Due sorelle
Non so se sia a causa della nostra indole, o per l'educazione che abbiamo ricevuto, ma io e mia sorella non abbiamo mai litigato. Ok, forse “mai” è un'esagerazione, ed in effetti pensandoci bene abbiamo avuto un paio di screzi seri. Un paio, non di più. E sempre, quando le cose si sono risolte, il nostro rapporto ne è uscito più solido di prima.
Ho sempre pensato, per inciso, che noi due in realtà avremmo dovuto essere gemelle, e che di fatto lo fossimo, nonostante io fossi biologicamente più giovane di due anni —un anno, sei mesi ed otto giorni, per la precisione.
Non avevamo altri fratelli o sorelle. Ma penso che questo non sia inusuale quanto l'attenzione che avevamo l'una per l'altra. E questo in buona parte è dipeso, ne sono sicura, dallo stile di vita mostratoci dai nostri genitori, uno stile caratterizzato dalla responsabilità. In generale, ma nei confronti di noi stesse, e dell'una verso l'altra, in particolare. Se c'è una cosa di cui potremmo vantarci, entrambe, è di non aver mai chiesto un favore. In parte è certamente perché siamo state fortunate, ma anche in rapporto a coloro nati in ambienti simili ai nostri non pochi hanno ricorso, e ricorrono, e purtroppo sempre ricorreranno, alla via del minimo sforzo, dello stretto indispensabile, del favoritismo; per contro, noi siamo cresciute con una grande passione per lo studio prima e per il lavoro poi. Abbiamo sempre saputo apprezzare il gusto di un ottimo, ma sudato, risultato, la soddisfazione di una meta raggiunta, per quanto faticosa fosse la sua onesta concretizzazione.
Non vorrei che con questo si pensasse che fossimo delle egocentriche presuntuose ed asociali. Anche se mi ha sempre dato una grande tristezza vedere come l'onestà e la correttezza siano valori sempre meno apprezzati, al punto quasi da diventare un ostacolo, anche nelle relazioni sociali, a qualsiasi livello. Anche nel porgere una mano agli altri, la nostra strada è sempre stata quella di dare la possibilità, non di accrescere immeritatamente il risultato altrui. A scuola, per esempio, abbiamo sempre visto in maniera netta e distinta il banale (e disonesto) “suggerimento” da un lato e dall'altro l'aiutare i meno fortunati (o anche i più svogliati) a raggiungere una conoscenza più adeguata ad affrontare il compito, l'esame, l'interrogazione.
Allo stesso modo, sempre dai nostri genitori, abbiamo imparato a riconoscere i nostri limiti, senza alcun complesso d'inferiorità, ed a sfruttare i nostri punti forti, senza presunzione. E lo dico cosciente di come tutto ciò che ho detto finora sembri trapelare presunzione da ogni parola.
E la cosa più strana è che in realtà tutto quanto ho detto finora ha poca attinenza con ciò su cui volevo concentrare il mio racconto. Non so bene cosa mi abbia portata a scriverlo. Forse perché in qualche modo tutto questo disegnava in qualche modo un confine tra noi e gli altri, un confine che ci legava e forse anche ci isolava. Non so quanto questo abbia contribuito; forse meno di quanto sospetti talvolta, giacché da sempre, per quanto posso ricordare, ho avuto nei confronti di mia sorella questo misto di venerazione, istinto di protezione, desiderio di felicità che ha accompagnato, caratterizzato il nostro rapporto.
Mi ricordo di quando eravamo piccole. Dormivamo nella stessa stanza, i nostri letti erano ad angolo, separati da due comodini. Avevamo ciascuna le sue cose: la nostra scrivania, i nostri armadi con i vestiti, i nostri giocattoli. Giocavamo spesso insieme: con le bambole, con le costruzioni. Quando lei cominciò ad andare a scuola, ricordo come mi sembravano tristi quelle lunghe ore di solitudine che passavo nello studio di mio padre: perdeva un sacco di tempo con me, coccolandomi, giocando, raccondami storie che ricordo ancora con molto affetto, eppure nulla serviva a rendermi meno malinconica, se non il ritorno di mia sorella. Mio padre ne era cosciente, e penso che ne soffrisse anche lui, non tanto per sé, quanto nel vedermi così triste sapendo di non poter fare nulla per migliorarmi sensibilmente l'umore se non per pochi secondi.
Crescendo ovviamente maturai, e comincia a sviluppare la mia vita anche in assenza di mia sorella: leggevo molti libri, anche se spesso erano gli stessi che leggeva, o aveva appena letto, o presto avrebbe letto, lei. Leggevamo molto, sedute sulle poltrone in salotto o sdraiate prone sul letto, scalciando distrattamente l'aria. Mi aveva insegnato lei a leggere, più che i miei genitori; quando entrambe eravamo piccole, a turno mio padre e mia madre (anche se più spesso mio padre, a nostra richiesta) ci leggevano le favole … ci lessero tutti i Grimm, tutte le fiabe siciliane, molti miti greci e romani, e non poche storielle buffe di loro invenzione … poi imparammo a leggere e le buonenotti si ridussero a carezze e baci in fronte. Non che mi dispiacessero. Anzi, sono poi diventate un rito anche tra me e mia sorella.
Avevamo amici ed amiche: i compagni di classe, i ragazzi che abitavano nel nostro plesso, con cui perdevamo i pomeriggi a giocare ad acchiappa-acchiappa, a nascondino, a lampo-fulmine … e tuttavia restammo sempre la “migliore amica” l'una dell'altra. Non solo eravamo le persone con cui preferivamo passare la maggior parte del nostro tempo, qualunque cosa ci fosse da fare, ma la fiducia di cui godevamo l'una per l'altra ci spingeva a confidarci ogni pensiero, dolore, gioia, segreto. Forse quello su cui tacemmo più a lungo, benché ci fosse eclatante, o forse proprio perché non aveva bisogno di parole, fu quello che eravamo l'una per l'altra.
Non posso certo parlare per mia sorella, ma la cosa che più mi sorprende, se penso a tutto a mente fredda, è proprio lei. Ritengo che, tutto sommato, sia abbastanza normale che una sorella minore abbia una forma di adorazione per la sorella maggiore, soprattutto da piccola; che in qualche modo si volga a lei per consigli, per ispirazione, che la scelga come modello, finché non si sviluppi una propria personalità: in qualche modo la sorella maggiore ha, negli occhi della minore, tutti i pregi del genitore senza avere i difetti che derivano dalla differenza generazionale. Perché lei perdesse tutto quel tempo con me, tuttavia. Non ho mai sentito la sua presenza in maniera pesante, didascalica; non ho mai visto in lei un atteggiamento maternalistico, né di superiorità. Anche quando giocavamo alla scuola e lei mi insegnava veramente a scrivere, anche quando nella penombra mi raccontava dei segreti del nostro corpo.
Anche quando la tradii per poi, pentita, tornare da lei.
Fu il primo screzio, la prima minaccia a quello che lentamente, e forse in segreto a noi stesse più che agli altri, stavamo costruendo. Non so quanto mia madre sospettasse, anche se talvolta mi sembrava di scorgere in lei uno sguardo non so se triste o angosciato. Eppure sapevo benissimo a cosa si riferì mio padre quando ci prese in disparte e ci spiegò come là fuori non tutti, anzi pochi, fossero disposti, o in grado, di capire, e che per questo, nonostante fossimo libere di scegliere la nostra strada, saremmo dovute stare attente.
Fu quando venne l'età in cui si perde la ragione, la vecchia e semplice saggezza dell'infanzia, per acquisire il cinismo spensierato ed ossessivo dell'adulto. Ero preparata ai cambiamenti del corpo, li avevo visti in mia sorella. Quando fu il mio turno, speravo già di poter eguagliarla in splendore. Ed all'inizio fu lei, indubbiamente, l'áncora delle mie tempeste ormonali. Non riesco a credere quante volte ci trovammo a fissarci negli occhi, leggendoci dentro senza voler capire quello che vedevamo. D'improvviso l'ingenuità dei gesti di ogni giorni, la confidenza dei nostri contatti si arricchì di un nuovo gusto, un gusto carico di piacere, ma trascinato da un'onda di confusione.
Tutto sembrava confuso allora, ciò che percepivano i sensi, ciò che veniva recepito dal cervello e che cercava nuovi significati, nuove interpretazioni per nuovi segni e vecchie abitudini. Non c'ero abituata: fino ad allora era sempre stato possibile raccogliere tutto, anche le nuove scoperte, sotto il tetto della conoscenza, della sicurezza, della certezza; era questo l'ambiente in cui era abituato a nuotare il mio cervello, ed era verso questo che cercava affannosamente di tornare, annaspando tra le onde di questa tempesta, aggrampandosi a ciò che poteva restituirgli quel senso di solidità. Cosa non facile, poiché sembrava che le mani stesse con cui il mio cervello cercava di aggraparsi fossero incapaci di una presa. E per quanto mi concentrassi, o mi sforzassi di concentrarmi, sullo studio, o sul pianoforte, o su qualunque altra attività che richiedesse concentrazione, i risultati mi sembravano sempre insoddisfacenti.
Eppure non era questo quello che importava. Mi sembrava di essere ritornata a quando avevo quattro anni e mia sorella mi lasciava sola a casa ogni giorno: l'unica gioia, come allora, era saperla presente, vicina. Mi sentivo in paradiso quando ci riposavamo nella giallastra luce penombra estiva creata dalle tapparelle orientate con studiata attenzione, ed ella, seduta a gambe incrociate sul proprio letto, mi carezzava i capelli mentre sdraiata con la testa in grembo a lei leggevo o semplicemente sonnecchiavo, ed incrociarle gli occhi e vederne la gioia mi spingeva quasi alle lacrime.
Ed in quattro anni, dalla fine delle medie all'anno prima che lei finisse la scuola, quei momenti crebbero di frequenza e scemarono in pudicizia. Fui io a passare, in qualche momento in quel periodo, il segno nascosto che separa quel linguaggio di gesti, sfioramenti, suggerimenti che fa vivere nella tentazione, dal regno pubblicizzato in maniera sempre più frequente e volgare nei media che circondano ed assaltano la nostra vita quotidiana; un regno che per me, ora come allora, è coperto da un velo di poesia, dolcezza e delicatezza che nessuno potrà mai lacerare.
Forse sono semplicemente stata la più debole delle due, come lo sono stata quando la tradii. Così, quando un giorno mi trovai il suo viso a pochi millimetri, con i suoi occhi verdi che brillavano alla luce del sole, non seppi resistere e poggiai il più pudico e discreto dei baci sulle sue labbra. Fu la sua risposta, identica, a suggellare quello che nostro padre ci avrebbe non molto tempo dopo suggerito di custodire con segretezza.
Le chiesi, quella notte, perché non si fosse mai fidanzata. Come sua confidente, sapevo quando c'era un ragazzo che le piaceva, ed era fin troppo ovvio quando qualche ragazzo le andava dietro; sapevo anche quando il gradimento era reciproco, e sapevo che mai questo aveva portato a qualcosa di concreto. Mi rispose che non aveva ancora incontrato nessuno con cui valesse la pena cercare di costruire qualcosa. Diceva, aspetto che i segnali indichino che possa esserci questa possibilità; non ho la presunzione, o l'illusione, di credere che saprò quando avrò trovato l'anima gemella, e sono sicura che commetterò degli errori di valutazione, ma so che finora nessuno ha dimostrato di valere quanto te. Avvampai.
Vivevo in un mondo paradisiaco, eppure era come se tra noi ci fosse questo accordo implicito, forse anche per le parole di mio padre, che ciò che stavamo vivendo era qualcosa che, benché ci sarebbe rimasto per la vita, non poteva durare in eterno; come non si può vivere in eterno come figli dei propri genitori, così noi accettavamo tacitamente il fatto che saremmo cresciute per separarci e vivere ciascuna la sua vita; ma eravamo innamorate l'una dell'altra, e questo non ci preoccupava: sarebbe venuto il momento. Fino ad allora eravamo lì l'una per l'altra.
In un mondo in cui regna il caos ed il rumore, io sono sempre stata una grande ammiratrice del silenzio, della pace, dell'ordine, della discrezione. Quando dissi a mia sorella che un suo compagno di classe mi stava facendo la corte, ella mi guardò incredula; non tanto per il fatto in sé, quanto per il protagonista di questa notizia: un ragazzo timido, dall'aspetto dimesso ed accompagnato dalla fama di cui godono spesso ragazzi così, di non brillare per la loro virilità. Mia sorella me ne parlò come uno che a scuola rendeva bene senza sforzarsi, e che non si sforzava per rendere di più: una persona probabilmente capace, ma che non voleva o non poteva brillare.
Erano altre le caratteristiche di lui che mi colpivano, e fu per quelle che cominciai a frequentarlo, lo seguii, abbandonai mia sorella; ed ella lasciò che volassi via, che mi impegolassi in quel mondo che si rivelò più triste di quanto lo avessi immaginato.
Non so se fu in qualche modo la coscienza del fatto che presto mia sorella sarebbe partita per l'università mi avesse spinto a cercare qualcuno, e quindi a mettermi con questo ragazzo, o se al contrario la partenza di mia sorella mi rivelò quanto ella fosse importante per me e mi aiutò a dare il colpo di grazia a quel moncherino di relazione che non sarebbe dovuta nascere.
L'unica cosa che di tutto quello mi resta per certo è come il desiderio iniziale della compagnia, il fascino della tranquillità che emanava da lui, tutto ciò che mi aveva spinto a lui sembrò svanire in poco tempo.