Fa freddo. Non nevica, ma l'aria è secca, gelida e tagliente.
Il fuoco non si accende, nonostanze i ripetuti sforzi del più
bravo di noi.
Sogno. Sogno i saloni di re Knuthe, il calore e la vita, il cibo
sulle tavole imbandite.
Le nostre provviste stanno per finire. Quanto ancora potremo
durare?
Il Corvo è andato a caccia. È abile, sì, e conosce
i posti; ma cosa mai potrà trovare in questa stagione, in questa
landa desolata?
Ed invece eccolo che arriva, correndo. È euforico, ma non sembra
avere il paniere pieno. Forse ha trovato un animale di grosse
dimensioni, e vuole aiuto per cacciarlo; forse i troll ci hanno
lasciato qualcosa, dopo tutto …
«Un rifugio!» grida appena è a portata di voce
«Ho trovato un rifugio!»
Per gli amanti del fantasy
ho intenzione di organizzare una campagna
Dungeons & Dragons (ambientazione: le terre del Nord). Chiunque
fosse interessato, per passione o per curiosità, è pregato di
inserire nella seguente tabella il proprio nome o soprannome,
accompagnanto dai giorni ed orari di disponibilità.
Seguiva una tabella con tre colonne ed una decina di righe, quindi
la conclusione:
Le iscrizioni saranno da considerare concluse con il
raggiungimento delle dieci sottoscrizioni, e comunque entro e non
oltre il 31 c.m.
Longo la Lisca
Il foglio era appeso alla bacheca degli studenti, nell'atrio della
residenza; un richiamo, con invito ad usufruire del volantino
apposito per la raccolta firme, era affisso alla bacheca di
facoltà.
C'era qualcosa di fastidiosamente ufficiale in tutto ciò,
e Carmen era sicura che la cosa non avrebbe avuto molto successo,
proprio per quello; e sicuramente lei non sarebbe stata la prima
a mettere la firma. Secondo le sue aspettative, il foglio rimase
intonso; poi, dieci giorni prima della chiusura, in meno di
un'ora, nel tempo a lei necessario per andarsi a fare registrare
un voto, cinque firme l'una sotto l'altra; non era difficile
immaginare che i firmatari fossero amici e giocassero sempre
assieme.
Il 28 la lista era quasi completa. Carmen rimase a fissare
l'ultimo spazio bianco per una decina di minuti, indecisa. Ogni
tanto si guardava attorno, come aspettandosi di essere osservata,
spiata.
Longo la Lisca. Che razza di soprannome. Chissà se se l'era dato
da solo, o gliel'aveva attribuito qualcuno.
I primi cinque giocatori si erano segnati con nome, soprannome
e cognome. Dei quattro successivi, due si erano firmati
semplicemente con nome e cognome, due con il solo soprannome. Nel
gruppo vi erano altre due ragazze per lo meno.
Oh be', a tirarmi indietro sono sempre in tempo. E firmò con un
“Clear”, che subito dopo le parve troppo da detersivo. Oh, be'.
Il giorno successivo un foglietto appeso subito sotto le
sottoscrizioni, nascondendo le righe conclusive del precedente
avviso, invitava gli interessati a presentarsi da lì
a tre giorni, all'appartamento 228, ore 17:30. Possibilmente
puntuali. Nel caso non possiate venire o abbiate deciso di
rinunciare, siate così cortesi da avvertire il +39**********
oppure mandare una email all'indirizzo xxxxxxx@xxxxxxxx.xx.
Il primo pensiero di Carmen fu che non c'era motivo di chiamare
quel numero di cellulare, no? Non bastava sapere che l'interno era
il 228? Poi notò che il numero del cellulare era stato scritto
con tanto di prefisso da teleselezione internazionale, e rise,
sentendo contemporaneamente uno strano senso di fastidio per
quella affettata ufficiosità. E fu presa dalla tentazione di non
andare, senza avvertire.
«Sono Clear.»
«Immaginavo,» sorrise il tizio che aveva aperto la porta
«io sono la Lisca. Vieni, accomodati.»
Longo la Lisca si fece da parte per farla passare, le chiuse la
porta alle spalle; Carmen intravide attraverso l'uscio aperto la
camera dove avrebbero giocato, un angolo di tavolo con una schiena
rivolta verso di lei, e capelli ricci neri.
«A proposito, mi chiamo Carmen. Carmen La Sorella.» disse,
porgendogli la giacca. Il giovane prese l'indumento dalle sue
mani, guardando stupito la ragazza.
«Come la giornalista?»
«Sì, ma non sono sua parente.»
Il giovane sorrise, appendendo la giacca all'attaccapanni, quindi
fece strada. Guardandolo meglio, Carmen non ebbe difficoltà
a capire il motivo del soprannome: alto e magro. Avrebbe fatto
più Lisca se fosse stato di carnagione chiara e glabro, ma Longo
lo era.
Crocodile Man, quello con i capelli ricci di cui aveva visto la
schiena. Fiji, la ragazza del gruppo dei cinque, bruna, dai
lineamenti vagamente orientali e la carnagione scura. Adelstrop,
fortemente miope. Rono, con una barba che lo faceva più vecchio
di cinque anni. RattleSnake, normale se non fosse stato per la sua
abitudine a scrocchiarsi continuamente le dita.
Anna e Marco, fratello e sorella, affascinati dal fantasy ma alla
loro prima esperienza di gioco di ruolo.
UL Crow (da leggersi iu el crou), capelli lisci alle spalle
e fascia gialla da tennista per tenerli fermi. Perché ti chiami
così? Un vecchio scherzo su dei suonatori ambulanti che
avevano attirato un unusually large crow. Ah.
Puzzle, una ragazza silenziosa ed attenta.
Clear. Senza offesa, ma fa un po' detersivo, disse Fiji. Lo so, me
ne sono accorta subito dopo averlo scritto, fu la risposta di
Carmen, speriamo che nel medio evo non ci badino troppo. Risatine.
«Non pensavo che la cosa avrebbe avuto tanto successo.»
commentò Longo sedendosi. RattleSnake si scrocchiò le dita.
«Giusta osservazione.» fece Rono. Qualcuno rise.
«Qual è il problema?» chiese Anna.
«Quando si è troppi il gioco diventa difficile da
gestire,» disse Adelstrop, senza sollevare lo sguardo dal dado
a quattro facce che faceva trottolare sulla punta con grande
maestria «a meno che il {DM} ed i giocatori non siano
particolarmente bravi. Ed anche in quel caso … sei sarebbe
più che sufficiente.»
«Oh, allora mi sa che noi siamo di troppo.» disse la ragazza
al fratello. Marco si guardò attorno.
«Un momento,» intervenne Longo «non è detto che chi
gioca già da tempo sia “più bravo” di chi non ha mai
giocato.» gomiti puntellati contro il tavolo, mani intrecciate,
la Lisca continuò «Mettiamo subito in chiaro un punto: lo
stile di gioco. Qui si gioca per divertirci. Non si è in
competizione. So che certuni giocano o hanno giocato il DenD come
fosse una competizione fra il {DM} ed i giocatori, quando non tra
i giocatori stessi.» Longo scosse il capo «“Questo” a me
non piace, perché ruba molto se non tutto il divertimento al
gioco. Se qualcuno di voi è abituato a fare il caotico cattivo
per il semplice gusto di mettere il bastone fra le ruote agli
altri, per favore ci risparmi di doverlo scoprire durante il
gioco.» fece una pausa, attese. Nessuno rispose, ed egli
continuò «Mi riservo il diritto di ammonire chi decidesse di
giocare e/o agisse in contrasto con lo spirito del gioco, ed
eventualmente di espellerlo. Se la cosa non vi va a genio, siete
liberi di alzarvi ed andarvene; senza rancore, è solo questione
di un diverso modo di intendere il gioco, in special modo
questo gioco.» Ci fu ancora silenzio «Bene, presentiamo il
gioco ai principianti.»
Adelstrop parlò di quello che significava un gioco di ruolo,
indipendentemente dall'ambientazione. Ricordò quanto fosse
importante considerarlo un gioco, e pertanto non prenderlo
troppo sul serio, al punto di rovinarsi la vita, di ruolo,
e che pertanto richiedeva, nel momento del gioco, quanta più
immedesimazione possibile con il proprio personaggio.
Vennero poi presentati gli elementi fondamentali del gioco —gli
attributi, le classi, il concetto di tiro salvezza, di tiro di
controllo; lo svolgimento del combattimento, il lancio di
incantesimi— e Longo ne approfittò per discutere il
discostamento che la sua campagna avrebbe presentato dal Dungeons
classico, con l'introduzione di regole opzionali e concetti
inspirati all'Advanced.
«Queste sono le regole della casa.» concluse.
Crocodile Man e Rono si lanciarono un'occhiata, quindi di comune
accordo si alzarono e salutarono, dichiarandosi puristi del gioco.
Carmen fu sorpresa, ma seppe poi che i due non erano amici di
Fiji, Adelstrop e RattleSnake, come ella aveva inizialmente
supposto.
Appena Longo fu tornato dall'aver accompagnato i due alla porta,
RattleSnake scrocchiò le dita.
«Siamo ancora in otto.» commentò.
«Ho capito.» disse Anna.
«Un momento.» interruppe Puzzle «I meno esperti
potrebbero giocare in squadra con qualcuno più bravo. Mi sembra
la cosa migliore, per loro: imparare giocando con chi è più
esperto darebbe loro … voglio dire, si impara più
velocemente, soprattuto a giocare di ruolo, se si gioca con
giocatori esperti, no?»
Longo si strinse nelle spalle. «Se a loro va bene, e se c'è
qualcuno disposto a prenderli come auditori, io non ho nulla in
contrario. Chi è disposto ad avere una spalla?»
Puzzle, Adestrop e Fiji alzarono un dito.
«Bene. Scegliete il vostro compagno.»
E venne ora il momento di presentare le caratteristiche specifiche
della campagna. L'ambientazione, ulteriori regole, il carattere
della gente dei luoghi da visitare.
«Purtroppo, il Gazzettiere di cui sono in possesso è in
inglese. Ho cominciato a tradurre in italiano il manuale del
giocatore, ma mi farebbe comodo una mano —a meno che non lo
consideriate non necessario—» si guardò intorno, notando le
facce non proprio entusiase «Supponevo. Chi mi può dare
una mano? Possibilmente qualcuno con una conoscenza più che
scolastica dell'inglese.»
Carmen e Adelstrop alzarono la mano.
«Se poteste darmi la vostra disponibilità per completare le
bozze …»
«Nessun problema.»
Non appena gli altri se ne furono andati, Longo presentò ai due
rimasti le fotocopie del manuale, e le prime bozze della
traduzione.
«Quando possiamo lavorarci?»
«Anche subito.» fu la risposta di Adelstrop «Se vuoi,
posso anche andare a prendere il portatile e venire qui
a lavorarci, così …»
«Oh, sarebbe l'ideale.» Adelstrop era fuori prima che Longo
finisse di parlare; la Lisca si rivolse a Clear «Tu?»
«Io non ho un portatile.»
«Sì, non intendevo questo. Ma …»
«Posso fare il correttore di bozze. La suggeritrice. Conosco
l'inglese molto bene. Ed anche l'italiano. E sono un'appassionata
del periodo medievale.»
«Oh, stupendo.»
Quando Adelstrop tornò —senza aver bisogno di bussare,
essendosi lasciato la porta aperta dietro— trovò Longo seduto
al tavolo con il proprio portatile aperto davanti e Carmen seduta
alla sua sinistra, con davanti testo originale e bozza della
traduzione, dettando correzioni e miglioramenti.
Adelstrop si accomodò alla destra di Longo, sistemando
rapidamente alimentatore e portatile, e occhieggiando sopra la
spalla del giovane per vedere cosa stesse usando.
«Immaginavo.» commentò «Ottimo.»
I due ebbero un rapido scambio di battute su come collegare
i portatili e coordinare il lavoro, quindi Adelstrop afferrò una
delle fotocopie del testo originale e si dedicò alla traduzione
dell'ultimo capitolo, per poi procedere come un gambero verso il
punto dove era terminato il lavoro di Longo.
Quando ebbe terminato la revisione del testo già scritto dal
{DM}, Carmen cambiò di posto, sedendosi accanto ad Adelstrop per
aiutarlo nella revisione. Longo attaccò un nuovo capitolo,
e così continuarono, alternando revisioni e nuove traduzioni,
finché il loro lavoro non fu interrotto da un suono che fece
sobbalzare i due ospiti.
«Oh-ho, si son fatte le nove!» fu invece il commento di
Longo «Forse è meglio smettere. Ci va una cena?»
«Accidenti se ci va!» sbottò Adelstrop guardando
il proprio orologio «Ma che caspita era quel suono?»
«Oh, quella è la mia sveglia.»
«E ti metti la sveglia alle nove?» rise Clear.
«Se no, quando sono immerso nello studio, o in qualsiasi altra
cosa, rischio di dimenticarmi … è puntata a tutte le ore
salienti della giornata.»
Carmen lo guardò, leggermente stravolta.
«A te non è mai successo» proseguì Longo
«di sprofondare tanto nella concentrazione da dimenticarti di
mangiare?»
«Uh, be' … sì, qualche volta sì, ma … non
tanto spesso da dovermi mettere una sveglia.»
«Va be', lasciamo perdere. Piuttosto, cosa pensiamo di fare?
Andiamo a mangiare fuori, o prepariamo qualcosa?»
Mi piacciono le osterie; mi piace il rumore di vita che le
riempie, il calore che ne emana. Ma oggi non credo di essere di
buon umore: tutto quello che noto è il fumo soffocante —troppa
legna fresca— ed il puzzo di sudore —troppa gente.
Sostando sulla soglia, mi guardo attorno; ma o sono diventata cieca,
o nonostante il ritardo sono arrivata prima. Il mio sguardo non
incontra nessuna risposta amichevole.
Entro, dirigendomi verso uno degli angoli più scuri della vasta
sala, forse sperando di trovare lì qualcuno; speranza
rapidamente delusa, ma almeno ho un posto vuoto a cui sedere senza
venire disturbata troppo.
Continuo a guardarmi attorno, aspettando che una delle procaci
cameriere mi porti un boccale; comincio a prestare attenzione alle
signole persone, quando qualcosa di loro attira la mia attenzione;
e noto che c'è molta folla di avventurieri, cosa inusuale per
quella stagione; o sono stata fuori troppo a lungo e le cose sono
cambiate drasticamente, o mentre ero fuori è successa qualcosa
e sono tutti in fermento per questo.
All'altro capo della sala c'è un tizio incappucciato che mi
fissa intensamente. Sono sorpresa: nonostante il fumo e la
baraonda, non stacca mai gli occhi da me; e sono ancora più
sorpresa dalla mia certezza che sia proprio me che guarda.
Cerco anch'io di concentrarmi su di lui, ma è difficile con
tutta questa gente; ogni volta che qualcuno mi si ferma davanti ho
la tentazione di spostarmi di lato per tornare a guardare
l'incappucciato. E proprio in uno di questi tentennamenti egli si
anima; lo scorgo mentre si alza dal suo tavolo —un gesto che
sembra uno srotolamente— e punta dritto verso il mio; mi accorgo
solo ora che la strada fra i nostri due tavoli è perfettamente
sgombra: niente tavoli, niente sedie, e le persone si affrettano
a spostarsi quando l'uomo si avvicina loro.
L'incappucciato si ferma davanti al mio tavolo; sollevo lo sguardo
cercando di penetrare l'oscurità del cappuccio, invano; i miei
occhi tornano sulle sue braccia, fuse in un'unico arco nascosto
nelle ampie maniche della tunica.
Una voce calda e profonda esce dal cappuccio:
«Aspettiamo qualcuno?»
Torno a cercare di incontrare il suo sguardo, di nuovo senza
riuscirci; mi sembra di indovinare una barba, forse un grosso
naso, ma non posso esserne sicura.
«Forse.» rispondo.
«Posso tenerLe compagnia mentre aspetta?»
«No.»
«Bene.» fa lui, sedendosi.
«Forse non ci siamo capiti.»
«Forse.»
Mi viene il sospetto che sia uno scherzo di uno dei miei amici, ma
né voce né figura dell'individuo mi ricordano qualcuno.
Continuo a scrutarlo, in silenzio, pur rendendomi conto di stare
così facendo il suo gioco; forse dovrei semplicemente
ignorarlo. Distolgo lo sguardo.
«Cerco avventurieri.»
Due parole buttate così, come per caso.
«Perché si rivolge a me?»
«Perché Lei non ha l'aria da uomo di chiesa.»
Semmai da donna. Ma suppongo si riferisca piuttosto al mio essere
chierica vagante.
«E quindi?» insisto.
«E quindi conoscerà certamente qualche avventuriero. Magari
chissà, le persone che sta aspettando, suoi amici di vecchia
data, sono proprio una bella compagnia di giovanotti ansiosi di
esplorare nuovi territori e scoprire favolosi tesori.»
«Chissà. O forse hanno solo voglia di riposarsi un po' dopo
il lungo tempo in cui sono mancati da casa.»
«O forse non tutti hanno avuto la Sua fortuna.»
La sua frase mi raggiunge come un colpo al cuore. L'idea che
possano essere morti —che uno chiunque di loro, anche il più
odioso, possa essere morto— mi fa improvvisamente sentire come
se mi avessero strappato il cuore.
La rabbia mi chiude lo stomaco.
«Senta, vada ad importunare qualcun altro; è pieno di
avventurieri qui, e sembrano tutti in attesa di qualcosa. Vada da
loro, mi lasci in pace.»
L'uomo mi guarda per qualche secondo, ed infine mormora:
«Forse mi sono sbagliato.»
La sua voce è piatta, assolutamente priva di inflessione; non
esprime scherno, né tristezza, né offesa. Egli si alza, di
nuovo sembra che si srotoli fino a raggiungere la sua completa
—notevole— statura, e si allontana, perdendosi nella folla;
non sono più interessata a seguirlo, non m'interessa più nulla
di lui: non faccio altro che pensare ai miei amici, e al baratro
che l'incappuciato mi ha aperto davanti: la loro assenza qui,
oggi, nonostante sia prevista, diventa improvvisamente nella mia
mente conferma della loro morte.
% fallito il tiro salvezza contro incantesimo;
% il tizio incappucciato l'ha messa alla prova sperando fosse
% capace di evitarlo
Mi sento invadere dal dolore e dalla tristezza,
e come non mi succedeva da anni, dalla voglia di piangere; posso
sentire le lacrime che mi salgono agli occhi, e ciò mi indonda di
rabbia —non ho certamente voglia di farmi vedere a piangere come
una donnicciuola così in pubblico: mi alzo afferrando la mia
sacca e come una furia attraverso la sala, mentre le lacrime
cominciano a sgorgare, annebbiandomi la vista.
Chiudo gli occhi per ricacciarle dentro, ed urto contro qualcuno;
lo scanso, spingedolo di lato, vado oltre, urtando ancora;
stavolta l'ostacolo è inamovibile, eppure morbido; riapro gli
occhi: sono sulla porta, e di fronte a me si erge un gigante.
D'accordo, non un gigante nel senso tecnico del termine: è
indubbiamente umano; e se devo essere sincera non è nemmeno
tanto alto —cioè, è certamente più alto di me, ma non
di molto; a testa bassa, gli avevo centrato il petto con una
testata; ora che sto dritta e lo guardo attraverso le lacrime,
vedo che mi sorpassa sì e no con la testa—, ma è
indubbiamente grosso; largo; e muscoloso.
Vorrei ordinargli di scostarsi, ma so che la voce mi tradirebbe;
e sono certa che il mio viso è ormai segnato dalle lacrime. Una
sua mano —enorme— si poggia alla mia guancia, mentre il suo
pollicione cerca delicatamente di cancellarne le lacrime.
«Puzzle, tesoro, che hai?»
L'omaccione mi afferra e mi trascina fuori; non tocco nemmeno
terra, mi tiene sollevata mentre a grandi passi si dirige verso
l'angolo dell'edificio che ospita la locanda; sento vagamente che
c'è qualcun altro con noi, forse la persona che ho urtato prima.
Tocco finalmente terra daccapo, mentre egli mi poggia
delicatamente al suolo; barcollando, mi appoggio alla parete.
Torno a guardarlo, cercando di capire chi sia.
Mi ricorda qualcuno, il suo viso; ed anche la sua voce. La
voce … no, quella voce apparteneva ad uno studentello
mingherlino che si divertiva a trasformare in rospi i sassi ed in
serpi gli sterpi, non ad un energumeno capace di sollevare con un
braccio una persona con tanto di bagaglio.
«Non mi riconosci, Puzzle?» fa lui; ma non sembra deluso;
semmai, divertito.
«A… Ady?»
«Già, Ady. Il piccolo Ady. Il ragazzino dei rospi e delle
serpi.»
«Che … che ti è successo?»
Ady si volta a guardare la persona che gli sta al fianco, una
giovane elfa % Clear
circondata da un alone grigio-verde, poi torna a guardare me:
«Che ne dici se ne parliamo di fronte ad un boccale di
birra?»
----
Siamo di nuovo seduti al tavolo, ed io non ho occhi che per
l'energumeno che mi sta di fronte, quest'uomo che sarebbe
dovuto un giorno diventare un grande mago il cui nome sarebbe
rimasto segnato per sempre negli annali della storia e che ora con
assoluta nonchalance lasciava cadere al proprio fianco una sacca
che avrebbe potuto tranquillamente contenere un essere umano,
scoprendo sulle sue spalle uno scudo spesso tre dita ed uno spadone
a due mani.
Quando lui si siede, la sedia scricchiola sotto la sua mole, ma
lui sembra non farci caso; borbotta qualcosa rapidamente alla sua
compagna, che risponde solo con un cenno affermativo; quando una
cameriera passa vicino al tavolo, egli la ferma ed ordina da
mangiare per tutti. Nel frattempo io guardo l'elfa, che siede
alla mia destra, rigida come un palo, spalle al muro, sguardo
fisso in un punto imprecisato davanti a sé.
La cameriera torna poco dopo con abbastanza cibo per nutrire
quattro persone, seguita da un'altra che porta due boccali di
birra ed una ciotola fumante, che Ady porge all'elfa.
Voglio sapere tutto, e non ho il coraggio di chiedere nulla; ci
guardiamo in silenzio per un attimo, poi come per incoraggiarlo io
mi servo di una coscia del bestione che ci hanno servito; Ady
picchetta sul tavolo, poi chiede:
«Prendi solo quello?»
«Per ora sì, non ho molta fame.»
Ady annuisce, poi avvicina a sé il piatto di portata e comincia
a mangiare.
Per un attimo non vedo più l'elfa, salvo poi scoprire che si era
solo chinata un attimo a prendere qualcosa dalla sacca che Ady
aveva depositato a terra. A quanto pare lui fa tutto il lavoro di
fatica.
L'elfa mi lancia uno sguardo obliquo, ed io noto per la prima
volta i tratti del suo viso, gli occhi a mandorla anomali anche
per un elfo. Le sue mani sbriciolano qualcosa nella ciotola
fumante, poi ella vi poggia le mani sopra, come a formare un
coperchio, raccogliendo il vapore nelle proprie mani; so che mi
sta ancora guardando di sottecchi, ma preferisco ignorarla; Ady mi
dirà di lei, quando si sarà finalmente liberato la bocca dal
cibo.
Riporto lo sguardo su di lui, e noto che ha osservato il gioco di
sguardi fra me e l'elfa; sembra meno rilassato ora, ed a me viene
il sospetto che egli pensi che l'elfa abbia intenzione di giocarmi
un brutto scherzo. Ma mi sento al sicuro finché Ady è qui con
noi, quindi preferisco incitarlo:
«Allora, racconta.»
«Non … non saprei da dove cominciare …»
«Comincia col dirmi come sei diventato così.»
Ady guarda il proprio corpo. Flette i muscoli, come per mettersi
in mostra, e sorridendo ironico mi chiede:
«Che c'è, non ti piaccio?»
«Ma no, dài, non fare lo scemo,» rispondo sorridendo
«sai benissimo che non è questo il punto!»
«Oh, be',» fa spallucce, con una sferragliata metallica
dello spadone contro lo scudo «sono … sono finito per
sbaglio in una … in una pozza di … be', qualunque cosa
fosse, mi ha fatto questo.»
% Gli ha portato la forza a 21, riducendo in maniera equa tutte
% le altre abilità di un numero di punti complessivamente pari
% alla quantità di forza guadagnata.
«Così? Semplicemente?»
«Be', non è che sia proprio così semplice. Non è certo
stata un'esperienza gradevole … e credo che la faccenda abbia
in qualche modo, be', diciamo danneggiato le mie capacità
di … manipolare la realtà.»
Ha perso la sua capacità di lanciare incantesimi?
Provo a pensare come mi sentirei io se il mio dio mi abbandonasse,
se non potessi più sentire la sua Mano agire attraverso me, la
sua Voce parlarmi nella mente, il suo Soffio allontanare da me le
cose immonde animate dagli intenti più malvagi. No, non credo
che potrei tollerare una cosa del genere.
«Quindi … niente più rospi?» chiedo, esitante; vorrei
poterci scherzare sopra, alleggerire l'atmosfera, ma dubito di
saperci riuscire.
«Di' la verità, a te non sono mai piaciuti, vero?»
Mi sorride; gli rispondo.
«No, no davvero; e nemmeno le serpi; ma almeno si mangiavano
a vicenda.»
«Già. Be', comunque no, tecnicamente posso ancora fare quei
simpatici scherzetti; e di più, in realtà, molto di più,
sai; in cinque anni se ne imparano di cose.»
«Allora ci sei poi andato alla Scuola?»
«Oh, sì, ci sono andato; Reginald—»
«Il Pazzo?»
«Il Pazzo, sì, il Pazzo; altro che pazzo, lui; era Gran
Maestro alla Scuola, e dovette andarsene per motivi …
politici; e siccome qui non è che i maghi siano mai stati ben
visti …» non ha bisogno di ricordarmelo; sebbene il
livello di tolleranza verso di noi chierici sia già molto basso,
non è nulla di paragonabile al disprezzo che questi contadini
e guerrieri provano per le Arti «non poteva certo rendere la
cosa pubblica; ma mi ha tenuto d'occhio, ha capito il mio talento,
e mi ha aiutato; mi ha anche accompagnato finché ha potuto. Poi
ho trovato una compagnia che si dirigeva da quelle parti e mi sono
unito a loro.»
«Compagnia?»
«Be', siamo finiti in un'imboscata di questi tizi qui …» il
suo pollice fa cenno verso l'elfa «che aspettavano due tizi che
li inseguivano … be', chiarito l'equivoco ci siamo
rappacificati, e visto che loro andavano verso la Scuola mi sono
unito a loro e Reginald è tornato indietro.»
Faccio cenno di sì, dando un'occhiata all'elfa, che per
quanto ne so io è rimasta immobile per tutto il racconto di Ady,
con le mani a coperchio sulla scodella. L'elfa mi restituisce lo
sguardo con quel suo modo obliquo di guardarmi attraverso quegli
occhi a mandora, ormai quasi due fessure da cui mi domando come
faccia a vedere.
«Maghi pure loro?» chiedo.
«Uh … sì e no. Sai come sono questi semiumani; hanno
queste loro abilità nascoste … be', lei e suo fratello
praticano una cosa che loro chiamano Arte, ma non è magia,
non ha nulla a che fare con quello che noi chiamiamo magia; poi
magari te lo fai spiegare da lei, è qualcosa che ha a che fare
con l'energia vitale presente in tutte le cose; se non che lei»
di nuovo quel gesto con il pollice «era interessata a conoscere
le _nostre_ Arti, e così si stava facendo accompagnare
alla Scuola dal fratello, che in realtà non ne voleva sapere
e cercava di dissuaderla, almeno ci ha provato finché non siamo
arrivati alla Scuola. Poi lui se n'è andato e noi invece siamo
rimasti.»
«Per cinque anni.»
«Per tre anni.»
«Oh.»
«Poi?»
«Poi abbiamo entrambi deciso che alla Scuola eravamo stati
abbastanza, e siamo partiti.»
«Capisco. Ed è stata una buona idea?»
«Direi di sì. Soprattutto all'inizio; mi sono accorto che
progredivo molto più velocemente andando in giro; e stare con
lei era come avere un guerriero al fianco» all'inizio credevo
stesse per dire qualcos'altro su di loro, ma forse mi sbagliavo
«ha un gioco di spada magnifico, ed anche senza armi …
voglio dire, nulla a che vedere con la lotta come la facciamo
dalle nostre parti; tutta un'altra cosa: elegante, quasi.
Comunque, abbiamo fatto molta strada, insieme.»
«Poi avete litigato.»
«Come lo sai?»
«Lo immagino.»
«Già,» china il capo «abbiamo litigato. Ed è stato
allora che io sono caduto nella pozza.»
«Ti volevi suicidare?»
«No, tecnicamente mi ci ha buttato lei. Poi si è calmata e mi
ha tirato fuori; e per una settimana sono stato in preda ai dolori
più atroci. Il mio corpo stava cambiando, capisci? Fisicamente,
proprio; era come se mi sentissi stirare la carne e le ossa, ed
ero continuamente febbricitante. Non so se ce l'avrei fatta da
solo; è stata lei a prendersi cura di me in quel periodo.
Poi, quando infine mi sono ristabilito, ero diventato così,
ed era come se tutta l'Energia avesse abbandonato il mio corpo,
a vantaggio della mia forza muscolare.» non potei far altro che
annuire «Ho dovuto imparare a tirare di spada, ad usare arco
e freccia, ed ancora una volta tutto ciò è stato possibile
grazie a lei. E mentre progredivo nel mio nuovo mestiere, quello
delle armi, sentivo che in me si ristabiliva in qualche modo un
equilibrio; ora posso nuovamente sentire l'Energia fluire
attraverso il mio corpo, anche se dubito che potrò mai tornare
al livello che avevo raggiunto prima … prima di questo.»
% Qui termina il suo racconto
Restiamo in silenzio a guardarci negli occhi per qualche minuto.
I suoi occhi non sono cambiati —sono ancora quelli del ragazzino
dei rospi e delle serpi— e per un attimo lo rivedo tenero
e gracile, quasi indifeso, vittima come sempre degli scherzi dei
figli dei contadini, e rivedo Lang che lo difende, inseguendo
i bambini dispettosi brandendo un bastone.
Lang. Mi insegnava a tirare di stocco con quel bastone; ma io non
passai mai alla spada vera, la mancaza di rispetto per la natura
della lama tagliente mi ha sempre fatto ribrezzo; e fu
così che egli mi regalò la mia prima mazza ferrata, che mi
ha accompagnato fedele per questi cinque anni.
«Sai niente degli altri? Lang, Mezzuomo, l'Orco?» chiedo,
cercando di sembrare noncurante. Dopo tutto, è una curiosità
più che legittima, visto il tempo che è passato.
«No, non ne so molto; so che Lang e Mezzuomo si sono
imbarcati per le isole; ma questo lo sai anche tu; l'Orco non ne
ho idea.»
Sento per la prima volta la voce dell'elfa, e un brivido convulso
mi percorre la schiena:
«Lang non lo vedrete più.»
Detta con quel tono, la frase mi sembra una dichiarazione di
morte, ed ancora l'angoscia che mi aveva colto per le parole
dell'incappucciato mi attanaglia lo stomaco.
«Che ne sai tu?» sbotto furiosa.
L'elfa allontana le mani dalla tazza, ed è come se la nuvola del
vapore non abbia fatto altro che accumularsi sotto i suoi palmi
per tutto quel tempo: dirompe verso l'alto e verso il centro della
tavola, e mentre l'elfa ricomincia a parlare io riesco a vedere, in
quella nuvola di vapore che ora staziona sul nostro tavolo, navi
che salpano da un porto straniero verso un mare sterminato.
«Il tuo Lang è partito per le Colonie dell'Est. Terre vergini
pronte ad essere esplorate da avventurieri con la voglia di
conquista nel cuore. Non tornerà per questo appuntamento, né
per il prossimo, né per il successivo; la sua mente è altrove
ormai, non pensa più alla sua vecchia casa, né alle sue
vecchie amicizie; il pensiero del ritorno non lo sfiora neppure,
non verrà per nessun appuntamento. Lui vi ha dimenticati,
e fareste meglio a dimenticarlo pure voi.»
Lang. Dimenticare Lang. Come si può dimenticare qualcuno che è
significato tanto per noi? E come ha potuto lui dimenticare noi?
Alzo lo sguardo verso Ady, ma egli fissa corrucciato la costola
che tiene in mano. So che ha sentito, so che sa di essere
guardato, so che il suo cuore piange quanto il mio, per la stessa
persona anche se probabilmente per motivi un po' diversi.
Torno a guardare l'elfa, ma lo sguardo di lei è fisso ancora sul
vapore che comincia pian piano a dissolversi. Ad un tratto ella
allunga un braccio ed afferra il mio boccale; lo scuote, lo
capovolge per assicurarsi che sia vuoto, quindi vi verse dentro il
contenuto della scodella.
«Bevi,» dice mentre mi porge il tutto «ti farà
bene.»
Prendo il boccale esitante, ed incontro lo sguardo di Ady con una
muta domanda a cui lui risponde con un breve cenno affermativo.
Bevo.
«Sempre con questo portatile?»
È Adeltrop davanti alla tastiera; Longo sta seduto accanto
a lui; sul tavolino sono sparsi fogli scribacchiati, un paio di
penne, tovaglioli di carta e qualche bicchiere. Clear è appena
entrata nella sala comune della Casa delle Studente, e li trova
così.
«Ciao, Carmen,» le risponde Longo «è un piacere
vederti.» un sorriso ironico aleggia sulle sue labbra. Carmen
risponde con una smorfia, facendo capire che ha colto l'antifona,
e si porta alle spalle dei due ragazzi, occhieggiando il monitor.
«Che fate?»
«Disegniamo.» Adelstrop apre la bocca per la prima volta.
In effetti Clear può ora vedere sullo schermo un'immagine che
a colpo d'occhio sembra una foto di un interno di osteria.
«Wow.»
La ragazza contempla l'immagine a lungo, e lentamente comincia
a notare qualche piccolo dettaglio —eccessiva regolarità di
alcune superfici, qualche piccolo errore nelle ombre— che
contraddistinguono l'immagine come artificale.
«Davvero fenomenale.» è il suo commento quando si ritiene
soddisfatta dell'esame «Ne avete altre?»
Adelstrop le mostra le altre immagini —interni ed esterni,
capanne, castelli, grotte, montagne— tutte contraddistinte da un
realismo quasi totale, e dalla altrettanto totale assenza di
esseri viventi, con l'eccezione di qualche pianta.
Non ho molto tempo, eppure devo trovare qualcosa. Odio una simile
responsabilità, ma sono l'unico che può tirare la compagnia
fori d'impaccio; può nevicare da un momento all'altro, e la cosa
potrebbe esserci fatale.
Continuo ad allontanarmi dal campo —campo? se così davvero
può chiamarsi ul punto in cui si sono fermati gli altri, senza
un fuoco, senza niente—