La sfida
Cosa ci faceva con quelli, si chiedeva sempre; e nonostante tutto continuava a frequentarli, uscendo con loro la sera, nonostante li trovasse … desolanti, addirittura irritanti, talvolta; come quella sera.
Per distrarsi, lasciò vagare lo sguardo per il locale; le solite coppiette, i soliti gruppi … nulla di interessante; non era proprio in vena, quella sera.
L'unica persona interessante era la ragazza, o giovane donna,
della tavola accanto; era sola, e non sembrava aspettare nessuno;
mangiava con calma, quasi sovrappensiero. Accanto a lei, alcuni
fogli; quello in cima conteneva una decina di righe scritte con
una grafia minuta ed accurata, da cui le t', lel' e le `d' si
staccavano come … i picchi di un elettrocardiogramma; oddio,
che paragone disgustoso. C'era un suo collega %Alessandro Sorbello
che scriveva così … anche questo non era dei migliori
paragoni, ma almeno la grafia era … bella, o se non altro
piacevole … almeno per lui.
Un'ombra passò rapida davanti ai suoi occhi (la mano del suo vicino di posto), e lui sussultò; ci furono risatine (alcune non molto -ine), poi la voce che più odiava (non perché fosse sgradevole, ma perché apparteneva alla persona che meno gli riusciva gradita, in quel gruppo) disse, soddisfatta:
«Ragazzi, il nostro {MC} ha avuto un'epifania, si direbbe!»
{MC} si voltò verso il ragazzo che aveva parlato, e che continuò:
«Colpo di fulmine, eh?»
«Ci sono cose » rispose {MC} «che tu non potresti mai comprendere, {sfidante}%Riccardo » come nessuno di voi, continuò nella sua mente «ed è che si possa guardare una persona, anche (e soprattutto) dell'altro sesso, senza avere nessuna intenzione nei suoi confronti.»
«Oh, certo. Tu, in modo particolare, preferisci non avere … intenzioni. E lo sai perché? Perché pensi di non avere possibilità; e forse è vero. Non hai mai provato, e sono pronto a scommettere che tu non riusciresti ad attraccare con qualcuno, cioè con qualcuna, sia che tu voglia, sia che tu non voglia.»
«Sì, probabilmente hai ragione.»
«Hah! Voglio ben dire!»
«Io dico che ce la fa.» intervenne Agata
«Scommetto che no.»
{MC} a un tratto si disse: Perché no?
«Quanto saresti pronto a scommettere?» chiese.
{sfidante} si voltò nuovamente verso di lui, tra il sorpreso ed il sardonico.
«Accetteresti una sfida?»
«Sentiamo i termini.»
«#Dunque … mettiamola così; c'è quella lì; allora: se attacchi discorso, diecimila; se uscite insieme dal locale, quindici; passeggiata sul lungomare, venticinque; bacio, cinquanta; se sale in macchina con te, cento; petting, cinquecento, se te la porti a letto, un milione.#»
Sporco figlio di papà, pensò {MC}.
«Nel caso che accettassi, come faresti a controllare le ultime due ipotesi?»
«Non ti preoccupare, per quello.»
«Sei proprio convinto che non ci possa riuscire, eh?»
«Tu pensi di farcela?»
«Prestami l'accendino.» {sfidante} porse a {MC} l'accendino, con aria di sfida. {MC} lo prese, lo mise in tasca e si alzò, accompagnato da una specie di boato.
«Woo-oo!» fece la tavolata quando lui si alzò.
{MC} si diresse al tavolo della ragazza, e le chiese, schiarendosi la voce:
«Mi scusi, mi potrebbe prestare un paio di fogli?»
La ragazza lo guardò stupita, poi gli porse un piccolo mazzo di fogli.
«Vuole anche una penna?»
«No, grazie, quella ce l'ho.»
{MC} tornò al proprio tavolo, seguito dagli sguardi della sua compagnia, e anche da quelli della ragazza.
«Allora, bel tomo, metti per iscritto quello che hai detto, poi metteremo un paio di firmette, e staremo a vedere.»
{sfidante} lo guardò a bocca aperta, quindi scoppiò a ridere.
«Certo, ragazzo, certo; anche se non capisco perché non ti fidi di me.»
«Quando ci sono soldi di mezzo, non mi fido neanche di me stesso.»
«Oh, come no! Da' qua!»
{MC} non fece osservare che la scommessa era sbilanciata: lui non perdeva nulla; ma d'altra parte non era proprio una scommessa, era piuttosto una sfida.
{sfidante} compilò due copie del “contratto”, firmò e fece firmare a {MC} e ad un paio di altri ragazzi, quindi lasciò una delle copie a {MC} e piegò la propria per riporla nel portafogli.
{MC} prese la propria copia ed i fogli che erano rimasti, quindi tornò dalla ragazza.
«Grazie mille.» disse posando i fogli bianchi sul tavolo, quindi cominciando a piegare la propria copia.
La ragazza gli sorrise, e tirò fuori una sigaretta, che {MC} fu lesto ad accendere.
Poi lei chiese:
«Sono indiscreta se le chiedo di cosa si tratta?»
«No, tutt'altro; anzi, speravo proprio che me lo chiedesse.»
«Riguarda me?»
«Be', direi che in buona misura … sì, è stata coinvolta. Mi dispiace,» continuò sedendosi sulla sedia di fronte alla ragazza, ma con le gambe di lato, mostrando di non avere intenzione di restare lì «ma non posso farle leggere ciò che c'è scritto, poiché quelli se ne accorgerebbero. Se proprio vuole, posso dirle di cosa si tratta.»
«Sentiamo.»
«Le posso prima chiedere un altro favore … anche se è piuttosto … scriteriato?»
«Sarebbe?»
«Spegnere la sigaretta.»
Lei ridacchiò, poggiando la sigaretta sul posacenere.
«La accontento a metà; va bene? Se proprio vuole saperlo, non ho realmente voglia di fumare, ma ho pensato che, visto che si era fatto prestare l'accendino, poteva essere un modo per farla restare.»
{MC} rimase senza parole.
«Oh, l'ho osservata anch'io; d'altra parte mi guardava abbastanza fisso, non le pare?»
{MC} abbassò lo sguardo.
«Già; non ci avevo fatto caso … o meglio, è stato questo, in un certo senso, a causare tutto, quindi … be', niente, mi ero incantato. Mi succede a volte …»
«Causare tutto cosa?»
«Oh, sì; ecco. Dunque, poiché mi ero incantato a guardarla, uno di quei … tizi» fece un cenno del capo in direzione del suo tavolo «mi ha lanciato una specie di … sfida. Vede, io ho fama di essere piuttosto … poco pratico nel … diciamo nel … rimorchiare; quindi …»
«Ed è vero?»
«Be', direi proprio di sì, considerando che … non c'ho mai provato.»
La ragazza commentò con uno sbuffo.
«Ecco,» continuò lui «siccome i miei compagni hanno notato che la guardavo, mi hanno sfidato ad attaccare discorso con lei.»
«E c'era bisogno di mettere tutto per iscritto, con tanto di firme e controfirme?»
«Vedo che è stata molto attenta.»
Il cameriere portò il conto; lei lo aprì dicendo:
«Mi aveva incuriosito.» poi, prendendo la borsetta «Ma non ha risposto alla mia domanda.»
«Non si trattava solo di questo. Aspetti, mi permetta di pagarle il conto.»
La ragazza sollevò lo sguardo dalla borsetta.
«Cos'è, uno scherzo?»
«No, ma tanto non si preoccupi; sarò abbondantemente ripagato …»
La ragazza lo guardò stringendo gli occhi:
«Cosa vuole dire?»
«Le spiegherò dopo. Abbia un attimo di pazienza.»
{MC} tornò al suo tavolo per pagare la propria parte di conto; ma Agata gli impedì di farlo.
«Non ti preoccupare; a questo ci pensiamo noi; tu lavorati la tua ragazza!» (risatine)
{MC} tornò all'altro tavolo, e pagò il conto.
«Al limite » disse la ragazza «faccio sempre in tempo a ridarle i soldi.»
«Giusto; ma non credo ce ne sarà bisogno.»
«Perché?» fece la ragazza alzandosi.
«Tutto sommato, in questa storia ho più possibilità di guadagnare che di perdere; e non solo economicamente.»
{MC} le tenne la porta aperta, quindi la seguì fuori.
«Perché?» chiese nuovamente lei.
«Sa, può sembrare ridicolo, ma ho paura che a dirle di più rovinerei tutto.»
«Anche se le dicessi che è l'unica cosa che mi interessa di lei?»
«Oh, allora l'accontento subito. Il … il ragazzo che ha
proposto la sfida ha … diciamo posto alcune tappe; a seconda
di dove il riesco ad arrivare, o meglio a condurre Lei, è
disposto a pagare una certa somma, proporzionale all'
«E Lei dove pensa di arrivare?»
«Ad esser sincero, non avevo neanche idea di dove cominciare; poi Lei ha … in un certo senso ha preso Lei l'iniziativa, e questo mi ha dato … non coraggio, ma piuttosto … speranza, direi.»
«Che speranza?»
«In effetti, più che una speranza è stata quasi … mi si è presentata un'eventualità … dopo tutto avevo fatto bene ad accettare quella sfida, poiché qualcosa sarebbe anche potuto succedere. Io … in realtà, ero d'accordissimo con quel ragazzo che era pronto a scommettere che non sarei riuscito ad attraccare. Poi è intervenuta una, che ha detto che secondo lei ci sarei riuscito; e quello lì era così convinto che invece non avrei combinato niente che … insomma, ho accettato più per fare un dispetto a lui che per altro, in realtà. E poiché non avevo nulla da perdere … tranne forse la faccia con lei …» Erano sul lungomare. Lei gli offrì una mentina, e ne prese una per sè.
«Quali erano le altre … tappe?»
«Oh, be' …» {MC} si guardò attorno; gli altri stavano appena uscendo dal locale «dia un'occhiata …» le porse la sua copia della sfida.
«Aha.» lei diede una rapida scorsa, quindi gli restituì il foglio, che lui mise subito via.
«Direi che siamo arrivati alle venticinque …»
«S… sì, direi di sì.»
«Stai diventando nervoso.»
«Ci seguono.»
«Ah, sì?» la ragazza alzò lo sguardo verso di lui, ma non si volse in direzione del locale.
Ripresero a passeggiare.
«C'è qualcosa di molto ridicolo in tutto questo » fece ad un certo punto la ragazza « ed io devo essere proprio scema, per averci messo il naso. Spero non mi finisca come le ostriche curiose di Alice.»
«Non per opera mia. Voglio dire, non ho intenzione di far nulla che possa … offenderla.»
{ passeggiata lungo il lungomare con discorsi che possano fare in modo che lei capisca lui. Mettere, o solo dire che ci sono? }
{il bacio:}
La scena era perfetta: loro due sulla panchina, due sagome nere sullo sfondo del cielo stellato, con un'enorme luna piena ad illuminare la piazzetta; il mare con la striscia argentea del riflesso lunare; non era difficile neanche immaginare l'accompagnamento musicale con le classiche sviolinate romantiche.
«Di' la verità: non hai mai baciato nessuno.»
«Non è difficile da capire; non so nemmeno da dove cominciare.»
Lei rise.
«Scusa, non voglio offenderti; è solo che la cosa mi sembra così … buffa. So che non aiuta per nulla, ma … è troppo strano.» lo guardò dritto negli occhi «Possibile che non ti venga in mente nulla?»
«Oh, di venire mi vengono in mente un sacco di cose.»
«Paura di far qualcosa di sbagliato?»
«Tu che dici?»
«Ti giuro che non ti tirerò una sberla; mi limiterò ad allontanarti.» lei aveva ancora la faccia atteggiata al riso.
{MC} volse il capo, e si grattò la testa.
«È … straordinario.»
«Cosa?»
Lui scosse la testa.
«Non riesco neanche a formulare un pensiero coerente.»
«Non devi. Non devi pensare, devi solo … guarda, comincia dall'inizio, dalla cosa più semplice che ti venga in mente.»
Sorrise anche lui, e si voltò nuovamente verso di lei, che continuò:
«Non è neanche necessario parlare. Dire “ora sto per fare questo”, “vorrei fare quello” … limitati a fare.»
«Ho persino timore ad invadere la tua zona privata.»
«Ti verrà molto difficile baciarmi senza farlo.»
Lui fece spallucce.
«Qual'è la cosa peggiore che mi possa succedere?»
«Stai ancora parlando. Ascoltami: svuota completamente la mente; non pensare neanche alla possibilità di formulare un pensiero. Lascia solo che il tuo corpo faccia.»
Lui la fissò intensamente negli occhi, e dopo qualche attimo questi presero tutta la sua visuale: li vedeva grandi, enormi, pozzi profondi su un cielo stellato.
«Cribbio.» bisbigliò. Allungò timoroso una mano, e con il dorso di due dita le carezzò la guancia. Sentì il proprio cuore battere profondamente, da rintronare le orecchie. Le sollevò, sempre con due dita, il mento, ed avvicinò le proprie labbra a quelle di lei. Gli occhi di lei si socchiusero, egli chiuse i propri. Un attimo prima, un pensiero fulmineo — o la va o la spacca — un attimo dopo, il contatto morbido ed umido delle labbra di lei contro le proprie.
Le mani di lui scivolarono dietro la nuca di lei, e il bacio da semplice contatto divenne bacio vero e proprio; egli prese con delicatezza il labbro superiore di lei tra le proprie, poi quello inferiore; da semplice ricettrice lei divenne partecipe, e dopo qualche secondo egli non seppe più quello che stava facendo.
Ad un tratto si accorse di avere bisogno di aria, e tentò di allontanarsi, ma la bocca di lei gli venne dietro;
«Aspetta.» mormorò lui.
«Hm.» fece lei staccandosi «Che c'è?» anche lei ansimava leggermente.
«Devo prendere fiato.» respirò a fondo. Nell'espirare, fece «Wow!»
«Be'?»
«Be' cosa?»
«Com'è?» lo prendeva in giro.
Lui rise, e lei gli fece eco.
«Dovrei essere io a chiederlo.»
«Sei proprio sicuro di volerlo sapere?»
«Be', se non so dove ho sbagliato come posso migliorare?»
«Stai di nuovo pensando. Non va bene.»
«D'accordo; in realtà non voglio sapere nulla.» E le loro labbra si fusero nuovamente.
{ dopo il bacio: }
«Come torni?»
«Non devo venire a casa tua?» ghignò lei.
«Be',» sorrise lui in risposta «come saresti tornata?»
«In macchina.»
«Di chi?»
«Mia. Ma perché la domanda?»
«Come facciamo?»
«A casa di chi andiamo?»
«Mia non credo. Sono in famiglia.»
«Io pure.»
«Vanderful.»
«Ma conosco un posto dove possiamo andare.»
{MC} sbuffò, citando:
Io lavoro al bar
di un albergo a ore
porto su il caffè
a chi fa l'amore
«Hm, spiritoso. È solo una nostra seconda casa; la mia, per essere precisi; i miei genitori l'hanno già intestata a me.»
«Per pagare meno tasse.»
«Be'? Non è una cattiva idea.»
{ a casa di lei: }
Appena lui fu dentro, lei chiuse la porta.
«Dammi la giacca.» fece subito dopo.
Lui gliela porse, e lei la sistemò sull'appendiabiti all'angolo dell'anticamera, affiancandovi la propria giacca e la borsa.
«Prego.» Lei fece strada in salotto attraverso un piccolo corridoio, accendendo ancora le luci.
{MC} si guardò attorno con attenzione; il salotto era abbastanza
capiente da poter essere
Lei attese con calma che lui finisse il suo esame, quindi chiese
«Ti piace?»
«Dico … e voi abitate da un'altra parte?»
«Anche … questa è la casa del periodo delle vacanze. Qui fa generalmente più fresco d'estate, e più caldo d'inverno. Nelle varie festività veniamo qua, ed anche in occasione degli inviti … d'altra parte l'altra casa è vicina … in linea d'aria; si vede da qui, guarda, vieni.» lo condusse sul terrazzo «Ecco, quella è casa mia.» indicò un palazzo che si stagliava netto sullo sfondo cittadino.
«Quel palazzo rosso all'angolo?»
«Hm-m.»
{MC} annuì.
Rientrarono, e lei si diresse al mobile bar, chiedendo:
«Vuoi qualcosa?»
«Hm … no grazie, non prendo alcolici.»
«Un'acqua tonica?»
«Grazie, quella la prendo volentieri.»
Mentre lei preparava le bibite, lui diede un'occhiata ai compact disc, in cerca di qualcosa da mettere.
Con un acciottolio di vetri, lei tolse dal mobiletto due bottiglie, due bicchieri; poi sparì nel corridoio accanto alla sala da pranzo, dicendogli di attendere un attimo; lui le rispose «bene» (lei era già sparita, accendendosi dietro le luci), quindi scelse cosa mettere.
Quando lei tornò (con le fette di limone ed il ghiaccio), Paolo Conte cantava con la sua voce rauca:
Una
di queste notti
viene a trovarti
la tua
felicità
Quanto rimane
da dove arriva
così va il mondo
mai si saprà
sì ma intanto
così va il mondo
c'è un gran bel tempo
stanotte qua.
«Nessuna allusione, eh?» ghignò lei. «Rimettila dall'inizio.»
Lui eseguì, dicendo «Comunque l'ho messa per me.»
Una collana scintilla per terra
una mano l'appoggia più su
vicino al telefono
nell'oscurità.
Poi due orecchini con un orologio
si aggiungono a quel che c'è già
si avverte il segreto
di un'intimità.
Lei preparò le bibite, quindi gli porse un bicchiere.
«La tua acqua tonica.»
«Grazie.» fece lui prendendo il bicchiere «Tu che stai prendendo?»
«Non so come si chiama; comunque … Martini secco, vodka, tonica; in egual proporzione. »
«Hm … la bevanda degli hacker.»
«Chi?»
«Hacker. Sono … gli smanettoni dei computer. Quando si devono scavalcare i meccanismi di protezione dei programmi — sai, le cose tipo password etc per evitare copie pirata e così via — bisogna essere rilassati, ed usare un approccio … Zen; per aiutare la concentrazione, i Grandi Maestri suggeriscono una bibita del genere.»
«A me sembra sono un ottimo modo per perdere la concentrazione; non è che l'alcol aiuti molto, in quel senso. E poi, non ritengo il paragone con questi hacker un complimento. Pirati informatici, no?»
«Sarebbe più opportuno corsari informatici. Tendenzialmente, non fanno nulla se non accettare questa sorta di sfida che viene lanciata loro dai programmatori; ma comunque, non voleva essere un paragone. Non ti paragonerei a nulla, io; non conosco nulla a cui poterti paragonare.»
«Non cominciare.» sorrise lei.
Sorrise anche lui.
«Pensavo che un po' di romance potesse servire a … scaldare l'ambiente.»
«Li vuoi proprio quei soldi, eh?» ghignò lei.
La faccia di lui assunse un'espressione di stupore.
«Pensi davvero che lo faccia per i soldi?»
«No.»
«Uh.» la faccia di lui assunse nuovamente un'espressione normale; dopo qualche attimo, lui continuò:
«E allora perché …»
«Per provocarti.»
«Ah.»
Ancora qualche secondo di silenzio, poi
«Sai, dopo … dopo il bacio, devo dire di aver smesso completamente di pensare alla sfida; non riuscivo neanche a pensare coerentemente; c'era solo questa …» fece un gesto vago «questa …» rimase qualche secondo a cercare la parola; non trovandola, riformulò «pensavo solo al fatto che mi sembra assurda, tutta questa storia; e che in qualche misterioso e forse magico modo avevo baciato qualcuno per la prima volta, e che questa … che la cosa non sembrava neanche riuscire sgradita a questa persona …» la sua voce divenne forzata, benché bassa, e la sua faccia ridivenne incredula «credo di essermi innamorato. Cioè, non lo so;» la sua voce tornò normale «ho sempre interpretato questa … questa sensazione come innamoramento; forse è soltanto … passione, non so come dire. Ti trovo … desiderabile, credo; accidenti» scosse la testa «le parole, le parole, dannazione. Io …» di nuovo stupore, come se l'idea fosse riemersa in quel momento «c'è una cosa che non capisco, tuttavia; ed è …» si fermò, pensando ora rovino tutto.
«Cosa non capisci?»
«Tu.»
«Cosa non capisci di me?»
«Questo tuo … assecondarmi.»
«Assecondarti?»
«Sì, voglio dire … posso capire inizialmente, la curiosità, la stravaganza della situazione; ma poi? Voglio dire, perché non darci subito un taglio? Cosa …»
Lei alzò una mano, in segno di tacere.
«Vero. Inizialmente era solo … curiosità, per dirla così. Ma nel …» fece con la mano un gesto come a dire “e poi, e poi” «col tempo, diciamo, ascoltandoti parlare, vedendoti agire … posso dire di averti capito.»
«Avermi capito? Non … non credo di aver cercato di spiegare qualcosa.»
Lei scosse la testa, bevendo un sorso.
«No, no; ho proprio capito te.»
«Uh.»
«Ho capito chi sei: ti vedo come questa persona timida, sensibile forse troppo, in qualche modo pedante, con questo perfezionismo e questa paura di sbagliare senza rimedio che ad ogni passo, ad ogni azione pone un ostacolo insormontabile. Qualcuno nascosto dietro questo enorme invalicabile muro, o guscio; chiuso, prigioniero, in una spirale in caduta libera, senza possibilità di salvezza dall'interno e che solo qualche fortuito caso, intervento esterno potrà salvare. E forse, in qualche modo, mi sono vista come questo intervento esterno. Ma non solo …»
Mentre lei parlava, lui si era seduto al tavolo, puntellando i gomiti ed intrecciando le mani, il mento poggiato nell'incavo tra i pollici e gli indici, lo sguardo perso nel vuoto.
«Offeso?» chiese lei raggiungendo la sua sedia, posando il bicchiere sul tavolo vicino al gomito di {MC}, e cingendolo da dietro; lui sentì il seno di lei premere contro la propria schiena, ed ebbe un sobbalzo; scosse la testa, ma non parlò; lei continuò:
«Spero di non averti offeso; ma non ho finito. C'è ancora molto, che è andato maturando nella mia mente in questo breve e lungo lasso di tempo. Ci sono tante cose che mi spingono a tenerti con me, ma questa premessa era necessaria, poiché se sono partita da premesse errate, tutto ciò che segue è un enorme malinteso, e preferirei che venisse chiarito subito.» lui tacque ancora, e quindi lei continuò, staccandosi da lui, limitando il tocco alle mani poggiate sulle spalle di lui «A te, se ti ho capito bene, potrà sembrare strana la cosa, ma ti trovo … attraente; dico che potrebbe sembrarti strana per almeno due motivi; potresti non ritenerti attraente, ed è comprensibile, perché non sei il più bel ragazzo del mondo — anche se non sei neanche il peggiore —; e potrebbe sembrarti strana, la cosa, poiché nel tuo ordine di pensiero non rientra l'idea di un'avventura così … senza legami affettivi di alcun tipo. Sbaglio nel ritenere che tu credi in un Rapporto unico, per tutta la vita, dalla prima esperienza fino alla fine? Magari tu stesso ti rendi conto dell'assurdità della cosa, eppure non riesci a distrarre la mente da questo pensiero; per colpa della spirale di cui ho parlato prima, magari, o per la paura di commettere errori senza rimedio; forse semplicemente per la paura di non aver più il coraggio di guardare negli occhi la protagonista di un'avventura intermedia o, ancora peggio — per quest'ottica — di un'avventura iniziale. Sono sicura che la tua mente è perfettamente in grado — e lo faccia — di creare tesi ed antitesi, pro e contro, stramberie e correttezze di questo … di questa mentalità; quindi non ne discuterò, poiché sarebbe inutile, tedioso, e perché no, fastidioso.
Dirò solo una cosa, e la dirò nel peggior modo possibile, poiché non mi viene in mente un'espressione più comprensibile: voglio aiutarti a maturare sentimentalmente. Io non ho idea di come questo rapporto possa evolvere, e non mi aspetto nulla né in positivo né in negativo. Ugualmente, vorrei che tu la prendessi così: non devi considerarla l'avventura di una notte, e nemmeno il germe del rapporto che ti accompagnerà per tutta la vita.»
«Cosa rimane? È proprio questo che finora mi ha torturato. Cosa c'è fra i due estremi?»
«Hai paura di soffrire, ecco cosa temi. Eppure sai benissimo che la sofferenza aiuta a maturare: su una strada dritta liscia e senza ostacoli non si impara a guidare, solo sapendo che esistono strade con curve buche e traffico. Ma è anche stupido non voler imparare a guidare perché esistono gli incidenti, e c'è gente che ci muore. “Bagnarsi prima che piova”, ecco.»
«Si impara a guidare gradualmente.» continuò lui «Dapprima un po' di teoria. Poi la pratica, prima con i doppi comandi, poi il controllo dell'istruttore diventa sempre minore, ed infine — si suppone — si è in grado di guidare.»
«So dove vuoi arrivare. Si impara a guidare gradualmente, ed egualmente si matura gradualmente da un punto di vista sentimentale. Ma in amore non c'è teoria che regga, e la pratica … be', non credo che l'idea dei doppi comandi sia troppo buona. Ma ora stai facendo l'avvocato del diavolo. Il mio paragone, come tutti i paragoni, va spinto solo fino ad un certo punto. Per dirla con un linguaggio matematico, un paragone non è necessariamente un isomorfismo.»
«È vero, faccio l'avvocato del diavolo. Mi sono scelto questo ruolo: una delle tante cose stupide che si fanno nella vita. E non è l'unica, come ben sai.» {MC} sospirò «Mi sento così strano a sentirmi dire da qualcun altro le stesse cose che mi sono detto e ridetto migliaia di volte … Sai,» si voltò a guardarla «credo tu sia la prima persona al di fuori della famiglia ad avermi capito così bene.»
«Non mi sorprende, se, come credo, sono la prima persona a cui tu rivolga quel tipo di attenzione che richiede, da parte dell'altro, quel certo tipo di studio della persona.»
«Pensavo che fosse una cosa automatica. Io lo faccio con ogni ragazza che incontro.»
«Ogni?»
{MC} rimase un attimo pensieroso. Poi:
«Capisco cosa intendi. Vero. Ci vuole qualche tipo di molla che porti allo studio dell'altro. Molla che in genere è il fisico, talvolta qualche osservazione o comportamento particolare dell'altro. Sì, può darsi che tu abbia ragione.»
Lei si era seduta di fronte a lui.
«Sei un tipo così strano … pensi troppo. Davvero.»
Lui la interruppe:
«È la mia sola ancora di salvezza.»
«È il tuo modo di rifuggere la realtà.»
Lui annuì, confermando:
«Appunto. Ed è per me una necessità.»
«No.» lei scosse la testa «Non una necessità. Il modo più semplice che tu abbia trovato, poiché hai avuto la fortuna di avere un cervello funzionante. Tenerlo in esercizio, bene. Ma cerca di non ridurre tutto a ragionamento puro. I sentimenti portano a commettere errori; vero, indubbiamente vero; specie quando sono passioni, e passioni sfrenate. E forse — probabilmente — il sentimento porta all'errore più della ragione.
Ma innanzi tutto anche la ragione commette errori, per un'infinità di motivi, tra cui il fatto che si basa su premesse non razionali, e per il fatto che viene spesso piegata a straordinarie irrazionalità, ingannando se stessa per darsi una parvenza di razionalità.
Ed in secondo luogo, la ragione senza sentimento è sterile. Miseramente sterile. Lo sai benissimo, il discorso vale anche per la matematica: la ragione viene dopo l'intuizione, non prima.
Ed anche, ci sono cose che la ragione non può toccare, nemmeno da lontano. E senza la quale non si può vivere, non da esseri umani sani.»
Si interruppe, scosse la testa.
«Sto diventando una predicatrice. So benissimo che tu sai tutto questo, e so benissimo che non serve a nulla portarlo alla luce, poiché sei perfettamente in grado di farlo da te, e probabilmente lo hai fatto migliaia di volte. Si guasta solo l'atmosfera.»
Lui scosse la testa.
«No, mi piace come dici queste cose. Sembrerebbe quasi che anche tu ci abbia rimuginato sopra a lungo.»
Lei lo guardò un po' sorpresa, un po' come colta in fallo.
«Sì, non lo nego. Sono anch'io una intellettuale. Mi piace esercitare il pensiero. Dà soddisfazioni che la vita reale non darà mai. Ma … » scosse la testa «No, non voglio ricominciare. E questo» sollevò il bicchiere «mi sta dando alla testa.»
Ci fu qualche attimo di silenzio.
«Sai, credo che dovresti prenderne anche tu. Scioglie.»
«Non mi piace l'alcol.»
«Perché rallenta il controllo?»
«No, no, proprio come sapore.»
Lei si guardò il bicchiere.
«Oh. Be', de gustibus non disputandum …» bevve ancora, finendo il bicchiere.
Il silenzio rimepì lo spazio tra di loro. Il riproduttore CD era ora muto.
«Non mi guardare così.» disse lei.
«Così come?»
«Hai nuovamente quello sguardo del pub.»
«Oh.» {MC} sbattè le palpebre. «Cosa c'è di tanto particolare in quello sguardo? Ti dà … fastidio?»
Lei scosse la testa.
«No. Non è fastidio quello che provo. E non è neanche l'essere guardata fisso che mi dà fastidio. In genere non mi dà né caldo né freddo. Ma il tuo modo di guardare … è come se stessi fissando il fuoco senza vederlo, solo che si ha la netta sensazione di essere visti … come quando mi stavi per baciare. Solo che ora invece degli occhi mi guardi tutto il corpo. E non mi stai per baciare. Non c'è solo desiderio. È come se vedessi qualcos'altro al posto di me, e quel qualcos'altro sono sempre io. A cosa pensi quando fai così?»
Fu il turno di {MC} di scuotere la testa.
«Non lo so, penso a varie cose. Al pub pensavo a come scrivevi, e cosa ci facessi io con quelli. Quando … sulla panchina, pensavo … no, non pensavo; vedevo l'Abisso. Hai gli occhi neri.» si alzò e le si avvicinò «completamente neri. Non si riesce a distinguere l'iride dalla pupilla.»
«Potrebbero essere le pupille dilatate.» anche lei si alzò.
Lui scosse nuovamente la testa.
«No. Anche con le pupille dilatate si vedrebbe il bordo. E poi c'è troppa luce perché le pupille siano così dilatate.»
«Troppa luce?» lei si diresse verso l'interruttore; ne premette due, ed al posto della luce di prima vi fu una luce più fioca e meno bianca. Si voltò nuovamente verso di lui che l'aveva seguita. «Anche così?»
I loro visi si trovarono nuovamente a pochi centimetri.
La voce di lui fu un bisbiglio:
«Sai di avere le fiamme negli occhi?»
«Anche sulla bocca.» e le labbra di lei furono contro quelle di lui.
Svegliarsi di soprassalto, solo, affamato, in una stanza illuminata a giorno dal sole accecante che filtra dalle connessure della serranda.
Accorgersi di essere nudi, sentendo accanto a sè il calore di lei, avere la mente piena di ricordi confusi, accavallati, e nessun pensiero —un completo black-out celebrale, con ricordi fantasmi, giochi di luce delle candele che bruciano perennemente nel nostro cervello.
Muoversi appena, nel frusciare delle lenzuola stropicciate, con ancora impressa la forma del sonno di lei —e non essere ancora in grado di pensare, fissando il vuoto, la polvere galleggiante nei raggi di sole.
Moto browniano. Ecco, ci siamo. Accendere il cervello —nostro dovere e fonte di salvezza.
Muoversi. Sollevarsi a sedere; volgere intorno uno sguardo attento, a vedere
- un tavolino
- un comodino
- un letto a due piazze
- un armadio a muro
- uno scaffale
- un tappeto ai piedi del letto
Avvicinarsi al bordo del letto, sempre seduti, spingendosi con le braccia e tirandosi con le gambe, fino ad essere seduti sul bordo, con le gambe penzoloni fuori.
Cominciare a sentire la realtà fisica delle cose, il lato meno poetico. Le lenzuola ancora umide; odori strani; dolori strani.
I vestiti buttati lì, sul tappeto, ammucchiati in disordine; tutto diverso da come avresti voluto che fosse —ordinato, sequenziale e conseguente, anche questo.
Andare in bagno, e sentire che anche cose semplici come l'orinare richiedono uno sforzo, perché ci sono ancora parti del tuo corpo, coinvolte nel processo, che vogliono riposare ancora un po', e sono stanche e doloranti —o forse questo è solo il modo in cui il tuo cervello —sempre lui— interpreta questi nuovi —ma non proprio— segnali.
Guardarsi allo specchio.
Che cosa hai fatto, {MC}? Hai ucciso qualcuno. Hai ucciso quello che eri, e che volevi continuare ad essere, per diventare cosa?
Hai avuto una donna —o lei ha avuto te —o siete semplicemente stati a letto insieme.
Semplicemente. Non c'è nulla di semplice in tutto ciò, nulla di ovvio né di prevedibile, e di tutto quello che è successo tu sai in realtà poco o nulla —eppure è strano, perché se anche è vero che è stata lei a cominciare, sei stato tu a finire —ed è mai possibile che neanche cinque minuti separino un infante da un veterano? Cinque minuti —forse anche meno— la prima battaglia. Ma quanto tempo è passato dall'inizio alla fine della guerra?
Stakanovista, gli aveva detto lei alla quarta proposta; non che lei sembrasse stanca. Ed era sempre calda ed umida, morbida ed accogliente, ospite stancante. Ed esausto tu, esausta lei, avete dormito corpo a corpo, lei aggrappata al tuo braccio, tu voltato quasi dall'altra parte, come non dormi mai, perché lungo disteso non ci entri, in un letto normale, e l'unico modo per dormire comodi è raccolti in posizione fetale o semi fetale —ed era lei a dormire così, non tu.
Ed il giorno dopo —cioè adesso— ti senti un verme. Completamente svuotato di te stesso, con un senso di vergogna che la doccia che stai facendo non aiuterà ad andar via.
Vergogna perché? Ma perché è così che ci si sente dopo, ed è forse questa proprio la differenza tra il fare l'amore e l'asettico rapporto sessuale —che dopo l'amore si può affogare lo schifo e la vergogna e la miseria e la sensazione di fango che si ha addosso, in un abbraccio.
E invece ora? Invece ora ti senti un schifo, e se la doccia fa andar via la sporcizia, non c'è nessun abbraccio tenero in cui far sparire la vergogna. Sì, ma perché adesso, se ieri c'era solo una sensazione di abbandono e di soddisfazione?
Quindi torni in camera, indossi qualcosa —le tue mutande, la tua camicia— e ti ricordi che hai ancora fame.
E lei è ancora lì, in salotto, che legge qualcosa e sorseggia qualcos'altro da un tazza bianca corta e larga.
Lei solleva gli occhi, sorride e dice «Ciao» e tutto —vergogna miseria schifo fango stanchezza— sparisce nel sorriso di lei; e tu sei calamitato verso il suo volto, lo sguardo fisso negli occhi di lei, la scollatura della sua vestaglia ai bordi del tuo campo visivo.
Lei si alza, un po' titubante, vedendosi puntare con tanta precisione.
«{MC}, che fai … no, a… aspe… aspetta … uououo … vacci piano … Dio mio, ho scatenato una furia!» ridacchia.
Ed adesso è piuttosto imbarassanze, perché ti passa tutto di botto —per quanto di botto possano passare queste cose: come se qualcuno aprisse lo sbocco di un palloncino … pfff … tutto sgonfio. Solo che lei è ancora lì, sdraiata sul tavolo, e tu sei ancora lì, tra le sue gambe sollevate e chiuse dietro i tuoi lombi.
«Ho detto qualcosa che non va?»
«Credo … credo di sì. Cioè, no, ma mi hai fatto venire in mente un amico.»
«Quello della scommessa?»
Lei comincia a ricomporsi —si tira a sedere, richiude la vestaglia, scende dal tavolo— mentre tu ti abbandoni su una sedia. Tutto finito.
«Scommessa?» {MC} sollevò il capo «Quale scommessa? Oh, la sco… ma no, quello non lo definirei nemmeno un amico. No, no, dico un amico amico.»
«E?» fece lei preoccupata, sedendoglisi accanto.
«E nulla. Non lo so nemmeno io. Forse è solo che me lo son visto davanti e … be', diciamo che è meno appetibile di te.» le sorrise.
«Oh, temevo gli fosse successo qualcosa.»
«No … almeno non fin o all'ultima volta che l'ho visto.»
«E allora perché t'è venuto in mente?»
«Perché il discorso della furia era venuto fuori quando gli ho regalato un libro … ed è stato come regalare dinamite ad un bombarolo. Niente, lascia perdere.» qualche secondo di silenzio, poi «Il solito cervello che rovina tutto. Cri-cri, cri-cri,» fece un gesto come se stesse girando una manovella vicino alla tempio «pensare, pensare sempre, collegare, associare, distinguere, catalogare … razionalizzare, insomma.»