Initiating shutting sequence”; mentre queste parole uscivano dagli altoparlanti del computer in spegnimento, {lui} iniziò la propria procedura di “chiusura”, risistemando la sedia sotto il tavolo, togliendo i libri che ingombravano il letto per sistemarli sulla scrivania, spogliandosi pensieroso, indossando il pigiama, quindi andando in bagno per svuotare la vescica un'ultima volta. Il computer non impiegò meno tempo, e si spense proprio mentre {lui} si infilava sotto le coperte, spegnendo contemporaneamente la luce.

«{lui}.»

«Oh.» borbottò il giovane, infastidito. Riaccese la luce, cercando con lo sguardo non ancora assonnato chi fosse venuto a distrubarlo.

Una donna stava ritta in piedi all'angolo tra la scrivania e la porta finestra del balcone.

«Che … chi … co…»

«Sono qui per darti un brutta notizia, {lui}» disse la donna; sembrava sinceramente dispiaciuta.

«Che vuol dire tutto ciò?» {lui} aveva infine trovato le parole «Chi sei? Che fai qui? Come sei entrata?»

La donna stava a capo chino, esitante. A {lui} la cosa non piaceva per niente —non il fatto che la donna sembrasse vergognarsi della propria situazione, ma che ella fosse lì, senza nessun motivo apparente, e senza che si capisse da dove fosse entrata.

«Sono venuta a darti una brutta notizia.» «Sì, questo l'hai già detto. Ma chi sei?»

La donna sollevò lo sguardo. Lo guardò per qualche secondo, forse chiedendosi come presentarsi, poi mormorò:

«Mi chiamano in vario modo.» e la sua voce era ora triste «La carogna. La vecchia Muso-di-cane.» {lui} sentì i capelli rizzarglisi sulla nuca, mentre la donna continuava con voce gelida l'elenco, finché ella non concluse con il nome più comune «Ed infine, ovvero quasi sempre, la morte.»

Seguì un silenzio che il fervido cervello di {lui} non esitò a chiamare “di tomba”, il che non aiutò certo a rasserenarlo. Egli rimase immobile, seduto sul letto puntellandosi con un braccio —posizione non certo comoda— in attesa della orribile notizia, che poteva ben immaginare.

La donna non parlò subito; tornò a chinare il capo, e fu solo dopo parecchi minuti che disse:

«È morta una persona per te molto importante.»

Non era certo questa la notizia che {lui} si aspettava. La sua mente, un attimo prima congelata nell'idea di stare per morire, si trovò ora assillata dalla domanda «Chi?». Non pensava di essere egli stesso —non perché si ritenesse poco importante per se stesso, ma perché posta com'era posta la cosa non avrebbe avuto molto senso— e questo circoscriveva i possibili soggetti ad un numero molto limitato di persone; le sue sorelle? suo padre? sua madre? E se fosse stato qualcuno al di fuori della famiglia, chi mai avrebbe potuto essere? Il suo relatore? Oppure? Qualche amico? Chi poteva essere considerato un amico così importante?

«Chi?» chiese infine {lui}, quasi vergognandosi della propria domanda.

La donna deglutì; era incredibile quanto sembrasse … umana. No, che vado pensando, si rimproverò subito {lui}. Cioè, no, in che senso “che vado pensando”? Non è umana, no?

«È … be', non so nemmeno come dirtelo, giacché non è proprio … cioè, ecco …» la donna ebbe un sospiro «la donna della tua vita.»

«Uh?»


Veronica si svegliò con un urlo. Si tirò a sedere di scatto, urtando la testa contro qualcosa —una tavola, forse un spigolo?—, e nella nebbia del sonno non ancora completamente dissolta si sentì prendere dal panico.

Tornò a sdraiarsi, cercando di riprendere il controllo di se stessa. Va tutto bene, si ripeteva, sono qui, sana e salva. È stato solo un incubo, un incubo, nient'altro che un incubo. Sentì il proprio respiro che si normalizzava.

Sono qui, dove? si chiese all'improvviso. Il mio letto non ha spigolo contro cui io possa sbattere. Dove sono?

Alzò tentativamente un braccio, incontrando ben presto la resistenza di una tavola di formica. Ne seguì le dimensioni, i lati. Il letto su cui era sdraiata era incassato in un armadio. Allora non sono in camera mia. Dove sono?

Distese anche l'altro braccio, che urtò quasi immediatamente contro qualcosa di duro e peloso. Mandò un'altro gridolino. L'altro occupante del letto bofonchiò. E pochi secondi dopo una luce a neon biancheggiò nell'incasso% il De Mauro lo prende % per buono, propone anche ``incassatura'' .

Tirandosi indietro spaventata, Veronica fissò intensamente i capelli neri del giovane che si voltava.

«Che c'è ora?» fece egli, tirandosi a sedere «Oh …» concluse sorpreso, scoprendo Veronica accanto a sè. Poggiò il capo stancamente alla formica dietro la spalliera del letto «Buon Dio, che ore sono?»

Veronica lo guardava con gli occhi spalancati. Chi era? Che faceva qui? No, anzi, dove era “qui”? Che ci faceva lei qui?

«Non lo so.» si affrettò poi a dire, come se la domanda sull'orario fosse stata posta direttamente a lei.

«Sì, scusa.» la mano del giovane raggiunse dietro una parete dell'incasso, da cui trasse un telefono cellulare spento. Ci volle qualche minuto prima che il telefono, appena acceso, trovasse la rete, minuto che il giovane passò fissando l'immagine rotante di una antennina sul display del telefonino, e che Veronica passò invece a fissare lui, ora meno spaventata —non sembrava pericoloso— ma pur sempre in pensiero.

Il giovane sospirò, nello scoprire la tarda (o presta?) ora. Una notte di sonno completamente buttata via. Prima la morte, e ora neanche le cinque per essere svegliati da …

«Tu sei Veronica.»

«Sì.»

«Devi scusarmi, ma non sono al massimo delle mie potenzialità; ho solo quattro ore di sonno alle spalle.»

«Chi sei? Che ci faccio io qui?»

Il giovane sospirò ancora una volta. La prima domanda non era difficile. La seconda sì —egli stesso stentava a credere a ciò che era successo. Fino al momento in cui si era addormentato poteva essere stato solo un sogno, o parte di una di quelle storie che amava raccontarsi prima di andare a letto o la mattina appena si svegliava. Certo, l'aveva vissuta in maniera particolarmente vivida, ma a questo si poteva trovare una risposta; la presenza della ragazza qui, ora, invece, poteva solo essere una conferma degli eventi della notte prima.

«{lui}, mi chiamo.» rispose infine.

«Dove siamo?»

«In camera mia.»

«E come ci sono arrivata, se è lecito?»

Invece di rispondere, {lui} prese il proprio turno per porre una domanda:

«Cosa ricordi di ieri?»

Veronica esitò. Sembrava non ricordare nulla —tutto era stato sepolto dall'incubo.

«Non sono sicura …» disse infine «ma certamente non ricordo nulla che possa avermi portato qui.»

«Perché ti sei svegliata urlando?»

«Ho avuto un incubo.»

«Che incubo?»

«Preferisco non parlarne, era troppo orribile. Perché non rispondi alla mia domanda e la fai finita?»

Il giovane sospirò ancora una volta. Avrebbe voluto avere la parola pronta, ma non era mai stato un gran parlatore, e meno che mai quando si trattava di esporre a braccio un'idea a dir poco delicata.

«La risposta potrebbe non piacerti, e non sono sicuro di poterla esporre in maniera … appropriata.»

«Vorrei che la smettessi di fare l'allusivo ed il misterioso. Posso reggere qualsiasi cosa.»

{lui} fu tentato di spiattellarle in faccia un “sei morta”, ma non se ne sentì il cuore —a lui certamente non sarebbe piaciuto essere trattato così. Già, chissà come se lo sarebbe voluto sentir dire.

«Allora?» insisté la Veronica.

«Quel tuo incubo …» cominciò {lui}, sentendosi rispondere con un sospiro scoraggiato; insité «aveva forse a che fare con un incidente stradale?»

«Come lo sai?» la voce della giovane tremò. Non si sentì più sicura di sé.

«Me ne ha parlato qualcuno.»

«Che … chi … che stai dicendo?»

«Ieri sera, sul tardi, è venuta a trovarmi una … una persona. Aveva per me una brutta notizia, eppure si sentiva in dovere di darmela, sebbene poteva immaginare che la mia vita avrebbe potuto continuare senza che io venissi a sapere —certo, sarebbe stata una vita piuttosto grigia e misera, proprio per colpa di ciò che era successo e che lei voleva dirmi. Eppure se ne n'è sentita il dovere.

Sono rimasto semplicemente stupefatto nel vedermela davanti. Quando ho saputo chi era, ancora di più, ed in special modo scoprendo che era ben diversa da come viene normalmente rappresentata. E mi diede questa notizia.

Parlava della morte di una persona che per me sarebbe valsa più di qualsiasi altra cosa, se solo l'avessi conosciuta,» Veronica si sentiva sempre più a disagio, ed un filo di paura aveva cominciato a penetrarle il cervello; ma il giovane continuò «e ciò che più mi sorprese fu il tono di dolore con cui ne parlava —mi lasciò semplicemente sconcertato. Dev'essere orribile essere considerati l'essere più crudele ed insensibile, e nel contempo essere partecipe non solo dei dolori e delle sofferenze vissuti in prima persona da ciascuno di noi, ma anche di tutti quelli che noi, spesso involontariamente, causiamo agli altri quando veniamo a mancare loro.»

«Che cosa stai dicendo?!» il tono di Veronica stava raggiungendo l'isteria.

«Mi sei stata presentata come una creatura perfetta —o meglio, come la … d'accordo, come la mia compagna ideale.» la ragazza lo guardò strabuzzando gli occhi «E tale presentazione è avvenuta nel momento più triste, cioè proprio quando tu venive a mancarmi.» la ragazza scosse il capo incredula, mentre egli continuava «All'inizio non riuscivo a credere alle mie orecchie. Sto delirando, mi son detto. Sono già addormentato, e devo dire che questo sogno non mi piace per nuella. Ed ho detto a questa donna che avevo davanti che ero sorpreso di come non le sembrasse … sadico, sì, sadico il venirmi a dire tutto ciò, quando io avrei potuto benissimo ignorare il tutto.»

«Ma è proprio questo il punto, {lui}! È vero, la tua vita potrebbe proseguire imperterrita senza che tu sapessi di aver perso la tua compagna ideale. Ma non sarebbe mai potuta essere bella come lo sarebbe stata se avessi conosciuto lei!»

«Perché mi dici questo? Giacché non potrò essere partecipe di tale felicità, tanto più grigio mi sarà il futuro ora sapendo che avrei potuto essere ben più felice, che non se non avessi mai saputo che di ciò avrei io potuto godere.»

La Morte scosse il capo, sconsolata.

«Io … è difficile da spiegare. Ogni tanto scelgo, per lo più a caso, questa o quella persona; ne seguo gli eventi, e gioisco dei successi, dei momenti di gloria, dei momenti di felicità, e mi sento triste quando invece il presente, e tanto più il futuro, appaiono neri.

Ho scelto te, questa volta. Non so perché. Ed il sapere che esisteva davvero qualcuno con cui tu avresti potuto vivere insieme, felice, rendeva immensamente felice me. E poi, d'improvviso, come quasi sempre per opera della vostra stessa incoscienza, questo splendido futuro è svanito, distrutto in una folle gara di corsa.»

La Morte, parlando, si era avvicinata al letto. Era ora seduta lì, per terra, intristita.

«Tu non hai idea di cosa significhi vedere un futuro di gioia sgretolarsi sotto i tuoi occhi. Quante volte ho visto i sogni dei Grandi arrivare ad un passo dall'essere realizzati, per opera loro o dei loro successori, per essere d'improvviso distrutti o, peggio di peggio, deviati in incubi mostruosi; e tutto sempre per opera vostra. E neanche si può accusare ogni volta la vostra cattiveria, perché anche troppo di frequente la corruzione di un sogno avviene per incoscienza più che per malvagità.

Ed il vedere tutto questo senza mai nulla poter fare è forse il destino peggiore.»

{lui} provò compassione; carezzò quasi con tenerezza la mano della donna inginocchiata lì accanto.

«Dev'essere orribile» disse «vivere gli eventi umani sempre e solo indirettamente.» chinò il capo «Ciò che mi hai raccontato stasera mi … mi turba, oserei dire. Non avrei mai immaginato —e credo nessuno l'avrebbe mai fatto— che il tuo ruolo fosse questo. Tutti pensano a te come la causa, o megli ti vedono come la personificazione dell'evento. Viene difficile credere che tu sia in realtà ciò che da esso ci protegge. No, d'accordo, non è proprio così; ma il saperti partecipe, come sentimento, di ciò che a noi accade mi spinge in qualche modo a credere che tu possa fare qualcosa per cambiare le nostre sorti.»

«Non è proprio così,» mormorò ella «però sì, è vero, il mio interessarmi agli eventi fa sì che essi si risolvano sempre per il meglio. Ed è proprio questo che mi rende il tutto sempre più difficile —il sapere che il peggio è sempre, in un certo senso, colpa di una mia distrazione. Se io non fossi stata distratta da altri eventi altrove, Veronica forse non sarebbe morta. Ma così non è stato.»

Parlarono ancora, a lungo. La donna raccontò a {lui} di Veronica, il giovane la interrogò su ciò che significava essere la Morte.

Quindi tacquero entrambi, per parecchi minuti.

«Devo andare, ora.» disse ad un tratto la donna, alzandosi.

«Non c'è nulla che tu, o io, possa fare?» chiese improvvisamente {lui}.

«Fare cosa?»

«Per … per riscattare la vita di Veronica.»

La donna non rispose subito. Rimase in piedi in silenzio, guardandosi la punta dei piedi.

«Qualsiasi cosa, darei qualsiasi cosa perché lei possa tornare in vita.»

«Qualsiasi cosa, davvero?» fece la Morte girandosi «Anche se non fossi sicuro che ciò servirebbe?»

«Qualsiasi cosa, sì. Fosse anche … fosse anche dare la mia vita per la sua.»

«Lo faresi? Pensaci attentamente, {lui}. Pensa al dolore. Non al dolore tuo, fisico o morale; la morte non è dolorosa, e dopo di essa non vi è nulla. Ma pensa al dolore che proverebbero quelli che ti vogliono bene. Tuo padre; tua madre; le tue sorelle. Anche i tuoi amici. Prova ad immaginare cosa proverebbero, nel saperti morto, se tu già ti angosci per il sapere morta una persona che nemmeno conosci.

E pensa a lei, pure. Credi che le farebbe piacere sapersi viva per merito tuo? O non si troverebbe improvvisamente lei nella tua stessa condizione? È questo che vuoi? Che sia ella a soffrire per non averti vicino?»

{lui} ammutolì. No, non era certo questo quello che voleva. A dir la verità non ci aveva neppure pensato. Però il modo di fare della donna era … strano, come se volesse comunicargli qualcosa.

«No, non credo di volere questo per lei. Ma se c'è qualcosa che io possa fare …»

«Questa non è una tragedia greca, {lui}; non si scende con un flauto o una cetra agli inferi per commuovere Plutone.» rispose la donna, senza tuttavia guardarlo; sembrava concentrata sulla vernice di un'anta della porta finestra, che cominciava a scrostarsi.

«Ma c'è qualcosa, vero? C'è qualcosa, o tu non saresti qui. Vorresti essere tu stessa a farlo, perché sei la prima a soffrire per questa separazione; non è così?»

«Io … no, non è proprio così. Sarebbe tutto molto bello se fosse semplice, ma non lo è; non c'è nessuna garanzia.»

«Ma puoi provare?»

La donna si voltò di scatto, facendo sobbalzare {lui}. Con un passo fu accanto al letto; poggiò un ginocchio sul materasso, sporgendosi in avanti verso il giovane.

«Non ti faccio paura, {lui}? Possibile che tu abbia davanti la Morte e non ti senza spaventato?»

«N-No … cioè, ora un po' sì, perché hai … ti sei … insomma, mi sei venuta addosso. Ma no … cioè, sul momento, quando hai detto chi eri, mi sono … mi sono preoccupato, dispiaciuto … forse ho avuto anche un po' di paura, perché ero certo di sentirti dire che … che eri venuta per me; cioè, che era arrivata la mia ora, insomma. Ma … no, per il resto direi di no. Non lo so, forse … forse è solo per l'ora, ma … no, non ho paura.»

«Non ti metto a disagio?»

«Disagio?»

«Sì, disagio. Cioè, ad esempio, cosa faresti se io dicessi di volerti frequentare?»

«Come?» fece {lui}, incredulo «Frequentare? Eh … Cosa … cosa direi? Ma be', cioè, non lo so. Mi … mi sembrerebbe strana, come idea, ecco. Ma non …»

«Pur sapendo chi sono?»

«Be', sì.»

La donna tornò nuovamente in piedi.

«Come mi vedi, {lui}?»

«In che senso?»

«Come mi vedi? Cioè, che aspetto ho?»

«Ma … normale. Cioè, sei … sei una donna. E anche piuttosto bella, se mi è permesso.»

«Una donna? Mi vedi come una donna?»

«Be', sì. Perché? Come dovrei vederti?»

La donna non rispose. Si sedette sulla sponda del letto, il mento tra le mani a coppa, i gomiti puntellati contro le ginocchia.

«La vedevi tu così? Ed è solo una caratteristica, diciamo, tua?»

«Pare di sì. Cioè, no, non proprio. Ciascuno di noi la vede a modo suo. La rappresentazione più comune, cioè quello dello scheletro intabarrato e che brandisce una falce, è solo il modo più comune.»

«E di che sesso è? Cioè, il fatto che tu la vedessi come una donna ha a che fare sempre con la tua visione soggettiva, oppure quella è una sua caratterstica?»

«Non lo so. Ma credo che anche questo sia soggettivo. Forse è anche culturale —dopo tutto, per i tedeschi la morte è maschio, ad esempio— ma non saprei. Sul momento non ci ho pensato.»

«E come hai ottenuto che … che provasse a riscattarmi?»

{lui} non rispose. Rimase silenzioso, praticamente immobile; l'unico gesto fu un continuo carezzarsi le dita di una mano con quelle dell'altra, movimento su cui concentrò completamente la propria attenzione. Veronica insisté:

«A cosa hai dovuto rinunciare? {pausa} Oppure l'ha fatto così, per puro amore?»

«In un certo senso.» borbottò {lui}.

Seguì un lungo periodo di silenzio. {lui} non completò il discorso, Veronica rimase in attesa. Infine il giovane tornò a distendersi; e mentre le voltata la schiena e chiudeva gli occhi, si scusò:

«Sono stanco, preferirei parlarne domattina.»

Veronica annuì in silenzio, quindi spense la luce e si coricò anch'ella sotto le coperte, schiena contro la schiena di lui.

Era tutto molto strano; Veronica era sempre stata molto scettica nei confronti del soprannaturale. Le sarebbe stato di gran lunga più semplice credere ad una storia di sequestro o rapimento, fosse per soldi o per amore. Ma quella storia del ritorno dalla morte aveva dell'assurdo e non le piaceva. E non le piaceva soprattutto il fatto che fosse verosimile.

Se chiudeva gli occhi poteva rivedere gli incoscienti che gareggiavano sulla corsia di marcia opposta, l'improbabile sorpasso in curva. E lo scontro frontale, ed il bagliore, il dolore, il mondo che volava in pezzi, lacerato nella sua più intima struttura.

Quindi Veronica teneva gli occhi ben aperti. La stanza non era al buio completo. Strane lucine provenienti da sotto un tavolino la tenevano in una penombra sufficiente a scacciare quelle orribili immagini.