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Oltre la doppia porta rossa si trovava un unico locale, che occupava apparentemente intero l'edificio; e nonostante le dimensioni notevoli, sembrava completamente occupato.

La prima impressione che {lui} ebbe fu quella di caos. Caos totale: voci e rumori, luci ed ombre, ed oggetti dovunque. Cercò di ordinare mentalmente ciò che aveva davanti.

Carta. Il posto sembrava tappezzato di carta. Dovunque volgesse lo sguardo sembravano esserci soprattutto fogli di carta: singoli, a mazzi, in lunghi rotoli; stampati, scritti, disegnati, colorati; puliti ed ordinati, o ammassati e accartocciati, con cerchi di colore che ne denotavano l'uso di sottobicchieri; i fogli giacevano sui tavoli, ricoprendoli; sulle tastiere, sui mouse, e venivano spostati continuamente per permettere l'accesso ai computer; venivano portati in giro, lanciati come aeroplani, accartocciati e buttati via o tirati addosso ad altre persone.

Togliendo la carta, il posto avrebbe potuto essere ordinatissimo: davanti alla porta si apriva un corridoio ampio circa due metri che separava due doppie file di ampie scrivanie; ogni scrivania era dotata per lo meno di un computer (acceso), e spesso c'erano una o più persone, variamente impegnate; alle spalle di ciascuna delle doppie file si trova un altro corridoio, ampio circa un metro, e quindi un'altra fila di scrivanie, poggiate contro le pareti e dotate come quelle delle file centrali.

«Scusa …» {lui} si rivolse al ragazzo più vicino.

«Yow!» fece quello alzando lo sguardo dagli stampati a cui stava lavorando «Ow, il nuovo.» fece un gesto con un braccio, puntando nella stessa direzione del corridoio «in fondo.»

{lui} seguì il corridoio, scoprendo così che ogni tre scrivanie le file venivano interrotte da un mobile su cui si trovavano stampanti, scanner ed altre periferiche; i mobiletti erano circondati da uno spazio che permetteva di passare da un corridoio al successivo, oltre che da molta gente che andava e veniva.

La gente. Maschi e femmine, il più vecchio poteva avere trent'anni massimo, il più giovane forse quindici.

In fondo al corridoio c'era una sorta di ingresso, privo di porta, poco più largo del corridoio che lui aveva seguito; oltre l'ingresso si trovava un ambiente largo quanto l'ambiente precedente, ma molto più corto. Alla destra di {lui} si trovavano alcuni distributori automatici, alla sua sinistra c'era una scrivania; di fronte, un altro ingresso privo di porta.

La scrivania era diversa da quelle presenti nel salone d'ingresso; era notevolmente più grande, ed aveva una forma ad U; era completamente coperta di carta, esattamente come le altre, ma la carta era concentrata sulla base della U, che era la parte di scrivania rivolta verso {lui}; sui due bracci della U si trovavano invece un computer (da un lato) ed una stampante (dall'altro).

Sulla carta erano poggiate varie cose, tra cui penne e pennarelli di diversi colori, matite, gomme, temperamatite, righelli, due calcolatrici, un set completo di cacciaviti e pinze per computer, due bicchieri di plastica con tracce di un liquido scuro sul fondo e con relativo alone sulla carta (gli aloni erano in realtà molti di più), un braccio sinistro ed una testa rossa e riccioluta.

A giudicare dal taglio dei capelli, la testa doveva essere femminile, e la sua padrona era in quel momento nel mondo dei sogni; il naso le colava, ed un filino di bava le usciva dalla bocca.

Davanti alla base della U si trovavano due poltroncine rosse; {lui} ne scelse una e vi si accomodò, aspettando pazientemente.

L'attesa non fu lunga. Ad un altro la ragazza ebbe un sobbalzo, tirò su la testa.

«Oh, mio Dio, un caffé. Prendimi un caffé, sù!» lo incitò. Prese poi il foglio su cui aveva poggiato la testa fino ad allora e vi si soffiò il naso; quindi lo accartocciò e lo buttò nel cestino che doveva trovarsi sotto la scrivania — a {lui} sembrò inizialmente che l'avesse buttato per terra.

«Dài, prendimi `sto caffé!»

{lui} si alzò, raggiunse i distributori automatici, e vide che erano gratuiti. Sentì gridare alle proprie spalle:

«{mA}, stampami un'altra copia del modulo {XML}!»

{lui} selezionò un caffé, e mentre attendeva che si preparasse tornò a guardare verso la scrivania; la giovane era sparita nell'alcova dietro di essa; {lui} sentì scorrere l'acqua, quindi la ragazza riapparve, con la faccia non perfettamente asciugata. {lui} le portò il caffé, posandolo accanto ai due bicchieri vuoti, proprio mentre la ragazza li raccoglieva e li gettava nel cestino.

«Ohu, gra'.» fece quindi lei. Si risedette, imitata da {lui}, e cominciò a sorseggiare il caffé.

«G'aaa!» fece con un'espressione di disgusto «Troppo caldo.» lo poggiò nuovamente sul tavolo e si mise a guardare {lui}. Lo guardò attentamente per parecchi minuti, inclinando la testa di lato; {lui} rispose allo sguardo inquisitivo fissandola dritto negli occhi, anche se con uno sguardo un po' ebete. Dopo qualche secondo la ragazza tuonò nuovamente verso l'altra stanza:

«Ehi, {mA}, sei sordo?»

«Arriva, arriva, cavolo, dammi il tempo …!»

La ragazza tornò al proprio caffé, proprio mentre la sua stampante entrava in funzione.

«De', saresti il nuovo tu?»

«Ya.»

«Tetesken, eh?»

«No. Italiano.»

La ragazza emise una specie di ``ch'' con un angolo della bocca.

«Ma va'! Oilò, allora, cosa sai fare?»

«Cosa so fare cosa?»

«Di computer. Cosa ne capisci?»

«Ah, be', qualcosina. Conosco il {DOS}, parecchio bene, {Win} così così, poco {Linux} and company.»

La ragazza fece una smorfia.

«Programmazione?»

«Il {BASIC}, soprattutto. L'assembler, non malaccio. Poco C/C++ e compagnia, qualcosina in {Lisp} {Prolog} e simili, praticamente nulla del resto. Anche se posso seguire un programma in {Pascal} senza troppi problemi.»

«Ok,» la giovane si voltò verso la stampante, ne raccolse i fogli appena stampati, e li porse a {lui} «studiali e dammi un parere. No, non qui.» la giovane si alzò, girò dietro la propria scrivania, si portò accanto a {lui} e gli disse «Seguimi.»

{lui} la seguì oltre il secondo ingresso, oltre il quale si trovava un ambiente grande quasi quanto il primo, ma in cui i tavoli erano disposti in modo da formare delle C.

«Questa è la sala studio;» spiegò lei «là» indicò un'ingresso che si trovava alla loro destra «ci sono la sala riunioni e i dormitori. Trovati un posto qui, leggiti questo codice e dimmi che ne pensi.»

{lui} rimase lì, mentre la giovane tornava alla propria scrivania; poco dopo, la sentì tuonare:

«{mA}, un'altra copia!»

«Ahò, ma che ci fai? Le mangi?» sentì {mA} rispondere «Arriva, arriva …»

{lui} guardò le facce dei ragazzi seduti ai tavoli, facce tutte rivolte verso di lui; fece un imbarazzato gesto di saluto con la mano libera, e cercò con gli occhi un posto libero e possibilmente senza troppa gente vicino; trovatolo, vi si sedette, distese davanti a sé i fogli del codice stampato.

Poco dopo si alzò, lasciando i fogli dov'erano, tornò dalla giovane, e le disse:

«Senti, sono troppo poco documentati. Mi servono come minimo i sorgenti delle librerie chiamate direttamente, e più documentazione. Perché non usate un linguaggio di programmazione descrittivo? Voglio dire …»

«Ma sentiti!»

«Ok, scusa, non volevo cominciare a dare ordini. Se volete, la faccio io la documentazione; ma è difficile seguire il modulo così com'è scritto. Magari se mi fai parlare con quelli che l'hanno scritto lo posso capire meglio, e se loro non vogliono lo posso documentare io, ma comunque un po' di tempo lo dovrebbero perdere un po' anche loro.»

La giovane si poggiò contro lo schienale della propria poltroncina, che si inclinò; oscillò un po' avanti e indietro, rosicchiando la coda della matita che teneva in mano. Poi si voltò verso la prima stanza.

«{mA}, vieni qua un momento!»

{mA} spuntò. Non era molto alto, e nemmeno molto basso; di costituzione non debole, ma neanche grasso. Aveva capelli di un castano slavato, corti e mal pettinati; teneva una barbetta a punta che lo faceva sembrare alquanto ridicolo, baffi per tener compagnia alla barbetta.

«Re.» salutò entrando.

«Re.» rispose {lui}.

«What's the problema?»

«Dice che non documenti abbastanza il codice.» fece la giovane.

«Ah.» {mA} riportò la sua attenzione su {lui}. «E lui chi è?»

«Quello che dice che …»

«Sì, questo l'ho capito. Ma chi è?»

«{lui}.» si presentò {lui}.

«E che ci devi fare con il mio codice?»

«Lo dovrei studiare. Me l'ha chiesto lei.»

«Ah. Sì, lo so che il codice non è ben documentato; poco documentato; mal documentato; quello che vuoi. Ma ci sto lavorando; al codice, voglio dire, non alla documentazione; non ho per ora molta intenzione di documentare; appena raggiunge un livello decente di funzionamento, con i fixups ci faccio anche la documentazione.»

«Ok, raga, fermi così.» fece la giovane; in quel momento suonò il gong «Ne parliamo dopo pranzo. Faremo una riunione.»


Il pranzo si teneva in sala riunioni, l'unica sala grande abbastanza, e con abbastanza tavoli, da poter dare un posto a sedere a ciascuno. Quando tutti si furono seduti, la giovane andò in mezzo alla sala, suonò il campanello poggiato sul tavolo, e annunciò:

«Ragazzi, oggi abbiamo un paio di novità. Innanzi tutto, un nuovo arrivato, {lui};» {lui} si alzò perché tutti lo vedessero, quindi tornò a sedere «inoltre, dovremo ridiscutere il problema della documentazione del codice; ne riparliamo dopo pranzo, quindi cercate di non sparire subito appena finito. Buon appetito.» la giovane tornò quindi al proprio tavolo, a cui erano seduti anche {mA} e {lui}. Ogni tavolo aveva, oltre agli otto piatti, anche un piatto di portata, quindi per la prima porzione non vi fu gran movimento di gente.

«Facciamo un po' di presentazioni.» propose {mA}, mentre i piatti venivano riempiti.

{lui} seppe così che {mA} si occupava di {XML} — cosa che già sapeva —, che la giovane in comando si chiamava Eleonora, che si occupava principalmente di coordinare ma dava spesso qualche occhio al codice, che tre dei rimanenti ({mM}, {mE} e Gioia) si occupavano del kernel, e che gli ultimi due ({mF} e {mL}) si occupavano soltanto di documentazione.

«E cosa usate per scriverla?» chiese {lui}?

«{Emax}, cosa dovremmo usare?»

«Suppongo sia in {XML}.»

«Per lo più. Perché?»

«Per sapere. Il progetto non è ancora sufficientemente sviluppato da avere editor … a che punto è il progetto?»

Fu Eleonora a rispondere.

«La modularità del kernel garantisce che le funzioni di base siano attive; manca ancora supporto per le periferiche esotiche e per funzioni astruse, ma è utilizzabile. Abbiamo tre shell funzionanti o semi- tali. {XF} funziona, in parte; non funziona su tutto ciò che non è supportato dal kernel. E poi parecchie librerie; sono per lo più port di librerie {Linux}, ma alcune sono state riscritte, spesso ex-novo, per questioni di efficienza o per ottimizzare rispetto al nuovo sistema.»

«Applicativi?»

«{Emax} è funzionante. Poi abbiamo ovviamente un port del {GCC}. Qualche interfaccia per le librerie musicali. Abbiamo una squadra che si occupa di portare sotto {POS} la maggior parte degli applicativi {Linux} e {BSD} esistenti.»

«Suite?»

«Suite?» chiese incredula Eleonora.

«Sì, suite per ufficio; sai, wordprocessor, foglio elettronico, presentation e compagnia bella.»

«Ah, sì. Abbiamo i port degli office per {Linux}: {GNOME} {Office}, {Applix} e {KOffice}.»

{lui} scosse il capo.

«Che c'è, non ti piacciono?»

«No.»

«Ah. E perché mai? Anche tu perché sono troppo {MS}-like?»

«Già.»

«Proponi un'alternativa.»

«In realtà l'unica cosa per cui posso proporre alternative sono i wordprocessor. Per le altre cose non posso dir nulla, poiché non le uso molto. Ma i wordprocessor … be', a dir la verità è da tempo che ho un paio di idee; ho anche messo su un progetto su {SF}; ma non ho fatto granché strada.»