Il giovane si avvicinò esitante, timoroso; la ragazza si voltò verso di lui, ebbe un mezzo sorriso, ma non si mosse né fece un cenno: rimase poggiata alla balaustra, guardando il giardino sottostante.

Il giovane si fermò ad una ventina di centimetri da lei, e si voltò a guardare il giardino, inconsciamente assumendo la stessa posizione di lei.

«Non ho malattie infettive …» disse la ragazza dopo qualche minuto di silenzio, voltandosi a guardarlo.

Con i suoi timori di sempre, il giovane non riusciva ad essere sicuro che la frase di lei fosse un invito ad avvicinarsi — dopo tutto, era già abbastanza vicino, no?

La ragazza lo guardava attentamente, con un sorriso sornione sulle labbra.

«Che c'è, hai paura che ti mangi?» insisté.

«Eh? Io? No. Perché …?»

«E allora perché te ne stai là sotto?»

«Qua sotto? Ma, voglio dire, siamo solo … saranno sì e no dieci centimetri. Comunque, se ti fa piacere …»

Il giovane si avvicinò, mentre ella rispondeva «Sì, mi fa piacere.». Poi anche la ragazza mosse verso di lui, finché non furono spalla a spalla.

«{mA} mi ha parlato di te.»

«Ahi.»

«Credi che abbia detto qualcosa di male?»

«Come?»

«{mA} ha parlato solo molto bene di te. Anche troppo bene. E pure la sua ragazza …»

«Ancora peggio.»

«Peggio perché?»

«Perché così dovrò fare sforzi sovrumani per essere all'altezza.»

«Non dire fesserie.» sorrise la giovane, pur avendo capito che il tono del ragazzo era scherzoso. «Non credo che {mA} si sia inventato cose sul tuo conto, no?»

«Non lo so. Probabilmente no. Cosa ti ha raccontato?»

«Oh, cose. Devo dire che mi è sembrato persino eccessivamente entusiasta.»

«Sicuramente.»

«Che vuol dire sicuramente

«Vuol dire che non ho dubbi sul fatto che sia eccessivamente entusiasta.»

«Rob dice che scrivi.»

«Ah sì?»

«Già.»

«Da dove avrà preso l'idea?»

«Dice che ha letto qualcosa di tuo.»

«Non è vero.»

«Non fare il finto modesto.»

«No, dico sul serio, non ha mai … ah, già.»

«È vero, allora.»

«Vero cosa?»

«Che ha letto qualcosa.»

«Boh, sì e no. Cioè, sì. Ma non era nulla di …»

Rimasero in silenzio per qualche secondo.

«Mi racconteresti qualcosa?»

«E cosa mai …»

«Dài, qualcosa, qualsiasi cosa. Tipo se stai scrivendo qualcosa in questo periodo … dài, non farti pregare, perché tanto lo so che alla fine me lo racconti.»

«Potrei farlo apposta per dispetto.»

«No, non lo farai, perché tutti voi scrittori —come tutti gli artisti— avete in fondo quel desiderio di far sapere a tutto il mondo ciò che state creando.»

«Potrei non raccontarti nulla proprio per quello che hai detto.»

«Lo faresti?»

«Potrei farlo.»

«Ma lo farai?»

«Tu non ti offenderesti, se qualcuno ti dicesse quello che hai appena detto?» e mentre lei scuoteva la testa, il giovane si corresse «No, offendere non è il termine corretto. Per ripicca. Pretendi di sapere così bene ciò che farò o non farò … tu non sentiresti … non ti verrebbe voglia di fare l'esatto contrario, giusto per ripicca?»

«Be', può anche darsi che la voglia mi venga, ma mi sembrerebbe un po' infantile, come reazione, no?»

«Sì, può darsi.»

La giovane chiuse gli occhi, sollevò la mano, come a fermare qualcosa che stava arrivando, o che, purtroppo, era già arrivata. Poi disse «Lasciamo perdere, meglio.» scrollò le spalle e scosse il capo.

«Mi dispiace,» fece il giovane, chinando il capo. % FIXME: ripetizione

«Non è detto che si debba sempre cominciare nel migliore dei modi.»

«Piuttosto è vero il contrario.»

«Si parte sempre col piede sbagliato?»

«È più facile che non.»

La giovane colse l'occasione al volo.

«E ciò che distingue le persone intelligenti è che sanno come ricominciare.»

«O perlomeno cercano una seconda possibilità.»

«E noi siamo persone intelligenti?»

«Io mi considero abbastanza intelligente. Non molto saggio …»

«Oh, e forse è la saggezza quella che determina le reazioni successive?»

«No, il carsima.»

«Non capisco.»

«Nulla era un riferimento ai giochi di ruolo, tirato fuori dal nulla dove non c'entrava per niente.» sospirò il giovane.

«Uh, come la butti giù dura.»

«Meglio essere ipercritici che non iper… insomma, troppo … accondiscendenti, ecco. Non credi?»

«Meglio essere critici al punto giusto.»

«Sì, ma non potendo esserlo, è meglio troppo o troppo poco?»

«Non saprei onestamente. Nessuna delle due — o tutt'e due allo stesso modo, se preferisci.»


{racconto:}


In quella che nel nostro lessico famigliare veniva chiamata la casa vecchia, la mia stanza era sempre una sorpresa. Anche coloro che, causa l'abitudine, non sarebbero dovuti rimanere sorpresi avevano l'impressione di trovarsi in una stanza di notevoli dimensioni e molto ben illuminata. L'osservatore disattento o ignaro reagiva di soprassalto#FIXME# nello scoprire lo specchio che occupava per intero la parete sulla destra entrando, specchio che veniva costantemente tenuto lucido e pulito. Io stesso, dopo sette anni di vita, ero ancora stupito nel vedermi seguire in ogni singola mossa, e talvolta perdevo molto tempo nel semplice piacere di muovermi davanti allo specchio per venire istantaneamente imitato. Col tempo però mi abituai anche a questo. Il mio atteggiamento cambiò un pomeriggio particolarmente noioso, in cui per occupare il tempo avevo deciso di far rotolare un vecchio giocattolo, predecessore di quelli che oggi chiamano _Freesbie_ (che nel caso non lo sapeste è una marca di quei dischi di plastica che ci si lancia facendoli roteare affinché mantengano una posizione pressappoco orizzontale). Il mio giocattolo era un anello e non un disco, ed io, essendo (nella mia stanza) solo ed in un ambiente troppo circorscritto, ci giocavo facendolo rotolare a terra, sul bordo, ma in modo che tornasse verso di me quando la spinta d'allontanamento era terminata. Ero inginocchiato a circa un metro dallo specchio, e metodicamente insistevo nel dare una spinta rotatoria opposta alla spinta di traslazione (quindi verso il basso ed in avanti), aspettando poi che l'anello completasse il suo viaggio d'andata, slittasse e tornasse rotolando verso di me. Poiché l'esperimento mi riusciva piuttosto bene, cominciai a concentrarmi sulla distanza percorsa, cercando di farlo arrivare quanto piú possibile vicino allo specchio senza tuttavia farlo rimbalzare (e cadere). Verso il decimo tentativo, il disco arrivò all'altezza dello specchio in corrispondenza del momento di ritorno; sentii uno schiocco che mi fece sobbalzare, e l'anello attraversò lo specchio. ---- Sul momento non credetti ai miei occhi. Sapevo che gli specchi altro non erano che lastre di vetro argentate sulla faccia nascosta, e sapevo anche (per come lo possa sapere un bambino che non ha ancora compiuto i dieci anni) come funzionavano. Sapevo quindi che l'anello _non poteva_ essere passato attraverso lo specchio, e che quindi ciò che avevo visto —il disco attraversare lo specchio mentre l'immagine ne usciva—era stata solo un'illusione ottica. Qualcosa mi spinse a verificare che ciò che era da questa parte dello specchio fosse _effettivamente_ l'anello che avevo lanciato, e non —come assurdamente sarebbe dovuto essere se ciò che avevo visto era vero— la sua immagine riflessa. Mi rincuorai nel constatare che l'anello aveva ancora la sua realtà fisica di materia plastica grigia#FIXME#, e giusto per essere _assolutamente_ sicuro di aver prima preso un abbaglio, spinsi l'anello contro lo specchio. ---- L'anello attraversava lo specchio. Ripetei l'esperimento, imitando il gesto che si fa inzuppando un biscotto nel latte: l'anello non incontrava resistenza. C'era qualcosa, in quel fatto, che mi affascinava e, pur facendomi accapponare la pelle, non riusciva a dissuadermi dal persistere nei tentativi, a farmi scappare via, correndo ed urlando. Con un brivido, spinsi l'anello fino in fondo, e la mia sorpresa divenne infinita quando _la mia mano_ sparì attraverso lo specchio. Non incontrai una vera resistenza, né sentii una particolare sensazione contro la pelle: la mia mano era ancora lì, da qualche invisibile parte, e reggeva ancora l'anello. La tirai via di botto, spaventato che qualsiasi cosa ci fosse dall'altra parte mi facesse del male, ma nulla era successo a me, né all'anello che tenevo in mano. Non mi sono mai considerato un tipo coraggioso, e quella volta feci qualcosa che spesso in seguito mi chiesi dove avessi preso il coraggio di fare: mi alzai in piedi, chiusi gli occhi, tirai un bel respiro —nel caso dall'altra parte non ci fosse aria— ed attraversai lo specchio. Seppi di essere dall'altra parte perché qualcosa di strano la sentivo, pur non riuscendo a capire cosa fosse. Accennando appena, provai a respirare, e scoprì che non avevo difficoltà. Allora socchiusi un occhio, e notai che era buio. Aprii entrambi gli occhi — ma non li tenni aperti a lungo: l'orrore dello spettacolo mi sopraffece in pochi attimi, e sentendomi nauseato, col capo che girava, scappai indietro verso lo specchio. ---- Ci vollero parecchi minuti per riguadagnare il controllo del mio battito cardiaco e del tremore che mi aveva preso. Quando ne ebbi nuovamente il coraggio, guardai verso lo specchio, e tutto era come era sempre stato: la mia camera riflessa lì, con me disteso sul letto. Nulla mi aveva seguito, nessun mostro era sbucato dallo specchio, e ciò che avevo visto era solo un incubo nella mia mente —almeno allora. In realtà non c'era nulla di spaventoso di per sé, in ciò che avevo visto: era ancora la mia stanza —ma in negativo: come se qualcuno avesse scattato una foto e messo lì una pellicola gigantesca. Mi ero trovato in un ambiente completamente alieno, con mobili neri viola e blu, un cielo rosso sangue con cupe nuvole nere appena intraviste fuori dalla finestra. Fu un vero sollievo per me scoprire che ciò che avevo visto non era reale —o che per lo meno lo specchio lo nascondeva. E fu proprio questo che mi spinse a studiare fisica, a suscitare il mio interesse per l'ottica —anche se nulla di ciò che avevo visto era spiegato nei libri o negli articoli. Sviluppai una morbosa passione per gli specchi, le lenti, le fonti luminose, divertendomi a giocare nello scomporre la luce con i prismi, a studiare gli effetti di ricombinazione —eppure qualcosa continuava a spingermi verso lo specchio in camera mia, immensa porta per un altro mondo.

«Finito?» chiese la ragazza, poiché il silenzio di lui si protrasse per qualche secondo più di quanto la sua pazienza potesse accettare.

«No, mi si è seccata la gola.»

«Oh, peccato, cominciavo ad incuriosirmi.»

«Vuoi davvero sapere come va a finire?»

«Certo.»

«Allora andiamo a bere qualcosa, così posso continuare.»

«Ok.»


«Dove eravamo arrivati?»

«Allo specchio della camera tua, porta per un altro mondo.»

«Ah, sì.»

La prima cosa di cui mi occupai fu scoprire se l'unico specchio attraverso cui potevo passare era quello della mia camera, o se ogni lastra riflettente godesse delle stesse proprieta di penetrabilità. Fui in parte sollevato, ed in parte deluso, nello scoprire che ogni altro specchio della casa rimaneva una lastra di vetro argentato. Deluso perché in qualche modo mi aspettavo di essere diventato eccezionale, mentre invece scoprivo così che era il mio specchio ad essere eccezionale, e non io. Sollevato, perché almeno non dovevo preoccuparmi di far venire infarti alla gente, nello sparire inopportunamente al di là di una lastra di vetro. La seconda cosa di cui mi preoccupai, viceversa, fu di sapere se io ero l'unico a passare attraverso lo specchio, oppure la “porta” era stata aperta per tutti. E questa volta scoprii, con un fondo di orgoglio, che per tutti gli altri il mio specchio rimaneva una lastra di vetro argentato. Non ebbi tuttavia più il coraggio di passare attraverso lo specchio, e solo talvolta, sentedomi accapponare la pelle, spingevo la mano attraverso il vetro, come per assicurarmi che la porta fosse sempre aperta. ---- Ho già accennato all'interesse per l'ottica che nacque in me in quel periodo. Fui anche fortunato, poiché già dall'inizio mio padre mi fornì di conoscenze, direttamente (spiegandomi ciò che sapeva) o indirettamente (fornendomi libri per ragazzi su cui io potessi apprendere i fondamenti). Cercai anche di capire qualcosa di più avanzato leggendo i suoi testi di fisica, ma capii immediatamente che essi andavano ben oltre le mie capacità. Mio padre mi spiegò in quell'occasione che l'ottica era una delle branche della fisica che maggiormente guadagnava da un approccio matematico; io, che ero ormai passato dall'età “mio padre sa tutto” alla fase “mio padre sa qualcosa”, presi il commento con le dovute riserve, considerando anche che mio padre era matematico. E tuttavia era pur sempre piacevole seguire le sue spiegazioni sulle leggi di riflessione e rifrazione, con quei disegni approssimativi … ogni volta che li riguardo mi torna in mente la citazione che mio padre amava fare in queste occasioni:#FIXME# > La geometria è l'arte del fare ragionamenti corretti > su figure sbagliate. > -- Anonymous Fui fortunato anche sotto altri aspetti. Ad esempio, ebbi buoni professori nelle discipline scientifiche, tanto alle scuole medie che alle superiori; in particolar modo, il mio professore di matematica del ginnasio aveva una grande passione per i dettagli, e cercò di comunicarci se non la passione almeno la sensibilità per capire l'importanza dei dettagli: si divertiva a lasciarci, di tanto in tanto, con qualche paradosso tra le mani, aspettando credo con ansia che qualcuno di noi lo risolvesse o almeno mostrasse dove esattamente giaceva la contraddizione (quando di contraddizione si trattava) e da dove nascesse. Poiché il problema dello specchio mi tornava in mente periodicamente, decisi di analizzarlo nei dettagli, cercando di capire almeno cosa avesse causato cosa, se non i perché. La prima cosa che mi venne in mente fu l'oggetto che aveva causato il tutto: l'anello di plastica aveva in qualche modo “aperto” lo specchio. Al momento avevo dimenticato un importante dettaglio, che poi era stato proprio quello che aveva originato il tutto; ed il dettaglio era la risposta alla domanda: cosa mi trovavo in mano? Sul momento, il fatto che l'oggetto o entità che avevo tenuto in mano —e che ora tenevo nuovamente in mano— avesse una sua consistenza fisica mi aveva fatto credere che l'oggetto fosse il disco originale, e non la sua “copia”, o più precisamente immagine. Ma io avevo “visto” l'anello passare attraverso lo specchio, e sapevo per le mie esperienze successive che la cosa poteva essere “realmente” successa — dopotutto, io stesso mi ero ritrovato al di là dello specchio. Questo implicava che ciò che io tenevo in mano adesso era in qualche modo la incarnazione dell'immagine riflessa del disco; in qualche modo#FIXME# uno scambio era avvenuto tra l'oggetto (che in questo momento si doveva trovare chissà dove dall'altra parte dello specchio) e la sua immagine. Eppure io sapevo —avendolo visto con i miei occhi, ed a pensarci un brivido mi correva ancora per la spina dorsale, ricordando l'orrore che avevo provato al momento— che le immagini al di là dello specchio avevano la caratteristica di avere colori complementari a quelli degli oggetti reali. A meno che questa caratterisca non sussistesse solo per le entità che si trovavano al di là dello specchio, fossero esse reali o fittizie, e cessasse quando lo specchio veniva attraversato. L'unico modo in cui i dubbi potessero essere chiariti era attraversando nuovamente lo specchio. L'idea non mi sorrideva, e ci misi molto a convincermi a tentare nuovamente la cosa. Dopotutto, ragionavo, sapevo già cosa dovevo aspettarmi; ero ormai una persona adulta —o tale mi consideravo— e potevo con la ragione controllare le eventuali paure che fossero emerse allo spettacolo di un mondo in negativo. Anzi, più ci pensavo più una morbosa curiosità mi spingeva all'azione. ---- Per condurre l'esperimento attesi un sabato pomeriggio in cui potessi muovermi liberamente (ovvero senza familiari per casa). Mi piazzai davanti allo specchio, e stesi le mani in avanti. La sensazione della superficie dello specchio, presenza non ostacolante, mi era ormai familiare. Ad occhi chiusi, cominciai lentamente ad avanzare verso (e attraverso) lo specchio —scoprendo sorpreso che il mio piede incontrava la resistenza di un oggetto solido contro l'altro. Guardai giù, cercando di capire perché le mani fossero passate, ma i piedi no, e mi sporsi in avanti, come a controllare se ci fosse qualcosa dall'altra parte. Scoprii così che i miei vestiti non erano immateriali, per lo specchio. Quindi ciò che impediva il passaggio dei piedi erano le scarpe. Dettagli. Ecco un aspetto di cui non avevo tenuto conto: la volta in cui ero passato attraverso lo specchio non avevo vestiti addosso. La cosa era alquanto fastidiosa, se non altro perché avrei dovuto rinunciare agli occhiali, e questo avrebbe enormemente limitato le mie capacità osservative. Ma non avevo alternative, e quindi mi rassegnai a spogliarmi; posai gli occhiali sul mucchio di vestiti, e oltrepassai lo specchio. ---- Il passaggio lo effettuai ancora una volta ad occhi chiusi (anche perché tenerli aperti sarebbe servito a poco, giacché ero senza occhiali), ma una volta dall'altra parte li aprii senza timore. L'impatto visivo di un mondo a colori complementari è sempre notevole, anche quando ci si aspetta di vederlo. Rimasi quindi immobile per parecchi secondi, cercando di abituarmi ai nuovi colori, con la mente confusa dalle stranissime condizioni di luce date dall'inversione di ombra e luce. Quando mi sentii più a mio agio (per quanto a proprio agio si possa sentire un miope, privo di occhiali, in un ambiente nuovo), volsi il capo intorno con più disinvoltura, osservando il pavimento e scoprendo, come prevedibile, che occhiali e vestiti mi avevano “seguito”, o meglio che le loro immagini erano disponibili in questo nuovo mondo. Non fui sorpreso dal constatare che potevo toccarli, e nemmeno lo fui dal fatto che inforcare gli occhiali mi desse finalmente una visione nitida della mia camera nell'aldilà; dopotutto, come nel mondo reale avevo avuto modo di toccare e manipolare l'immagine del disco … Il pensiero mi fece tornare in mente il motivo principale per cui ero passato attraverso lo specchio, ovvero la constatazione del colore dell'anello di plastica da questa parte del vetro. Mi misi quindi alla ricerca dell'oggetto, ed ovviamente sbagliai armadio; nonostante la mancanza di simmetria della disposizione dei mobili della mia camera, fui infatti portato dall'abitudine —l'unica cosa di cui mi fidassi, poiché la vista aveva ancora dello straordinario— alla parte sbagliata della camera. Appena mi fui reso conto dell'errore, raggiunsi l'armadio corretto, e ne estrassi l'anello. ---- L'oggetto non aveva cambiato colore. Lo guardai sorpreso, soppesandolo e girandolo fra le mani. Quindi pensai che gli oggetti reali non cambiassero natura, nel passaggio da un mondo all'altro — ed ad immediata disprova notai che il mio braccio aveva assunto un colore azzurrastro, e che le mie unghie erano (stra|)|ordinariamente nere. Sospirai, incredulo. Cosa mai poteva far sì che l'oggetto avesse mantenuto il suo colore invariato? L'idea che mi venne in mente fu che la qualità che aveva fatto dell'anello una chiave era la stessa che gli impediva di cambiare colore; ma quale fosse questa qualità, rimaneva per me un mistero. Ed ancora, mi chiedevo perché mai io avessi potuto attraversare lo specchio, mentre i miei vestiti erano rimasti bloccati. Ed infine, sarei mai riuscito a trovare una risposta? Pensieroso, volsi lo sguardo allo specchio — ed incontrai la più grande sorpresa di quel giorno. Avevo cambiato sesso.

Il giovane interruppe nuovamene il suo racconto. Stavolta la ragazza non lo esortò a continuare, ma il suo viso si abbozzò ad un sorrisetto ironico. Dopo qualche minuto di silenzio, la ragazza si voltò a guardare il narratore, e commentò:

«Suppongo che ora venga la parte che ti rifiuterai di raccontare.»

«Perché?»

«Be', non mi è difficile immaginare cosa tu … voglio dire, cosa il protagonista abbia fatto, scoprendo di essere diventato femmina, e considerando che era un giovane adolescente.»

«Tu cosa avresti fatto?» chiese lui, sornione.

«Be', diciamo che avrei … fatto conoscenza con il mio nuovo corpo.»

«Be', non è escluso che è ciò che il protagonista abbia fatto.»

«Ma il racconto ne parla?»

«Vuoi che ne parli?»

«Ma scusa un attimo. L'hai già scritto o no, tu?»

«Cosa, il racconto o questa parte?»

«Tutt'e due.»

«Sì.»

«E allora perché mi chiedi …»

«Be', vedi, ecco, io c'ho questa mania di non completare mai i racconti … ogni volta che li rileggo ho roba da aggiungere o cambiare ….»

«Così non finirai mai.»

«Infatti.»

«Non hai mai completato un racconto?»

«Oh, sì, ne ho completati. Ma succede che magari li riscrivo.»

«E la versione precedente?»

«In genere la conservo. Magari anche insieme a quella nuova.»

«E allora, questa parte c'è o non c'è?»

«Non è scritta.»

«Oh, te la tieni a mente?»

«Già.»

«Ottimo spunto per le notti insonni, uh?»

Il giovane sorrise. «Per esempio.» rispose.

«E non pensi mai a metterla per iscritto?»

«Be', sì. Magari lo potrei fare. Scrivere due versioni, una edulcorata ed una vietata ai minori. E magari le potrei mettere assieme … la pubblicazione elettronica permette anche queste cose. Una specie di censura intrinseca … ovviamente bisogna allora scrivere in modo che le parti, uhm, extra siano “assolute” dal testo.»

Dopo qualche secondo, la ragazza lo incitò:

«Allora?»

«Sessanta minuti.»

«Dài.»

«Vuoi raccontata la parte, uhm, extra?»

«Tu me la racconteresti?»

«Tu la vuoi raccontata?»

«È maleducazione rispondere ad una domanda con una domanda.»

«Da che pulpito …»

«Ok, ok. Sono proprio curiosa di sapere se tu la racconteresti.»

«Ed io voglio proprio sapere se tu la vuoi raccontata.»

«Te l'ho detto. Ma mi pare di capire che tu non vorresti raccontare. Ti imbarazza?»

«Diciamo.»

«Però la scriveresti.»

«È tutta un'altra cosa. Tu non tieni un diario?»

«L'ho tenuto … capisco cosa vuoi dire.» poi aggiunse dopo un attimo di pausa «Ma i tuoi racconti qualcuno li leggerà, no?»

«Solo quelli che io gli faccio leggere. O solo le parti che voglio. Certo, in linea di massima chiunque potrebbe leggere qualsiasi parte, ma in linea di massima chiunque potrebbe leggere il tuo diario.»

«Uhm.»

Per qualche minuto nessuno parlò. Rimasero seduti sulla panchina, nel buio della notte appena spezzato da qualche lampioncino fioco. Le voci della festa li raggiungevano appena, e solo raramente qualcuno —coppiete che tornavano da un imboscamento o che vi si avviavano— passava davanti a loro.

La mia sorpresa fu immensa. E ancor di più quando mi accorsi che non era solo il mio riflesso su quel lato dello specchio a rappresentarmi ragazza, ma il mio fisico era realmente cambiato. Tutte le mie precedenti domande svanirono con quella rivelazione, sostituite da un turbine di pensieri ed idee confusi. La mia mente era combattuta tra il desiderio di scoprire il mio nuovo corpo e l'impressione, causata dal colore azzurrino con contorni iridati della sagoma del mio corpo, che il contatto delle mie mani con una qualsiasi altra parte del corpo —anche solo palmo contro palmo— avrebbe causato chissà quali strane e magari repellenti o fastidiose (come metallo o plastica o chissà quale materiale futuristico) sensazioni tattili. Eppure la curiosità cresceva, così come il desiderio; e dopo timidi contatti (mano contro mano, mano su braccio), questi la ebbero vinta; bastò poi chiudere gli occhi per sbarazzarmi della visione distorta. Non ci fu nulla di veramente erotico o sensuale; era solo la scoperta di un nuovo corpo: della sua diversa consistenza, del suo diverso modo di reagire al contatto fisico. Era la soddisfazione della curiosità innata in tutti i ragazzi (come sono fatte le ragazze?), ma filtrata (difficile dire se per questo attutita o accentuata) dalla spinta a conoscere il proprio corpo, comune tanto ai ragazzi quanto alle ragazze. “Mondo nuovo, vita nuova”, avrebbe parafrasato qualcuno. E non avrebbe avuto tutti i torti. Sarei stato il primo essere umano —con la possibile eccezione del mitico Tiresia#FIXME#— a poter dire con esattezza cosa significava essere donna e cosa significava essere uomo. ---- Il suono della porta di casa che sbatteva mi fece sobbalzare. E l'impatto visivo del mondo in negativo non aiutò a calmarmi. Corsi attraverso lo specchio, chiudendo gli occhi al momento dell'attraversamento, e mi rivestii in fretta. Quando mia madre bussò alla porta della mia camera —chiusa a chiave— ero, almeno esteriormente, perfettamente tranquillo.

«Suppongo quella fosse la versione edulcorata.»

«Direi proprio di sì.»

«Va be', non ti interrompo più, vai avanti.»

Divenni distratto ed irrequieto; senza motivo apparente, per i miei genitori, se non il mio essere adolescente; a causa, in realtà, della impossibilità di sfogare la mia curiosità. Il mio rendimento scolastico non ne guadagnò certamente, e solo l'essere ormai a fine anno mi salvò da una seria batosta. Fui abbastanza fortunato, grazie alla mia eccellenza negli anni precedenti e nella maggior parte dell'anno corrente, di raggiungere una media, piuttosto risicata, dell'otto. Lo tenni a mente come lezione sul vivere di rendita, pur riconoscendo che così non potevo continuare. L'estate, nonstante l'aria di libertà che essa porta con sé, non fu realmente di grande utilità per me, giacché, pur restando —o potendo restare— in casa anche la mattina, non potevo con ciò permettermi strane sperimentazioni perché non ero solo, ed il tenere la porta chiusa a chiave avrebbe oltremodo insospettito i miei. Potei però condurre alcuni esperimenti meno pericolosi. Avevo riportato il disco originale nel mondo reale, e mi dedicai con un certo impegno ad “aprire” altre porte, infruttuosamente. Chissà quale strana combinazione di chissà quali proprietà aveva fatto in modo che l'evento si vericasse … per certo io non riuscivo a riprodurlo. Ebbi poi un'idea strana, e mi procurai nuovamente l'immagine del disco (lanciando il disco contro, ovvero attraverso, lo specchio della mia camera). L'idea si rivelò ottima, poiché l'immagine aveva invece la proprietà desiderata: provai ad _immergerla_ nello specchio del bagno, e con mia grande soddisfazione riuscii nell'intento: fui infatti capace, dopo aver ritirato il disco, di immergere le mani nello specchio. Avevo quindi trovato un modo per aprire gli specchi, e mi serviva un modo per distinguere la chiave dal disco originale. Segnai l'originale con una piccola tacca rossa, e nel farlo passare attraverso lo specchio in camera mia constatai soddisfatto che la tacca nell'immagine, quando essa si trovava nel mondo reale, diventava turchina. Ero a cavallo. Ed avevo anche scoperto che il disco _cambiava_ colore nell'attraversare lo specchio: l'unico motivo per cui non me ne ero accorto prima era che il complementare del colore del disco era il colore originale.

«Questo risolve tutti i problemi, no?»

«Certamente.»

«Ed è la fine del racconto?»

«No.»

«Che c'è ancora?»

«Narciso.»

«Narciso chi?»

{MC} si limitò a far girare i pollici, come in attesa di qualcosa. La ragazza continuò:

«Intendi il personaggio della mitologia?»

{MC} annuì.

«E che c'entra?»