Ci ritrovammo così l'uno contro l'altra, immersi nella catasta di roba crollata dagli scaffali. In circostanze migliori mi avrebbe sicuramente spinto via, e non ce ne sarebbe nemmeno stato bisogno perché io sarei stato il primo ad alzarmi, scusandomi, come si fa su un autobus carico di gente e che frena di botto. Ma non eravamo su un autobus, ed il botto non era certo stato per una frenata.

Per qualche attimo restammo a guardarci negli occhi, tra la sorpresa e la paura, e nei suoi occhi di paura ce n'era tanta (imparai presto che aveva paura delle esplosioni; non era ad esempio una persona che amasse i fuochi d'artificio, se non da molto lontano): non pensavo avrei mai visto degli occhi talmente dilatati dalla paura da riuscire a riconoscerlo.

Quando finalmente il mio corpo riprese a rispondere ai comandi, scivolai appena appena su un fianco; sentii qualcosa che si muoveva nella catasta, ed il corpo di lei irrigidirsi. Mi fermai nella nuova posizione, sentendo ancora il corpo di lei rigido e tremante contro il mio.

Aspettammo in quella posizione, immobili, respirando lenti, nella poca luce che filtrava dalla porta della celletta, rimasta accostata, probabilmente bloccata da qualcosa che le aveva impedito di chiudersi. E di chiuderci dentro senza possibilità di uscita.

Aspettammo. Aspettammo che succedesse qualcos'altro, che non succedesse nulla, che arrivasse qualcuno, che chiamassero, che ci chiamassero, che ci arrivasse qualche segno di vita, qualcosa che ci avvertisse che fuori ora era sicuro, o che non lo fosse perché chissà chi c'era, lì fuori.

Aspettammo minuti, ore. Con il tempo che passava sentivo il corpo di lei allentarsi, rilassarsi, il suo respiro farsi meno trattenuto, più tranquillo. Ma lei non si mosse, ed io nemmeno. E da fuori nulla.

Cominciai ad avere fame, quel languorino fastidioso che cresce lentamente fino a farti venire voglia di mordere la prima cosa che ti capita tra le mani. Ma non ci muovemmo; aspettavamo.

La luce cominciò a scemare. Continuammo a rimanere immobili, in silenzio, in attesa. Nella celletta i nostri respiri erano gli unici suoni udibili, e tutto il resto era silenzio; da fuori non giungeva nulla, nessun rumore di caos, nessun rumore usuale, nessuna voce.

Ad un tratto mi accorsi che la mia compagna di sventura si era addormentata. Il suo respiro era lento e regolare, e persino il suo battito cardiaco, che finalmente, con la sopraggiunta calma del mio, riuscivo a sentire, era tranquillo e pacifico. Beata lei. Mi chiesi come facesse a dormire, mentre i morsi della fame e i dubbi e la curiosità mi tenevano sveglio.

Doveva esserci la luna piena fuori, ed un cielo limpido, perché l'oscurità non era completa, e riuscivo a vedere il viso di lei nella penombra, cosa che non aiutò certo il mio sonno. Nel suo pacifico sonno era ancora più bella, e vedevo il profilo tondo delle sue guance, le sue morbide labbra appena dischiuse …

Dormii anch'io, alla fine, quella notte, poche ore irrequiete; e quando mi svegliai, verso l'alba, mi sentivo più stanco di prima: la testa pesante, gli occhi arrossati, la mente annebbiata e poco propensa a seguire i pensieri che l'affollavano. E la fame che si era fatta pressante.

Fuori cominciò a piovere: ci giungeva lo scroscio, sempre più denso ed insistente; se ne sentiva l'umidità; e la temperatura ricominciò ad abbassarsi.

La mia compagna si svegliò di botto, spalancando gli occhi ed accennando un movimento col busto, subito troncato. Il suo sguardo incontrò il mio, interrogandolo senza parole e ricevendo gli stessi muti interrogativi in risposta.

Provò a tirarsi su, subito imitata da me; il rumore del crollo della catasta attorno e sotto di noi ci sembrò assordante, ma solo quando ne fummo liberi ci fermammo, nuovamente in ansiosa attesa, aspettandoci magari che il rumore avesse richiamato l'attenzione di qualcuno, predatore o soccorritore.

Nulla giunse attraverso la pioggia, e noi completammo l'opera, riportando gli oggetti alla rinfusa sugli scaffali, sgombrando il pavimento e lasciandolo libero per noi. Ci sedemmo infine a terra, io contro una parete laterale, a gambe incrociate , lei contro la parete dirimpetto alla porta, con le ginocchia sollevate: non avevamo toccato gli oggetti che ne impedivano la chiusura, e la mia compagna rimase lì, un po' a contemplare la fessura rimasta aperta, un po' con lo sguardo fisso nel vuoto, o forse a guardare la porta; quando il suo sguarda si volgeva a me, da sopra le braccia poggiate sulle ginocchia, io lo ricambiavo per subito distogliere il mio, ma poco dopo tornavo ad osservare lei, la sua sorprendente immobilità, il suo totale mutismo in quel silenzio che io certo non mi sentivo di interrompere.

Fu un altro giorno di attesa, interminabili ore. La mia pazienza cominciò ad avvicinarsi al limite, ma la pesantezza lasciatami dalla stanchezza mi teneva inchiodato al pavimento; i miei unici movimenti si limitavano allo sgranchire delle gambe, cambiando ogni tanto di posizione. La mia compagna rimase immobile, con quel suo sguardo apparentemente fisso nel vuoto, forse concentrato sulla porta. Mi chiedevo se non avesse fame, se non avesse sete; ero certo che non avesse sonno.

Smise di piovere. Si sentì il gocciolare sempre più lento, poi di nuovo il nulla. Ed io attendevo che la mia compagna prendesse un'iniziativa, anche solo ormai mi guardasse per chiedermi, anche solo con gli occhi, se fosse il caso di darsi una mossa. Ma il mio sguardo non incontrava il suo, ed ella non accennava a muoversi, come pietrificata in quella posizione.

Calò nuovamente la sera, ed in qualche modo il mio corpo si rassegnò: mi bastò stendermi sull'inospitale pavimento per crollare in un sonno profondo ed indisturbato, nonostante i tormenti allo stomaco ed alla mente.

Mi risvegliai con il lento dolore del sonno scomodo senza il morbido di un materasso. Mi tirai su lentamente, stiracchiandomi; lo sguardo della mia compagna che accompagnò il mio risveglio mi risultò indecifrabile, tra il perplesso e l'infastidito. Mi chiesi se avesse dormito, se si fosse mossa. Ma continuai a non osare interrompere il silenzio che ci circondava, che ci univa. Tornai a sedermi, pronto ad una nuova giornata di attesa.

Ad un tratto che mi accorsi che lei aveva perso il controllo della vescica; ella si accorse che me n'ero accorto, ed arrossì incrociando il mio sguardo. Feci spallucce, ed il suo volto sparì a nascondersi dietro le braccia. La sentii piangere singhiozzando.

Quando ebbe finito, sollevando di nuovo il capo con un sospiro, fu come un segnale. Ci alzammo quasi contemporaneamente. Era il momento di uscire.


Era come se qualcuno avesse deciso di potare i palazzi. Del nostro, e di quelli intorno a noi, erano rimasti in piedi una decina di metri circa: il resto era volato via, chissà dove.

Del piano a cui eravamo noi restavano quasi tutte le pareti, interne ed esterne, mozzate frastagliate intorno al metro, ed i pilastri, alcuni dei quali si ergevano per parecchi metri sopra di noi, come torri di guardia.

Tutt'intorno a noi, detriti si ammassavano a mucchietti piccoli e grandi: calcinacci, blocchi di cemento da cui sporgevano ritorte sbarre d'acciaio, pezzi di legno di varia misura. Dietro la celletta che ci aveva protetto si ergeva un terrapieno variamente composto, per lo più da quel che restava dei piani superiori dei palazzi attorno a noi.

La mia compagna cominciò a frugare tra le macerie del nostro piano, spalando via con le mani gli strati superiori delle cataste più alte. Le diedi una mano, aiutandola a scoprire alcuni armadi più o meno intatti, da cui ella cominciò a tirare fuori vestiti. Un minimo sguardo suo mi bastò per spingermi a lasciarla in pace a cambiarsi.

Fu quello il primo segno di un aspetto dei nostri rapporti che ci accompagnò per il seguito: l'assenza di domande e proposte per tutti i momenti e le decisioni più importanti. Non so nemmeno io bene come funzionasse, come potesse funzionare la cosa, ma raramente scambiammo parole sulle cose veramente importanti, come quando per la prima volta uccisi un uomo, con un colpo di pistola; non è che non parlassimo mai, ma era come se solo le cose meno importanti richiedessero, o si potessero permettere l'inutilità delle parole: ad esempio, mi gridò dietro che ero un pazzo quando feci crollare il piano di casa sua sul precedente; ma quando capì il motivo per cui l'avevo fatto, tacque: non ci fu bisogno di spiegazioni, né di conferme di compresione. Andavamo al risparmio, e le parole erano inutili.

Utile, inutile. Mentre giravo per quel che restava dell'appartamento, in attesa che la mia compagna si rivestisse, era questa l'ottica che la mia mente assumeva quando il mio sguardo incontrava qualcosa di non troppo danneggiato. Ora, io sono sempre stato il tipo di persona che considera funzionalità, praticità e comodità sopra design ed estetica, ma la mia mente si era assestata ora su un filtro molto più severo.

Ne presi coscienza solo quando, trovato il bagno, riuscii infine a svolgere le più dissacranti funzioni corporali: ogni cosa che avevo visto e intravisto nella mia breve ricerca era stato classificato in utile ed inutile; e tutto senza nemmeno farci caso: ma potevo ricordare chiaramente, io smemorato cronico, ognuno degli oggetti che avevo valutato utile. Peccato non essere così lucido in tutto, tipo aver presente che acqua non ce ne sarebbe stata; ma per lo meno c'era la carta.

Mentre mi guardavo intorno continuando la ricerca, la mia mente era inondata da domande, aspettative, riflessioni, perplessità, ma nulla che riuscisse a prendere dominio completo delle mie facoltà.

Cosa poteva essere successo? Infiniti scenari, ma nessuno plausibile; ed il silenzio irreale, solo talvolta infranto da qualche spontanea piccola frana di detriti, rendeva tutto ancora più misterioso: ed anche se dopo un po' mi abituai a quegli improvvisi fruscii, continuavano a mettermi in allerta.

Cosa ci aspettava? Immaginavo le varie possibilità classiche rappresentate nella letteratura postapocalittica: governi militari di stampo fascista, piccole bande di disperati che lottavano per il controllo del territorio, o magari entrambe le cose. Ovviamente questo lasciava a noi due il ruolo degli eroi solitari ed indipendenti. L'idea mi fece ridere: era molto più probabile che saremmo stati gli spettatori, comparse utili solo a fare numero, nel Disegno di chissà quale Autore.

Acqua, cibo, vestiti. Forse fu il fatto che fossero quelli i miei bisogni primari da soddisfare allora a stamparmi in testa queste priorità. A posteriori e mente fredda non è difficile capire che fossero davvero fondamentali, ma allora non è che pensassi molto alla cosa: sapevo solo che erano le cose di cui avevo bisogno allora; eppure anche con questo avevo ben chiaro che alcune regole, come l'ordine di consumazione del cibo, dai prodotti deperibili allo scatolame in ordine di scadenza, non erano più una questione di gusto o di buon senso, ma condotte essenziali per la sopravvivenza.

Gioii nel trovare quel che restava della dispensa: forse non c'era molto, ma quello che c'era era già una garanzia. E c'era persino l'acqua! Lode a coloro che non bevono dal rubinetto.

Quando tornai alla celletta, la mia compagna stava finendo di riempire il secondo borsone di vestiti. Tutto quello che era riuscita a salvare dalle macerie era ora conservato lì. Accolse in silenzio l'acqua ed il cibo che le portati, indi mi aiutò a traspotare quanto restava del contenuto della dispensa. Chiudemmo tutto in cassaforte, e tirammo un sospiro.

Facemmo ancora un giro per quel che restava dell'appartamento, e non mi sfuggì la tristezza negli occhi di lei, l'affetto nel gesto, quasi una carezza, con cui passava le dita su quel che restava dei mobili.

Per una persona come lei, così ossessionata dalla memoria, dalla volontà di conservare tutto, vivere così da vicino la distruzione di ciò che le era stato più familiare nella sua vita fino ad allora doveva essere un dramma di non poco superiore a quello che chiunque altro vivrebbe in una circostanza del genere; eppure era stata proprio quella sua ossessione a salvarci, quando l'onda d'urto ci aveva spinto nella cella cassaforte che mi stava mostrando, e dove aveva cominciato a raccogliere gli oggetti per lei più significativi, le àncore più importanti della sua memoria.

Ma avevo l'impressione che anche lei, con una cesura netta, avesse rivalutato le proprie priorità, dando all'utilità il peso maggiore nel valutare l'importanza degli oggetti. E come poteva essere diversamente?

Ed improvvisamente mi ricordai che avevo anch'io una casa, ed una famiglia … la famiglia! dov'erano finiti tutti? i miei, i suoi … istintivamente controllai al cellulare se avessi ricevuto qualche chiamata. Ovviamente non c'era campo.

Guardai verso il terrapieno. Era ora di vedere cosa fosse successo al resto del mondo


Oltre il terrapieno era il caos.

Ci fermammo a sedere in cima, forse per riprendere fiato, ma soprattutto sconvolti dallo spettacolo ai nostri piedi.

Stanchi lo eravamo: già scendere dal suo appartamento fino al livello della strada aveva richiesto estrema cura, per controllare se le scale rimaste in piedi fossero pericolanti o meno; arrampicarsi su quella montagna di macerie che troneggiava sui resti dei condominii e sembrava stendersi per lunghissimo tratto ambo i lati non fu meno faticoso: ad ogni passo falso una piccola frana sotto i nostri i piedi minacciava di trascinarci giù in fondo per seppellerci.

Ci arrampicammo ad un paio di metri di distanza l'uno dall'altra, per evitare di franarci addosso ma pronti a porgerci una mano in caso di bisogno. Ma già a metà dell'ascesa cominciammo a sentire. Ed era straniante, uscire da quella polla di silenzio in cui avevamo abitato per due giorni, per essere colpiti dai suoni della civiltà …

O di quello che ne restava. L'intera città aveva subito il destino dei palazzi che circondavano l'appartamento della mia compagna: qualche palazzo aveva resistito meglio di altri, ma lo spettacolo che ci si presentava era una foresta scomposta di tronchi e mozziconi di condominii, costellata di montagne di detriti simili alla catena che ci aveva tenuto nascosti, alla vista ed all'udito, l'esistenza di altri sopravvissuti.

Non che fosse facile capire esattamente cosa stesse succedendo ora.

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Casa mia era molto ben sistemata: l'intero condominio era in condizioni migliori di ciò che avevamo incontrato strada facendo, e l'appartamento stesso, trovandosi al primo piano, sembrava quasi non aver percepito gli effetti di ciò che aveva messo la città in ginocchio.

La porta d'ingresso fece un po' di resistenza, ma l'applicazione di un po' di buone maniere risolse rapidamente la situazione. Dentro, la situazione appariva un po' meno rosea di quello che il fuori aveva suggerito: il lampadario del salotto crollato sul tavolo, alcuni armadi abbattuti sul pavimento, cocci di suppellettili sparsi un po' ovunque.

Girammo per casa, studiando la situazione, cercando qualche segno dei miei, ma non c'era nulla che indicasse se e quando fossero ripassati da lì, dopo l'evento. In cambio, la casa rimaneva sostanzialmente abitabile, quasi accogliente.

Si stava facendo tardi. Mangiammo, pensosi, in silenzio. Non si poteva dire che brillassimo per allegria, eppure la sensazione di essere di nuovo a casa, in un modo o nell'altro, mi rincuorava. Non c'era elettricità, non c'era acqua corrente, la città era stata travolta da non si sapeva che cosa, ma l'ambiente di casa mia mi invitava a sperare che fosse tutto semplicemente una cosa temporanea.

Non era la prima volta che la mia città subiva disastrose distruzioni di quel genere: terremoti ed eruzioni avevano ripetutamente messo alla prova i suoi abitanti, privandoli dei loro averi, di un tetto sopra la testa, ma mai della voglia di ricominciare. Ed il trovarmi in casa, al coperto, forse persino al sicuro, mi faceva pensare che non sarebbe stato diverso: qualunque cosa fosse successo, la mia città avrebbe ricominciato, sarebbero arrivati aiuti e soccorsi da fuori, foss'anche solo temporaneamente, e sarebbe tutto tornato com'era prima, con i dolori e le speranze di allora, forse con qualche dolore e parecchie meschinità in più, ma saremmo tornati al prima.

Per ora, non rimaneva che aspettare, qualche giorno forse. I miei sarebbero tornati a casa, avremmo avuto nuovamente notizie del mondo esterno, tutto a suo tempo.

Dormire, finalmente su un letto, sul mio letto. Difficile capire quanto la cosa mi esaltassse: nuovamente in camera mia, i miei computer (il fisso ed il portatile) spenti ma integri, il mio letto da liberare dei libri crollati dagli scaffali soprastanti, ma comodo ed invitante …

Offrii alla mia compagna la camera di una delle mie sorelle, ma ella fu categorica: non aveva intenzione di dormire da sola. Non la biasimai; non fui nemmeno sorpreso del fatto che lei non sembrasse rinvigorita dalla stessa speranza di un vicino futuro più sereno: dopo tutto, la sua casa era stata spazzata via, e tutto ciò che era rimasto era stato principalmente per il miracolo di quella celletta cassaforte che aveva appena fatto installare: non si poteva certo dire che potesse avere la stessa prospettiva che avevo io.

Dormimmo entrambi nella stessa camera, letto e brandina, dopo aver fatto un ultimo giro per casa, per controllare che fosse tutto ben chiuso: lo spettacolo a cui avevamo assistito dal terrapieno non era molto incoraggiante, ma almeno avremmo avuto un minimo di preavviso se qualcuno avesse voluto cercare di entrare in casa. E perché mai avrebbero dovuto cominciare proprio da una casa al primo piano, protetta da porte blindate? Scardinare le inferriate protettive alle finestre dei piani inferiori sarebbe stato ben più semplice.

La mia mente saltava da un cinismo con una vena di cattiveria (forse arricchita dal mio disprezzo per i condomini del mio palazzo) alle preoccupazioni che l'incertezza della situazione attuale non esitava a suscitare (sì, sarebbero arrivati i soccorsi e tutto si sarebbe rimesso a posto, ma quando? e nel frattempo), dal timore di subire un saccheggio alla convinzione della (relativa) sicurezza della nostra situazione.

Ma tutto fu presto sopito dal comodo sonno che non tardò a sopraggiungere.

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Imparai presto che in realtà alle bande bastava in genere che si pagasse loro un pedaggio. Era importante avere qualcosa da poter offrire: cibo a lunga conservazione, acqua, coperte. C'erano bande più ingorde, che magari esigevano buona parte delle cose in nostro possesso, ed altre più generose, a cui bastavano magari notizie, racconti, e la fiducia di condividere con loro un pasto.

Per le prime imparammo presto a camuffare la nostra ricchezza, o a disperderla per permetterci di tentare altre vie nel caso decidessero di prendere tutto. Per le seconde, imparammo a riconoscere le situazioni più promettenti dagli atteggiamenti più rilassati di coloro che incontravamo.

E soprattutto, la mia compagna imparò presto di essere lei stessa potenziale merce, e la necessità di nascondere il proprio essere donna. Agli inizi furono solo sguardi, qualche proposta oscena. E poi ci fu la volta che ammazzai un uomo.

Fu dopo il pestaggio. Benché ne fossi uscito con solo qualche contusione, benché il furto dei risultati di un'intera giornata di ricerce non fosse tanto grave nel periodo di “grassa” che stavamo vivendo, benché il nostro rifugio non ne fosse stato toccato, benché quindi ci fosse andata sostanzialmente bene, l'esperienza mi convinse comunque sulla necessità di procurarci qualche strumento di difesa.

Inizialmente, furono soltanto bastoni da sci. Leggeri e resistenti, ci aiutavano nella deambulazione. Ma all'occorrenza la loro flessibilità e la punta metallica li rendevano adeguati a scoraggiare i malintenzionati meno convinti.

Poi una volta, durante le nostre ricerche separate, capitai davanti ad un'armeria. Fu come un'epifania. L'armeria era stata saccheggiata, e non sembrava esserci rimasto granché. Ma frugando intorno trovai qualche pistola e qualche scatola di proiettili, sepolti sotto scarti e detriti.

Mi sentii ridicolo, a soppesare la magra scelta che avevo a disposizione, io che in tempi normali mi ero saputo pacifista e nonviolento. Ed ora provavo ad impugnare le pistole per scegliere quale mi fosse più comoda, più leggera, meno vistosa. E quella per cui ci fossero più proiettili.

L'armeria aveva sul retro anche un poligono di tiro, ed improvvisai qualche tentativo. Mi ci volle un po' per evitare che l'arma mi saltasse di mano quando premevo il grilletto, ed ancora un po' perché i proiettili colpissero il bersaglio che avevo davanti. Ma alla fine mi convinsi di averci preso la mano abbastanza da potermene andare.

Giunsi all'appuntamento con la mia compagna in smaccato ritardo. A volte penso che se non avessi perso tutto quel tempo, se non mi fossi attardato per armarmi, forse non sarebbe successo nulla di quello che successe.

Ad esempio, non avrei trovato la mia compagna con i vestiti strappati, in mano a quattro uomini che si adopravano per tenerla abbastanza ferma da poterla violentare. Ovviamente, non avrei nemmeno avuto una pistola da tirare fuori. Invece lo feci, e non gridai nemmeno un avvertimento: feci fuoco.

Non so bene se mirai da qualche parte, o a qualcuno in particolare; non so nemmeno se sparai nel mucchio o se cercai di sparare sopra le loro teste, per avvertirli. Fatto sta che uno di coloro che mi stava di fronte cadde riverso, sprizzando sangue. Gli altri si voltarono, mi videro piazzato all'imbocco del vicolo a gambe larghe e pistola puntata, mollarono tutto e fuggirono, incespicando.

La mia compagna si alzò, mi vide, poi si voltò verso l'uomo riverso e rantolante; raccolse da terra uno dei bastoni da sci e lo piantò con tutta la forza della propria rabbia nell'inguine dell'uomo; questi ritrovò per un attimo la voce, e la forza di piegarsi in avanti come per alzarsi, poi ricadde a terra, raccolto su se stesso.

La donna recuperò entrambi i bastoni da sci ed il proprio zaino, e mi raggiunse. Tornammo al rifugio, e per strada non dovevamo essere un spettacolo molto invitante, un uomo con una pistola in mano ed in nervi tesi, ed una donna vestita solo di sangue che brandiva due bastoni da sci.

Non parlammo per tutto il tragitto, e non parlammo quando finalmente arrivammo al rifugio. Non parlammo mentre le lavavo la schiena, né mentre consumavamo il frugale pasto. Fu solo dopo la colazione del giorno dopo che ella mi chiese di mostrarle dove mi ero procurato quell'arma.