Sopravvissuti
La caverna era asciutta. Qualunque cosa ci sarebbe sembrata asciutta, liberi com'eravamo da quell'infernale bufera che tuonava e scrosciava fuori dall'angusto ingresso dell'antro, a tratti illuminato dai lampi.
Rimanemmo lì, fermi, stanchi. Ad ogni successivo getto della luce bluastra cercavo di aguzzare gli occhi, capire bene come fosse disposto l'ambiente, e se davvero potesse fornirci riparo. Qualche piccolo passo verso l'interno, subito imitato dalla mia compagna di disavventure. Percorsi lentamente la parete, senza staccare la mano, conscio di lei che seguiva i miei passi senza perdere il contatto con il mio zaino.
Un gradone. Decisi che accamparsi là su sarebbe stato più sicuro, nonostante il rischio, se nella notte ci fosse stato bisogno di muoversi in fretta, di cadere. Mi arrampicai, e liberatomi dello zaino aiutai la mia compagna.
La sentivo tremare e battere i denti, lamentando il freddo. Tolsi le coperte dallo zaino, e ringraziai la plastica in cui erano avvolte. Erano ancora asciutte. Cominciai a stendere un giaciglio, spiegando intanto che pensavo non ci fosse alternativa al dormire nudi, sotto le stesse coperte. Non ci furono obiezioni; mi invitò soltanto a voltarmi dall'altra parte, perché uno sprazzo di luce non mi desse vista del suo corpo.
Abbandonammo i vestiti in due mucchietti scolanti, un po' distanti dalla massa di coperte, ai due lati, e scivolammo nel nostro modesto giaciglio, schiena contro schiena. Non era poi tanto male, avevamo qualcosa di morbido su cui poggiare il capo, e la nostra pelle non era a contatto con il terreno. Ma le coperte erano piccole, e ci coprivano entrambi a stento. Fu lei a girarsi, ed incastrare il proprio corpo al mio.
Le dissi solo di assicurarsi che almeno una parte delle coperte che ci coprivano fossero rincalzate, perché non scivolassero via e lasciassero spazio alla fredda aria di fuori.
Così uniti ed infagottati aspettammo che ci cogliesse il sonno, ultimo ospizio per le stanche menti e gli stanch corpi. E sarebbe stato ben accolto anche dalla mia affollata mente, l'orecchio teso, i ricordi che premevano, il giaciglio improvvisato, ed il respiro di lei che si faceva lento, regolare, contro la mia schiena e sulla mia spalla, il calore dei nostri corpi, racchiuso in quella gabbia di strati di lana e pile, che scioglieva il freddo con un benvenuto tepore, partendo dai piedi per raggiungere lentamente il resto del corpo, fin nella profondità delle ossa, ed il braccio di lei che molle cingeva il mio torace, ed il suo respiro che mi giungeva ormai dai più reconditi angoli del regno di Morfeo, contro il furore del cielo lì fuori, contro lo scrosciare della pioggia, violento benché attutito dalle spesse pareti di roccia, contro il bianco e l'azzurro dei lampi che imperterriti fiondavano la loro luce contro le pareti del nostro riparo.
Il mio risveglio fu improvviso, ma immoto. Il corpo sentiva la luce del giorno lì fuori, attraverso la coltre di nubi e la pioggia ora calma. Ed il corpo di lei ancora saldamente aderente al mio, morbido caldo e vivo in un ritmo scandito da un respiro regolare ma lieve.