la destra.
Lo guardai bene per la prima volta.
Alto, magro, ma non scheletrico, aveva una gran massa di capelli che probabilmente gli costavano un bel po' in termini di tempi di lavatura e pettinatura, per non parlare del barbiere; era una bella capigliatura, anche se un po' ribelle. Rasato quasi alla perfezione, la mandibola restava il suo punto debole, soprattutto vicino alle orecchie, dove restavano due ombre, più o meno visibili a seconda della tensione dei muscoli della mandibola (che entravano molto in gioco nelle sue espressioni). Aveva labbra carnose, piuttosto sensuali, ma assottigliate da un paio di baffetti non troppo curati, forse la parte meno curata del suo corpo; corpo quasi femminile: vita stretta, spalle non larghe, ma con un'aria di fermezza.
Partimmo dal bordo della pista; le sue braccia erano quasi impercettibili attorno alla mia vita, eppure attraverso esse mi guidava, facendomi girare senza trascinarmi.
Fin da quando mi cinse la vita con le braccia, i suoi occhi ancorarono i miei, nonostante i suoi occhiali. Mi sentii come una cipolla sbucciata, guardata dentro, dentro, sempre più dentro. E tuttavia non staccai mai gli occhi dai suoi: non c'era alcun motivo. Non che fossero nulla di particolare, ma erano limpidi; non chiari, ma neanche cupi; del marrone delle giovani querce.
Mi sussurrò:
«Immagino di non essere originale nel dirti che hai degli stupendi occhi verdi.»
«Per Joyce il verde è il colore della malattia, della palude, del marcio.» ribattei io scherzosa
«Hai letto Gente di Dublino.» affermazione, non domanda.
Poi ricominciò.
«Il verde dei tuoi occhi è il verde delle foglie dei platani, controluce, nei giorni di sole. È il verde dei salici.»
Canticchiai:
E come potevamo noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore?
Sorrideva, compiacente, compiaciuto.
«Perché vuoi essere così macabra? Non sembri offesa dalla vita. Hai occhi stupendi, capelli che non sono da meno …»
«Continua …» gli sorrisi maliziosa.
Ma lui non continuò la descrizione fisica; sorrise, invece, e disse:
«Oh, sei intelligente, e non ti manca certo un'ottima base culturale …»
Il lento finì, slacciai le mani dal suo collo, lui ritrasse le braccia e mi porse il destro; tornammo ai tavoli proprio mentre la maggior parte degli altri li abbandonava per scatenarsi.
Durante la serata G fece ballare, come suo solito, un lento ad ogni ragazza che conosceva e che accettava, cominciando con Adele e finendo con Pandora. Io rimasi al tavolo per il resto della serata, ed ebbi modo di osservare — avevo deciso di studiarlo come sicuramente lui faceva con me — che mentre con tutte le altre ragazze manteneva la regola delle quattro dita — forse l'ultimo maschio della Terra —, con Adele ballava strettamente abbracciato, bisbigliandole chissà che all'orecchio.
Ne chiesi il motivo a lei.
Sorrise divertita:
«Perché quando ballo i lenti mi piace sentirmi abbracciata; e poiché è innamorato di me, mi e si fa un piacere.»
«Ah, è innamorato di te?» sentii come qualcosa, una sensazione di disagio.
«Già.»
«E tu?»
Sono entusiasta della risposta di mia madre. Non so se lei se ne accorge: non dice nient'altro; si alza, mi sorride; non di soddisfazione; incoraggiamento. Apre la porta, esce dalla mia camera; passi nel corridoio; la porta di casa si chiude. Mia madre non è più qui.
Mi distendo per largo sul mio letto matrimoniale.
Dormo sola, in un appartamento tutto per me, sullo stesso pianerottolo della mia famiglia — i miei genitori, mia sorella la minore e, quando non è via per l'università, il mio fratellone —, ma ho insistito per il letto matrimoniale. Non so perché.
Okay, mi sono innamorata di G e lo so. Un punto a mio vantaggio; anche se avevo giurato che mai avrei amato qualcuno che non avessi conosciuto come la mia casa. Al cuore non si comanda. Bella scusa.
Rotolo sul letto.
Pancia all'aria, giocherello con i bottoni finali della mia camicia.
Eppure sono ancora insicura …
Maledizione! Perché diamine ho accettato quel lento? Perché gli ho rivolto la parola? Stupida, stupida, stupida e incosciente. Chi me l'ha fatto fare?
Oh, il mio buon cuore, certo!
Stereo, stereo delle mie brame, cosa mi dirai, oggi?
Rotolare verso i cuscini. Prendere il telecomando. Puntare.
# _Power. Random._# Branduardi, _Ballo in Fa\# maggiore._ Fuoco. De Andrè. _Bocca di Rosa_. Una che di queste cose non si preoccupava certo. Fuoco. De Andrè. _Il suonatore Jones._ Scattai in piedi. Alla libreria. 8b77cdcf4c15ec5a73eb6f56d6a821a0 Girare le pagine. Indice. Fiddler Jones. Il mio occhio scivolò via dal foglio, su per le coperte fino al telefono. Scivolò indietro, nuovamente sulla poesia di Masters. And a broken laugh, and a thousand memories And not a single regret.Misi la canzone in loop, poi mi gettai nuovamente sul letto; allungai la mano verso il telefono. Carezzai la cornetta. Le mie dita ci si strinsero attorno.
Ma, naturalmente, non conoscevo il suo numero.
Alla prossima, e cerchiamo di farci dire almeno il suo cognome.
Wow! Così mi piacevo, glaciale.
Ma il ghiaccio si scioglie al sole, ed io mi sciolgo di malinconia con questa canzone.
Fuoco, e al diavolo!
La malinconia mi abbandonò con I Santi di Branduardi, ma non il pensiero delle braccia di G poggiate delicatamente sui miei fianchi, e dei suoi occhi fissi nei miei, e dei miei che reggevano lo sguardo … una sfida, ecco, gli avevo lanciato una sfida. Conquistami, se ti riesce. Dolci parole alle mie orecchie, ma io sono sorda, sorda … e continuo il gioco («Continua …»), e lui ci sta e non ci sta … basta col fisico, sono un tipo intellettuale … “non mi manca una certa base culturale” … a me? E lui, allora? Scommetto che conosce la Divina Commedia a memoria. Come no! Gliene chiederò qualche passo la prossima volta!
La prossima volta, la prossima volta … quando verrà la prossima volta?
Squilla telefono, squilla! Dimmi, Adele, dimmi che usciamo insieme, tutti insieme, o solo noi tre … o dimmi almeno che gli hai lasciato il mio numero, e che mi inviterà a uscire con lui! Sì …
Ma no, non è il tipo, lui. Ti guarda, ti guarda … e poi c'è la sua Angelica … e se Adele sapesse?
Telefono.
Scatto da tigre. Quasi casco dall'altra parte del letto, ma la cornetta è saldamente nelle mie mani!
«Pronto!»
«Ehilà, che hai?»
«Ginnastica.»
«Be', potresti abbassare la voce? Sono al telefono nuovo … sai, quello che fischia …»
«Sì, lo sento, scusa. Dimmi, Adele …»
«Come al solito, indovina perché ti chiamo.»
«Pensavi di tentare una sortita, nonostante il cattivo tempo.»
«Sì, ma non questo sabato; quello dopo. Volevo avvertirti prima, così potrai pregare anche tu perché il tempo si metta al bello.»
«Ci puoi contare. Ma perché non questo, sabato?»
«Buona parte delle persone che volevo invitare non ci sono o non possono. Poi ho saputo che neanch'io posso …»
«Già. Va bene, pregherò, ma non credo che servirà a molto.»
«L'importante è aver fiducia, no?»
«Già, la fiducia … e quella certo non mi manca, no?»
One more week to go,now!
E siamo a sabato.
E io sono sempre più caricata.
Senza trascurare la preghiera della sera.
… e fa' che G ed io ci si possa confidare. Amen.
Anche in mezzo ad un ciclone. E se casca il mondo tanto meglio.
Plink||plonk.
Campanello; è lui! Improvvisamente, ha scoperto di amarmi ed è venuto a farmi una sorpresa! Ecco, corro alla porta, la apro e lo abbraccio.
«Finalmente!.»
«Come va, sorellina?»
Sbarro gli occhi.
Non è G, ma mio fratello, appena tornato dall'università, ancora in abito da viaggio; le sue valigie ostruiscono ancora l'ingresso della porta accanto alla mia, quella dei miei genitori, aperta.
Mio fratello è tornato per le vacanze. Ed io l'avevo dimenticato.
Smetto di mangiarlo con gli occhi, ed una gioia più pacata prende il posto della furia che mi avrebbe fatto perdere G per sempre. Proprio non saprei come fare, se non avessi il mio fratellone a proteggermi da tutte le insidie delle mie azioni!
«Come mai un'accoglienza così calorosa? A giudicare dalle parole di pa' e ma' avrei dovuto trovarti con in mano un rasoio da barbiere, indecisa se tagliarti le vene o meno! Allora, che hai combinato stavolta?»
Come non detto.
«Mi sono innamorata.»
«Mi fa molto piacere; inoltre questo giustifica il tuo comportamento. Chi è?»
«Un collega di Adele.»
«Un matematico?»
«Be', il corso di laurea è quello.»
«Ma lui non è un matematico; o non ti sembra tale.»
«Be', è una persona molto interessante. “Matematico” ha un qualcosa di spregiativo, di questi tempi; come se i matematici ragionassero in modo completamente diverso dagli altri …»
«E non è così?»
«Può anche darsi, ma a me sembra un'ottima persona.»
«Evidentemente.»
«Sfotti pure.» misi il broncio.
«Okay, okay, Laura, niente storie; non stavo sfottendo. Mi compiaccio con te. E lui?»
Arrossii.
«A giudicare dal tuo colore non dovrebbe saperne molto, lui, delle tue passioni; ma cosa pensa di te?»
«Non lo so.»
E gli spiegai un po' la situazione.
«Non è certo una storia semplice. In fondo dipende molto da Adele. E dai rapporti che mantengono loro due.»
Quello che mio fratello non sapeva era che, se avessi avuto conferma del fatto che G era già stato a letto con Adele, lo avrei rifiutato fosse stato l'ultimo uomo della terra. E non saprei come avrei reagito, avutane la conferma. Stavo facendo di tutto per allontanarlo da me … come potevo pretendere di trovare qualcuno ancora vergine, come me, alla mia età?
#Martedì.# E il fatidico sabato si avvicinava. Nonostante la pioggia, vado da Cavallotto. Poche persone, anche al piano superiore. Scorro i libri; so già cosa comprerò, ma mi piace rimandare il momento dell'acquisto. Si fanno sempre scoperte interessanti, scorrendo i titoli dei romanzi. Anche sulle persone, per esempio su quella che è più avanti di te, allo stesso scaffale e che ben presto tu raggiungi e superi, perdendo la fetta di libreria che probabilmente conteneva il libro più interessante. Ma se invece di doppiarlo lo osservi e vedi che è più lento per il suo modo di “scorrere” lo scaffale, diventa interessante; soprattutto se è G. Rimango paralizzata. E lo guardo. Sono un ebete. E se lui mi vede ora, scoppia a ridere. Alza gli occhi dal retro di copertina che sta leggendo, per rimettere a posto il libro. Mi guarda. Mi riconosce? Non dice nulla. Alza il sopracciglio sinistro. Decisamente, questo è il suo stupore. Poi, un sorrisino. Tutto molto lentamente; o sono io che lo percepisco così? Ma lui è sempre pacato … «Ciao, Laura. Anche tu qui.» ed è quasi un mormorio. Ma comunque non è mai una domanda. Sarebbe troppo stupida, ed io mi ci sto abituando; le osservazioni sono osservazioni: non hanno bisogno di conferma; almeno, lui la pensa così e me lo ha spiegato; ed io concordo pienamente; e non perché sia lui a pensarla così. Parla, non far la stupida. «G! Non avrei mai pensato di vederti qui!» Be', ora tocca a lui. «In effetti, dovrei essere all'altro piano, quello dei libri scolastici …» «Edizione commentata?» «No, favore ad un amico. Son venuto qui perché avevo un libro da comprare, e già che c'ero ho deciso di fare un favore ad uno, a cui serviva un altro libro, ma che non poteva venir qui.» «Oh.» Attimi di silenzio. Il libro scivola al suo posto. «E che libro avevi deciso di comprare?» «In realtà ero indeciso. Avevo una mezza intenzione su _Oceano Mare_ di Baricco, ma ogni volta che devo comprare un libro che non ho letto, mi faccio assalire dai dubbi, a meno che non abbia avuto molte conferme sulla bellezza del libro … o, insomma, un motivo valido per comprarlo.» Silenzio. Forse imbarazzo. Improvvisamente non siamo in grado di parlare … e io penso che se lui fosse la persona giusta non ci sarebbe nessun bisogno di farlo, solo stare vicini in silenzio, a guardarsi negli occhi … ma non so quello che lui pensa di me, e probabilmente non lo potrò mai sapere … «E tu? Che libro eri venuta a comprare?» «Uh …» vuoto di memoria «_Diario minimo_ di Eco.» «Personalmente preferisco il secondo.» «Prenderò anche quello.» «Bene. Hai suggerimenti per me?» «No, mi dispiace, non ho letto nulla di Baricco. Ma ho saputo che è molto … particolare.» «Be', ci penserò mentre tu prendi i tuoi libri.» Lo comprò, lui, ed io avevo ripreso a respirare. Respirare. Questo fu il mio compito fino alla cassa. Poi parlare con la cassiera. Pagare. Respirare. Poi toccò a lui, ed io ebbi tutto il tempo per riprendere l'autocontrollo e perderlo nuovamente. Fuori. Aria! Aria pura … finché non passa l'autobus. Ma piove. Aprire l'ombrello. Concentrarsi su tutti i movimenti. Mi guarda strano. Restituisco uno sguardo interrogativo. «Sei un po' distratta, di questi tempi; o è una mia impressione?» Divento rossa. Abbasso lo sguardo. «Un po' pensierosa …» «Be', ti avevo chiesto come tornavi a casa, se tornavi a casa; macchina?» «No, sono a piedi.» «Be', penso di poterti offrire un passaggio.» «Ma non è per niente di passaggio!» «Questo sarebbe un buon motivo per lasciarti a piedi, no?» «Oh!» Stupida, sempre più stupida! Complimenti! Su, G, portami a casa tua! E fa' di me ciò che ti pare … La Panda scivola via, accompagnata dallo zuk||zuuk dei tergicristalli; piove, e le strade sono intasate; la macchina non scivola più dolce e impercettibile come le sere precedenti. Niente parole superflue, tra di noi; ma neanche quelle necessarie, per me. «Riprendiamo il discorso dell'altra volta?» gli chiedo. Il coraggio comincia a salirmi su per la spina dorsale, brivido dopo brivido. «Quale altra volta?» «Quando mi hai accompagnato …» «Non ci siamo lasciati troppo bene, o sbaglio?» «Era colpa mia.» «Non necessariamente.» «Come no?» «Semplicemente, non c'era motivo per cui io mi … indispettissi per la domanda.» «Ti sei indispettito per l'insistenza, non per la domanda.» «Oh? Non ricordavo …» «Bugiardo.» Silenzio. Ricomincio. «Perché non riusciamo a parlare serenamente?» «Perché sei una persona con una personalità notevole.» «Oh! E per te è un insulto o un complimento?» «Una costatazione.» Naturalmente. Silenzio. La macchina avanza a fatica; traffico e pioggia; clacson; insofferenza. «Sei molto calmo.» «Non serve a nulla essere nervosi.» «In strada o con le persone?» «Puoi rispondere da te, a questa domanda.» Dopo un po', aggiunge: «Questo è un complimento, detto da me. Se ti avessi risposto sarebbe stata un'offesa alla tua intelligenza.» «Oh davvero!» «Già. _Sciocca proposta non merita risposta_.» «Immaginavo.» «Sei un po' acida, ultimamente. Hai grossi problemi?» «Forse.» «Ne vuoi parlare?» Nessuna malizia; nessuna commiserazione. Ed il mio cuore comincia la _Marcia di Radetzsky_. «Perché dovrei fidarmi di te se tu non ti fidi di me?» Purtroppo, le parole sono partite prima che potessi mordermi la lingua; e quando me la mordo dopo, serve solo a farglielo notare. «Nessun motivo.» dice con un mezzo sospiro; quasi come se rimpiangesse di non avere la mia fiducia. «Immagino che fosse un'osservazione stupida.» «Dipende dal punto di vista. Per me è solo frutto di un'abitudine alla franchezza.» «Mi dispiace, ma questa volta hai cannato completamente.» «Non sono uno psicologo.» Silenzio. «Sei mai stato innamorato?» «Mi è successo di ammirare particolarmente alcuni caratteri di certe persone.» «Cerca di essere meno controllato.» I suoi occhi sorvegliano attentamente la strada; non si volta a guardarmi, ma vedo un guizzo sul suo collo: vorrebbe farlo. «D'accordo; immagino di potermi fidare di te; almeno in questo.» «Facciamo così: più ti confidi con me, meno uscirà dalla mia bocca.» «Oh!» sorride «Immagino di doverti dire tutto per farti tacere completamente!» «Esatto.» Silenzio. «Ed in effetti … lasciamo perdere.» Sto per interromperlo per chiedergli “cosa”, ma lui ha già cominciato a rispondere alla mia domanda precedente «Ho sempre apprezzato qualità di persone delle generazioni sbagliate. Troppo grandi o troppo piccole.» «Davvero?!» «No, per finta.» «Scusa. Continua.» «Ho sempre pensato che molte ragazze mie coetanee avevano ottime qualità latenti, ma che vivessero nel contesto sbagliato perché queste venissero fuori.» «Per esempio?» «Be', alcune mie compagne. Notavo, quando capitava che parlassimo da solo a sola, che la discussione poteva diventare interessante, anche se un po' stentata … ma quello era colpa mia … non sono mai stato un gran conversatore … poi tornavamo “in squadra” … e tutto andava a farsi benedire.» «Non pensi che fosse un indice di flessibilità? In un certo contesto si comportavano in un certo modo, che non era più valido in altri contesti. Che ne dici?» «Non ci avevo pensato. Io lo consideravo solo un segno di incostanza … instabilità … non saprei … forse perché desidero che tutti siano perfetti … come dici?» «Egoismo.» «Uh?» «Il tuo era egoismo.» «Può darsi. Le consideravo … sprecate. Ma d'altronde, è anche vero che non ho mai incontrato persone interessanti … no, non è vero. Ne ho incontrato, ma erano quelle sbagliate, come ho già detto.» Silenzio. La macchina procedeva a fatica. Lentamente. Molto lentamente. Troppo lentamente. «Non credi di esagerare con la prudenza?» «La prudenza non è mai troppa. Voglio tornare vivo a casa.» Silenzio. «Questo è uno dei motivi per cui rimpiango di avere la patente.» «Cioè?» «Vedi, quando non avevo la patente, ero _costretto_ a muovermi a piedi: non avevo altre alternative. Ora ho la possibilità di muovermi in macchina. Per una questione di … praticità, in questi casi, utilizzo la macchina, e finisco con l'impiegare più tempo di quanto ne impiegherei andando a piedi.» «Ma adesso sembra quasi che tu lo faccia apposta, di andare piano.» «La compagnia non è sgradevole. E d'altronde devo portare anche _te_ viva a casa tua. Sei una responsabilità in più.» «Non ti piacciono le responsabilità?» «Sono piuttosto restio ad assumerle, in genere.» «Quali responsabilità accetti … volentieri?» «Non _accetto_ responsabilità. Ci sono però alcune _classi_ di responsabilità che, se mi vengono assegnate, non rifiuto. Non me le vado a cercare. Se dici “volentieri”, io penso nel senso di andarsele a cercare.» «Hai una mente piuttosto … rigida.» «Lo so. E mi dispiace. Inquadro troppo le cose.» «Parlami del tuo ideale » sorrisi «inquadrato di ragazza.» «Eh||he! E da dove comincio?» «Bo', vedi tu … dall'aspetto fisico …» «Dunque … per me sono molto importanti gli occhi. Ho sempre notato gli occhi, nelle ragazze.» «Ho notato.» «Già. Naturalmente, ha una grande importanza anche l'altezza … ma non è _determinante_.» «Quale sarebbe quella ideale?» «Hm … idealmente parlando, non al di sotto del metro e ottanta.» Che io supero. Ci sono. «Poi?» «Che altro vuoi sapere?» «Non hai altre preferenze?» «Be', non mi dispiacerebbe che avesse un corpo perfettamente sagomato …» E ringraziai mia madre che mi aveva _costretto_ a fare attività sportive finché aveva potuto costringermi … e decisi che avrei ricominciato, almeno con lo stretching. «Posso capire cosa intendi.» «Può darsi.» Silenzio. «Bene; e per quanto riguarda il resto?» Scuote la testa. «Penso che questa discussione non abbia molto senso. Il fatto stesso che la stiamo facendo dovrebbe dirti qualcosa su ciò che apprezzo e ammiro e ciò che invece non potrei sopportare. D'altronde sai già ciò che io considero “interessante”.» Fine. «Mi piaceva sentirlo dire da te. Ma se non vuoi parlare … dimmi almeno quanto la tua Angelica si avvicina al tuo ideale.» «Più di quanto avrei mai potuto sperare.» «Non puoi dirmi nulla di più?» «Posso sapere almeno perché ti interessa così tanto?» «Ho un certo … interesse per la psicologia. E tu sei un … caso interessante.» «Non c'è nessun altro motivo?» «Be', ce n'è sicuramente almeno un altro …» «E sarebbe?» «Hm … è una cosa ridicola …» «Cioè?» «Be', mi piace scrivere, ma ho bisogno di materiale a cui ispirarmi … altrimenti sarebbe come scrivere sempre dallo stesso punto di vista … non so se mi spiego …» Il suo sorriso si fece aperto, grande. «Oh, ti capisco eccome! Credo che sia un periodo attraverso cui tutti si passa.» «Tu ci sei già passato?» «Hm … difficile dire quando un simile periodo finisca; anche perché io, per esempio, mi sono accorto che la scrittura è un ottimo modo per scaricare le proprie tensioni … soprattutto nei diari …» «Tieni anche un diario?» «No, e se lo tenessi, naturalmente non te lo farei leggere.» Sorrisi di entrambi. «D'accordo, toccata. E cosa scrivi allora?» «Nulla che ti farò mai leggere.» «Allora puoi dirmi tranquillamente tutto, no? Tanto non potrò mai … avere un riscontro.» «E ti fiderai di quello che dico?» «Dipende molto da te, no? Ne abbiamo già parlato …» «Frammenti.» «Di cosa?» «Di tutto ciò che mi passa per la mente. Dialoghi, racconti, episodi di una specie di epos della fantascienza … frammenti di teatro … ogni volta che mi viene un'idea, cerco di metterla per iscritto.» Come eravamo vicini, lì in macchina solo noi due … chi se ne frega del resto del mondo! Ma eravamo per strada, e buona parte della sua attenzione era dedicata all'ingorgo dal quale ci stavamo districando. In fondo era un bene che ci fossimo dentro. Saremmo stati insieme più a lungo; ma non poteva dedicarmi tutta la sua attenzione. Ma avrei avuto il coraggio, arrivati sotto casa, di chiedergli di salire a proseguire il discorso? E lui, avrebbe accettato? «Parlami di te e Adele.» «Il modo in cui hai posto la domanda implica che tu supponi che tra me e lei ci sia stato qualcosa di molto profondo.» «Non sei tu che hai detto che hai avuto per lei una cotta molto forte?» «Sì, l'ho detto; ed è vero.» «E quindi?» Rispose parlando molto lentamente, come se ogni parola gli pesasse uno sforzo e dovesse essere rotolata a fatica via dalla bocca. «Ma ciò non significa che, per parte mia, ci sia stato più che una attenzione maggiore nei suoi confronti che in quelli delle altre ragazze.» «Null'altro?» «Anche se avessi cercato un rapporto più approfondito, non sarebbe servito a nulla; non ero il ragazzo per lei; e lo sapevo benissimo.» «Però continui con lei a ballare senza rispettare le quattro dita.» «Già, e vedo che la cosa ti secca molto.» Non disse che ne ero gelosa; ma lo sentii come se lo avesse detto. E qualcosa nel suo tono mi fece pensare ad una frustata,
{Capitolo}
Sabato.
Mi sciolgo dalla posizione del loto, l'ultima che assumo dopo la mia ora quotidiana di stretching.
Pioggia.
Cade giù, scroscia, mentre mi preparo per uscire, ed io penso che le mie preghiere non sono servite a nulla.
Adele non mi ha chiamato per annullare l'uscita, quindi si uscirà.
Bene, penso, rivedrò lui; ammesso che venga, data la pioggia.
Passo nell'appartamento dei miei genitori.
Loro usciranno comunque.
Mio fratello è già uscito. A lui non mancano mai le amicizie; soprattutto quelle femminili. Stanotte probabilmente si divertirà.
Lui. Ed io non sono gelosa? No.
Usciamo. Mi accompagnano al solito appuntamento. Sono appena appena in anticipo; naturalmente non c'è nessuno; per fortuna ho l'ombrello. Aspetterò.
Aspettando, girello un po' e mi metto a guardare le vetrine del negozio di fronte; luci accese; fari di macchine che passano. Non troppe, ma molte per un sabato piovoso, con quella fastidiosa pioggia scrosciante che cade giù a secchi; staranno lavando i pavimenti, lassù.
Riattraverso la strada. Scatto in avanti o la macchina mi mette sotto. Ma la macchina sta fermandosi; manovra per parcheggiare.
Esce dal posto di guida un ombrello nero; sotto, intravedo a stento jeans ancora con il colore del nuovo, scarpe buone ma non troppo (solo un pazzo andrebbe in giro vestito meglio con un tempo simile).
L'ombrello fa il giro della macchina, apre l'altro sportello e fa uscire la signora. La signora ha i tacchi, e per fortuna il cavaliere ha scelto il posto giusto per parcheggiare. Niente fiume da guadare.
La coppia si avvicina e mi saluta; l'ombrello sale un po' più in alto e mi mostra G, e Adele saldamente aggrappata al suo braccio. Lei ride; lui sorride.
«Siamo solo noi fedelissimi, eh?» commenta lui.
«Temo di sì.» faccio io.
«Be', i ritardatari saranno giustificati dal maltempo.» dice Adele.
«Ammesso che ci siano ritardatari.» insinuo io.
«Oh, non essere così pessimista! Qualcuno verrà di sicuro.»
Silenzio. Forse una goccia di imbarazzo; soprattutto per la ridicolaggine della situazione e della scena.
«Aspetti da molto?»
«Due minuti. I miei uscivano pure e mi hanno dato un passaggio.»
«Guarda come vien giù!» poi dopo un po' Adele aggiunge «Mi vien quasi il dubbio che tu non abbia pregato con abbastanza fervore!» e sorride.
«Come no!» e anch'io sono allegra, e sorrido pur fingendo di essere seccata «Sai benissimo che io vivo solo per queste uscite!»
Adele vorrebbe commentare sulla mia vita mondana, lo so; ma non lo fa; e la cosa mi stupisce, in fondo; il tatto non contraddistingue le sue azioni, benché Adele non manchi di unacerta diplomazia; è tuttavia troppo impulsiva, e questo sarà forse la sua rovina, forse la sua fortuna; ma chi sono poi io per giudicarla?
G, come al solito, non parla. Ancora qualche minuto e qualche parola un po' mia un po' di Adele, e cominciano ad arrivare altre sporadiche macchine.
Mezz'ora dopo l'appuntamento non siamo neanche una decina: sei, sette persone; Adele perde progressivamente il suo buon umore; a lei piacciono le folle … il calore umano fa miracoli …; ho il presentimento che stavolta non si farà nulla; e credo sia la prima volta che qualcosa organizzata da lei fallisca.
Perché indubbiamente la cosa finirà non troppo bene. Il maltempo non mette certo di buon umore, e pare che siamo tutti un po' depressi.
Se va tutto a monte, che colpo per lei, che a queste cose tiene non poco!
Ci guardiamo; qualcuno comincia a mormorare, o andiamo al ristorante o torniamo a casa. Per prima cosa bisogna controllare che tutti si possa tornare a casa, perché anche se siamo di malumore, non possiamo lasciare qualcuno solo fuori casa, soltanto perché il maltempo guasta le uscite. A volte mi sembra strana, questa filosofia di gruppo. Andiamo tutti a casa di qualcuno? Ma no, e chi è che si piglia tutte `ste persone in casa così alla sprovvista? Troppi per una casa, troppo pochi o troppo smorti per un'uscita.
Forse ai tempi della scuola lo si sarebbe fatto, di andare a casa di qualcuno, anche solo per far indispettire i genitori … ma siamo cresciuti, purtroppo.
La cosa degenera, ed io già prevedo che torneremo ognuno a casa propria … e che dovrò scroccare un altro passaggio a G … Puntualmente.
E siamo di nuovo in macchina tutti e tre.
G alla guida, Adele accanto a lui, io dietro, seduta all'angolo dietro G.
Adele è disperata, e temo che si metterà a piangere. Mi sembra ridicola, questa sua disperazione, e forse non la comprendo perché non ho mai organizzato nulla (feste di compleanno escluse) e non so cosa significhi vivere #per la mondanità#.
Comunque, il respiro di lei è rotto. G lo sente, la guarda; un'occhiata a lei, una alla strada; lei poggia il capo sulla sua spalla.
«Non abbatterti così, Adele; non è mica colpa tua.»
«Sì, ma …»
«Capisco che ti dispiaccia. So quanto ci tieni a queste cose. Ma non è la fine del mondo, se un sabato non esci. D'accordo, ti potrai sentire un po' depressa, ma non è cosa da mettersi a piangere, no?»
«Hm.» fa lei corrucciata, adesso. Ma il respiro non è più rotto. «No, non è cosa da piangere, ma da disperarsi, sì. Lo sai che praticamente io vivo per le uscite, che per me sono come per te la musica, no? Come ti sentiresti, tu, se dovessi passare anche un solo giorno senza poter sentire musica, né canticchiare, né suonare? Eh? Come ti sentiresti?»
«Sì, è vero, mi sentirei disperato, forse; anzi, probabilmente; e sicuramente non mi sentirei benissimo. Ma non piangerei. Specie, poi, se è solo per un giorno.»
«Sì, ma io devo aspettare sabato prossimo, cioè una settimana, per uscire di nuovo.»
Capisco il gioco di G: distrarre Adele, e contemporaneamente mostrare interesse per lei. Una specie di gelosia comincia a rodermi la stomaco, come se G stesse cercando di sedurre Adele. È un'idiozia, ma non me ne accorgo subito: prima la macchina ha il tempo di fermarsi sotto casa di Adele, G di accompagnarla almeno fino al portone. Passa quindi un abbondante minuto, durante il quale pensieri sgradevoli (per me) mi attraversano la mente. Passa poi un'altrominuto, ed un altro ancora. Ed io fremo, fremo di rabbia … mi ha scordato qui … non essere gelosa … poi il portone si apre; sguazzare cauto per non bagnarsi. Lo sportello si apre, ma dalla parte del passeggero; il sedile si alza.
«Scusa l'attesa; passi avanti?»
Eseguo, protetta dal suo ombrello.
Lui fa il giro, entra, chiude l'ombrello, lo mette gocciolante dietro il proprio sedile, e mi guarda le gambe; ho una bella gonna al ginocchio, e calze autoreggenti scure semitrasparenti.
Poi il suo sguardo sorridente torna alla strada. Partenza della Panda, liscia e senza scossoni.
«Una cosa non riuscirò mai a capire, di voi donne: come potete torturarvi con quelle scarpe con i tacchi a spillo, per non parlare di come vi vestite leggere nonostante la stagione.»
Tono semiserio.
«Chi bella vuole apparire, un pochino deve soffrire.»
«Una psicologia che comunque non comprendo.»
«Fosse l'unica cosa che non capisci …»
«Ora sei tu che fai la cattiva.»
«Un po' per uno, no?» e ridiamo.
Poi la sua risata cessa di colpo, anche perché nella Panda ci si sente fin troppo bene.
«Non è giusto ridere così, quando c'è chi soffre.»
«Allora non si dovrebbe mai ridere.»
«Non è detto che sia sbagliato, non ridere mai. Ma permettimi, per evitare di arrivare al Nome della Rosa e a Jorge, di aggiungere “che ci sta vicino”.»
«Immagino ti riferisca ad Adele.» seria anch'io, adesso.
«Certo. Mi dispiace che sia finita così.»
«Anche a me, dispiace.»
«In fondo.»
«Cosa vuoi dire?»
«Non mi sembri molto abbattuta.»
«Da che pulpito viene la predica.»
«Non è una predica.»
«Non cominciamo, o finirà veramente male.»
«Giusto.»
E per colmo, in quel momento qualcuno chiuse il rubinetto.
«Ecco.» feci io.
Mai capirò il tempo della mia Piana. Ma ormai posso anticiparne alcune bizze. Ancora per qualche minuto un rado gocciolio, poi nulla; ciò significa: la settimana prossima si morirà di caldo. Sgocciolio continuo: riprenderà a piovere.
«Domenica forse farà bel tempo.» dice lui
«Dipende da se smette di gocciolare o no.»
Siamo sotto casa mia. Niente più gocce.
«Peccato farla finire così …»
E lui naturalmente capisce.
«Suppongo tu stia nuovamente per chiedermi di salir su da te.»
«Come hai indovinato?»
Picchetta con le dita tese sul voltante, pensando.
Chissà in base a quale criteri deciderà.
Cosa ti passa per la mente. G? Cosa aspetti a decidere?
Infine:
«Va bene.»
Ed il mio cuore ricomincia con la Marcia di Radetzsky.
«Poso la macchina.»
Come se dovesse levarsela di tasca.
Piccole manovre, e la macchina è a dieci centimetri dal marciapiede.
Il mio passo giù dalla macchina mi fa volare molto più in alto che non quello di Neil Armstrong (o chiunque sia stato il primo a mettere piede sulla Luna).
Sto sognando, e navigo tra le nuvole su per le scale, fino alla porta di casa mia. Fuori le chiavi; la porta mi si apre davanti quasi da sola; entro e dopo vien dentro lui.
Chiudo.
Buio e freddo. Tornare alla realtà
La mia mano tasta il muro dove sa che troverà l'interruttore.
Luce.
Lui sorride e guarda un po' me un po' la stanzetta che funge da atrio.
«Devo accendere il riscaldamento, o moriremo di freddo. E ne approfitto per farti vedere la casa.»
Passiamo in salotto. Accendo i termosifoni. Lui guarda il divano e le poltrone. Poi i suoi occhi si soffermano sugli scaffali della libreria.
Io son già uscita, e lui mi segue in cucina. Su il riscaldamento: qui un solo termosifone piccolo piccolo. Ci basta, e avanza.
In bagno è sempre acceso.
La mia camera ha un unico termosifone, ma molto grande. Lo metto al massimo.
Lui bisbiglia:
«La temperatura ideale per dormire è diciassette--diciannove gradi, non quaranta.»
«Lo so; questo è solo per scaldare il letto. Poi lo abbasso a quindici gradi.»
«Può anche darsi che tu dorma meglio a quaranta gradi; ognuno ha le sue preferenze.»
«E comunque non sono quaranta gradi.»
Miagolii.
«Hai un gatto.» osserva (naturalmente non domanda) lui.
«No, non io; i miei, che vivono nell'appartamento accanto. Ma temo che abbiano dimenticato di dargli da mangiare. Se ti metti bello comodo in salotto e aspetti un minuto, ci penso io.»
«Fai con comodo. Ne approfitterò per dare un'occhiata alla tua biblioteca.»
«Torno subito.» ed uscendo posso quasi sentire le sue dita che scorrono sulle costole dei miei libri, un tocco leggero che io sento sulle mie costole.
Preparare il cibo al gatto, uscire in balcone al freddo, il gatto che ti viene incontro inarcando la schiena e chiedendo «Brraao?»; tutte cose comunissime che diventano magiche.
«Gatto cattivo, mi fai perdere la compagnia del mio uomo!» e sorrido all'idea che G mi possa sentire nonostante abbia parlato a voce bassissima.
Ma al gatto ora interessa solo che io lo lasci in pace a godersi la sua cena, ed io lo abbandono, chiudendo il balcone con la massima cautela.
Lascio la casa dei miei genitori, e la porta si chiude con un soffio. Idem per quella di casa mia.
E sento che sta suonando con la mia chitarra. Conosco anche il pezzo, anche se non ne ho mai imparato il nome. Mi muovo silenziosamente, un passo dopo l'altro, per evitare che smetta nell'imbarazzo. Mi affaccio alla porta che ormai il pezzo è finito, ma lui sta ancora solleticando le corde, sovrappensiero.
Poi comincia a formarsi una melodia che mi sembra di riconoscere.
Un accenno dei Recuerdos de la Alhambra.
Smette di colpo. Mi ha visto e scatta in piedi. Temo per un attimo che gli cada la chitarra di mano, ma la tiene saldamente a due mani.
Rimette lo strumento sul piedistallo, trattandolo con la massima attenzione.
«Un bello strumento.» arrossisce. Non l'avevo mai visto arrossire.
«Che pezzo era quello di prima dei Recuerdos?»
«La … la romanza di Giochi proibiti.»
«Ecco, ecco.» un attimo di pausa, poi:
«È molto che non suoni, vero?» gli chiedo.
«Abbastanza.»
«Perché hai smesso?»
Imbarazzo.
«Penso perché sono un po' pigro.»
«In che senso?»
Solito sbuffo di risata.
«Nel senso che mi manca spesso la forza di volontà per cominciare.»
«E una volta che hai cominciato?»
«Be', allora mi può anche succedere di aver difficoltà a fermarmi … a meno che non mi metta a fantasticare … allora smetto di fare qualsiasi cosa …»
«Sei un sognatore.»
«Credi che sia molto negativo?»
«Può essere … pericoloso.»
«Credo di capire cosa vuoi dire.»
«Ci si può dimenticare della vita.»
Silenzio.
Hai bisogno di me, G, perché non lo vuoi ammettere? Dillo a te stesso, fatti forza e dillo anche a me. Hai bisogno di me per uscire dal circolo vizioso.
«Vuoi mangiare qualcosa?» gli chiedo invece.
Mi guarda strano.
«Non mi dire che hai già mangiato. E non cercare di schermirti. Anche se ora non hai fame, ti verrà tra poco. Quindi vieni in cucina. Ti permetto di darmi una mano.»
Risatine di entrambi. Andiamo a lavarci le mani.
«La prossima volta che vuoi dare un ordine, risparmiati di porlo prima sotto forma di domanda, visto che comunque la risposta non ti interessa.»
«Non era un ordine; ho solo voluto evitare che rispondessi la cosa sbagliata. Á propós, cosa vuoi per primo?»
«Qualcosa di commestibile.»
«Non cominciare a fare storie.»
«Ehi, non sto facendo storie! Sto solo evitando di dare risposte sbagliate! E comunque, sei tu la padrona di casa … tu cosa mangeresti, se non ci fossi io?»
«Pasta.»
«E pasta sia! Metto su l'acqua o preferisci che metta su la tavola?»
«Metti su l'acqua. La pentola è in quell'armadio. Per metter su la tavola dovresti chiedermi ogni cosa, e non andrebbe bene.»
Sorridiamo.
Lo sorveglio, mentre stendo al tovaglia sul piccolo tavolo.
Riempie la pentola a metà. Poi mi chiede:
«Che pasta facciamo?»
«Uh, che domande complicate … vanno bene le penne?»
«Era per sapere quant'acqua dovevo metterci, non per criticare.»
Giù i piatti, le posate. Lui riempie la brocca. Tovaglioli.
L'acqua comincia a bollire, sul fornello grande.
Lo sorveglio mentre mette il sale. Mi chiede di prendere la pasta.
«Cucini spesso a casa tua?»
«Ogni tanto capita … be', quasi tutti i giorni metto su l'acqua per la pasta, a pranzo.»
«Immagino che tu sappia fare anche gli altri lavori di casa …»
«Quali?»
«Lavare i piatti, stendere e ritirare la biancheria, stirare, caricare la lavatrice …»
«Non gli ultimi due.»
«Poi ci sono i lavori “per uomini”.»
«Certo. Ma perché dobbiamo sempre parlare di me? Parliamo invece un po' di come vivi tu.»
«Io?»
«Perché ogni volta che dico “tu” rispondi “io?”, se non c'è nessun altro?»
«Non so … è così strano che qualcuno mi chieda di parlare di me …» mentalmente controllo che sulla tavola ci sia tutto: olio, sale, pane fresco, formaggio … «Lo prendi il formaggio?»
«Certo. Perché è strano?»
«Perché non mi era mai successo, no? Perché credi che sia strano? Vuoi anche il prosciutto?»
«Cotto o crudo? Come mai non ti è mai successo prima?»
«Crudo.» Lui annuisce ed io continuo, rispondendo alla seconda domanda «Non so … ho sempre cercato di evitare situazioni che portassero a circostanze … non so come dire … pericolose è un po' esagerato …» D'accordo, non so parlare.
«Sentimentali?»
«No, non era questo che volevo dire.» tiro fuori il prosciutto dal frigo. Il cucchiaio di legno ogni tanto mescola la pasta per evitare che attacchi sul fondo. «Cioè … non riesco a spiegarlo … ho preferito non … impegolarmi in questioni … amorose. Ecco, credo che sia questo.»
«Uh, che parto difficile. Non sono certo Socrate.»
«Cosa ne pensi dei figli?» passo al contrattacco.
«Stavolta non rispondo se prima non rispondi tu.»
«Cattivo.» metto su il broncio. Ma lui comincia a sciogliersi.
«D'accordo, dirò prima io quello che penso; ma non credere di scappottartela, la risposta; me la dirai dopo.»
«Ci sto.»
«Non mi piace il tuo sorriso; stai preparando qualche imbroglio.»
«Non vuoi rispondere, vero? Non cercare scuse.»
«Credo che la pasta sia pronta.»
«Bene, impiattiamo e poi rispondi tu.»
«Laura, Laura …»
«Dimmi.»
«Dove stanno le presine … ecco; prendi un sottopentola?»
La pentola è sul tavolo; fuori la schiumarola; a me, a te, a me, a te, e il resto a me. Come siamo cavalieri, eh, G?
«Non credo che riuscirò a mangiare tutto questo.»
«Io dico di sì.»
«Non mangi per non passare per ingordo, vero?»
«Certo, ingorda!»
«Stupido!» mi secco sorridendo.
«Non t'immagini neppure quanto.»
«Ehi, non hai risposto!»
«Prima sediamoci e cominciamo a mangiare.»
«No, perché sennò tu avrai la scusa della bocca piena per riflettere attentamente prima di rispondere, e risponderai dicendo e non dicendo … e io voglio una risposta … libera e immediata.»
«Voglio, voglio … ma chi credi di essere? Non capisco cosa mi trattenga ancora qui!» Io sì, o almeno credo e spero di saperlo «Ora mi secco e me ne vado …» e fa il gesto di allontanarsi.
«E la pasta?»
«Già … ehi, ma tu ancora mi devi rispondere!»
«A cosa?»
«Avevamo detto che mi dovevi parlare di te, e poi sei riuscita a scappottarla … così non vale!»
«Ciò ch'è stato è stato!» io trionfante.
«E finché non parli io non dico una parola, ecco!» e stavolta è lui a mettere il broncio.
«Uffa! E va bene. Cosa vuoi sapere? E non dire “tutto”.» lo prevengo.
«Dimmi intanto come mai vivi da sola … sei una comodista, vero?»
«Comodista? Perché?»
«Come perché? Vivi da sola, ma hai qui accanto la tua famiglia … e ne voglio sapere qualcosa … così hai la tua brava indipendenza senza doverti troppo preoccupare per tutte le cose che ciò comporta!»
«Dunque, cominciamo con calma. Condisciti la pasta. Allora, la mia famiglia è composta da cinque elementi. I miei genitori e noi tre figli.»
«Cioè?» olio e parmigiano passano dalle sue alle mie mani.
«Cioè mio fratello il maggiore, io e mia sorella la piccola.»
Accenna di sì col capo e comincia a mescolare la pasta.
«Poi, cosa vuoi sapere?»
«Come mai vivi da sola?»
«Perché è comodo.»
«Non credo che questo basti, in genere.»
«È stata una concessione dei miei genitori per quando ho cominciato ad andare all'università; mio fratello c'era già da un anno, studia fuori, lingue e letterature straniere, ed io volevo un po' vedere com'era … insomma, ho insistito e ho ottenuto questa concessione. Una sorta di esperimento sulla mie capacità o meno di vivere indipentemente dai miei genitori.»
«Indipendenza economica?»
«Oh, sì, soprattutto … vedi, non ho neanche uno stipendio mensile dai miei genitori … non ne ho bisogno. Ho già cominciato a dare lezioni … e mi basta e avanza.»
«Ciò è realmente sorprendente … ed indubbiamente molto bello … io non avrei mai la forza …»
«Di volontà per tentare l'indipendenza?»
«Esatto.»
«Be', per me, più che un discorso di forza di volontà è stato la realizzazione di un grande sogno … l'indipendenza …»
«Non ne sembri molto contenta, tuttavia, ora.»
«Be', mi rendo conto che è stata solo una pretesa, diciamo così, giovanile. Non bisognerebbe mai realizzare i sogni.» lui sorride «Comunque … diciamo che mi rendo conto che è una fesseria, ecco … avremmo per esempio potuto affittarla ad altri studenti … ora sei tu che non sembri molto convinto.»
«Oh, no, no. Sono convintissimo. Stavo solo assimilando la pasta e ciò che dicevi.»
«Assimilando?»
«Ci pensavo sopra.»
«Alla pasta?»
Sorrisi miei e suoi.
«Continua.»
«In che direzione?» chiedimi del letto matrimoniale.
«Come sei arrivata alla decisione sulla facoltà, cosa stai facendo, cosa stai leggendo, cosa ne pensi …»
«Uè, un po' di calma. Innanzi tutto, ho sempre avuto una grande passione per gli studi classici … trovo che la letteratura greca, anche più di quella latina, sia affascinante; ero però indecisa tra lettere classiche e filosofia … altro studio che mi appassiona e che mi piacerebbe approfondire …»
«Come va?»
«Abbastanza bene … è stato un po' stressante, ma gratificante …»
«Hai già finito?»
«Mi manca la cosa più importante …»
«Già.» non mi chiede su cosa sto preparando la tesi. Non gli interessa? Ma in fondo è meglio così; mi metterebbe in imbarazzo. Non saprei come parlarne a lui, che nonostante la cultura che possa avere, è pur sempre un profano … Lo fa per questo?
Silenzio. Mangiamo.
«Cosa leggi?»
«Ho finito il Diario minimo e ho cominciato il secondo.» e pensandoci ridevo ancora, e risentivo i crampi allo stomaco per le risate «Molto divertente.» e sorridevo.
Prosciutto e formaggio; poco, per non appesantirsi lo stomaco.
«Dimmi di un libro che ti è piaciuto molto e che hai letto di recente …»
Ci penso su. E decido di citare un libro che difficilmente farà parte del suo patrimonio culturale.
«Non credo che tu l'abbia sentito nominare … dovrebbe essere la Divina Commedia di noi siciliani se si giungesse alla secessione …»
«Certo che so di che libro stai parlando! C'ho fatto il tema di maturità sopra!»
«Di che libro parlo?» con aria di sfida.
«Horcynus Orca di Stefano D'Arrigo. La summa della letteratura occidentale degli ultimi cinquemila anni … la storia dell'uomo …»
«Non ci credo.» ed è vero, e scuoto la testa.
«Be', neanch'io avrei mai creduto che tu avessi letto un libro del genere. Che l'avessi sentito nominare non mi avrebbe sorpreso …»
«Ti è piaciuto molto?»
«Vedi, preferisco non esprimere alcun giudizio su questo libro; è … è talmente … è troppo … troppo … ricco per poter essere giudicato. Comunque ritengo che chiunque sia sufficientemente sensibile dovrebbe leggerlo, e ne rimarrebbe indubbiamente affascinato. Io l'ho letto due volte. In fondo, non è molto più lungo di altre pietre miliari della letteratura mondiale … come Delitto e castigo o Guerra e pace … per non parlare della Recherce di Proust. Ma finisce sempre che parlo io, eh?»
Sorridiamo.
Rimaniamo un po' in silenzio.
«Che altro vuoi sapere?» cominciavo a prenderci gusto.
«Non so … mi interesserebbe sapere un po' cosa pensi di noi ragazzi … cosa ti aspetti da noi … come vorresti che fossimo …»
«Sembra che tu me lo chieda per farmi un favore. O per ricambiare le mie domande in proposito.»
«Non vuoi rispondere?»
«Oh, non è questo … così. Dunque, ritengo che generalmente i ragazzi si atteggino.»
«A cosa?»
«Si atteggino e basta … non come darsi delle arie, ma perché hanno un po' perso quella franchezza di spirito … non so, penso valga anche per molte ragazze, questo … ci andiamo rovinando … ma non è neanche l'espressione giusta …»
«Credo di capire.»
«Bene; naturalmente, quello che io mi aspetto da voi è che cerchiate di tirarvi fuori dal conformismo dei wish-for-revolution e diventiate voi stessi … non sto parlando di te in particolare, anzi … ma non mi dispiacerebbe se …»
«Perché?»
«Come “perché”? Non … ecco, se a poco a poco si cominciasse a cambiare … non so, mi sembra ridicolo parlarne … è così fuori tempo …»
«Se persino tu pensi che sia ridicolo, come puoi pensare che gli altri, che non hanno questa tua coscienza, possano anche solo desiderare di cambiare?»
«Già, me ne rendo conto … ma spero di incontrare qualcuno che la pensi come me e che abbia la forza di far valere le sue idee, o che almeno mi supporti nei miei tentativi …»
«Hai mai cercato di fare proseliti?»
«No.» e la mia voce si andava abbassando.
Silenzio.
Ancora un po' di prosciutto, poi basta.
«Speri di incontrare qualcuno così … Dio li fa e poi li accoppia?»
«Magari. Okay » e mi ribellai «mi stai facendo sentire ridicola, e probabilmente hai ragione; ma chi sei tu per criticarmi?»
«Mi dispiace. Non volevo farti sentire ridicola; era solo un tentativo di ragionamento a due … una mia cattiva abitudine; io penso, e desidero che gli altri pensino … penso sia un tentativo di plagio, no? Hai ragione, ho sbagliato; ti chiedo scusa; lasciamo cadere il discorso. Parlami invece del tuo ideale di ragazzo …» e sorrideva.
Mi rilassai. «Non ho un ideale di ragazzo; valuto solo quelli che incontro, e penso: potrei viverci una vita? Se penso che la risposta sia sì, cerco di avvicinarmi …»
«Non hai mai pensato che un ragazzo potesse essere “sbagliato” ma che la tua vicinanza avrebbe potuto curarlo?»
«Sei un po' fissato con questa idea, vero? No, comunque non credo mi sia mai successo …»
«Non sei mai stata innamorata.»
«Che c'entra?»
«In genere questo è uno dei passi successivi dell'innamoramento … quando passa l'effetto alone, ed uno comincia a vedere i difetti dell'altro; allora pensa che questi possano passargli con la sua vicinanza.»
Era la prima analisi scientifica che sentivo di un innamoramento. Ma avevamo già discusso, di questo; eppure, quasi seccata per la razionalizzazione da lui fatta del sentimento, mi scappa:
«Che ne sai tu? Dicevi di non essere mai stato innamorato …»
«Mai detto questo » mi alzo per prendere la frutta, e lui continua «anzi, mi pare di aver proprio sottolineato, in un certo senso, questo passaggio.»
«Okay, sono io che non sono stata attenta.»
«Non ho detto questo.»
«Ma era quello che intendevi.»
«Neppure.»
«Mi devi sempre contraddire, eh?»
«Ti dovrei sempre dare ragione?»
«Quando ce l'ho …»
«Be', ora non ce l'hai.»
«Come non detto.»
Io una mela, lui un'arancia.
«Bene, ora che abbiamo parlato di me possiamo tornare a te.» passo all'attacco.
«Non sono d'accordo.» si difende.
«Non importa.» insisto.
«Ti piace litigare?» la miglior difesa è l'attacco.
E continua la botta||e||risposta.
«La vita è confronto.»
«Non litigio.»
«Sono una guerrafondaia.»
«Ora sei tu che ti atteggi.»
«Non puoi fare a meno di criticarmi, eh?»
«Mi piaci quando ti arrabbi.»
«Solo allora?» via con la Marcia di Radetzsky.
«Vuoi fatti i complimenti?»
«Non me li vuoi fare?»
«Sono piuttosto restio a fare i complimenti.»
«Però hai cominciato tu a dirmi che avevo dei begli occhi.»
«Be', è vero; e poi lo dico a tutte le ragazze che hanno degli occhi … particolari. Ti secca?»
«Sì, perché mi sminuisci.»
«Allora non te lo dico.» Risate.
«Bene, possiamo continuare.» faccio io
«A chi tocca?»
«A te.»
«Cosa volevi sapere?»
«Dei figli.»
«Sembra il titolo di un'opera di Seneca.»
«Che non ebbe figli.»
«Embè? I titoli erano sempre “De qualche cosa”.»
«Tutti i titoli, non solo quelli di Seneca!»
«Era così per dire.»
«Ma che scuola hai fatto?»
«Classico.»
«Davvero? Come mai?»
«La passione per la matematica non ha mai significato, per me, trascurare gli altri aspetti della cultura. Anzi.»
«Anzi, che?»
«Anzi, poiché non avevo problemi con la matematica, mi dedicavo con particolare attenzione ad altre cose: l'inglese, la letteratura italiana e straniera, i grandi poeti …»
«La musica.»
«Anche. Anche il Teatro Massimo.»
Sempre meglio.
«Torniamo ai figli.»
«Prima sparecchiamo.»
«Mentre sparecchiamo.»
«Bene.»
Cominciamo a sparecchiare. Lui ha detto “bene”, ma non parla.
«Be'?»
«Da dove incomincio?»
«Cosa ne pensi dei figli?»
«Trovo che i figli siano una responsabilità … forse la maggiore delle responsabilità che possano capitare a qualcuno.»
«Più di dover reggere le sorti di uno Stato?»
«Forse anche di quello. È immorale delegare la propria responsabilità sui figli a qualcun altro. Spesso, invece, la miglior cosa da fare nei confronti di una Nazione è delegare le proprie responsabilità; fino ad un certo punto e con molto criterio, naturalmente; ma io stesso non sono troppo convinto di quello che dico.»
Comincia a mettersi il grembiule.
«Ma che stai facendo?»
«Lavo i piatti.»
«Ma scherzi?»
«Ho la faccia di uno che scherza?»
«Sicuramente non è di qualcuno che sta per disperarsi.»
«Sarai tu, a disperarti, dopo che ti avrò allagato la cucina.»
«Grazie, faccio da me.»
«Neanche per idea! Sono tuo ospite e devo comportarmi come se fossi a casa mia!» e sembra infuriato. Comincia a insaponare i piatti e la pentola, lasciandomi di stucco. Il suo ragionamento faceva qualche grinza, doveva fare qualche grinza , ma non riuscivo a capire dove queste fossero: sembrava perfettamente logico. Be', c'era qualcosa di pazzesco nel suo modo di ragionare, ma non era affatto spiacevole.
«Scusa, non riesco a cogliere il nesso …» chiesi.
Sorrideva, adesso. E insaponava e sciacquava con la testa poggiata al mobiletto dello scolapiatti.
«Vedi, sono un tuo ospite. Cosa si dice agli ospiti? Fa' come se fossi a casa tua. Ora, a casa propria, in genere, finito di mangiare, uno lava i piatti, piuttosto che farli incrostare, no?»
«No. Io, per esempio, mi limito a metterli in acqua calda, e li lavo il giorno dopo.»
«A me fa schifo mettere le mani nel glutine che ricopre l'acqua dopo una notte di bagno maria.»
«Anche a me.»
«Be', vuol dire che sei un po' masochista; ma comunque, poiché l'ospite sono io, sarò io a lavare i piatti. Ti dispiace?»
«Dovrebbe.» affermazione, non domanda.
«Bene. Siccome mi piace farti seccare, lavo i piatti. Ecco fatto.»
Finita la spiegazione, finita la sciacquatura.
«Perché ti piace farmi seccare? E non ripetere quella balla della bellezza.»
«D'accordo. Il vero motivo è che hai una personalità tenace.»
«Mi dispiace, non riesco a seguirti quando pensi. Sei troppo contorto.»
«Non devi cercare di seguirmi; è pericoloso; sono un pazzo; devi limitarti ad assecondarmi.»
Trascinami a letto, e ti asseconderò in tutto!
«Ora sei tu che ti atteggi.»
«È vero; ma comunque, preferisco il mio atteggiarmi a quello degli altri; e ad ogni modo sono completamente d'accordo con te.»
Si tolse il grembiule, e srotolò le maniche che aveva tirato su.
Lo fissavo con troppa intensità, e me ne accorsi solo quando mi restituì lo sguardo.
«Be'?» chiese sorridente.
Arrossii e chinai lo sguardo. Poi tirai su di nuovo la testa con uno scatto e dissi:
«Andiamo di là?»
«Un attimo; dovrei … cambiare l'acqua.»
Sorridiamo entrambi.
«Sai dov'è il bagno; ti aspetto in salotto.»
Mi raggiunge dopo un minuto. Si è anche lavato le mani.
Appena si accomoda sul divano — io sono su una poltrona — gli chiedo:
«Mi spieghi quel discorso della tenacità?»
«Dunque, tu sei una persona con una volontà tenace; io voglio vedere fino a che punto arriva questa tua tenacità.»
«Perché?»
«Puoi ripetermi un attimo quel discorso sui ragazzi .?. il tuo giudizio .?.»
«Be', era solo che io, invece di avere un ragazzo ideale, mi chiedevo semplicemente se per me sarebbe stato possibile metter su famiglia con lui.»
«Io con le ragazze faccio una cosa simile … ma ho già in mente come potrebbe o dovrebbe essere questa ragazza … in effetti il modello cambia col tempo … cambio io, cambiano i tempi e cambiano i modelli …»
«La tenacità fa parte o no del modello?»
«Fino ad un certo punto.»
«E quindi tu vuoi vedere fino a che punto posso essere la tua compagna per la vita?» sorriso malizioso.
«Lo faccio con tutte. E forse che tu non stai facendo lo stesso?»
Arrossisco. E per districarmi:
«Ripigliamo il discorso dei figli. Dove eri arrivato?»
«Che faceva caldo, qui.»
«Vuoi che abbasso i termosifoni?»
«Per ora mi levo il maglione; se non basta, abbassi i termosifoni.»
Mani dietro la schiena, via il maglione.
«Ora continua.»
«Dicevo che erano una grossa responsabilità …»
«Forse la più grossa; ma la accetteresti?»
«Se avessi un valido aiuto, sì. La eviterei, altrimenti.»
«E cosa faresti?»
«Non è una domanda a cui si possa rispondere facilmente.»
«Cosa intendi per valido aiuto?»
«Pensavo fosse evidente che l'aiuto dovesse essere mia moglie.»
«Che dovrebbe essere quella famosa ragazza di cui sopra?»
«Non so … una ragazza che mi accettasse mi lascerebbe di stucco …»
«Hai problemi grossi con la tua sentimentalità?»
«Non mi ero mai accorto di essere un sentimentale.»
«O che la cosa fosse così evidente.»
«Se lo è, lo è solo per te. In genere mi dicono che sono piuttosto freddino.»
«Non mi è mai stata riferita una cosa del genere. Quando chiedo di te, mi dicono tutte che sei sempre gentilissimo.»
«Questo cosa significa?»
«Be'» cominciai ad esitare, intuendo dove portasse il suo ragionamento «io suppongo che, poiché non sono in molti a comportarsi come te, la cosa significasse che tu eri molto … sensibile; e per me a sensibilità è sempre stata associata all'essere sentimentali … non credo si possa essere sensibili senza essere sentimentali.»
«Cosa significa per te “sentimentale”?»
«Uh … che domanda difficile.» Ci penso su un po' «Ecco … direi che un sentimentale è una persona che riesce a … a sentire, in qualche modo, l'ambiente che lo circonda, come … una specie di sintonia con … Oddio!» mi copro la faccia con le mani «che cretinate sto dicendo.»
«Sei una sentimentale.»
Io stavo per ridere, ma lui era serio
«Lascia perdere.» dico allora «Balliamo?»
Mi guarda pensoso.
Mi alzo, corro in camera mia, metto una cassetta in cui avevo registrato, prima di conoscere lui, tutti i lenti che mi piacevano, attivo i diffusori secondari (quelli del salotto) e stacco quelli principali (della mia camera); torno in salotto, levandomi il maglione.
Lui si alza appena entro.
Le sue braccia mi circondano la vita; io con i miei cinque centimetri di tacco sono alta quasi quanto lui, e poggio le mie mani alla sua nuca. Facciamo qualche giro. Le scarpe cominciano a farsi sentire.
Quando finisce il lento, mi stacco da lui.
«Ti spiace se mi levo le scarpe? I tacchi mi stanno uccidendo.»
«Fai.» apre le mani come per chiedere scusa, o piuttosto a significare che mi dà il permesso.
Mi levo le scarpe, lasciandole accanto al divano.
«Non prenderai freddo ai piedi?»
«No, il pavimento è caldo. Vuoi levarti le scarpe anche tu?»
Mi guarda inclinando la testa.
«A che gioco giochiamo?» Poi «Be', almeno se ti pesto un piede non ti uccido.»
Si toglie anche lui le scarpe.
Riprendiamo a ballare.
Mentre balliamo, mi viene in mente una cosa stranissima; gli levo gli occhiali, benché la loro trasparente presenza non mi dia fastidio. Mentre giriamo li lascio cadere sulla poltrona, e torno a guardar lui; gli occhi gli si sono appena socchiusi.
«Non vuoi che ti veda bene?»
«Non ci vedi a questa distanza?»
«Non riesco a vedere tutti i particolari dei tuoi occhi.»
Mi avvicino; lui stringe un po' di più.
«Perché l'hai fatto?» e sento la sua voce bassa e profonda come non mai.
«Voglio che tu mi stringa come fai con Adele.»
«Non la stringo mica; è lei che si appoggia a me.»
Eseguo subito.
Una sua mano lascia la mia vita, stacca un mio braccio e lo solleva un po'.
«A questa distanza si balla così.»
Sento le vibrazioni dei suoi polmoni contro il mio petto mentre parla.
Ho la testa poggiata alla base del suo collo, e percepisco l'angolo della sua bocca che mi sfiora i capelli; sento chiaramente il battito lento e profondo del suo cuore, appena più lento del mio, ma molto più profondo, nonostante la distanza.
«Hai un battito cardiaco stranissimo.»
«Non è il mio battito regolare. Non sono mica comodamente seduto in poltrona a discutere di nulla.»
«Fa sempre così quando balli?»
«Penso di sì; non ci sono mai stato attento.»
«Accetteresti di essere il mio uomo?»
Da lui nessuna reazione; continuiamo a girare.
Mi stacco di colpo. Non ho il coraggio di guardarlo.
«Scusa. Non … non dovevo. È … è stata una cretinata. Ho rovinato tutto. Sono una stupida.»
Mi siedo sul divano.
Lui non si è mosso.
Ho la faccia coperta dalle mani; non riesco a pensare; il mio cuore è impazzito e mi fa male. Tuttavia sento quando lui si muove per recuperare gli occhiali.
Si adagia lentamente sulla poltrona. Mi sta guardando.
Non riesco a piangere; ho il fiato mozzo, e respiro male, quasi singhiozzando; aspetto che lui si alzi e mi lasci sola, per poi tagliare i contatti con più serenità. Lui non fa nulla del genere. Sta lì, forse più scombussolato di me; o forse si aspettava una cosa del genere; ma io non sarò più in grado né di guardarlo in faccia né di parlargli.
Lui si alza. Non lo sento muovere. Si starà allontanando in silenzio. Invece si siede accanto a me. Ed io sobbalzo quando sento il cuscino inclinarsi dal suo lato.
Parla con la voce bassa e profonda di poco prima.
«Sono contento che tu me l'abbia chiesto. Io non avrei mai avuto il coraggio di fare il primo passo.»
Smetto di respirare. Soffoco. Le mie mani scivolano giù. La mia schiena lentamente si raddrizza. Lo guardo senza vederlo; ho gli occhi umidi per il pianto che tentava di venir fuori; e che ne approfitta ora.
Lui poggia la schiena allo schienale del divano.
Sento che il singhiozzo mi scuote tutta; ho la fronte poggiata ai palmi delle mani; le lagrime mi scivolano giù per i polsi.
Quando ho finito di piangere lui mi porge un fazzoletto di carta; mi asciugo gli occhi e mi soffio il naso; poi sto per riscoppiare a piangere; invece lo abbraccio. È bello stare così, fra le sue braccia, poggiando la testa alla sua spalla …
Ci alziamo; il mio piede incontra il cuoio della sua scarpa; se l'è rimesse; ha pensato di andarsene? Mi chino per rimettermi le scarpe anch'io. Mi accorgo di star ancora tirando su col naso.
Siamo in piedi in mezzo alla stanza; la musica continua.
«Sono una stupida.» nascondo il volto nella la sua camicia.
Il fazzoletto è per terra.
«Se è così, sono contento che tu lo sia; saremmo rimasti a girare l'uno attorno all'altra per il resto dei nostri giorni, finendo male in qualche brutto modo.»
«Persona sbagliata?» stavo riguadagnando la mia serenità.
«Probabilmente. O forse nessuno. Non saprei. Forse mi sarei ridotto come Bartleby, lo scrivano di Melville.»
Sorrisi di entrambi.
Eravamo abbracciati in mezzo alla stanza, con la musica che ci scorreva attorno senza che noi le badassimo.
Poggiò la fronte alla mia.
«Un sogno; sono in un bellissimo sogno; non voglio svegliarmi; è troppo …» non disse cosa.
Avevo gli occhi socchiusi. Sentivo il suo lento respiro contro il mio viso. Strofinai la punta del mio naso contro quella del suo, sorridendo pur sapendo che ero troppo vicina perché lui potesse vedere; poi il mio naso scivolò contro il suo e poggiai le mie labbra alle sue.
Il suo respiro cessò di colpo.
Io avevo gli occhi chiusi e nessuna voglia di aprirli. Le mie mani gli carezzarono la nuca. La mia bocca si schiuse. Gli baciai le labbra.
Il suo viso si scostò dal mio.
«Che c'è?» chiesi, ed un nuovo timore si fece strada in me.
«Nulla. Ma non voglio … baciarti a … alla “francese”.»
«Perché?»
Sollevò le spalle.
«Paura per l'alito?» gli sorrisi.
«Forse anche, ma …» Non lo feci completare. La mia bocca raggiunse la sua prima che lui avesse il tempo di chiuderla e la mia lingua scivolò dentro.
Sentii un brivido di piacere salirmi su per la colonna vertebrale quando le nostre lingue si incontrarono; e quando le nostre salive si mischiarono non sentii alcuna ripugnanza.
Quando mi staccai da lui e riaprii gli occhi, nei suoi lessi quasi un mezzo rimprovero, ed una “grazie” nascosto.
«Nessun problema, visto?» gli feci io, con un mezzo sorriso.
Mi pizzicò il mento.
«Sei cattiva.» sorrise.
«Ma ti piaccio così.»
«Già.»
Mi abbracciò strettamente, poggiando nuovamente la sua fronte alla mia.
«Perché si deve sempre far del male a chi si ama?»
«Perché dici così?»
«Nulla. Lascia perdere. Era solo una mia idea … che fosse impossibile raggiungere la felicità assoluta …»
«Perché?»
Fece spallucce.
«Lascia perdere.»
Mi baciò sulle labbra, ma, nuovamente, appena le schiusi, si ritrasse; e disse a denti stretti, ma sorridendo:
«Stavolta non ci casco.»
«Ma perché non vuoi? Non ti è piaciuto? Ti dà fastidio?»
«No, non è questo il motivo.»
«E allora?»
Fece nuovamente spallucce.
«Non mi vuoi “completamente”?» gli chiesi.
«Oh, sì; guarda che la mia idea di amore è molto più possessiva e totale di quanto tu possa immaginare.»
«Non so. Perché non posso immaginarla? È forse diversa dalla mia?»
«Non è solo il fatto di non essere mai stati con nessuno, prima.»
«Infatti non ho mai detto questo.»
«Hai ragione; stavo pensando ad una discussione che ho avuto qualche anno fa con una mia collega …» la stretta si fece sempre più leggera.
«Adele?»
«No, no; un'altra.»
«A che proposito?»
«Anche a proposito del mettersi assieme.»
«Anche?» gelosia?
«È difficile che l'argomento di una discussione sia unico.» ormai mi aveva lasciato libera.
«Semmai al contrario.»
«Quando è unico io lo chiamo “confronto”.»
«Discordo.»
«Vedi, una discussione è sempre almeno su due cose: l'argomento della discussione e cosa si intende con l'argomento. Vedi, spesso le divergenze ci sono perché non si è concordi sul senso che bisogna attribuire alle parole, e si finisce per confrontarcisi su quello; una voltaconcluso questo primo confronto, se ci si mette d'accordo, si passa al confronto sull'argomento. Questa è una discussione “minima”, perché poi può allargarsi ad una serie di argomenti correlati.»
«Quindi la nostra è una discussione sulle discussioni.»
«Perché no?»
«Così. Non mi era mai capitato di discutere sul significato delle parole, prima d'ora.»
«C'è sempre una prima volta … e poi non è vero.»
Già, la discussione su innamoramento e amore …
«Mi ami?»
«Non posso rispondere ad una domanda del genere.»
«Perché?»
«Creso chiese a Solone chi fosse l'uomo più felice della Terra; e Solone …»
«La conosco, la storia; Solone non poteva dire se Creso fosse felice perché ancora non era morto.»
«Ecco.»
Rimasi un po' in silenzio; poi:
«Era la prima volta che baciavi qualcuno?»
«Sì.»
«E come mai hai baciato me, per prima?»
«Sei tu che hai baciato me.»
«Non scappare.»
«Sono qui.»
«Seriamente.»
Rimase in silenzio; distolse lo sguardo.
«Io …» lunga pausa «Ecco …» lunga pausa «È … è una domanda …» lunga pausa «D'accordo, credo di poter … insomma …» sospirò «Sto per dire una cosa stupida.»
Non dissi nulla, aspettando che lui trovasse il coraggio di confessare a me ed a se stesso ciò che provava per me.
Il suo sguardo vagava per la stanza, in cerca di qualcosa.
«Ecco … io … io ho avuto la sensazione … sono rimasto molto … molto colpito da … da te; e ho avuto la sensazione di … di poter …»
Fece una lunga pausa. Poi ricominciò a parlare, dapprima lentamente, poi sempre più veloce.
«Io … io ho sempre sofferto nel leggere i romanzi d'amore; non perché finissero male, ma perché … perché pensavo che non fosse … possibile; non l'amore, ma che si incontrassero sempre persone fatte realmente l'una per l'altra, e che tutto fosse perfetto, ad eccezione della solita tragedia, che non dipendeva mai da loro, ma dalla crudeltà del mondo esterno.
Poi ho conosciuto te, e di colpo ho pensato che avevo trovato una ragazza mia coetanea che era esattamente come doveva essere; mi sono informato su di te, sai, presso Adele e non solo; ho saputo che sapevi essere molto affettuosa e gentile, ma che avresti sempre rifiutato un ragazzo che non fosse perfetto; non mi interessava; pensavo che, se mi avessi accettato, allora eri la persona giusta. Ecco.»
Ed infine, dopo un'altra pausa:
«Sì, credo di poterti amare.»
Il suo sguardo cercò nuovamente il mio. «D'accordo, non sarò un gran parlatore … ma credo che … insomma, ho paura perché … di dover … ecco, so benissimo che tutti i discorsi che faccio sono … sono solo … ideali; e … so bene che crollerebbero a contatto con la realtà; ma …»
«Sono io la tua Beatrice?»
Rimase un po' stordito dalla domanda.
Poi:
«Sì, eri tu quella di cui parlavo.»
«Farò di tutto perché il tuo sogno non crolli.»
«Grazie mille. Ma non penso …»
«Non hai fiducia in me?»
«Sei un essere umano. Va bene, dovrei dirti che sei la mia dea. Ma non te lo dirò perché non ne posso più.»
«Di cosa?»
«Nulla.» Pausa. Poi:
«Va bene; non voglio che tu sia la realizzazione del mio sogno.»
«Perché?»
«Perché non può essere una cosa del genere! Un sogno non può … non si può incontrare un sogno!»
«Perché?»
«Per favore, Laura; basto da solo a sognare.»
«Ma io voglio che tu continui nel tuo sogno. Ti … ti aiuterò a restare nel tuo sogno senza sbattere contro gli ostacoli … ti guiderò io … sarò nel tuo sogno …»
«Per favore, Laura.»
«Guardami negli occhi, G.»
Il suo sguardo si fissò nuovamente nel mio; e chiedeva pietà.
«G, io voglio che tu sia il sognatore che ha rifiutato tutte le opportunità per aspettare il proprio sogno.»
«Come puoi dire che ho rifiutato tutte le opportunità? Come puoi dire se ne ho avute o meno?» aveva gli occhi lucidi, come chi sta per scoppiare a piangere; pensai a ciò che mi aveva detto, alla sua angoscia … sapevo che in quel momento il suo cuore doveva essere stretto in una morsa, e pesante, al punto da fargli male; ma continuai; volevo, dovevo andare fino in fondo; se non per lui, almeno per me. Sapere almeno io cosa volevo veramente; e sapere se era lui il ragazzo che avevo sempre cercato, su cui finalmente scaricare tutto il mio bisogno di dare e ricevere affetto; sapere se era lui il ragazzo con cui condividere silenzi e passioni, sula cui spalla piangere e di cui accettare e consolare le lacrime.
«Tu sei il tipo di persona che … ecco, che è capace di resistere alla tentazione di mettersi con qualcuno per il semplice motivo che sa che non potrà essere definitivo, il rapporto; che è capace di perseguire il proprio ideale fino in fondo.»
«Ti stai facendo un'immagine sbagliata di me. Io non sono mai stato con qualcuno perché … sarebbe stato qualcosa di troppo impegnativo.»
«E adesso allora?»
Il suo sguardo tornò a cercare un appiglio in giro per la stanza.
«Io … io non …»
Tacque a lungo; si sedette. Trasse un profondo respiro, cercando di riacquisire il controllo.
Poi il pianto venne fuori; fu improvviso; si chinò in avanti, e cominciò a singhiozzare, premendo con le dita la #radice# del naso. Poi, bruscamente com'era cominciato, il suo pianto cessò; ed io non ebbi neanche il tempo di consolarlo.
Lui respirò profondamente, si drizzò, s'alzo, ed aprendo le braccia disse:
«D'accordo, dimentichiamo il discorso; e gioisci, poiché mi hai tirato fuori dal vortice della mia depressione.»
Un sorriso si insediò dolcemente sul mio viso; lo sentii nascere spontaneamente, sollevarmi gli angoli delle labbra.
«Dimentichiamo tutto.»
Mi abbracciò nuovamente.
«Ti voglio bene.» mormorò, nuovamente fronte contro fronte con me.
«Anch'io, G. E saremo una coppia perfetta. Saremo la famiglia più felice del mondo; e i nostri figli avranno quella completezza che proviene dalla coscienza di sé, dei propri limiti come delle proprie capacità.»
«E non potranno mai trovare il loro compagno.»
«G!»
«Stavo solo cercando di seguirti nel tuo sogno.»
«Ma l'hai tirato giù!»
«Hai ragione; scusa; non so sognare con i sogni degli altri.»
«Non farmi questo.»
«È vero. Scusami.»
Mi abbracciò strettamente.
Chiusi gli occhi, aderendo completamente al suo corpo; sentivo i miei seni premuti contro di lui … chissà cosa provava lui …
Gli baciai la base del collo, poi le mie labbra salirono lungo il lato, poggiate appena sulla sua pelle, percorsero la mandibola fino al mento e raggiunsero le sue labbra. Un attimo di pausa, poi sentii la pelle del suo viso sfiorare il mio, mentre le sue labbra percorrevano il mio collo; reclinai il capo, abbandonandomi completamente alle sue braccia. La sua bocca scese fino al colletto.
Spogliami, pensavo io, spogliami e continua.
Le sue labbra si staccarono dalla mia pelle. Aprii gli occhi.
«Perché hai smesso?»
Non rispose, e i suoi occhi mi guardavano fissi.
«Era molto bello.»
Il suo abbraccio si era fatto più leggero.
Ricambiai il suo sguardo.
Le sue mani lasciarono i miei fianchi e si chiusero a coppa alla base del mio capo, avvicinandolo al suo.
Il suo viso aveva un'espressione seria, con un fondo di malinconia, e molto concentrata; mi fissava, in silenzio; ogni tanto mi spostava un tantino il viso, come per guardarmi gli occhi da una diversa angolatura.
Dopo qualche minuto di silenzio, cominciai a sentirmi in imbarazzo.
«Che c'è?» chiesi, un po' esitante.
«Nulla.» sospirò lui «Ti osservavo.» sorrise.
Come sottofondo musicale, When a man loves a woman di Percy Sledge.
«Oh, no!» dissi io.
«Non è la musica più opportuna?»
«Suvvia, G! Non dopo quella discussione di poco fa!»
«Quale discussione?»
Ah, già; «dimentichiamo il discorso.»
«Niente, lascia perdere.» ma dal suo sorriso capivo che aveva capito, e che realmente voleva dimenticare la discussione «Ma questa canzone non mi piace.»
«Possiamo anche staccare la musica.»
«Giusto. Bastiamo a noi stessi.»
Mi segue in camera mia. Spengo lo stereo.
«Ecco.»
Qualche attimo di stasi, poi mi siedo sul bordo del letto.
Lui si siede ai miei piedi, con le caviglie incrociate, le ginocchia sollevate e le braccia che abbracciano le ginocchia per evitare che cadano giù. Solleva il capo, guardandomi con gli occhi socchiusi, nella semioscurità della mia lampadina da comodino.
«Stai contemplando la tua dea in attesa di un monito?»
Sorridiamo entrambi. Poi lui risponde:
«No, sto aspettando la sveglia delle sei e trenta.»
Sorridiamo nuovamente. Guardo l'orologio dello stereo. #Appena le nove e mezzo.#
«Be', farai meglio a trovarti un'altra attività, o rischi di rimanere anchilosato, se aspetti nove ore in quella posizione.»
E dopo un po' aggiungo:
«E alle sei e trenta non ci sarà nessuna sveglia.»
«Perché per la domenica la stacco?»
«No, perché io non metto sveglie.»
«E allora?»
«E tu oggi dormirai da me.»
«Ah, sì?»
Scendo dal letto e mi inginocchio di fronte a lui.
«Voglio provare l'emozione di dormire con un uomo.»
«Allora dovresti cercare qualcun altro.»
«Perché?»
«Con me non ci sarà nulla di emozionante.»
«No?»
«Sai, una cosa che io sono sempre stato pronto a scommettere è che sarei riuscito a dormire nello stesso letto con qualunque ragazza senza neanche guardarla … praticamente. E soprattutto senza metterla in imbarazzo.»
«E cosa ti spinge ad essere così sicuro di ciò?»
«Quella famosa autocoscienza …»
Ridacchiamo entrambi.
«Scherzi a parte.»
«Be', avendo tre sorelle femmine, credo di poter dire di avere una conoscenza, benché minima, delle … problematiche femminili.»
«Hm.»
Qualche attimo di silenzio.
«Allora?» faccio io.
«Allora che?»
«Dormi qui o no?»
Soffia un po' col naso, accennando di nuovo di sì con la testa, con quel suo strano modo di ridacchiare quando sta soppesando una questione. «`Cidenti. Vai sul difficile.»
«E ancora non sai cos'ho intenzione di chiederti dopo.» non sapevo cos'era a farmi parlare. Ma lui sembrava non badarci.
«Lo temevo.»
«E come ti sei premunito?»
«In nessun modo.»
«E allora?»
«Vuoi una risposta?»
«Tu che dici?»
Non risponde. Poggia la schiena al letto.
«Posso sapere come t'è venuta questa idea?»
«Così; m'è venuta …»
«È come se tu volessi … recuperare il tempo perduto.»
«Che strana idea … come se avessi perso tempo …» sorrido.
«Ridicola, vero?»
«No, no, mi piace molto! Anzi, mettiamola proprio così.»
Sorride anche lui.
Il dorso della sua mano mi sfiora la guancia.
«Mi sembra che il nostro rapporto si basi troppo su sogni, fantasia e finzioni. Non ti pare?»
«Tutti i rapporti si basano su questo; almeno, noi ne siamo coscienti.»
«Ottima risposta.»
«Ora prepariamoci per la notte.» mi alzo decisa, imitata da lui molto più lentamente «Che pigiama vuoi?» apro l'ultimo cassetto dell'armadio, facendomi da parte.
«Come stiamo a temperatura?»
«Puoi scegliere tra quaranta e quindici gradi!» lo schernisco.
«Mi sembra di capire che hai il piumone; quindi dovrebbe andar bene anche un pigiama non troppo pesante. Ma mi starà?»
«Preferisci una camicia da notte?»
Di nuovo quel suo sbuffo di riso.
«Be', per quella i problemi di lunghezza sono minori.»
«Ma le mie camicie da notte sono tutte femminili, mentre ho anche questo pigiama » e lo tiro fuori «che è maschile.»
«Preparato per l'occasione?» mi schernisce lui.
«Spiritoso.» gli porgo il pigiama; lui lo prende e lo adagia sul letto, stendendolo per benino per guardarlo. Io frugo ancora nel cassetto e ne estraggo una camicia da notte.
Gliela mostro.
«Indecente.» fa lui con finto disprezzo. Poi sorride.
Sorrido anch'io.
«Solo perché è semitrasparente? Ma dovresti vedere come mi sta bene!»
«O meglio come le stai bene tu.»
«Cosa vuoi dire?»
«Che in questi casi non è il vestito a star bene alla persona, ma al contrario.»
«In quali casi?»
«Quando la persona è più visibile del vestito.»
«Idiota.» faccio io.
«Indubbiamente.» lui pacato. «Ti odio.»
«Anche.»
«Come anche?»
«Non solo.»
«Finiamola.»
«Come vuoi.»
Sbuffo spazientita. Lui solleva il pigiama e si incammina verso la porta della stanza.
«Dove vai?»
«Credevo il pigiama me lo avessi dato perché me lo mettessi.» si volta verso di me; incontra il mio sguardo; non so che sguardo fosse, con precisione, ma lo fermò.
Si volta completamente, poi torna verso di me e si siede sulla sponda del letto.
Mi avvicino a lui; esito; mi siedo sulle sue ginocchia. Lui non dice nulla; non mi guarda neanche; fissa un punto da qualche parte sull'armadio di fronte. Gli cingo le spalle con il braccio destro.
«Ti dà fastidio?» mormoro.
Sospira; scuote la testa; poi:
«No …» Pausa «Non so …» Pausa «Non credo.»
Sospira di nuovo.
La mia mano sinistra si arrampica lungo la bottoniera della sua camicia. Sgancio il primo bottone, poi anche l'altra mano raggiunge la prima, e mi concentro su quel semplicissimo movimento: sbottonare, scendere, sbottonare, scendere … percepisco la sua tensione. Sollevo appena le sue braccia, giusto quanto basta per sbottonare i polsi. Mi alzo; si alza; spingo indietro la camicia che scivola giù, a terra, scoprendo una canottiera di cotone.
Le mie mani sfiorano le sue braccia. Ha i muscoli contratti; mi domando se non ho forzato i tempi; ma non mi rispondo: le mie mani sollevano le sue, e le portano al mio collo. Anche lui mi sbottona la camicia, lentamente, sfiorandomi i seni per il terzo bottone; quando finisce, la spinge indietro leggermente. La sento che mi scorre sulle braccia prima di cadere a terra.
Sotto ho solo il reggipetto, e sento anch'io i miei muscoli contrarsi. Ma non per il freddo, poiché freddo non c'è. Tensione. Paura?
Le mie mani liberano la sua canottiera dai pantaloni, e scorrendo sulla sua pelle la tirano su, fino alla testa; lui solleva le braccia, e anche la canottiera è a terra. C'è qualcosa di fresco, sulla sua pelle; non è solo il deodorante. Mi chiedo cos'è, e nel frattempo le mie mani guidano le sue sui miei #fianchi#, all'altezza del seno.
«Dormi senza?» mi chiede, un po' sorpreso.
«Già.» faccio io.
Le sue dita scorrono lungo la banda posteriore del mio reggipetto, e lo slacciano; piego le spalle in avanti; il reggipetto scivola a terra.
I suoi occhi sono fissi nei miei, vogliono e non vogliono scendere.
«Guarda.» bisbiglio.
Il suo sguardo scivola giù, ma siamo troppo vicini; faccio un passo indietro; la caviglia sposta indietro la camicia, non vuole calpestarla.
Mi guarda, ed io non sento nessun imbarazzo. Non sono neanche più fiera del mio seno come lo ero quella sera. Semplicemente, serena.
Guardo il suo petto. Ha qualcosa di strano, perché non è largo, e i muscoli sono appena disegnati; eppure ai lati del torace, e dapprima li scambio per costole, ci sono dei piccoli muscoli tesi; gli carezzo le spalle. Ha i dorsali molto più robusti dei pettorali, e questo è uno dei motivi per cui sta sempre appena curvo in avanti, come se cercasse di proteggersi. Il mio sguardo torna al suo petto, e segue la striscia di pelo che parte da un ciuffetto disordinato all'altezza dei capezzoli per sparire nei pantaloni, dopo aver attraversato tutto il suo busto; la carezzo, sorridendo, percorrendola dal petto fino alla fibbia della cintura.
La mia mano indugia appena, poi scivola via.
I nostri sguardi si incrociano nuovamente.
«Ti dà fastidio?» chiedo nuovamente, in un sussurro.
Scuote la testa e sospira, esitante.
«Troppo presto?»
«Non so. Forse sì; o forse no … come …?» scuote la testa, come per schiarirsi le idee.
Il dorso della mano sinistra scorre sulle mie guance, compiendo un arco che mi sfiora anche il mento.
La mano non è liscia e morbida: la sua pelle è dura ed ha qualcosa di ruvido. Gli prendo la mano con entrambe le mie, e la guardo attentamente; ha dita non lunghe, ma neanche tozze; con un'idea di agilità nascosta; il palmo ha un colore strano, che tende all'olivastro; con i pollici massaggio l'incavo della sua mano; la riporto al mio viso, poggiandovi contro la guancia; la bacio. Poi le restituisco la libertà.
Le mie mani sfibbiano la sua cintura, sbottonano i pantaloni e aprono la cerniera. Mi inginocchio, gli slaccio le scarpe; per reggersi meglio in equilibrio, quando alza la gamba per permettermi di sfilargli la scarpa, lui si poggia delicatamente alla mia spalla. Così per entrambi i piedi.
I jeans sono scivolati a mezza gamba.
«Siediti … » suggerisco.
Lui si siede sul bordo del letto. Gli sfilo i pantaloni; ha gambe robuste, pelose. Se le guarda lui stesso; sembra imbarazzato; le carezzo in contropelo; ha un brivido.
Gli levo anche le calze. Anche per i suoi piedi, la stessa sensazione di freschezza delle spalle.
«Cosa usi, dopo la doccia?»
«Borotalco.»
«Anche tu!»
Gli carezzo le gambe, delicatamente. Sento il suo respiro controllato; guardo il suo inguine; autocontrollo quasi totale; quasi …
Poi siamo di nuovo in piedi.
Le sue mani alla mia vita. Con due dita mi sbottona il bottone sul fianco, e la cerniera si apre quasi da sola. La mia gonna scivola giù. Ne esco fuori. Mi sento un po' ridicola, in mutande e con le scarpe con i tacchi. Si inginocchia ai miei piedi. Mi poggio a lui; sù una gamba, via una scarpa; sù l'altra, via l'altra scarpa.
Ho solo le calze, autoreggenti, e le mutandine.
Le sue mani risalgono lungo la mia gamba destra, una all'esterno e l'altra all'interno.
Chiudo gli occhi, immaginando che le mani continuino, sù, sempre più sù … e invece si fermano all'elastico, e scivolano nuovamente giù, con la calza. Lo stesso per l'altra gamba. Mi sto eccitando. Mi sento rimescolare.
«Hai gambe bellissime.» mi bacia le ginocchia.
Si alza.
Ci guardiamo negli occhi. Ridacchiamo entrambi.
«Ora il pigiama.» faccio io. Lui si siede nuovamente sul bordo del letto; gli infilo il pigiama, prima una gamba e poi l'altra; lui si alza; gli tiro sù i pantaloni. Penso che forse lui staringraziando il cielo che questi hanno l'elastico, e nuovamente mi prende il dubbio di star forzando i tempi.
Gli infilo anche la giacca del pigiama, ed ho finito il mio compito. Ora tocca a lui.
Prende la camicia da notte, la solleva guardandola in controluce, poi la stende davanti a me, e commenta:
«Ti ci vedo attraverso anche così.»
Poi la arrotola e la solleva sopra il mio capo; sollevo le braccia, e lui mi aiuta ad infilarla; la stende, scotolandola leggermente.
Mi guarda, con il capo reclinato su una spalla, e commenta:
«Be', è come se non ce l'avessi.»
«Esagerato.»
«D'accordo; è come se avessi un maglione a collo alto.»
«Idiota.» mi giro di scatto e mi arrampico sul letto, stendendomi sul piumone a pancia in giù; lui mi segue, stendendosi alla mia destra. Poggia lentamente la testa sul proprio cuscino, voltato verso di me a guardarmi negli occhi; le sue braccia si infilano sotto il suo cuscino, a sorreggerlo; d'improvviso lui si solleva, tira il cuscino verso di sé e prende in mano il pigiama che c'era sotto, quello che avevo usato fino al giorno prima.
«Che è sta robba<!-- L'errore è voluto -->?» fa, con dueb'
e con espressione schifata, ma in cui si indovina la risata.
«Il mio pigiama!» esclamo io, e mi sollevo in ginocchio, cercando di strapparglielo di mano.
Lui lo allontana di scatto, poi lo nasconde dietro la schiena; io sono seduta sui miei talloni, in ginocchio, sovrastando lui che è steso su un fianco, voltato verso di me.
«Ridammelo!»
«No.» lo lascia; mi getto su di lui, ma lui si sdraia sulla schiena — e sul mio pigiama.
Cerco di tirarlo via, senza riuscirci; poi mi viene un'idea; le mie dita cominciano a ballare sulla sua pancia, e così scopro un suo punto debole: soffre il solletico.
Scoppia a ridere, solleva le ginocchia per cercare di proteggersi la pancia, e nel frattempo, tra le risate:
«No … ah ah ah … non vale … il solletico no …» e cerca di afferrarmi le mani, ma le mie sono troppo veloci, mentre io rido con lui, senza smettere di torturarlo.
«Va bene … va bene … mi arrendo … mi arrendo!»
Lo lascio; lui si volta su un fianco, in posizione semifetale; io prendo il pigiama, trofeo della mia vittoria, lo appallottolo e lo getto ai piedi del letto, a raggiungere gli altri nostri vestiti.
Lui mi guarda stupito.
«Come! Mi hai fatto patire le pene dell'inferno per buttarlo via!? Adesso ti faccio vedere io!»
Si alza di scatto a sedere anche lui. Io afferro il mio cuscino e glielo sbatto in faccia, ridendo; lui incrocia le braccia davanti al viso, ridendo anche lui, e cerca di afferrare il cuscino; ma io sono veloce a tirarlo indietro e mi preparo ad un nuovo colpo; lui rotola via, afferra il suo cuscino e con quello para il mio colpo; poi passa al contrattacco.
Poco dopo, mi ha costretto in un angolo ai piedi del letto; io non posso più raggiungerlo, ha braccia troppo lunghe e mi colpisce da una distanza per me eccessiva. Allora, alzando il cuscino e frapponendolo fra me e i suoi colpi, grido ridendo:
«Basta, basta! Mi arrendo, mi arrendo! Getto le armi!»
Il suo cuscino non mi raggiunge più; mi affaccio timidamente: sta con il cuscino alzato, in attesa; allora gli getto addosso il mio e subito dopo mi getto su di lui. «Ah, traditrice!»
Rotoliamo avanti e indietro per qualche secondo, e poi siamo entrambi fermi, abbracciati ai nostri cuscini, ansimanti.
Ogni tanto un piccolo scoppio di risa mio o suo; non riusciamo più a guardarci negli occhi.
«Ora basta, rimettiamoci composti.» faccio io ad un certo punto.
Rimettiamo tutto a posto, e siamo nuovamente sdraiati l'uno accanto all'altra, e guardiamo il soffitto tenendoci per mano.
Poi lui si volta verso di me; io seguo il suo movimento con la coda dell'occhio sinistro, poi torno a guardare il soffitto.
«Hai un profilo stupendo.»
Io chiudo gli occhi e accenno un sorriso.
Il suo indice sinistro si poggia delicatamente sulla mia fronte, alla radice dei capelli, e comincia a scorrere verso il basso, tra gli occhi, sul naso, sulle labbra; scivola giù per il collo fino alla fossetta del giugulo, e qui esita. Io respiro profondamente, aspettando che il suo dito ricominci.
Ancora un attimo di esitazione, poi il suo dito ricomincia, scivolando ora sulla mia camicia da notte ed inoltrandosi nel solco tra i due seni; non sento più la sua pelle a diretto contatto con la mia, ed è come se mancasse qualcosa.
Il suo dito arriva all'ombelico, e qui esita ancora. Poi compie pochi altri centimetri, fino al bordo delle mie mutandine, e il suo tocco svanisce.
Cerco di richiamarlo, risentirlo, ma è solo una sensazione diffusa, insolita, indescrivibile a vagare per il mio corpo.
Riapro gli occhi con un sospiro. Mi volto sul fianco sinistro, in posizione semifetale, con la mano sinistra sotto il cuscino, a guardarlo.
Lui mi carezza dolcemente i capelli; chiudo nuovamente gli occhi, e c'è solo il suo tocco delicato. Il mio respiro si fa sempre più lento; poi, ad un tratto le sue mani si staccano da me; le sue labbra sfiorano la mia fronte e lui sussurra:
«Buona notte.»
Lo sento che si ridistende; dopo qualche secondo apro gli occhi: è disteso come me, ma sul fianco destro, e mi guarda.
Gli sorrido:
«Non stavo dormendo.»
Sorride anche lui.
«Già.»
Poi si raddrizza di scatto.
«I denti!»
«Cosa?»
«Ho dimenticato di lavare i denti.»
«Anch'io.»
Scendo giù dal letto, imitata da lui.
«Non dirmi che hai uno spazzolino anche per me.»
«Ho sempre uno spazzolino in più; ed in questo caso posso anche darlo a te, non ti pare?»
«Dovrebbe?»
Siamo in gabinetto, ed io dall'armadietto accanto al lavabo prendo uno spazzolino sigillato. «Ecco. Ti piace verde?»
Fa una stana smorfia arricciando la bocca, socchiudendo gli occhi e sollevando la testa per guardarmi più dall'alto in basso.
«Questa faccia non l'ho capita.»
Ridiamo entrambi; poi lui torna serio e spiega:
«Era una domanda da farsi?»
Faccio spallucce, sempre sorridendo:
«Era per conoscere i tuoi gusti; ti darei questo spazzolino indipendentemente dalla risposta.»
«Comunque il verde mi piace.»
«Bene; ecco.» gli porgo lo spazzolino, che lui prende tra indice e pollice, come sospettoso.
«Non è infetto;» lo rassicuro prendendo il dentifricio «hai visto tu stesso che era sigillato.»
«Non vedo l'ora che tu cominci a lavarti i denti e chiuda quella maledetta boccaccia, invece di criticare ogni espressione del mio viso.»
Gli sorrido e comincio a lavarmi i denti; e, prima di sciacquarmi la bocca: «Guarda che posso benissimo parlare mentre mi lavo i denti.» e mi sciacquo la bocca.
«Ora tu.» gli porgo il dentifricio.
Lo osservo mentre si lava i denti, operazione che lui conduce con calma, dopo essersi rimboccato le maniche, atto che mi fa sorridere. Dopo due minuti sciacqua lo spazzolino, ed infine la bocca.
Appena si raddrizza, gli tiro i baffi.
«Ahi! Che ti salta in mente?»
«Così …» faccio spallucce.
Lui si asciuga la bocca e si volta nuovamente a guardarmi; io lo fisso dritto negli occhi. Lui regge lo sguardo, e con la mano destra picchetta sul bordo del lavabo. Poi:
«Scommetto che so cosa stai per fare.»
«Indovinato.»
La mia bocca aderisce alla sua; ma stavolta accetta il bacio alla francese, dopo qualche attimo di resistenza.
Improvvisamente nasce in me un pensiero. I'm kissing a perfect stranger. E in quel momento lui si stacca di colpo da me. Fa un passo indietro. Si siede sul bordo della vasca. Poggia i gomiti sul bordo del lavabo; la fronte sui palmi delle mani.
«Che c'è, G?»
Lui scuote la testa.
«Tutto; tutto; Cristo santo, ho sbagliato tutto.»
«G, che hai?»
Ma lui scuote solo la testa.
I'm kissing a perfect stranger.
Un perfetto sconosciuto. Un … perché non una?
«G, dimmi il tuo pensiero.»
Solleva lo sguardo.
«Neanche questo! L'unico punto su cui credevo di essere d'acciaio, di poter durare nonostante le richieste di … del mio corpo. Neanche questo!»
«G, perché ti sei staccato da me?»
«Tu … tu sei una perfetta estranea, per me! Non conosco nulla, nulla! Io …»
«G, in che lingua l'hai pensato?»
Scuote la testa, senza sollevare lo sguardo.
«Che significa, in che lingua?»
«In che lingua? Italiano, francese …»
«Inglese.»
I'm kissing a perfect stranger.
Telepatia?
«Perché me l'hai chiesto?»
«Nulla … io … subito prima che tu … ti staccassi da me ho pensato … ho pensato esattamente la stessa cosa: I'm kissing a perfect stranger.»
Mi guarda strano.
«Non vedo perché dovrei crederti.»
«Mi credi capace di simili sotterfugi per … adescarti?»
Mi volto ed esco dal bagno in una furia, ma non sono arrabbiata; mi è solo venuta idea.
Il mio dito scorre rapidamente i compact disc fino ad Eye in the sky degli Alan Parsons Project; pochi secondi dopo Gemini si diffonde per la casa.
Poco dopo lui si affaccia alla porta della camera.
«Vero; sono questi i tuoi sotterfugi; non quelli di dire di pensare come me.»
«Non è un sotterfugio.»
«No; è solo un modo per manifestare il proprio pensiero.»
«Perché dici questo?»
«Perché lo penso.»
«Pensi che io non sia in grado di manifestare a parole il mio pensiero?»
«Uno: non ho detto questo, ma che usare le canzoni degli altri è un modo per esternare ciò che si pensa.
Due: ci sono pensieri che neanche Edgar Allan Poe può esprimere a parole.»
«Ti dirò che ho colto il riferimento.»
«E figurarsi.»
«Ora sei tu che sei diventato acido.»
«Succede.»
«Già.»
Spegne lo stereo, e si siede ai piedi del mobile su cui esso è poggiato, rivolto verso il letto, su cui sono seduta io.
Un lungo silenzio.
«G, io so cosa stai pensando. Ho capito cosa cerchi. E voglio che tu sappia cosa penso io. Io penso che tu sia l'unico ragazzo che … con cui io possa dividere il resto della mia vita; e penso anche di essere l'unica ragazza con cui tu possa dividere il resto dei tuoi giorni; e penso che anche tu lo creda; ma che tu abbia paura; hai avuto paura perché hai perso il controllo, perché una volta tanto hai seguito il tuo istinto; ma tu sai di essere andato troppo oltre; e ti stai rodendo il fegato per nulla.»
Mi alzo, avvicinandomi a lui.
«Perché non vuoi fidarti del tuo istinto, G?»
«Se avessi dovuto fidarmi del mio istinto, sarei già stato con tutte le ragazze che ho conosciuto, più o meno … d'accordo, solo con quelle che avessero accettato, due o tre, non di più … ma io sono fatto così, non posso farci nulla … vedo quasi sempre qualcosa di positivo, quasi in ogni ragazza.»
«E in me? Cosa ci vedi in me di positivo?» Mi guardò, dal basso in alto; ero in piedi accanto a lui, che non si era mosso.
«Non essere ridicola. Uno: mi sembra di aver già detto che per me sei una perfetta sconosciuta.
Due: non ne parlerei certo con te. Non ne parlerei con nessuno, se è per questo; ma in particolare non ne parlerò con te.»
Mi accoccolai vicino a lui.
«Mi chiamo Laura F.; sono studentessa di lettere classiche, iscritta regolarmente al quarto anno, sto preparando la tesi; non sono mai stata con alcun ragazzo, né fisicamente né … nel senso usuale del termine, sia perché ho sempre pensato ad un rapporto duraturo e se possibile definitivo, e sia perché non ho mai incontrato un ragazzo con cui poter stabilire un rapporto abbastanza profondo. Sono innamorata di te e penso e spero di poterti vivere accanto e formare con te una famiglia; sono per l'educazione non repressiva;» uno sguardo in tralice da parte sua «sono politicamente di sinistra, anche se non estremista; sono appassionata di filosofia; conosci abbastanza il mio background culturale. So anche che il miglior modo che avrei per dimostrarti che siamo fatti l'uno per l'altra non posso utilizzarlo.»
«E quale sarebbe?»
Lo guardo fisso negli occhi, ma non dico nulla.
Mi restituisce lo sguardo.
Io:
«Sono o non sono la tua donna?»
Distoglie lo sguardo. Insisto:
«Voglio farti osservare, visto che sei in pieno raziocinio, che ormai hai bruciato tutte le possibilità di un rapporto da pari a pari con un'altra eventuale … anima vergine.»
Mi guarda nuovamente, stringendo gli occhi.
«Non tutte, comunque; e da dove l'hai pescata quest'espressione?»
«L'ho sempre usata per indicare una persona nella situazione mia o tua fino a oggi pomeriggio.»
«Hm.»
«Allora?»
«Allora che?»
«Hai finito?»
«Finito che?»
Non rispondo. Invece, mi alzo e torno a sedermi sul bordo del letto. Dopo un po', lui sospira e chiede:
«Che ore sono?»
«Appena le dieci.» rispondo guardando l'ora sul display dello stereo.
«Hm. Non mi sento troppo stanco.»
«Ma sarebbe comunque ora di coricarsi.»
«Esatto.»
«Bene.»
Do il buon esempio, coricandomi.
Lui si stende accanto a me.
«Dammi il bacio della buona notte.»
Si china a baciarmi la fronte, ma io lo afferro alla nuca e lo costringo a baciarmi sulla bocca. Dapprima cerca di opporre resistenza, ma d'un tratto cede.
Dolcemente si abbassa su di me, rilassandosi; sento il peso del suo busto per metà sul mio; le mie mani scendono giù per la sua schiena e risalgono sotto la giacca del pigiama, carezzandogli il dorso. Dopo qualche secondo, anche la sua mano sinistra scivola lungo il mio fianco, fino al bordo della vestaglia, per risalire carezzandomi la coscia e poi sù …
«Aspetta …» mormoro.
Si stacca da me, sdraiandosi sul fianco.
Mi metto in ginocchio, seduta sui talloni; gli porgo la mano; lui la prende e si siede come me, di fronte a me; gli sfilo la giacca del pigiama, e comincio a sfilargli i pantaloni; si siede; tiro via i pantaloni, e aspetto. Lui si rimette in ginocchio davanti a me; le sue mani si poggiano sulle mie cosce, risalendo lentamente, sfilandomi la vestaglia; sollevo le braccia per aiutarlo, e il suo tocco leggero su di esse mi fa rabbrividire.
La vestaglia è a terra.
Mi sollevo sulle ginocchia, e lui mi imita. Poggio le mani sui suoi fianchi, appena più sù delle mutande.
Lui scuote un attimo la testa. Lo guardo reclinando il capo. Lui ha un brivido. Scendo dal letto. Lui mi segue. Decido che questo è il suo nulla||osta. Gli sfilo le mutande. Mi chino per accompagnarle giù; le sue gambe si alzano a turno per sfilarle via. Allontano le mutande. Guardo il suo sesso. Adesso è calmo. Sento quasi il suo imbarazzo. Mi alzo, e vedo che è arrossito; ma il suo respiro è lento e profondo, ed ha il controllo del proprio corpo. Prendo le sue mani e le poggio alla mia vita. Mi sfila le mutande. Si china per accompagnarle giù; le mie gambe si alzano a turno per sfilarle via. Allontana le mutande. Guarda il mio pube. Ed il suo controllo cede. E mentre si alza, vedo il suo sesso inturgidirsi e rizzarsi. In piedi, fronte contro fronte, guardiamo i nostri corpi. Vedo la sua erezione, e so che questo lo imbarazza. La mia mano vuole carezzarla, ma mi trattengo. «Non mi sembra quasi giusto.» bisbiglio. «Cosa?» «Che tu non possa ammirare il mio sesso come io il tuo.» Lo guardo negli occhi; il suo rossore sta sparendo. Mi allontano da lui; mi arrampico sul letto; mi corico supina, poi mi sollevo un po' poggiandomi ai cuscini; piego le ginocchia, con le cosce divaricate. Scivolo un po' più giù. I miei piedi sorpassano il bordo. Si inginocchia ai piedi del letto; le mie caviglie poggiano sulle sue spalle; mi avvicino ancora; lui poggia il braccio sinistro al letto e sul gomito poggia il mento, guardandomi la vulva. Ridicolo: non mi ricordo neanch'io come sono fatta; ricordo che mi piaceva guardarmi con uno specchietto quando mi masturbavo, le prime volte; ma è passato tanto tempo … dieci anni? Più o meno. «Vuoi … esplorarmi?» sussurro, fissando il tetto. Torno a guardare lui; ha liberato il braccio sinistro dal peso della testa; si umetta le dita. Torno a guardare il tetto; chiudo gli occhi; sento la punta delle sue dita che mi percorre la vulva, partendo dal basso, a fior di labbra; appena mi sfiora la clitoride ho un sussulto. Si ferma. Allontana le dita. «Ti ho fatto male?» Mi viene quasi da ridere. Sorrido. «No. Continua. È molto bello.» Le sue dita poggiano nuovamente sulla mia vulva; premono un po' di più; capisco di essere troppo tesa. Cerco di rilassarmi; schiudo la bocca; anche i muscoli della vulva si allentano, e sento che le sue dita scivolano dentro la vagina; sussulto; lui si ferma un attimo, poi continua; spero che l'imene non sia un problema. Ma il piacere cresce, e dimentico subito tutto il resto. Sento le sue dita scorrere cautamente dentro di me, sfiorare delicate le pareti della mia vagina. Gemo. Le sue dita si fermano un attimo; poi invertono la rotta, e scivolano fuori; sento di essere bagnata, dentro quanto fuori; appena è uscito, riapro gli occhi. Lo guardo; si succhia le dita che mi hanno esplorato. Come può? «Vieni anche tu sul letto …» Scuote la testa. «Non ancora.» Immerge la testa fra le mie gambe. Poggia le labbra a quelle del mio sesso. Poi sento che le schiude, e che la sua lingua cerca di entrare. «No!» tutti i muscoli mi si contraggono; mi tiro su; gli afferro i capelli, senza tirarli. La sua testa si solleva un attimo. Mollo la presa. «Perché no?» «No … non voglio …» «Cosa?» «Che tu mi … mi lecchi.» «Perché?» «È … è una cosa … non voglio.» Scuote la testa. La sua lingua forza le labbra della mia vagina. Chiudo gli occhi e crollo nuovamente sdraiata; cerco di rilassare i miei muscoli, concentrandomi sulle sensazioni provocate dalla sua lingua dentro di me; ma queste sono coperte da quelle della clitoride, sfiorata dalle sue labbra. La mia eccitazione cresce; sento di aprirmi sempre più; poi sono presa dal terrore di avere l'orgasmo mentre ancora la sua lingua è in me. «Ti prego …» gemo. Le mie gambe sono serrate introno al suo collo; anche se volesse staccarsi, forse non potrebbe. Le mie dita, che fino ad un attimo prima hanno tormentato il lenzuolo, si infiltrano tra i suoi capelli. Poi sento un'onda di calore diffondersi per tutto il corpo; mi abbandono ad essa, che è dolce e piacevole; quando l'onda di piacere arriva al sesso, sento che i muscoli vibrano attorno alla sua lingua. Il calore completa il suo viaggio. Sono totalmente abbandonata. La sua bocca ha lasciato il mio sesso subito dopo il mio orgasmo, ed io ho sentito la sua lingua che mi sfiorava la vulva come per asciugarla. Socchiudo gli occhi. «Vieni qui …» gli sussurro appena. Si sdraia accanto a me. Mi giro verso di lui, che commenta: «Nessun problema, visto?» Riesco a stento a rispondergli: «Non dirmi che l'hai fatto solo per vendetta …» «No.» «Ma anche.» «Forse.» «Scemo.» sorrido. Mi sento un po' infiacchita. «Intelligente.» mi abbraccia e mi bacia i capelli. Mi coccola; e canticchia: Ninna nanna, ninna oh Questa bimba a chi la do? Se la do alla befana Se la tiene una settimana; Se la do all'orso nero Se la tiene un mese intero; Se la do all'orso bianco Tace. Dopo un po' riesco a riemergere dall'abbandono a cui mi ero lasciata. «Be'?» «Non mi ricordo come continua.» «Eh … è la vecchiaia!» Si solleva su un gomito. Mi afferra le guance tra pollice e indice e le stiracchia. «Guanciotte … non sono molto più vecchio di te.» mi lascia le guance. «Quanti anni ho?» gli chiedo. «Come faccio a saperlo?» Scatto sù e lui ricade sdraiato; mi sdraio a pancia in giù, perpendicolarmente a lui, per metà sul suo petto. «E allora come fai a dire che non sei più vecchio di me?» «Innanzi tutto tu non sei vecchia. Al massimo posso essere meno giovane …» «Pignolo.» «E comunque tu non hai più di venticinque anni … anzi, secondo me ne hai di meno.» «E tu?» «Appena più di venti.» «Ventuno?» Annuisce. E aggiunge: «Appena compiuti.» «Sei ancora un bambino!» «Sì, mamma.» «E ancora in pieno complesso di Edìpo.» «Mi piace come metti gli accenti.» «Eh, che vuoi, noi classicisti …» faccio io. «Già, già … voi classicisti …» «Guai a te se mi sfotti.» «Come! Sfotterti io!? L'unica volta che sono d'accordo con te, e non ti va!» «Scemo.» gli tiro un finto pugno sul fianco, mentre lui cerca di allontanarsi. «Non scappare!» gli ordino «Dobbiamo ancora saldare i conti, noi due!» «Quali conti?» fa lui con aria innocente. «Sai benissimo di cosa parlo.» «Può darsi; ma non a livello cosciente.» Mi corico su di lui; sento la sua erezione contro il mio corpo. Rimaniamo a guardarci in silenzio. Non sorridiamo più; il suo sguardo acquista di nuovo la malinconia che lo caratterizza quando è serio. Scivolo un po' più su, e la mia faccia è esattamente all'altezza della sua. Lo bacio. Stavolta lui spontaneamente schiude le labbra; la sua lingua cerca la mia. La sua bocca ha adesso un sapore diverso; dev'essere perché al suo si è aggiunto il mio. Le sue mani mi carezzano la schiena con ampi movimenti circolari, dalle spalle ai glutei e ritorno. Stacco la bocca dalla sua per respirare; lui continua a baciarmi: tanti piccoli baci su tutta la faccia, sul collo; scivolo ancora più su; lui continua a sbaciucchiarmi; rotoliamo; ora io sono sotto, e lui con la faccia affondata tra i miei seni. «Succhiali.» «Non hai latte.» Sorridiamo tutti e due. Poi lui esegue. La sua bocca sale lungo il seno; sento le sue labbra chiudersi delicatamente intorno al mio capezzolo destro. «Povero bimbo mio.» gli carezzo la testa mentre succhia. Le sue mani carezzano dolcemente il seno, sempre più lentamente; sta facendo di tutto per eccitarmi di nuovo; e ci sta riuscendo perfettamente. Comincia a mordicchiarmi il capezzolo; gli afferro i capelli; lui solleva la testa. «Ora basta.» gli dico. «Come vuoi.» torna a sdraiarsi accanto a me. Restiamo a guardarci negli occhi. Guardo i suoi con attenzione; mi sembrano stupendi, e non si potrebbero dire carichi di difetti come invece sono: limpidi, ben disegnati, vivi. Anche lui mi guarda gli occhi con attenzione. «Ci si potrebbe affondare all'infinito, nei tuoi occhi.» commenta «Sono dei pozzi sull'eternità.» «Mi dispiace, ma non sono in grado di dire cose altrettanto belle; ma i tuoi occhi le meriterebbero.» «Oh, sono sicuro che ti vengono in mente frasi bellissime, ma che tu credi troppo sciocche.» «Chiudi quella boccaccia.» gliela chiudo io con la mia, e la mia lingua scivola nuovamente nella sua bocca. Nuovamente quel sapore … «Hai un sapore diverso da quello della prima volta.» «Può darsi.» «Un sapore che sa molto più di eccitazione.» «Può darsi.» «È l'unica cosa che sai dire? E non rispondere “può darsi” o ti spacco la faccia.» Ridiamo tutti e due. Poi io ricomincio: «Io dico che è perché tu mi hai leccato.» «E se anche fosse?» «Devi sciacquarti la bocca.» Si tira su a sedere. «Vado e torno.» «Eh, no!» mi butto su di lui. Lui ricade giù ed io mi sdraio nuovamente su di lui «Non con l'acqua, ma così.» Salivo. «Oh, no!» lui getta la testa all'indietro e schiude le labbra. Faccio colare la saliva dalla mia alla sua bocca. Lui la prende, ma non inghiotte. Mi guarda fissa. «Vuoi restituirmela?» gli chiedo. Annuisce. Scuoto la testa sorridendo. Lui alza un sopracciglio e socchiude gli occhi, come a dire: “Ah, no? Vedremo!” Mi afferra per le spalle. Io rido e scalcio: «No! No!» Rotoliamo sul letto, avanti e indietro. Quando ci fermiamo io sono sotto e lui ha il naso contro il mio. Aspetta che io apra la bocca; e nel frattempo saliva anche lui. Schiudo le labbra. La saliva cola nella mia bocca; il piacere è tale che mi dimentico di non inghiottire. «Oh, mi dispiace!» faccio. «Non fa niente.» scende da me e si stende al mio fianco. Salgo su di lui, abbracciandolo; le sue gambe sono tra le mie. «Cosa posso fare, per farmi perdonare?» Lui tace e mi guarda con quel suo sguardo malinconico. Sono indecisa: mi sento eccitata, e sento la sua erezione contro il mio pube, ma temo quasi di rovinare tutto; e un po' mi arrabbio con lui che lascia sempre a me l'iniziativa: almeno mi dicesse di non farlo … Senza staccarci, ci corichiamo sul fianco, nuovamente guardandoci negli occhi. «Perché lasci sempre a me tutte le responsabilità?» «Perché sono un vigliacco.» «Ma hai il coraggio di ammetterlo.»Lui sospira. Mi carezza dolcemente i seni.
Io scivolo nuovamente verso l'alto, finché la sua erezione non sfiora le labbra del mio sesso. Mi fermo. Le sue mani scivolano sui miei fianchi fino alle anche. Io comincio a tornare giù, e sento il pene premere contro il mio sesso. Schiudo le labbra, ed il mio sesso risponde aprendosi; G spinge leggermente, e comincia ad entrare, premendo contro l'imene. Gemo di piacere, e rotolando sulla schiena lo costringo a montarmi.
«Ti farò male.» bisbiglia lui.
Io scuoto la testa, e rotolando di nuovo mi porto su di lui. Mi stacco da lui, senza smettere di fissarlo negli occhi; mi sollevo leggermente, e poi, trattenendo il fiato, scendo.
Chiudo gli occhi, mordendomi le labbra per non gridare al dolore della deflorazione. Lui geme.
Mi distendo nuovamente su di lui, e lui mi carezza, sbaciucchiandomi. Rispondo alle sue coccole portando la mia bocca alla sua. Lui bisbiglia:
«Spero non abbia fatto troppo male.»
«Shh.» lo bacio sulle labbra, ripetutamente. Poi chiudo gli occhi, per sentire solo la sua presenza dentro di me.
Lui mi stringe, carezzandomi le spalle con le mani ed il viso con le labbra.
Torno a guardarlo negli occhi; mi sollevo sulle braccia, e le sue mani scivolano lungo i miei fianchi. Comincio lentamente a muovermi, sollevandomi appena e poi tornando giù; il suo bacino accompagna i miei movimenti, allontanandosi quando mi sollevo, venendomi incontro quando scendo. Mi chino nuovamente a baciarlo, e lui mi stringe a sé, mentre la sua lingua scivola fra le mie labbra semiaperte.
Lo tiro a me; rotoliamo finché lui non è sopra di me. Le sue braccia mi circondano ancora, e lui non smette di baciarmi la fronte il naso gli occhi le labbra; affondo le mani nei suoi capelli, baciandogli il collo il mento le labbra.
Le mie gambe si allacciare alle sue. Lui si solleva appena, lasciando
che i nostri
I nostri respiri si fanno più pesanti, ed io sento me stessa
mugolare, quasi contro la mia volontà.
I suoi movimenti si fanno sempre più ampi e profondi, ed io sento che sto per avere un nuovo orgasmo. Poi sento un fiotto caldo ed il suo pene che pulsa dentro di me, e lui si adagia dolcemente sul mio corpo, stringendomi, e soffia una sorta di lungo gemito dentro la mia bocca.
Mi sento troppo eccitata e vicina al culmine per smettere; rotoliamo, ed io mi porto sopra di lui, continuando i suoi movimenti. E pochi secondi dopo mi abbandono all'onda di calore e piacere dell'orgasmo.
Ansimiamo entrambi, ed io sento la mia vagina palpitare attorno al suo pene che si sta ritirando.
Quando il respiro di entrambi torna ad essere quasi normale, scendo dal suo corpo, pur continuando ad aderire al fianco di lui.
Si volta verso di me, ed il suo pene tocca la mia coscia; sento che è
umido, e guardo giù. Il suo inguine è intriso del mio
Mi bacia la fronte. Torno a guardarlo negli occhi. E parliamo contemporaneamente:
«Cosa si prova … »
Scoppiamo a ridere
«Okay, immagino tu voglia sapere cosa sento quando sei dentro di me.»
«Hm.»
Mi stendo sulla schiena. Lui si allontana appena da me.
«Non lo so.» Lui aspetta. «Cioè, non sono in grado di descrivertelo. È … è … davvero, non ho la minima idea … Uh!» taccio. Sbuffo. «È come se avessi scoperto di avere una cavità supplementare, ed il piacere di averla … piena.» Mi volto nuovamente verso di lui. Sollevo le spalle. «Mi dispiace, non sono in grado di descriverlo meglio.» Mi distendo sul fianco. «E tu?»
Gli angoli delle labbra gli si sollevano appena.
«Io cosa provo?» Scuote appena la testa «Il piacere di essere ben accolto, in un luogo morbido, caldo ed umido.»
«Sono così?»
«No, stavo parlando della mia donna.» ed è perfettamente serio.
Lo guardo sbalordita, poi scoppio a ridere.
«Mi stavi facendo prendere un colpo.»
«Secondo te, di chi altro potevo stare parlando?»
«Scusa.»
«Per questa volta ti perdono.»
Mi sollevo a sedere.
«Sei un cavaliere.»
Mi volto a guardarlo, e appena lui sussurra «in che senso» scoppiamo entrambi a ridere.
Si solleva sulle ginocchia, sedendosi sui talloni.
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«Pensavo … ai grandi romanzi d'amore … _Addio alle armi_ … _Mille estati_ …» «Oh, no!» «Cosa?» «Speravo che ci fosse qualcosa che non fosse in comune, che desse un po' di vita al nostro rapporto, che evitasse l'inaridimento …» «Hai letto anche tu _Mille estati_ di Garson Kanin?» «Ecco!» e dopo qualche attimo «E poi finiscono tutti male … ed io dovrei sopravvivere per il resto della mia vita con il ricordo di me e te?» «Perché deve succedere per forza qualcosa? Non sarebbe bellissimo se potessimo davvero vivere tutti insieme per tutta la vita?» «Tutti insieme?» «Io, tu, i nostri figli!» «Senti un po'; piantiamola con questo discorso; ero quasi riuscito a smettere di pensare che la vita potesse diventare ideale, e non voglio cominciare.» «Non sei ancora convinto» sorrisi «che io sono il tuo … la donna della tua vita?» «Comunque mi comporterò come se tu lo fossi.» «Ma lo credi?» Dopo qualche esitazione: «Sì.» «Provamelo.» E lui fu nuovamente dentro di me {} Mi sveglio che lui è già in piedi, vestito di tutto punto, accanto alla piccola libreria della mia camera, con in mano un libro. Quando si è svegliato mi ha messo sotto le coperte, ma sono ancora nuda; la cosa mi sembra per un attimo ridicola; poi non ci penso più; si è accorto che sono sveglia. Si siede accanto a me. «Buongiorno.» sorride. Sorrido anch'io. «Ciao.» Mezzo minuto di silenzio. Poi lui si alza, e tira su la serranda. Entra luce, non troppa, ma neanche quella plumbea luce dei periodi piovosi. «Poca ma buona.» commenta lui. «Dài, ci si vede benissimo.» «Infatti.» Esco dal letto «Non fa il caldo di stanotte.» «Decisamente.» E ridiamo tutti e due. Mi carezza la guancia sinistra con la mano a coppa. «Ti ho già detto che sei bellissima?» Mi bacia la punta del naso. «Vestiti o ti raffreddi.» «Come vuoi.» Mi metto mutandine e reggipetto, indosso una vestaglia, e sono pronta per la colazione. In cucina lui ha già alzato la serranda. «Hai già fatto colazione?» gli chiedo versandomi il latte. Freddo come sempre: a me bollito non piace. Lui non risponde. Apre il balcone. «Fa troppo freddo per te?» «No.» Miele. Mescolare. «Siamo al terzo piano?» È appoggiato alla ringhiera e guarda giù. «Già!» «Hm||m. Dieci--quindici metri.» «Oh, sono più di quindici. Quasi venti. Ma perché? Hai intenzione di buttarti giù?» chiedo, prendendo il pacco dei biscotti. «Infatti. Ci sto facendo un pensierino.» Si allontana lungo il balcone. Mi devo voltare per guardarlo. Poi, sul balcone accanto esce mio fratello. Mi volto per prendere un biscotto. «No!» l'urlo è di mio fratello. Lascio cadere tutto e mi precipito sul balcone. G non c'è. Mio fratello è ancora col braccio teso, come se avesse potuto fermarlo. O forse vuole fermare me. Mi affaccio. G è lì, accanto alla sua Panda. Immobile. ---- Perché?… e nemmeno un rimpianto. ---- Sento solo vuoto attorno a me. Le voci concitate delle persone nella strada di sotto non arrivano al mio cervello. Non vedo nulla. So di avere gli occhi sbarrati; la luce mi fa male. Ma non posso far altro che stare aggrappata alla ringhiera, con la bocca aperta. Un attimo di coscienza. Sono ancora sul mio balcone; le mani mi fanno male per il freddo del metallo. Mi si stappano le orecchie. C'è l'ambulanza. L'ambulanza? ---- Ma perché?… e nemmeno un rimpianto. ---- Il campanello suona. La mia porta. Devo andare ad aprire. Ma non posso muovermi. ---- Perché?… e nemmeno un rimpianto. ---- Frasi concitate dietro la porta, che io posso percepire: mio fratello che parla ai miei, svegliati di soprassalto dall'ambulanza. Ora si fa dare le chiavi, entra, mi raggiunge in balcone. Mi stacca le mani dalla ringhiera; mi cinge le spalle. Tanto G non c'è più, là sotto; l'ambulanza l'ha portato via, ed ora sarà la volta della polizia. ---- Ma perché?… e nemmeno un rimpianto. ---- Sono seduta in camera mia, sul mio letto. Mio fratello, accanto a me, mi tiene le mani e me le sfrega, per scaldarle. Io guardo nel vuoto; non vedo, non riconosco nulla. «Perché?» Mio fratello smette di sfregarmi le mani. Mi guarda. Riesco a mettere a fuoco la sua immagine. Mi sembra più intontito di me. Ma non lo è. È solo stupito dalla mia domanda. E quando arriva la polizia, è lui che fa tutto. Ma io devo capire perché. 30ea0d81db74035f2a36c5eaf8319c79 Già, perché? La fronte poggiata al pannello della finestra, non vedo ciò che sta fuori, nella giornata che volge sempre al meglio. E noto un pezzetto di carta sulla mia scrivania. _Dite a Laura che l'amo._ … e nemmeno un rimpianto. _L'Antologia di Spoon River_. Ecco cosa stava leggendo. Prendo il libro; si apre da solo su Fiddler Jones. C'è un biglietto. _Bene. Hai vinto la scommessa. Pagherò._ Scommessa?Mio fratello si affaccia nella mia stanza. Io sto come un ebete al centro di essa, con in mano il biglietto. Che non è per me. Che non è per nessuno, poiché non sarebbe mai potuto arrivare al destinatario.
«Coma profondo.» dice mio fratello.
Non è morto.
{Capitolo}
Letto di ospedale. Lui sdraiato lì; coma profondo. Vedo sullo schermo la traccia del suo elettroencefalogramma.
EEG piatto. Una retta.Sarcasmo macabro.
Posso parlargli.
Parlargli? Parlare a qualcuno che non può sentirti, non può rispondere?
Parlare al vento …?
Sfioro la sua mano. Nessuna reazione.
Non riesco a dire una parola. Ma devo parlargli.
«G?»
Solo il suo nome. Non posso dirgli nient'altro?
«Mi senti, vero?»
Una scommessa, solo una lurida schifosa scommessa di cui non mi ha neppure parlato … con chi, poi?
Sento una specie di rabbia che mi sale in corpo.
«Perché non mi hai mai parlato della scommessa? Perché non mi hai detto niente?»
Perché non mi dici niente?
Resto a guardarlo un altro po'.
Non riesco a fare nulla. Tornare a casa non servirebbe. Ma se sto qui sento la necessità di dire qualcosa, dimostrare a me stessa, a lui, a chissà chi, che lui è ancora vivo, non solo clinicamente, ma anche realmente.
«G, devi uscirne; se non lo vuoi fare per te fallo almeno per me. Non riesco più a studiare, né a fare nient'altro. Fallo per me.»
Naturalmente, nessuna reazione; mi sembra quasi di essere ancora in macchina con lui, di dire qualcosa di pericoloso a cui lui non risponde subito, e sembra quasi che non abbia sentito la domanda …
… come quando gli ho chiesto di essere il mio uomo …
«Signorina …»
La caporeparto.
«Signorina, l'orario di visita è terminato …»
La voce, un sussurro appena; come se avessero paura di svegliarlo … e io ho una voglia matta di urlare, urlare perché mi senta anche attraverso il suo mutismo.
«Sì …» mi alzo, guardandolo «sì, ha ragione … devo andare …»
Mi allontano, rivolgendole appena un'occhiata.
Stesso lettino, stessa persona stesa dentro, stesse apparecchiature; quasi la stessa anche io.
«Sai, G …»
Non risponde. Non sa.
«Ieri mi ha telefonato Adele, a dir poco in stato di angoscia; le ho chiesto il motivo; era per te.»
«Le ho detto che lo sapevo già; che anche a me dispiaceva tantissimo; e che non riuscivo a capire come mai …» un nodo mi strinse la gola; lacrime agli occhi «Sai, non mi ha chiesto niente, non ha voluto sapere come facessi a saperlo, né nulla.»
Silenzio.
«Neanche perché ne fossi disperata, invece di essere solo stupita.»
Il nodo si scioglie, le lacrime rientrano.
Silenzio.
«Lo ha saputo dai tuoi. Aveva telefonato per invitarti. Non uscirà di casa questo sabato, e probabilmente resterà … angosciata per un paio di settimane. Forse verrà a farti una visita … credo che l'accompagnerò … non ti arrabbiare se non ti parlerò.»
Silenzio; ma tu non ti arrabbierai mai, G, mai.
Mai quanto me da qualche giorno.
«Perché, G, perché?» mormoro, rabbia e tristezza.
Ma l'ira mi si assopisce, dentro, a vederlo là, quieto, a respirare appena, con una lentezza esasperata.
Come quando era con me, in me …
Nodo alla gola.
Gli carezzo i capelli, una volta così curati, ora non più … quasi non più i suoi.
«Signorina …»
E il giorno dopo ero lì con Adele.
Rimanemmo in silenzio a guardarlo.
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«Ho parlato con tua sorella, G; la maggiore.»
EEG piatto.
«Hai annientato tutta la tua famiglia.»
Nulla.
«Soprattutto tuo padre. Tua sorella dice che è rimasto sotto shock quando l'ha saputo. E che sospetta che sia colpa sua.»
Non volevi bene alla tua famiglia, G? E come potevi allora sperare di costruirne una perfetta con me?
«Anche tua madre è distrutta.»
Perché non reagisci, G?
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«Sei un maledetto bastardo, G, non potevi aspettare che fossi io a … insomma, non ti ricordi quella discussione sui libri … Addio alle armi, Mille estati …»
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Mi girava un po' la testa, per cui quando mi sembrò che ci fosse qualcosa di strano lo attribuii al mio malore. Guardando l'EEG avevo l'impressione che il quadro non fosse stabile, eppure era sempre la stessa linea che andava da un lato all'altro del monitor.
Decisi di non guardarlo più, per scaramanzia, come se fosse il mio sguardo ad azzerare il monitoraggio.
Non avevo voglia di parlare. Rimasi a guardare lui per qualche minuto, poi una strana idea si fece avanti nella mia mente.
Mi alzai, e mi chinai su di lui; le palpebre e le labbra erano appena socchiuse.
Avvicinai la mia bocca al suo orecchio, e sussurrai:
«Scusami, oggi non ho voglia di parlarti.»
E poggiai le mie labbra alle sue. Erano secche.
Salivai; gli inumidii le labbra; lo baciai.
Mi drizzai di colpo, per paura che mi vedessero; rimasi lì, in piedi a contemplare la sua immobilità.
«Signorina …»
Mi assalì la paura di essere stata scoperta.
«Signorina, l'orario di visita è terminato …»
Non mi avevano scoperto.
Eppure c'era qualcosa di strano nello sguardo dell'infermiera; un fondo di stupore nei suoi occhi, forse.
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Avevo preso l'abitudine di sedermi con le spalle al monitor dell'EEG, anche se così non potevo vedergli la faccia.
La mia attenzione, da allora, si focalizzò sulla sua mano, che imparai a conoscere molto più a fondo di quanto essa avesse conosciuto il mio corpo.
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«Sai, G, …»
Ma come al solito lui non sapeva.
«Sono incinta.»
Nessuna reazione.
Presi la sua mano fra le mie.
«G, ascoltami almeno ora. Hai capito? Ho assoluto bisogno di te; ora più che mai. Aspetto un figlio da te. Vieni fuori, parlami ti prego …»
Portai la sua mano al mio viso; la poggiai, rilassata com'era, alla mia fronte. Avevo le lagrime agli occhi, ma non volevo piangere.
La mia voce divenne un mormorio.
«Sono incinta, G, incinta. Ho assoluto bisogno di te, del tuo aiuto, perché lui possa essere …»
«Hai ragione.»
La sua mano strinse forte la mia.