Camminava come sempre speditamente, immerso nei propri pensieri, solo talvolta sollevando lo sguardo per dare un'occhiata attorno. In occasione di uno di questi sguardi si fermò, sorpreso, colpito dall'impressione di vedere dopo tanto tempo un volto quasi dimenticato.

La donna stava osservando una vetrina, ed egli rimase immobile a guardarla, per essere sicuro che fosse propio lei, e non qualcuna che le somigliasse. Poi anche la donna si voltò per riprendere il cammino, lo vide, e rimase anch'ella a guardarlo come confusa. Riconobbero la reciproca sorpresa, quindi:

«Sei tu?!» fece egli.

«{lui}!» il viso di lei si aprì un sorriso. «Wow, sono secoli che non ci vediamo …»

«Eh … eh sì … wow, non ci posso credere. Be', che fai? Come te la passi? Cosa combini?»

Ella scosse il capo, sempre sorridente.

«Mah … cose così … oddio, in realtà sono sommersa di cose, non hai idea …»

«Non hai neanche dieci minuti liberi? Così, ci sediamo ad un caffé, prendiamo qualcosa, mi racconti quello che fai, quello che ti succede, questa … montagna di eventi … o proprio sei così oberata da non avere cinque minuti?»

«Ah, be', figurati, cinque minuti li posso perdere, ma non so … io mi sentirei … come se ti usassi per scaricare le mie tensioni e preoccupazioni …»

«Ah, non dire scemenze, mi fa un grandissimo piacere vederti, ho una voglia matta di sapere quello che hai combinato, e chissà che non si possa fare qualcosa per liberarti …» diceva lui scherzoso «Su, andiamo, troviamoci posto per sederci.»

Ella fu sorpresa.

È cambiato, pensò, è proprio cambiato; più spigliato … e perché poi questo interesse? Come se … come se fosse innamorato di me. Che ridicolaggine, sono anni che non ci vediamo, anche fosse stato innamorato di me prima, gli sarebbe passata. Oh, forse ha solo voglia di raccontarmi lui qualcosa, ed è tutto solo una scusa.

«Oh, va be', se proprio insisti, non ho motivo di dire di no … andiamo … dimmi nel frattempo che fai tu.»

Si incamminarono, ed egli disse che non faceva nulla di particolare, che lavorava all'università,

«Le solite cose noiose, sai, sempre matematica, nulla di carino.»

«E non fai nulla di … di extralavorativo?»

«Oh, sì, sì, direi di sì.» scostò una sedia da un tavolino di un bar, la fece accomodare — di questo ella non fu sorpresa, anche se notò come il comportamento fosse sempre più gentile — e continuò «Lavoro un po' al computer … mi sono molto appassionato al mondo della tipografia, specie all'aspetto informatico di esso, e contribuisco come posso … scrivendo documentazione e cose del genere, per lo più, ma nulla di veramente significativo. Sempre le solite cose, insomma.»

«Mi pareva infatti di ricordare che anche mentre studiavi cominciavi ad appassionarti alla tipografia … allora non era solo una passione temporanea.»

«No, no, si è … fissata, e così è diventata un po' il mio lavoro secondario, o se preferisci un hobby a tempo pieno …»

«E basta? Tutto il tempo in casa e all'università?»

«Oh …» {lui} si grattò un orecchio; arrivò in quel momento il cameriere, ordinarono, poi lui riprese «No, va be', cerco di fare un po' di attività fisica» sorrise «per non invecchiare troppo presto. Su, dimmi tu, allora, cosa fai.»

«Io? Oh, è …» ella scosse il capo «di tutto. Sono sommersa di impegni. Ho … ho cominciato a lavorare anch'io, e mi sono ritrovata talmente immersa da … è una cosa incredibile, ho dovuto smettere di fare qualsiasi cosa, quasi. Mostruoso, non puoi immaginare. È la prima volta che riesco ad uscire di casa per motivi che non siano di lavoro …»

«Ma che lavoro fai?»

«Ah, niente, sai, le solite cose mie. In realtà non è nemmeno un lavoro … ora faccio un po' la baby-sitter, anche; poi c'e il lavoro di giornalista, e la collaborazione con i centri sociali … te l'ho detto, faccio tante di quelle cose che ormai non ho quasi più tempo per me. Ti giuro, sto impazzendo.»

«Non dovresti ucciderti così, diamine! A che serve essere così impegnati? Voglio dire, ti perdi il gusto della vita, ti rovini la salute …»

«Non sai nemmeno quanto, Dio, non sai nemmeno quanto. Ti giuro, a volte mi sento una cretina, o una pazza suicida. Ma che vuoi farci, ho preso certi impegni, e non è neanche facile starsene fuori, cose da pazzi. E c'hai ragione a dire che sto facendo una pazzia, che mi sto rovinando la salute. Sono tesa come una corda di violino, ti giuro, salto in aria alla minima cosa, a volte mi sento addirittura isterica. E da due giorni ho un dolore al collo» poggiò ambo le mani sulla nuca, chinando il capo «un dolore bestiale qui,» torse il capo a destra e a sinistra «ah, mio Dio, meno male che c'ho giusto giusto un po' di pausa in questi giorni … appena in tempo, guarda. Salvata per miracolo.» rise.

Anch'egli sorrise. Poi le disse:

«Se hai bisogno di una mano, qualsiasi cosa, una commisione veloce, o un aiuto a compilare qualcosa, materiale per una ricerca, qualsiasi cosa, dimmelo. Io sono tutt'altro che oberato di impegni, e l'unica cosa che mi impone tempi al di fuori della mia scelta è l'università, quindi non avrei problemi a darti una mano, per qualsiasi eventualità. Dico davvero.»

«Sei davvero gentile, come sempre. Ma non ho davvero bisogno di una mano. Quello che devo fare purtroppo devo farlo io, sai come sono, se una cosa non è fatta come dico io, la devo rifare assolutamente, e allora piuttosto che far perdere del tempo inutilmente a della gente, è meglio che sia io a farla sin da principio. Grazie comunque, apprezzo davvero la tua proposta.»

«Magari posso fare qualcosa per le tue spalle …» fece lui, scherzoso.

«Ah, e che vorresti fare? Tutto ciò di cui ho realmente bisogno è solo un po' di riposo, davvero.»

«Potresti persino essere così tesa da non riuscire a rilassarti abbastanza.»

Ella rimase per un attimo pensierosa. Divenne seria, e tacque. Poi chiese:

«Perché, {lui}? Davvero, sei sempre stato gentile, con me, con tutti; ma se devo essere sincera sono sorpresa. Davvero. Sorpresa. Ti trovo cambiato. Ti trovo più … non saprei, più attivo. Non ti offendere, prendila dal lato positivo. Io … ti ricordo … non saprei, in un certo senso pigro. O poco incline all'azione. Ed invece ti trovo oggi estremamente vivace, carico d'iniziativa. E davvero, non so come spiegarmelo. Ecco. Oh Dio, spero di non averti offeso, ma è così, davvero.»

«Sai, ad essere onesto, io stesso mi sento diverso, da un po' di tempo; in un certo senso, ho deciso di … di cambiare. E la cosa strana è che ci sto riuscendo. Non so nemmeno io perché, ma ci sto riuscendo. È sorprendente anche per me, e non so da cosa dipende; forse dal fatto che posso finalmente fare un po' le cose che voglio, che ho abbastanza tempo da dedicarmi a ciò che desiderato fare da tempo, ai miei piccoli se vuoi vizi, se vuoi hobby.

La ricerca mi prende tempo, ma sono cose che mi interessano, come ben sai. Ed il tempo che non dedico alla ricerca lo dedico ai miei interessi privati. Il fare palestra mi aiuta a tenermi in forma, mi tira fuori di casa, ed il moto mi fa sentire meglio. Non mi stanco inutilmente, lavoro senza ammazzarmi. E mi sento meglio.

Ehi, non voglio criticare il fatto che tu ti sia riempita di impegni. Sei sempre stata una persona piena di vita, attiva, sempre pronta ad intraprendere nuove cose. E per questo io ti ho sempre ammirato. Per questo quando ti ho visto oggi mi sono sentito … felice. Davvero, è solo per questo: ti ho visto e mi sono detto “non ci posso credere, è di nuovo qui!” Pensavo che con la tua pienezza di vita fossi andata chissà dove, fossi sparita, ed invece ti ho visto, ed eri proprio tu. E mi sono sentito felice. Basta, è solo questo, davvero.

Ed ora vengo a sapere — da te d'altra parte — che ti sei talmente oberata di lavoro da non sapere più dove voltarti. Be', non posso certo fare a meno di offrirti il mio aiuto, ti pare? Non ne vuoi, per me va bene lo stesso. Sei sempre stata capace di cavartela da sola, ti ho ammirato per questo. Ma vorrei che tu tenessi presente che hai qui un amico, e per qualunque cosa ti dovesse servire, in qualunque momento, devi solo chiamarmi. Davvero. Per quanto ti possa sembrare strano, io adesso mi sento così.»


Lo stress aveva davvero raggiunto il culmine. Erica si rese conto di non riuscire neanche ad addormentarsi. La tensione dei muscoli delle spalle e del collo era tale da renderle scomoda qualsiasi posizione, ed ogni minimo movimento ne risvegliava i dolori, facendola riemergere dal dormiveglia a cui talvolta riusciva ad abbandonarsi.

Quando si rese conto che alle due di notte non aveva ancora preso sonno, cominciò a pensare. E ciò che le venne in mente fu l'incontro con {lui}.

Cosa mai potrebbe fare lui, ora? Posso andare ad una farmacia notturna io stessa, e comprarmi un sonnifero. Hai sempre odiato i sonniferi. Sì, ma stavolta è una questione di necessità. Hai intenzione di andarci a piedi? A quest'ora? E non sei mica in grado di guidare, con le spalle a pezzi. Non posso chiamarlo per dirgli di comprarmi dei sonniferi. Farò passare la nottata, prima o poi mi addormenterò, la stanchezza l'avrà vinta. Non puoi addormentarti troppo tardi, e dormire un'intera giornata. Ti sballerebbero tutti i cicli metabolici. e domani hai l'appuntamento. Chi se ne frega. Al limite non ci vado. Ma non posso chiamare a casa della gente alle due di notte. Manco fosse una questione di vita o di morte. Ha detto lui che potevi, in qualunque ora ed in qualunque circostanza. Non essere sciocca, è soltanto un modo di dire. Puoi sempre usarlo come scusa. Non sono così pazza né così scema da non capire cosa vuol dire. E lui lo sa. Si incazzerà a morte. Era diverso, ricorda, ed è sempre stato gentile. Capirebbe. No. Sì.

Ormai aveva il telefono in una mano, l'agenda nell'altra. Come si chiamava, come si chiamava, com'era il cognome? Non lo fare. Vedi, è tutto ad indicare che non devi. Non resisto un minuto di più in queste condizioni. Dovresti comunque aspettare per lo meno che lui venga.

«Pronto.»

Erica sobbalzò. Aveva fatto il numero. E la risposta era venuta subito. Quanti squilli? E la voce che rispondeva al telefono non era la voce di uno appena svegliato. Era chiara e limpida. Forse un po' sospettosa?

«Pronto?» ripetè la voce.

«Pronto, {lui} …»

«Oh, Erica.»

«Sì, sono io. Senti, ho …»

«Sono da te fra cinque minuti. Dammi il tempo della strada. Abiti sempre lì?»

«Io … sì, ma …»

«Arrivo.» e {lui} riagganciò.


Il campanello suonò dopo dodici minuti di attesa snervante e dolorosa. Erica si sentiva più cretina ad ogni minuto che passava, e sprofondava sempre di più nella disperazione. Ma non nel sonno.

Il breve squillo del campanello la fece sussultare. Raggiunse la porta, la socchiuse appena, lasciando il blocco di sicurezza. Scosse il capo alla vista di {lui}, chiuse la porta, tolse il blocco, riaprì.

«Scusami.» disse mentre lui entrava «Davvero, non so cosa diavolo mi sia preso. Io … davvero, sono stata una cretina.»

«Qual'è il problema?»

Erica lo guardò in silenzio, la stupidità del suo atto assunse proporzioni gigantesche.

«Non riesco a dormire.»

«Oh. Pensieri scomodi ti impediscono di addormentarti? Vuoi parlare?»

Erica scosse il capo.

«No, le spalle mi stanno uccidendo.»

«Hm.»

Ci fu qualche secondo di silenzio imbarazzato. Poi {lui} continuò:

«Posso provare ad alleviare il dolore con qualche massaggio. Non … non aspettarti grandi cose, non sono un massaggiatore professionista. Ma magari posso allentare la tensione abbastanza da permetterti di dormire.»

«Io … davvero, non so cosa … come ringraziarti … è … davvero, sei … troppo gentile, io …»

«Lascia perdere le chiacchiere.»


«Dovresti … scoprirti almeno le spalle. Mettiti sdraiata. Appena sei pronta chiamami.»

{lui} si chiuse in bagno. Si lavò le mani con l'acqua calda, e ve le tenne immerse finché non sentì che raggiungevano una temperatura adeguata. Nell'attesa, si guardò intorno, e notò la boccia di olio Johnsons. Se ne impossessò, prese anche un asciugamano, e raggiunge Erica in camera da letto, giacché ella l'aveva chiamato.

Erica era sdraiata al centro del proprio letto a due piazze, a pancia in giù, le braccia piegate a sorreggere il capo. Si era spogliata completamente e si era infilata sotto le lenzuola, scostate in modo da lasciarle la schiena scoperta. C'era qualcosa nella sicurezza di lui che la sorprendeva, e nel contempo le dava un senso di sicurezza. Come è cambiato, pensava, come è cambiato.

«Sei comoda?»

«Uh-hu.»

«Stendi le braccia di lato. Così. Ecco, poggia la fronte qui.» {lui} sistemò l'asciugamano arrotolato sotto la fronte di lei «Puoi respirare? Comoda? Bene.»

{lui} si posizionò a cavalcioni di lei, in ginocchio. Le sfiorò appena la schiena, ed ella reagì con un brivido.

«Ho le mani fredde?»

Erica scosse il capo, e {lui} poggiò stavolta interamente le mani sulla schiena di lei in corrispondenza delle scapole. Le fece quindi scorrere verso la spina dorsale, quindi giù verso il fondo schiena, e nuovamente su fino alla base del collo. Ripetè il percorso ancora una volta, esercitando una pressione minima. Si sentì le mani secche, sulla pelle vellutata di lei.

Prese la boccia di olio Johnson e ne usò una piccola parte per lubrificare le proprie mani e la pelle di lei. Ripeté l'approccio, stavolta solo da un lato, premendo con delicatezza, ma sempre più a fondo, sulla parte alta della spalla sinistra, fino a sentire i muscoli di lei; ne esplorò i contorni, ne percepì la tensione e l'accavallamento. Sentì un nodo sotto le proprie dita, e cominciò a stimolarlo, con piccole circonvoluzioni localizzate, sempre più ampie, come a stendere il muscolo.

Erica sentì la pressione delle dita di lui, sempre maggiore. Dava una strana sensazione, non sgradevole ma nemmeno rilassante. Poi {lui} cominciò il massaggio vero e proprio, e lei cercò di distrarre la mente, distoglierla dal proprio corpo.

{lui}, non appena sentì il nodo muscolare perdere consistenza, cercò il corrispondente muscolo sull'altra spalla, e sincronizzò i movimenti di entrambe le mani. La donna era ormai completamente abbandonata. Quando egli terminò il massaggio alla parte superiore, per continuare l'esplorazione della schiena di lei, il respiro della donna aveva assunto il lento ritmo e la regolarità del dormiente.


Il giorno dopo Erica si svegliò sul tardi. Era ancora nuda, ma le coperte le erano state stese sopra e rimboccate. E si sentiva le spalle ben tonificate. Si rotolò sul letto con infantile felicità, libera di potersi muovere senza soffrire. Si tirò su, alzò la serranda, lasciando che la luce meridiana inondasse la stanza. Ricordandosi di essere nuda, si chiuse in bagno ed affrontò una lunga doccia.

Quando ebbe completato le quotidiane necessità del risveglio, appurato che era ormai troppo tardi per una colazione, mentre sbocconcellava qualche biscotto che le permettesse di tirare avanti fino ad ora di pranzo, le tornò in mente {lui}.

Lo cercò al telefono, senza sapere cosa dovergli dire, ma sentendo impellente la necessità di ringraziarlo. Il telefono squillò a lungo a vuoto. Erica riagganciò. Si sentiva straordinariamente carica di energie, dopo otto e più ore di sonno profondo. Sentiva di poter affrontare senza problemi l'incontro del pomeriggio, ed era talmente carica da non poter restare ferma a casa. Aveva già completato tutte le commissioni il giorno prima, non aveva nulla fare né dentro, né fuori, quindi decise di uscire, poiché era un bel giorno, il sole splendeva, e poteva anche incontrare {lui}.

Era passato mezzogiorno quando ad Erica venne in mente che il posto migliore dove incontrare {lui} sarebbe stato in facoltà. Raggiunse quindi la Cittadella, cercò il Dipartimento di Matematica, salì all'ultimo piano ed infine trovò lo studio di {lui}.

Il giovane era seduto alla propria scrivania, e spiegava qualcosa a tre studenti. Erica rimase a guardare finché i tre non si alzarono. Fu allora che {lui} la vide; il giovane fece un gesto strano con il collo, inclinando la testa da un lato e riportandola subito in posizione orizzontale; quindi si alzò e la raggiunse, facendo contemporaneamente un gesto di saluto alla collega di stanza.

Chiusa la porta dietro di sé, salutò con un largo sorriso:

«Buongiorno Eri. Sei da queste parti per caso? Ho una lezione adesso. Andiamo?» e fece strada. Erica rispose:

«No, non sono qui per caso. Sono venuta apposta per cercarti.»

«Oho. E come mai?»

«Per ringraziarti.»

{lui} fece nuovamente quel gesto con il collo; quindi chiese:

«Ringraziarmi di che?»

«Di ieri.»

{lui} ripetè ancora il gesto:

«Mi fa piacere che la cosa abbia avuto esito positivo. Temevo di causarti più dolore di quanto tu già ne avessi.»

«Dici sul serio?»

{lui} fece spallucce.

«Non sono un massaggiatore professionista.»

«Be', hai ugualmente un futuro, lasciatelo dire.» Erica ridacchiò «Chissà, potresti lasciare la carriera universitaria e dedicarti al mestiere di massaggiatore. Anche se non mi pare proprio che tu abbia problemi. Sai cosa ha detto la bionda appena lasciato lo studio?»

«No, non lo so.»

«“Non pensavo fosse così facile.”»

«Mi fa piacere che abbia capito.»

«Non … non riesco a capire se fai il finto modesto oppure … è proprio così che la pensi?»

«Così, come?»

Erica scosse il capo:

«Non lo so. Non lo so spiegare. C'è … qualcosa di strano nel tuo modo … di fare, di parlare, nelle cose che dici …»

«Be', non lo faccio apposta, se è questo che intendi. Dico semplicemente quello che penso.»

Fecero gli ultimi metri fino all'aula in silenzio.

«Posso assistere?» chiese lei quando arrivarono.

«Le lezioni sono aperte a tutti.»

«Non ti dà fastidio?»

«Dovrebbe?»

«Ah, non fare così.»

«No, non me ne dà.»

{lui} le tenne la porta aperta, quindi entrò chiudendosi dietro la porta. Salì sulla pedana, e mentre cancellava la lavagna un paio di ragazze si affacciarono timorose; egli fece loro un gesto per indicare che potevano entrare, attese che queste si sedessero, quindi cominciò la lezione.


«Hai impegni per sabato?»

{lui} scosse appena il capo.

«Allora che ne diresti di essere il mio accompagnatore ufficiale?»

«Volentieri. Dove si va?»

«Da nessuna parte in particolare. Ho un invito a cena fuori, e non sapevo con chi andare.»

«Quindi hai pensato a me.»

«No, no, aspetta, non è come pensi. Mi sono espressa male … non era questo che intendevo. Intendevo dire, non ho nessuno con cui andarci, tranne te …»

{lui} scosse il capo, sorridendo.

«Non ti preoccupare, non me la sono presa; ho capito benissimo cosa intendevi. D'accordo, allora, ti passo a prendere sabato?»

«Uh, sarebbe carino …»

«A che ora?»

«Le nove e mezzo?»

«D'accordo. Alle nove e mezzo, a casa tua.»

{ durante la serata, dialogo con Erica e l'amica di lei }

«E tu saresti?»

«{lui}»

«Piacere. Manuela.»

«Piacere mio.»

«Non sapevo che Erica avesse un accompagnatore.»

«Mi dispiace che non abbia avvertito.»

«Oh, non è mica questo. Figurati se non si è liberi di portare un accompagnatore. Ma mi giunge nuova … vi conoscete da molto?»

«Hm, abbastanza. Dal liceo?» Erica annuì, e {lui} continuò «Sì, dal liceo. Ma è stata una conoscenza un po' ad andare e venire, non so se mi spiego. Ci si perde di vista, ci si rivede, ci si perde di nuovo di vista … cose così.»

«E che fai di bello nella vita?»

«Il massaggiatore.» intervenne Erica.

«Ancora con questa storia?» fece {lui}, ed entrambi risero.

«Che storia?»

«Ma niente, le ho fatto un massaggio una volta, e ne è rimasta sconvolta. Ma non faccio il massaggiatore, e non ritengo che fosse nulla di eccezionale. Non che abbia qualcosa contro i massaggiatori, anzi, è proprio perché non mi considero …»

«Be', non puoi negare di essere bravo.» insistè Erica.

«Oh, è andata bene una volta, e ne son contento.»

«Secondo me avresti un futuro.»

«Non ho intenzione di diventare un massaggiatore.»

«E perché mai?» si informò Manuela.

«Perché non credo sia la cosa in cui dò il meglio di me.»

«E cos'è che fai al meglio?»

«Insegnare.»

«Sei professore?»

{lui} fece un cenno col capo, un cenno che non significava nulla, né un annuire né uno scuotere la testa.

«E cosa insegni?»

«Matematica.»

Manuela lo guardò attentamente, poi scoppiò a ridere.

«Scu… scusahahaha. Non so che … che mi abbia presohoho …» e volgeva il capo dall'altra parte, nascondendo il viso con la mano.

{lui} attese pazientemente che lei si calmasse, quindi osservò:

«Non pensavo ci fosse qualcosa di tanto comico nell'essere un professore di matematica.»

«No, non è quello. È solo che … non lo so, c'hai un po' la faccia, in effetti.»

Manuela si schiarì la gola, ancora non perfettamente calma.


«Mi sbagliavo, dopo tutto.»

«Su cosa?»

«C'è qualcosa di più del professore di matematica, dietro quella faccia.»

«Spero che non sia qualcosa di peggio.»

«Di peggio di cosa?»

«Peggio dell'essere professore di matematica.»

«Non ho mai detto che ci fosse qualcosa di male nell'essere professore di matematica.»

«Non era necessario che lo dicessi.»

«Mania di persecuzione?»

«Uh …» lo sguardo di {lui} vagò per la camera «No. Opinione comune sui matematici ed affini.»

«È solo che la gente non capisce … devi ammettere che c'è qualcosa di … esoterico, nella matematica.»

«Esoterico?»

«Sì, qualcosa solo … solo per iniziati.»

{lui} reclinò il capo. «Sì, è vero. Ma il problema grave non è tanto quello, quanto il fatto che non tutti possono essere iniziati.»

«Cosa stai cercando di dire? Che la matematica è solo per pochi eletti?»

«Non tanto pochi … no, comunque non è quello, quello che voglio dire. Ma … per sentire veramente la matematica occorre un certo tipo di sensibilità che non tutti posseggono, anche se chiunque, volendo, può capirla, ed anche vedere come altri ci si divertano a manipolarla. Ma in qualche modo non risponde a ciò che sentono loro, per un motivo o per un altro. Un po' come il jazz, se vuoi. Tutti possono ascoltare il jazz, ma non a tutti piace.»

«A te?»

{lui} scosse il capo. «No, non ho nessuna passione per il jazz, ed è proprio questo che mi ha … mi ha un po' fatto capire come gli altri potessero sentire, o meglio non sentire, la matematica. Io il jazz lo ascolto, ci sono magari alcuni brani che mi piacciono, ma non è una mia grande passione. Allo stesso modo, la gente usa la matematica, vi sono cose che ritengono indispensabili, ma non hanno una passione per essa; anzi.»


«È stato un vero piacere conoscerti.»

«Anche per me.»

«Ci si vedrà di nuovo?»

«Perché no?»

{ Mare. O è meglio come flash-back della successiva? }

{ La salvata: }

Dopo che furono seduti, e mentre si guardava intorno in cerca di un cameriere, {lui} notò la ragazza seduta attualmente alla casa, che lavorara a chissà quale conto.

«Ragazze,» fece, rivolto ad Erica e Manuela «la conoscete quella?»

«Chi, quella alla cassa?»

«Uh-hu,» annuì {lui} «ho l'impressione di conoscerla, ma non riesco a inquadrarla. Magari se …»

«Anch'io me la ricordo. Cioè, sono certa di averla vista, però …»

In quel momento la ragazza li raggiunse, taccuino alla mano.

«Prego,» li invitò «cosa desidera… oh, ma guarda! Be', non so onestamente … non avrei mai sperato di rivederti …» parlava direttamente a {lui} «non so come ringraziarti, davvero.»

«Ringraziare me? E perché mai …»

«Mi hai praticamente salvato la vita.»

«Io ti ho …?»

«Non ricordi? Be', suppongo che per te non fosse così importante …»

«Quella del mare!» disse a un tratto Manuela «{lui}, è quella che al solarium era accanto a noi … quella …»

«Quella del nodo?»

«Sì, esattamente quella del nodo.» confermò la cameriera «Quella a cui hai suggerito di farsi dare un'occhiata. Ed è proprio questo che … be', insomma, abbiamo …»

«Tumore?» mormorò Erica.

«Già.»

«Oh mio Dio …»

«No, no, è tutto a post, ora. È proprio per questo che volevo ringraziarvi. Io …»

E la ragazza scoppiò a piangere.

{ Frequentazione con Manuela }

{ rivelazione: }

«Io devo assolutamente farmi una doccia. Ti secca aspettarmi due minuti?»

{lui} scosse il capo.

«Mettiti comodo; fa' come fossi a casa tua. Se vuoi bere, lì c'è …»

{lui} accennò di sì. Calmo, quasi freddo; perché? si chiese Manuela. Forse sto sbagliando …

Uscì dalla doccia rinfrescata, avvolta in un accappatoio azzurro, i capelli nascosti da un asciugamani bianco con un disegno a fiori. Trovò {lui} in salotto, seduto su una poltrona, con un bicchiere di acqua tonica nella destra, contemplante in silenzio una foto incorniciata che teneva nella mano sinistra.

Manuela si sedette sul bracciolo sinistro della stessa poltrona, ma non ebbe bisogno di occhieggiare la foto da sopra la spalla di {lui}, o di vedere il nastro nero che ne tagliava l'angolo superiore sinistro, per sapere di chi si trattava. Ciò che la sorprese fu invece il gesto quasi affettuoso con cui il pollice di {lui} sembrava carezzare la guancia sorridente della donna ritratta.

Nel ricordare l'amica, Manuela sentì una stretta al cuore. Non pensavo facesse ancora così male, dopo cinque anni.

{lui} mosse appena il capo, volgendosi verso Manuela, e la giovane lesse nei suoi occhi una domanda.

«Maria Rita, si chiamava.» disse «È stata la mia ragazza, fino a … ha avuto un incidente cinque anni fa …» la gola le si chiuse. Tolse delicatamente la foto di mano a {lui}, e la poggiò a faccia in giù sul tavolino accanto alla poltrona, contemporaneamente scivolando giù dal bracciolo fino a ritrovarsi seduta in braccio a {lui}, volgendogli la schiena.

{lui} sciolse l'asciugamani dalla capigliatura di Manuela, e lo usò per asciugarle i capelli, in uno strofinare dolce ma deciso; e Manuela continuò:

«Era eccezionale, semplicemente eccezionale. Non esistono termini per descrivere la ricchezza morale ed affettiva, la vitalità, la dolcezza, la gioia e la tristezza, la profondità dei sentimenti … sospiro, pausa Ho sempre saputo che il suo amore per me era sconfinato, ma limitato, che mi sarei dovuta aspettare un addio, prima o poi, quando avesse trovato l'uomo della sua vita, e deciso di stabilirsi con lui … e spendevamo così poco tempo assieme, ed io mi chiedevo perché, senza mai capirlo, perché lei non ne parlava mai … ed ero invidiosa dell'uomo, che non ho mai saputo neppure se esistesse, che avrebbe preso definitivamente il mio posto, prima o poi.

Lei era certa di incontrarlo, e forse era anche convinta di averlo già incontrato —non l'ho mai saputo, perché di uomini non mi parlava— ed io mi chiedevo come fosse possibile. Mi chiedevo, se esisteva, chi fosse questo fortunato. Doveva avere qualcosa di veramente speciale, perché gli uomini che ho incontrato io sono sempre stati, nel migliore dei casi, insulsi, quando non pericolosamente stupidi o cattivi o che so io.

Scusami tanto, lo so che non dovrei fare di tutta l'erba un fascio, ma è così. Ce ne sono pochi come te, ed onestamente tu sei il primo che conosco. Le saresti piaciuto, credo. Ma non saprei dire con certezza, perché non ne parlava mai.»

{lui} era passato al massaggio della testa, avendo finito di asciugare la parte terminale dei capelli. Manuela si appoggiò maggiormente a lui, concludendo:

«Ma non era di cose tristi che volevo parlare. Ed il ricordo di lei è ancora triste. Difficile sopportare bene un ricordo come il suo …» tacque, e chiuse gli occhi abbandonandosi al dondolio causato dai movimenti di {lui}.

Quando il ragazzo ebbe finito, Manuela reclinò il capo, poggiandolo contro la spalla di lui, fino a trovarsi quasi sdraiata, e {lui} le cinse la vita per evitarle di scivolare via.

«Sai, {lui},» riprese la giovane ad un tratto «credo che tu sia il primo ragazzo di cui … che io … a cui …»

«Non lo dire.» la interruppre {lui}, ponendogli per un attimo l'indice della sinistra perpendicolarmente alle labbra, ad indicare silenzio.

«Perché?»

«Perché è inutile e pericoloso.»

«Pericoloso?»

{lui} non rispose.

Manuela pose le proprie mani su quelle di lui, e le guidò al proprio seno; sentì {lui} scuotere il capo, come rassegnato, ma senza un briciolo di passione.

«Che c'è, {lui}?»

{lui} si limitò ancora a scuotere il capo.

«Sei omosessuale?»

«No.»

«Impotente?»

«In determinate circostanze.»

«Come questa?»

{lui} annuì.

«Cosa c'è che non va?»

«Non sei la donna per cui io vivo.»

Manuela si alzò a sedere, voltandosi a guardarlo.

«Dev'essere una donna straordinaria, se riesce a proibirti così qualsiasi relazione amorosa che non sia la vostra.»

«Non sarebbe stato così cinque, sei anni fa.»

«Non mi sarei neanche accorta di te, sei anni fa. Ero troppo innamorata di MaRi.»

«Anch'io, ma di te mi sono accorto … ed anche se lei di te non mi ha mai parlato, lei sapeva che io sapevo.»

«{lui}, cosa stai dicento?»

«Sedici ottobre duemila e tre. Un pullman sbanda in autostrada, vola fuori dal ponte, cade sulla corsia di marcia opposta. 157 morti, 213 feriti.»

«Stai scherzando, {lui}, vero?» No, non stava scherzando «Mio Dio.» esterrefatta «Non mi dirai che mi hai avvicinato solo perché …»

«Non sapevo che fossi tu. Sapevo solo che aveva una donna. Poi ho visto la foto …»