Io lavoro in un internet point. Non è proprio un lavoro, a dire la verità, ma lo faccio per arrotondare lo stipendio ed allo stesso tempo dare una mano alla coppia di amici che ne è titolare. Sorpattutto d'estate una mano fa sempre comodo, con la folla che c'è.

Un giorno entra questa tizia; non proprio una bellezza folgorante, ma nemmeno una di quelle facce inguardabili che talvolta la natura, per scherzo vendetta o chissà che, attribuisce ad alcuni di noi: semplicemente, un viso dai tratti regolari ed un corpo proporzionato. Si avvicina al bancone dove siedo normalmente, e mi dice che avrebbe bisogno di fare qualche ricerca su internet. Non c'è problema; come al solito, la invito a scegliere un computer ed usarlo; si paga quando si finisce. Lei scuote la testa. Non è così semplice. Non ha proprio un'aria spaventata, ma si capisce che non è a proprio agio. Mi dice che non ha mai usato un computer, meno che mai internet, ed avrebbe bisogno di una mano.

Mi è già successo, non è un problema. Siccome poi quel giorno c'è uno dei titolari che può occuparsi dei clienti che hanno bisogno di un aiuto o consiglio estemporaneo, posso sedermi accanto alla ragazza, ed insieme cominciamo le ricerche. Se poi devo proprio essere sincero, la cosa non è un problema anche perché —sarò un ficcanaso— mi piace vedere cosa gli altri cerchino, e quando si tratta, come in questo caso, di ricerche per tesi o relazioni, può anche essere interessante, una finestra su qualcosa a cui magari normalmente non mi interesserei.

Così passiamo il tempo a rovistare in quel magma caotico che è internet, a stampare i documenti che sembrano interessanti e su cui lei pensa di volersi soffermare. Ed il tempo passa. Ad un tratto mi squilla il cellulare. È un mio amico che mi ricorda che abbiamo un appuntamento, e che mi informa che lui e la sua ragazza potrebbero portare ritardo, quindi non mi devo affrettare.

La tizia a cui sto dando una mano intercetta qualche brandello della conversazione telefonica, e la vedo annuire con un mezzo sorriso quando viene fuori il nome del tizio il cui concerto stiamo andando a vedere. Così, quando riaggancio, le chiedo:

«Tu lo conosci?»

«Sì.»

«Se ti interessa lo sto andando a sentire, dà un concerto in un pub, e ci vado con un paio di amici.»

Non risponde subito. Mi guarda, sorride divertita.

«Penso di sì, ma prima dovrò fare una telefonata.»

Così si allontana un attimo, fa la sua telefonata, e torna.

«Ok, si può fare.»

Be', ad essere proprio sinceri non me l'aspettavo. Tutt'altro. Ma la cosa andò, e poco dopo eravamo in macchina, una tonnellata di fogli di carta accuratamente stivati nel portabagagli ed una vaga idea della zona dove si sarebbe dovuto trovare il locale.

C'è una cosa che mi ha sempre fatto un po' paura del trovarmi da solo con qualcuno con cui non ho grande dimestichezza e con cui “dobbiamo” tenerci compagnia, ed è il silenzio. È una delle cose che mi trattiene maggiormente, quando c'è ad esempio una che mi piace: sì, va be', la invito ad uscire. E poi? Dicono tutti che “e poi” succede quel che deve succedere, ma io non sono mai stato molto ottimista da questo punto di vista. Non sono mai stato molto ottimista punto.

Che poi in realtà a me il silenzio non fa paura. Mi piace stare in silenzio, con gli amici. Non sento sempre l'obbligo a riempire la distanza tra di noi con le parole. Però, appunto, questo con gli amici. Se si finisce di parlare, non mi sento obbligato a trovare un nuovo elemento di conversazione. Anche perché spesso ci si vede mentre si fa qualcosa —giocare a bowling, andare al cinema, mangiare in pizzeria o al pub, o come adesso ascoltare un concerto— quindi le pause nelle conversazioni sono solo occasioni per concentrarsi sul resto del mondo che ci circonda. O viceversa. O qualcosa del genere.

Comunque, sul momento la cosa non mi assillava molto. Cercammo il posto, lo trovammo con un po' di fatica, e nel frattempo cominciammo qualche discussione poco seria; credo che parlammo di musica o qualcosa del genere. Il che avrebbe anche senso. Nonostante il ritardo, il concerto non era ancora cominciato ed i miei amici non c'erano. Fu a questo punto che cominciai a preoccuparmi. Non proprio, ma a sperare ardentemente che non mi abbandonassero.

Cosa che invece successe. Mi avvertirono via SMS che il sopraggiungere di certi problemi (un acceno a cose che conoscevo e che non richiedevano, purtroppo, spiegazioni) avrebbe loro impedito di raggiungerci. Ed il mondo ricadde sulle mie spalle.

Fu a questo punto che facemmo la prima pausa, e per un po' ci limitammo ad ascoltare il concerto —d'altra parte era per questo che eravamo lì, anche se più tempo passava più mi convincevo che non ne era valsa la pena— ed a mangiare. Mi scappò un commento sul mio parlare troppo, ma ella non sembrava d'accordo, diceva che le piacevano le cose che raccontavo; cercai di convincerla a raccontarmi qualcosa di lei, ma continuava a rifiutarsi, dicendo che non aveva cose altrettanto interessanti —cosa che mi sorprese perché non avevo mai considerato i miei racconti “interessanti”, a confronto di quelli che avevo sentito da altri.

Ma alla fine in un modo o nell'altro lei riusciva a far parlare me, a farsi raccontare la mia vita; nulla di troppo interessante, così come il concerto. Avevamo finito di mangiare, così abbandonammo il locale ed il tizio che cominciava a saturarci, e dietro proposta di lei tornammo in città in un posto che lei conosceva; per qualche momento mi illusi di essere riuscito a farla parlare —non per altro, ma come ho già detto io sono sempre stato curioso di conoscere la vita degli altri; mi piace ascoltare più che raccontare io stesso— ma bastavano piccoli commenti da parte mia perché il peso del discorso tornasse a sbilanciarsi dalla mia parte.

Tornammo a parlare di musica; come ormai usuale, cominciò lei, dicendo che uno dei motivi per cui le piaceva questo locale a cui mi aveva guidato era che passavano molta musica degli anni '70, una sorta di perenne revival. E poi fu daccapo il mio turno. D'accordo, a questo punto venne anche a me qualche sospetto, come che in realtà a me non è che dispiacesse parlare. Avrei parlato tanto altrimenti? Semmai avevo paura di annoiare la gente —mi era successo più d'una volta e non è mai un'esperienza piacevolissima. Ma evidentemente lei non si annoiava. In effetti, al contrario, sembrava ascoltarmi con molta attenzione. Forse arriverei a dire troppa attenzione. Ad un tratto mi parve che fosse persino entrata in trance.

Tacqui. Sembrò non accorgersene subito. Le chiesi se qualcosa non andava. Eppure non sembrava triste o infelice o a disagio o chissacché. Non capì nemmeno la domanda —sembrava tutto a posto, per lei. Mi disse qualcosa sul mio modo di parlare, ed improvvisamente mi vennero in mente tutti gli avvisi che le mie sorelle mi avevano dato sulle cose a cui dovevo stare attento; eppure sembrava che in realtà a lei le cose andassero bene come stavano.

A questo punto le feci uno scherzo. Cominciai a filmarla, ed a farla parlare. Mi avevano già fatto uno scherzo del genere a me, ed è sempre interessante vedersi “dal di fuori”, così tirai fuori la mia macchina fotografica digitale, a cui lei reagì negativamente, e la poggiai su un bicchiere capovolto davanti a me. Dissi che non l'avrei fotografata, e tirai via le mani —non prima di aver iniziato la registrazione.

Provai a farla parlare, facendole delle domande. Mi piacquero le sue risposte, cominciai ad esplorare i suoi pensieri, ma ad un tratto lei parve percepire qualcosa, e si rifiutò di continuare finché fosse stata brilla, accusando i gin & tonic che aveva bevuto di poterle fare potenzialmente dire delle scemenze.

Eppure ero sicuro di essere sulla buona strada.

Buona strada. Buona strada per cosa, poi? Me lo chiedevo anch'io, cosa stessi facendo, cosa volessi esattamente. Ci stavamo tenendo compagnia, ecco tutto. Stavamo passando una simpatica serata assieme, nulla di più.

O almeno. Così mi sembrava. Poi, pian piano, i discorsi si fecero seri —un po' certamente per colpa mia, e poi forse anche per l'ora tarda, le luci basse che invitavano alle confidenze. Uscimmo infine dal locale, facemmo una passeggiata al lungo mare, ed ora era lei a parlare, per lo più, e senza nessun invito. Finalmente? Eppure non sentii nulla per “esserci riuscito”, a farla parlare; anche se la ascoltavo con grande attenzione —a posteriori posso con certezza affermare con quanta e quale attenzione la ascoltassi, e forse già allora lo sapevo, e mi stava bene.

Lasciammo la strada, inoltrandoci sulla scogliera; ci sedemmo in un angolino in cui il vento non desse fastidio e da cui si potessero ammirare il cielo ed il mare senza che la civiltà desse troppo fastidio. Ora, non è che sedersi sulla nuda roccia o su qualche sterpaglia sia mai stata fra le grandi comodità della vita; così, e non so nemmeno come mi venne in mente o come glielo abbia chiesto, la invitai a sedersi in braccio a me. E lei, cosa ancora più strana, accettò.

Così.

Mi si sedette in grembo, e non molto tempo dopo era accucciata contro di me, ed entrambi tacevamo, limitandoci ad ascoltare il mare, a guardare il cielo, ad annusare la notte. E la cosa che più mi piacque di tutto questo fu il silenzio, il fatto che né io né lei sentissimo il bisogno di riempirlo in qualche modo.


Credo che la mia vita si possa riassumere con una parola: errori. Al plurale, sì. Errori, e decisioni sbagliate. Ho commesso tanti di quegli errori, e prese tante di quelle decisioni sbagliate che davvero non so come, alla fine, tutto sembra in qualche modo continuare ad andare avanti, apparentemente senza intoppi. O io sono più forte di quanto io stessa non creda, o la vita è meno cattiva con me di quanto in apparenza possa sembrare.

Eppure, ogni volta che ci penso, fra tempismi sbagliati e decisioni idiote ed altri tipi di errori, prevenibili e non, che ho commesso, mi sembra davvero che ci sia lassù qualcuno che mi guarda. E forse mi mette alla prova, e mi tiene in vita, attiva, solo per il gusto di continuare a tormentarmi.

Uno dei miei più grandi errori è stato quello di rimanere incinta. E quello è stato un errore. Poi è venuta la decisione sbagliata, quella di tenerlo. Ovviamente la cosa a lui non è andata a genio (a lui il padre, cioè), e così mi ha mollato. Ho detto che se proprio voleva, avrei abortito, ma l'avrei mollato io; così mi ha mollato lui, risolvendo il problema alla radice. In un certo senso. Almeno il suo problema. Perché non è che i miei problemi siano stati risolti. Tutt'altro. Ma almeno ho scoperto di che pasta era fatto, e tutto sommanto mi viene spesso da pensare che sia stato meglio così. Almeno in un certo senso.

La mia vita da ragazza madre non è che fosse andata meglio. Non esiste una parola che possa definire quanto sia complicata. Voglio dire, già la vita di una madre è complicata, e così lo è quella di una ragazza. Non è difficile pensare che le due complicazioni non si semplificano, nella giovane ragazza madre.

Ed anzi io ho potuto contare sul supporto dei miei genitori. Voglio dire, non è che fossero entusiasti della mia decisione di tenerlo; ne abbiamo parlato a lungo e non mi hanno nascosto il loro scetticismo. Così come non mi hanno nascosto la loro soddisfazione nel sapermi libera di quello, del padre cioè.

Comunque, come dicevo, la vita non è semplice. Bisogna imparare a gestirsi il tempo tra figlio ed università, e ne resta poco per la vita “propria”. Davvero poco. Praticamente nulla. È difficile mantenere le amicizie, coltivarle, e se non si ha la fortuna (che io, per fortuna, appunto, ho avuto) di avere amicizie solide da prima, mi domando quanto e come si possa andare avanti.

E poi c'è il problema degli appuntamenti. Ora, io non è che sia mai stata una tipa da appuntamenti. A me piace avere amici. Tanti amici. Mi piace uscire con loro, conoscerne di nuovi. Mi piace coltivare queste relazioni che poi si mantengono. Gli appuntamenti … non so, ho sempre avuto l'impressione che fossero cose o troppo poco serie, o troppo serie. Nel mio caso, troppo serie, in genere, perché le cose troppo poco serie non mi hanno mai particolarmente impressionato, e ho preferito evitarle quando possibile.

Il problema dell'essere ragazza madre, ora, è che tutto diventa molto più difficile. Anche quando si ha un appuntamente, io mi sento in dovere di far sapere al tizio in questione che ho già un figlio. Non gliela butto là così, nuda e cruda, la cosa, ma è praticamente inevitabile che salti fuori, in un modo o nell'altro. Davvero, ho anche provato a non farla saltare fuori, ma non ci sono riuscita. E una volta che si arriva lì, diventano tutti conigli o coglioni, ovvero o scappano o diventano (possibilmente inconsciamente) emuli del padre. E poi l'avere un figlio e l'essere studentessa all'università impongono —o forse in realtà sono io ad impormeli per chissà quale motivo— dei limiti alle uscite, in termini di frequenza e durata. Comunque, finisce che le cose non vanno mai per le lunghe. Non ricordo di essere mai arrivata oltre il secondo appuntamento con nessuno. A parte il padre, ovviamente, ma sto parlando di dopo.

L'universtià, in fin dei conti, è la cosa che mi crea meno problemi. Ho scelto una facoltà che mi piace, e progredisco velocemente. Gli unici problemi sono le robe tipo le tesine e cose del genere. Non abbiamo un computer in casa, e nessuno di noi sa usarlo o si è mai preoccupato di procurarsene uno. Eppure anche lì sono stata fortunata, ho amici che mi possono dare una mano, ed in particolar modo una di loro è anche mia collega, quindi ci troviamo spesso a lavorare insieme sulle stesse cose.

Spesso, ma non sempre. Così, una volta mi è successo di dovermela cavare da sola. Mi ci volle un po' per trovare un modo per affrontare il problema, ed alla fine decisi di appoggiarmi ad uno di questi internet point che stavano fiorendo nel circondario, sfruttando i finanziamenti a fondo perduto che lo Stato italiano aveva stanziato per l'imprenditoria giovanile. Ne scelsi uno a caso, ed entrai.

Al bancone c'era questo tizio, e quando gli dissi ciò di cui avevo bisogno (fare qualche ricerca) lui mi indicò una certa noncuranza i computer, dicendomi di scegliere quello che preferivo. Non è mai semplice rivelare la propria totale ignoranza in materia, ma in quel caso non avevo molte possibilità. Non batté ciglio. Questo mi sorprese. Mi accompagnò, e si mise a mia totale disposizione. Io dicevo cosa mi interessava, e lui provava quelli che lui chiamava “criteri di ricerca”, più d'uno per argomento. E spuntavano parecchie cose interessanti; dopo un po', accanto a noi c'era un malloppazzo di pagine stampare che non finiva mai. Avevo anche troppa roba, ma continuavamo a “navigare”. Non ho mai capito perché lo chiamino in questa maniera, poi. A me internet pare solo una sequenza (grande quanto volete ed usabile come volete) di pagine. Neanche troppo leggibili. Dovrebbero girare i monitor dei computer di 90 gradi, sarebbero più vicini alla pagina stampata, che resta e sempre resterà il modo più classico e fruibile per distribuire informazioni. Comunque.

Ad un tratto gli squillò il cellulare. Lo sentii parlare di un appuntamento che aveva con qualcuno per andare a vedere il concerto di un tizio in un qualche locale fuori città; devo aver fatto qualche cenno di assenso o qualcosa del genere, perché mi fece quella che mi parve una proposta. Un invito ad uscire. O forse era solo uno scherzo. Fatto sta che io chiamai mia madre per sapere se poteva occuparsi lei di mia figlia, e confermai la mia adesione per il concerto.

Come ho detto, non mi dispiace conoscere nuova gente. E c'erano i suoi amici, quindi non sarebbe neanche stato un appuntamento. Davvero, non ero partita con l'idea che lo fosse. E la cosa non doveva esserlo. In programma.

Arrivammo a questo locale in ritardo sul tempo previsto —difficoltà a trovarlo— eppure in anticipo sia sul concerto (si sa, queste cose non cominciano mai in orario) sia sui suoi amici. Così per un po' continuammo quelle chiacchiere leggere che avevamo iniziato in macchina. E poiché gli amici non arrivavano, cominciammo a sfogliare i menu.

Parlava non poco. Così seppi che aveva girato mezza Europa, che era stato in nord America e alle Hawai`i, che conosceva l'inglese ed il francese, che andava a scuola di tango e stava cominciando ad imparare l'arabo, che era mancino e daltonico, che aveva fatto pianoforte e chitarra, che amava la musica ed il cinema, che conosceva gente un po' dappertutto nel mondo, e che parlava un sacco. Lo disse lui stesso. Aveva appena ricevuto un messaggio, e leggendolo era rimasto come deluso.

«Successo qualcosa?»

«I miei amici non possono venire.»

«Oh.»

E rimanemmo per un attimo in silenzio. Cioè, in silenzio non proprio, giacché il tizio che eravamo venuti ad ascoltare aveva già cominciato a suonare da un po'. E per un po' lo ascoltammo. E mangiammo.

«Ho parlato troppo, vero?» fa lui ad un certo punto.

«Sarebbe falso negare che hai parlato molto. Ma “troppo”? No, non direi. Non era una conversazione sgradevole.»

«Conversazione?» sorride «Per essere una vera conversazione avresti dovuto parlare anche tu, no?»

«Le cose che posso raccontare io non credo sia interessanti come quelle che puoi raccontare tu. La mia vita è molto più “piccola”, sai? Non ho amici sparsi per il mondo, ed io stessa non ho viaggiato molto, a parte sui libri; sì, con i miei siamo andati fuori, quando ero piccola. Anche noi siamo stati in Grecia, ed in Francia, ed in Spagna. Ma basta così, ed è stato tanto tempo fa; i ricordi svaniscono.»

«Eh, mi viene difficile credere che pensi davvero che le cose che io possa raccontare siano eccezionali; in confronto a quello che potrebbero raccontare, che so, alcuni miei amici, io sono un tipo molto stazionario. E penso davvero di esserlo, sai? Ed un po' ne vado fiero. Mi piace avere radici.»

«Nel mio caso è un po' più grave che non solo avere radici.»

«Ma non ti piacerebbe viaggiare?»

«Oh, ma certo che mi piacerebbe; ma viaggiare è una cosa che richiede tempo e risorse, e non sempre se ne hanno da dedicarvici.»

«Be', è vero anche questo. Anch'io non è che abbia viaggiato molto, mentre ero studente.»

«Che fai ora?»

Così il discorso tornò su di lui. Seppi che ora lavorava a quello che per molto era stato il suo hobby, i computer; che lì all'internet point ci andava solo per dare una mano ai suoi amici, che il suo lavoro stabile era presso l'università. Che aveva lasciato il dottorato.

Passamo così la prima frontiera, da conoscenti ad amici. Mi parlò del suo disagio nell'ambiente accademico, di come si fosse accorto che “non era la sua strada”, di come avesse quasi tentato un salto nel buio, un salto molto, molto fortunato.

«Sono sempre stato fortunato nei modi più strani.»

«Io invece mai, né nei modi strani né nei modi classici.»

«Mai vinto alla lotteria?»

Ridemmo entrambi, nonostante la battuta non fosse un granché.

«Oh, a proposito di soldi, a me il tizio mi ha stufato. Sbaracchiamo?»

Annuii. Quando fummo in strada, annunciai che un dessert non mi sarebbe dispiaciuto, proposti un locale di mia conoscenza.

«No problem.»

Mai un problem, con lui, apparentemente. Mi ci portò senza indugio, ed ancora per strada parlammo; gli dissi di come gli impegni mi stessero impedendo di coltivare le amicizie come desideravo. Annuiva, rispondeva, mi parlava di come avesse visto amicizie finire, nascere e rinascere nei modi più strani, più inaspettati. E raccontava, ed io ascoltavo. Già mentre scendevo dalla macchina sapevo di stare cadendo in quella trappola da cui non è facile uscire, quando ci si rende conto di prestare più attenzione alla persona che a quello che dice. Ci sedemmo in un angolino, ordinammo, riprendemmo a parlare.

Mi piaceva il suo modo di raccontare, credo. Era simpatico. Lui, o il modo di raccontare, non so. Avevo questa sensazione di simpatia, tutto qui. Speravo. Forse anche di fiducia. E fin qui nessun problema. Mi stavo un po' dimenticando di chi ero, di quello che ero. Questo era il problema. Ed ovviamente non me ne stavo accorgendo. E mi piaceva la musica del locale. Mi piaceva quel locale, anche se avevo smesso di andarci dopo essermi lasciata con il mio ex; ed ora a questo non ci stavo pensando, pensavo solo che mi piaceva il locale.

«Che c'è?» fa lui a un tratto.

«“Che c'è” cosa?» chiesi io, cadendo dalle nuvole.

«Non lo so, dimmelo tu.»

«Sei tu che ti sei fermato. Io non ho detto niente, non ho fatto niente.»

«Appunto.»

«Appunto che?»

«Sembri in trance.»

«In trance?»

«Boh, sì. No, non lo so. È quasi mezzora che sei rimasta ferma così.»

«Così come?» chino gli occhi.

Ho il mento poggiato al palmo della mano, le dita ripiegate a coprirlo, il gomito puntellato al tavolo; le dita dell'altra mano sono poggiate, quasi abbandonate attorno, al mio bicchiere di gin & tonic. Non capisco che ci sia di male. Mezzora. Uh.

Torno a guardare lui, non capisco il suo sguardo; mi sento come se mi avesse beccato in mutande ed io non avessi avuto la prontezza di riflessi di coprirmi. Faccio spallucce e sorrido. Spuntello il mento, porto giù il braccio.

«Buffo, neh? Mi sono distratta. Ma no, non è vero nemmeno questo, stavi parlando degli anni '70, lo so. Dicevi che ti piaceva la musica. Anche a me. Anzi, la cosa è partita da me che dicevo che mi piace la musica di quel periodo. Vedi? Sono attenta.»

«Però finisce che parlo sempre io.»

«Te l'ho già detto, a me non dà fastidio. A te sì? Cioè, vuoi che parli io perché sarebbe, non so, “corretto” che io abbia altrettanto possibilità di esprimermi? Credi che se non volessi parla… che stai facendo?» aveva tirato fuori da non so dove una macchina fotografica, e l'aveva poggiata, pronta allo scatto, su uno dei bicchieri davanti a lui «Non ho nessuna intenzione di essere fotografata.»

«D'accordo.» allontanò le mani dalla macchina «Va meglio così?»

«Mi … mi sento comunque osservata e la cosa non mi piace mica.» feci una smorfia.

«Preferisci che la tolga?»

«Certo. Specie se vuoi che sia io a parlare. Non voglio mica fare la giornalista, davanti ad una telecamera. Che poi non è nemmeno una telecamera. Quindi se vuoi puoi pure lasciarla lì, ma devi parlare tu.»

«Pensi che abbia ancora cose da raccontare.»

«Non lo so, non ha importanza. Poi mi piace come parli, sei curioso.» maledetto gin & tonic.

«Curioso? Oh, no, non mi dire che ho fatto le faccine.»

«Faccine?» sorrisi «Sì, hai fatto le faccine.»

«Mia sorella dice che è una delle cose a cui devo lavorare.»

«Perché? A me non dànno nessun fastidio. Sono … ti rendono espressivo in maniera simpatica. E poi è il tuo modo di parlare. Saresti ancora naturale senza le faccine?»

«Bisogna sempre comportarsi secondo natura, secondo te? Anche quando questo contrasta le convenzioni sociali?»

«Be',» risposi parlando lentamente, tirandomi le consonanti d'inizio parola, come aspettandomi una trappola, pronta a rimangiarmi quello che stavo dicendo «in linea di massima direi di sì.»

«In linea di massima.»

«Be', entro certi limiti. La nostra libertà finisce dove comincia quella degli altri. Lo so, è una frase fatta, ma è così. Per cui si tratta di trovare il giusto compromesso con le persone che si frequentano. Al limite cambiare frequentazioni, se questo compromesso ci è troppo sgradevole, no?»

«Quindi in un certo senso il parlare di “ambienti” o “classi” è … normale, naturale.»

«Be',» di nuovo una risposta strascicata «sì. Ma» mi affrettai ad aggiungere «in senso dinamico. Mi sembra ovvio, ci sono persone con cui ci troviamo meglio e persone con cui ci troviamo peggio. In questo senso è naturale. Ed ovviamente ogni gruppo di persone, che puoi chiamare “ambiente” se vuoi, ha delle sue regole. È normale.»

«E ciò che è normale è giusto?»

Mi venne da ridere. Gli puntai un dito contro. «Non ci casco, sai? Non ho nessuna voglia di affrontare un terzo grado di filosofia morale. Qui ed ora, nelle mie condizioni.»

«Condizioni? Che condizioni?»

«Be', io sono già al mio secondo gin & tonic, tu solo acqua tonica. Questo vuol dire che io posso sparare ca… volate senza nemmeno accorgermene. Voglio un caffé, se devi continuare su questa strada.»

Anche lui sorrideva ora.

«Basta, era solo uno scherzo, per farti parlare un poco. Vedi che anche tu hai cose da dire?»

«Scemenze. Ho solo risposto alle tue domande. Io non ho nulla di cui parlare, se non quello che mi cresce dentro.»

«E chi ti dice che non sia una cosa che valga la pena comunicare all'esterno?»

Ora mi sentivo stupida e malinconica «Sono cose mie, i miei pensieri ed i miei sogni, è tutto privato e chiuso in cassaforte.»

«In attesa dello scassinatore che sappia aprirla, leggere i foglietti e sostituirli con le realizzazioni dei desideri.»

«Non voglio che sia uno scassinatore.»

«Qualcuno a cui tu sceglierai di dare la chiave, allora. O qualcuno che l'abbia già?»

«Parli di predestinazione? Pensi che esista Qualcuno che sia La Persona Giusta™?»

«Veramente ero io a chiederlo a te.»

«Ma ti ho già detto che mi rifiuto di rispondere a domande filosofiche in queste condizioni, uffa.»

Feci un po' la finta offesa, ma mi sentivo davvero … non posso dire ubriata, ma sentivo di aver bevuto molto, troppo, di stare diventando pericolosamente loquace. Avevo bisogno di prendere una boccata d'aria.

Uscimmo dal locale, e lui mi condusse a fare una passeggiata sul lungomare. L'aria fresca mi fece bene, ma ebbe un effetto contrario a quello che avevo sperato; o meglio, a quello in cui a posteriori, sobria, avrei sperato: invece di calmarmi, mi diede ancora più voglia di parlare.

Parlai per un sacco di tempo, senza nemmeno rendermene conto, senza neanche sapere di cosa stessi parlando; l'unica cosa che mi ricordo per certo è che in qualche modo riuscii ad evitare di parlare di mio figlio. Lui non fece domande, si limitò ad ascoltarmi per tutta la tirata.

Ed infine ci ritrovammo sulla scogliero, in un angolino riparato dal vento; io mi ero seduta sulle sue gambe, per stare più comoda e non sporcarmi i vestiti, e quando infine tacqui mi sentii invadere da una profonda serenità. Mi accucciai contro di lui, mormorando:

«Ho un po' di freschetto.»

«Vuoi che ti riporti a casa?»

Non risposi se non con una specie di ronzìo di gola, stringendomi ancora più a lui, ad occhi chiusi, cullata dal suo respiro attento, avvolta dal calore del suo abbraccio.