Il Globe-trotter
Quel paesino era particolarmente … piacevole.
Passò davanti alla scuola elementare; un ragazzino sfrecciò via dal cancello, seguito dopo pochi secondi da un gruppetto di una decina di altri ragazzini; cosa poteva aver fatto un ragazzino così minuto ad una masnada così agguerrita? Incuriosito e preoccupato per il ragazzo, li seguì, senza troppa fatica, su per la strada. Il fuggitivo svoltò improvvisamente a destra, seguendo il muro di recinzione del cortile della scuola; gli inseguitori — e stavolta G vide chiaramente che non tutti erano maschi —, gli tennero dietro; il rumore dei passi cambiò: ciottoli o ghiaia; G girò l'angolo giusto in tempo per sentire uno degli inseguitori urlare «Ehi, bastardo!» per poi accompagnare le proprie parole con un sasso; il proiettile mancò il bersaglio, ed il fuggitivo si riparò, ansimante, dietro una grossa roccia sporgente; una decina di metri di terreno scoperto lo separavano da una foresta, evidentemente il suo obbiettivo.
«Forza, ragazzi; l'abbiamo preso!» gridò nuovamente il lanciatore; ma prima che gli inseguitori si potessero buttare sulla roccia, G decise di richiamare su di sé l'attenzione.
«Ehi!» gridò «Che succede?»
I masnadieri si voltarono verso di lui; più d'uno mormorò qualcosa come «ups», ma il più agguerrito non fece una piega.
«Nulla.» disse, sicuro di sé.
«Prendere la gente a sassate non è “nulla”.»
«Non …» cominciò il ragazzino; poi, resosi conto che doveva essere stato visto, cambiò tattica «era solo per spaventarlo; infatti l'ho mancato.»
«Io la chiamerei “mira cattiva”.»
Il ragazzino arrossì.
«Perché ce l'hai con quel ragazzino?»
Il ragazzino esitò; poi:
«Non ce l'ho con lui; stavamo solo giocando ad inseguirci, ecco.»
«Quando si gioca ad inseguirsi non si tirano sassi ed insulti.»
«Non l'ho insultato.»
«Gli hai gridato “bastardo”.»
«Be', lui lo è.»
«Lo è?» G fece scivolare a terra lo zaino, e si accosciò davanti al ragazzino.
«Sì, lo è; è un bastardo perché sua mamma vive sola; con lui; nessuno sa chi sia il padre. E …»
«Continua a non essere un buon motivo per prenderlo a sassate.»
«Ma a te che te ne frega?»
«Me ne frega che stavate saltando addosso ad un ragazzino indifeso.»
«Se non è capace di difendersi …»
«In dieci contro uno? Neanche tu potresti fare gran che …»
«E chi lo dice? Non c'è nessuno qui che mi sfiderebbe.»
«In dieci contro uno?»
«Qui sono tutti o amici miei o pecore che se ne scappano appena mi vedono … come il bastardo.»
«E tu gli corri dietro, con dieci altri, per pestarlo? Proprio un comportamento corretto.»
«Loro non l'avrebbero toccato, vero ragazzi?» si guarda attorno per chiedere conferma; quelli che sono ancora lì hanno però il capo chino, aspettando che quella scena penosa finisca «Gli avrebbero solo impedito di correre via, per affrontarmi di faccia.»
«Chi è che ti mette in testa certe idee? Tuo padre?»
«Perché, cos'hanno che non vanno?»
«Sono stranamente violente; non è facendo il violento che mostrerai di essere maschio, o maturo.»
«Che ne sai tu?»
«Tuo padre avrebbe dovuto perdere più tempo ad insegnarti il rispetto almeno per le persone più grandi di te, se non per tutte le persone.»
«Io rispetto chi merita rispetto.»
«Cioè? Le pecore che ti seguono e quelli capaci di pestarti a sangue?»
«Non hai il diritto di parlare così.»
«E tu non hai il diritto di lanciare sassi alla gente. E non hai … ma è inutile che stia qui a perder tempo con te; il problema è che tu sei ancora troppo piccolo per pensare con la tua testa, e valutare criticamente le panzane che ti rifila tuo padre sull'essere superiore ed il capo che governa tutti; ma imparerai presto che non è la violenza a dimostrare la maturità e la bravura, ma ben altre cose.»
Si alzò e, raccogliendo lo zaino, concluse con «Vai a casa, bimbo, la pappa è nei piatti.» quindi si incamminò verso la roccia, lasciandosi i ragazzini alle spalle; il capoccia gli mostrò la lingua, dietro le spalle, e lui, senza voltarsi, aggiunse: «E tienila dentro, quella lingua, o qualcuno qualche volta te la taglierà.»
Il capoccia fece tanto d'occhi, poiché lui non si era voltato; come l'aveva visto?; si girò poi infuriato, e se ne andò, seguito dagli altri ragazzini, ad eccezione di una bambina che rimase poggiato all'angolo; ma G non la vide subito; semplicemente, raggiunse la roccia dietro cui si era nascosto il “bastardo”, e stupì nel non vederlo; mica scemo, il ragazzo; era corso via.
Guardandosi attorno vide allora la ragazzina poggiata al muro.
«Tu sai dov'è finito?»
Lei annuì.
«È andato a casa?»
Lei scosse la testa.
«Sai dov'è?»
La ragazzina non rispose subito. Si mordeva il mignolo della destra, ed a volte lo succhiava, come se avesse avuto un taglietto.
«Sì.»
«Non me lo dici?»
Un'altra volta, la risposta si fece attendere; poi lei, socchiudendo gli occhi e guardandolo tra il sospettoso ed il furbesco, disse:
«Non lo so.»
«Da cosa dipende?»
«Perché vuoi sapere dov'è andato?»
«Per raggiungerlo.»
«Perché?»
«Per parlargli.»
«Cosa gli devi chiedere?»
«Perché scappava; perché lo inseguivate; dove abita; se preferisce essere accompagnato.»
«Se ne starà nascosto finché non si sentirà al sicuro. Dov'è ora, non lo troveranno mai; sono troppo scemi.»
«Tu come fai a sapere dov'è?»
«Una volta l'ho seguito, e ho visto dove si andava a nascondere.»
«Mi ci puoi guidare? O non ti fidi?»
Lei fece un'altra pausa, continuando a mordicchiarsi e succhiarsi il mignolo destro.
«Ti ci porto.» disse; e si inoltrò nel bosco.
La ragazzina si fermò di fronte ad una roccia alta più due metri e bisbigliò:
«Da qui in poi, fai da te.»
Poi si voltò e fuggì via.
G inspirò a fondo, e il profumo dei pini gli riempì i polmoni. Si guardò intorno. Fece il giro della roccia, che alla base aveva un diametro di quasi tre metri. Sollevò lo sguardo.
Non c'era nessun indizio.
Il bosco era piuttosto rado, e non c'era alcuna caratteristica notevole, escluso qualche monolito qui e là, come quello ai piedi del quale si trovava adesso. Per dare meglio un'occhiata in giro, G posò nuovamente lo zaino a terra e si arrampicò in cima alla roccia; e fu così che scoprì il fuggitivo: il monolito, infatti, aveva in cima una piccola conca, in cui il ragazzino si era accucciato.
Appena G si affacciò al bordo della conca, il ragazzino balzò a sedere, schiacciandosi contro la parete opposta a quella da cui era spuntata la testa di G.
«Tranquillo, ragazzo,» gli fece allora lui sorridendo «non sono qui per mangiarti.»
Si arrampicò fino ad essere abbarbicato sul bordo della conca, quindi si sedette con le gambe penzoloni dentro la conca, guardando attentamente il ragazzino, che ora si era sollevato in piedi, e si teneva sempre contro la parete opposta. Rimasero un po' a guardarsi, in silenzio, poi G chiese:
«Non pensi di tornare a casa? Tua madre potrebbe cominciare a preoccuparsi.»
Il ragazzino non rispose.
«Sei muto?»
Il ragazzino scosse lentamente la testa.
«Hai perso la lingua?»
Il ragazzino gliela mostrò. G annuì.
«Bene; perché non rispondi, allora?»
Il ragazzino non rispose.
«Hai paura di me?»
Il ragazzino non rispose. G sospirò.
«Questa conversazione comincia ad annoiarmi, sai? Senti, se vuoi, ti accompagno a casa; magari, se ci sono io con te, quelli non ti vengono dietro, no? O preferisci che me ne vada, per poi tornare a casa con comodo, quando pensi che non ci sia più nessuno, per poi magari incontrarli ed essere costretto a tornare qui?»
«Come mi hai trovato?»
G non rispose subito; anzi, non rispose proprio,
«Chi ti ha detto che ero qui?»
G non rispose.
«Mi ha visto qualcuno, o mi hai trovato per caso?»
G sorrise, poi ghignò:
«Che effetto fa porre domande senza ricevere risposta?»
«Io sono in diritto di farlo, perché sono in condizioni di inferiorità.»
«Quanti anni hai? Ragioni in modo spaventosamente #regolare#.»
«Undici.» rispose il ragazzino; poi aggiunse «Quasi.»
La casa dove abitava Ron dava una sensazione di tristezza fin dalla posizione in cui era situata.
Un viottolo di ciottoli si allontanava dalla strada principale, per arrampicarsi su per un lieve pendio ed arrivare ad uno steccato, all'altezza del cancelletto di legno; lo steccato circondava un prato, privo di qualsiasi ornamento: una distesa di erba — grigia per la stagione — su cui non risaltavano — dato il colore — le pietre piatte e squadrate che dal cancelletto conducevano alla porta d'ingresso di una casetta rustica, a due piani; accanto alla casa, sempre all'interno della recinzione, stava un altro edificio, che raggiungeva in altezza metà del secondo piano della casa e che somigliava ad una stalla; un altro sentiero di pietre piatte conduceva dal cancelletto all'ingresso della stalla; un terzo sentiero, infine, portava dalla stalla alla casa, completando il triangolo.
«Questa è casa mia.» fece Ron appena furono davanti al cancelletto, quindi corse avanti a bussare alla porta di casa.
La porta si aprì quasi subito, ed una giovane donna apparve sulla soglia #{descrizione della madre di Ron}#. Ron parlò gesticolando alla propria madre, che lo ascoltava guardando lo straniero, fermo al cancello, quasi seduto sullo stipite, con le braccia incrociate, ed uno zaino alto un metro ai propri piedi.
La fronte della donna era corrugata, e G non poteva sentire le parole che Ron diceva alla madre, e quelle che poi la madre disse al figlio; Ron corse poi da lui, e gli disse «vieni.». G lo seguì fino alla porta di casa; la madre del ragazzino era rimasta ferma sulla soglia, e lo guardava attentamente, non più corrucciata, ma con occhi talmente spalancati da sembrare terrorizzati.
«Buongiorno » lo salutò «e grazie per aver salvato mio figlio.»
«Chiunque l'avrebbe fatto, signora.»
La madre di Ron non ribatté subito; dopo qualche secondo aggiunse:
«Lei può anche pensarla così, ma qualche giorno in questo paese potrebbero anche farle cambiare idea. Lei non ha tuttavia l'aria di qualcuno che si ferma in un luogo troppo a lungo. Spero che rimanga almeno per il pranzo, e che accetti la nostra ospitalità; è il minimo che posso offrirle …»
«Non c'è nulla di cui debba sdebitarsi nei miei confronti; io …»
«Non resti a pranzo da noi?» chiese Ron «Dove vai a mangiare, allora? Alla taverna?»
«Se non vuole restare, io non posso certo trattenerLa; ma renderebbe felice mio figlio, se accettasse di pranzare in nostra compagnia. Io non posso offrirLe granché, e certamente Lei preferirebbe mangiare …»
«Il mio pranzo consisterebbe esclusivamente di un panino, signora; se proprio … be', accetto volentieri l'invito;» la signora fece strada in casa, e G continuò «non … ecco, vede, è parecchio tempo che non … da tempo ormai la mia casa è il mondo, e le mie uniche relazioni con la gente si sono limitate al chiedere informazioni, o al comprare generi di prima necessità; non vorrei che la mia presenza le risultasse … sgradevole.»
«Se vuole darsi una rinfrescata, può usufruire del bagno, che si trova qui » la signora aprì una porta, lasciando intravedere lo smalto lucido dei servizi igienici ed un angolo della vasca «e non è necessario fare giri di parole; il pranzo non sarebbe comunque pronto prima di una mezz'oretta; se desidera dedicarla alla cura della propria persona, qui è tutto a sua disposizione.»
«Non so come ricambiare tale gentilezza.»
«Sono io ad essere in debito con Lei.»
La madre di Ron si allontanò con un accenno di inchino, lasciando il campo al proprio figlio, che li aveva seguiti trascinandosi dietro l'enorme — per lui — zaino di G.
Mezz'ora dopo, puntuale, G emerse dalla toilette, rimesso a nuovo da un bagno completo, indossando vestiti puliti e con i capelli e la barba accuratamente lavati e ben pettinati. Lui era il primo a sentirsi un altro.
Anche Ron la pensava così.
«Hai cambiato faccia, sai?» gli disse andandogli incontro per il corridoio «Vieni, è pronto.»
G lo seguì il cucina; un piccolo tavolo, sufficiente al più per quattro persone, occupava il centro della stanza; tre posti vi erano apparecchiati, su una tovaglia a scacchi blu e bianchi; una pentola fumante occupava il centro della tavola.
G annusò profondamente l'odore di minestrone che troneggiava in cucina. La madre di Ron lo udì, e si voltò.
«Spero che il minestrone le piaccia.»
«Sono secoli che non mangio qualcosa di caldo e profumato come un minestrone, signora.»
«Ti piace davvero?» gli chiese Ron.
«A te no?»
Ron ci pensò un po' su, poi rispose:
«Non è fra le mie vivande preferite.»
G e Ron si accomodarono a tavola, e la madre di Ron distribuì il minestrone nei piatti. Si sedette quindi anche lei, e pregò:
«Signore, benedici il cibo che stiamo per mangiare, e fa' che a questa tavola si sieda sempre gente dal cuore aperto e generoso come il nostro ospite. Amen.»
Ron le fece eco, ripetendo «amen», e si accinse al difficile compito di mangiare il minestrone che aveva davanti.
G non cominciò subito mangiare. Guardò per qualche secondo la donna, poi le chiese:
«Io non capisco. Per quanto possa essere difficile crescere da soli un ragazzino, e anzi forse proprio per questo, non posso credere che, come sembra dalle sue parole, l'intero paese ce l'abbia con Lei. Innanzi tutto, la colpa non è sua. E poi, mettersi contro qualcuno che già di per sé ha abbastanza problemi, è proprio qualcosa di …» fece un gesto vago con la mano «qualcosa che io proprio non capisco. Mi scusi.» abbassò lo sguardo e cominciò a mangiare.
La madre di Ron attese qualche secondo, prima di rispondergli.
«Non è esatto dire che il paese ce l'ha con me; la maggior parte della gente si limita ad esprimermi la propria totale indifferenza nei miei confronti; c'è tuttavia qualcuno che sembra divertirsi ad angustiarmi, e che, quando ne ha la possibilità, cerca di mettermi in difficoltà o, perlomeno, di farmi sentire la mia inferiorità, o presunta tale. Ad essere sinceri ci sono anche un paio di persone che cercano di … aiutarmi, quando l'occasione si presenta e se a loro non costa nulla … o ben poco.»
La donna riprese a mangiare, e sulla tavola regnò qualche minuto di silenzio, interrotto dal tintinnare delle posate sui piatti, e da qualche accidentale risucchio di Ron, che in queste occasioni sollevava lo sguardo impaurito, come se qualcosa lo avesse colpito alle spalle.
«È molto buono» fece G quando ebbe finito.
«Se vuole, può finirsi la pentola; ne è rimasto ancora un po'.»
«Lei non ne prende altro?»
La donna scosse la testa.
«Non mangio molto.»
«Ron, tu ne vuoi ancora?»
Il ragazzino scosse la testa.
«A me non piace … troppo.»
«Mi lasciate solo a finirlo? Be' …»
G si servì, e si alzò per posare la pentola nel lavabo.
«Lasci, faccio io …» lo interruppe la donna alzandosi e tendendo le mani verso la pentola; ma G era già arrivato al lavabo, e vi aveva depositato la pentola. La donna lo raggiunse e, mentre G tornava al tavolo per svuotare il proprio piatto, riempì la pentola d'acqua, e prese dal frigorifero formaggio e prosciutto.
Quando il pasto fu finito, G si alzò per dare una mano a rigovernare, ma la donna fu stavolta irremovibile.
«Davvero, lasci che l'aiuti …»
«Per favore, non mi faccia ripetere ogni volta … non sia insistente.»
«Mi scusi.» G uscì allora dalla cucina e, raccolto lo zaino, si avviò verso l'uscio.
La donna si affacciò dalla porta della cucina.
«Va via così, con il pranzo sullo stomaco?»
G non rispose subito. Rimase fermo in mezzo al corridoio, voltato a metà verso la donna, sotto lo sguardo di Ron che lo guardava dal fondo del corridoio, seduto sui primi gradini della scala a chiocciola che portava al piano superiore. Quando parlò, la sua voce aveva un fondo di ira:
«No, vado fuori a prendere una boccata d'aria; starò seduto un po' all'ingresso; se ha bisogno di una mano, butti una voce.»
C'era qualcosa, nel tono orgoglioso della madre di Ron quando parlava della propria situazione, o di qualsiasi altra cosa, in realtà, che contrastava con il tono invece quasi supplice delle domande sulla sua permanenza; e lui non riusciva a capire perché; ed era questo ad indispettirlo, non tanto il tono in sé; non era l'orgoglio, che poteva essere una semplice difesa, o pura coscienza di sé; e non era neanche la speranza che lui restasse lì, ad impensierirlo; era il non capire il perché. La donna aveva forse paura di non poter esprimere la propria gratitudine, o c'era qualche altro motivo? O era forse il trovarsi davanti a qualcuno che non la rimproverava né la scherniva per il suo stato, ed aver paura di perdere questa piccola consolazione, e tenerla presso di sé finché possibile?
Ron lo raggiunse, e si sedette accanto a lui sul gradino dell'uscio.
«Te ne andrai?» chiese.
«Sì.»
«Perché?»
«Sono un vagabondo. Non posso stare fermo. Mi sento … strano; non sono abituato a risiedere in un posto; la mia casa è ormai il mondo; mi piace girare, dormire all'aria aperta, sul suolo duro; riempirmi gli occhi di tutti i paesaggi, delle loro bellezze. Ogni parte dell'Europa, vista dagli occhi di un pedone, è splendida. La gente che gira in macchina ha ormai perso questa vista sul proprio mondo. Velocità, velocità, sembra essere il motto dei viaggiatori di oggi. Oppure guai a muoversi da casa, per i sedentari.»
Ron rimase un po' in silenzio; poi chiese:
«Quando andrai via?»
«Oh, non lo so. Questo pomeriggio, probabilmente. Appena sarò sicuro che il fegato non mi scoppierà per lo sforzo combinato della digestione e del moto.»
«Non potresti aspettare domani? Si farà buio, ora; puoi dormire qui da noi, e poi partire domani …»
G lo guardò. Era lui a chiederlo, o la madre l'aveva mandato a lui per convincerlo a restare?
Li salutò, agitando un'ultima volta la mano, quando raggiunse la strada principale; erano ormai piccole figure, davanti al cancello del loro steccato, in fondo al viottolo. Si rivolse quindi alla strada, sua nuova compagna di viaggio, con il fondo al cuore una dolce tristezza. Si incontravano talvolta persone così, con una loro piccola grande tristezza, e con la gioia di incontrare un'anima in sintonia con la loro. Ron, con quel suo essere troppo saggio e maturo per la sua età, ed ancora troppo bambino; e la madre, oppressa dal peso di una colpa non sua e del doverne, nonostante ciò, pagare il prezzo.
Stava ancora pensando a loro, ed a quelle sei ore di interludio che aveva trascorso con loro, quando lo raggiunse il buio; cercò allora il miglior posto dove passare la notte, e si accampò.
Neanche una decina di giorni dopo era nuovamente lì; si ritrovò così al ghiaione che fiancheggiava la scuola, poco dopo l'ora di uscita dei ragazzi. E fu così che rincontrò — o meglio ritrovò — Ron.
Quando la madre, dalla finestra della cucina, lo vide percorrere il viottolo con il fagotto in braccio, avvertita da quel sesto senso che hanno le madri, gli corse in contro.
«Oh, mio Dio …» disse prendendo il fagotto dalle braccia di lui.
«È tutto a posto, signora, è solo un po' malconcio … e privo di sensi. Non credo che abbia qualcosa di rotto … l'unico colpo duro è stato qui alla spalla: c'ha un'ecchimosi piuttosto vistosa … ma credo proprio che se la caverà. Non c'è nulla di grave … per quel che posso giudicare.»
La madre portò Ron nella propria camera, e lo distese sul letto; G la seguì per assicurarsi che il figlio non le cascasse dalle braccia — ma nonostante l'aspetto esangue, la donna possedeva forze in abbondanza —, rimanendo poi #pudicamente# fuori della porta della camera da letto della signora.
«Vuole … c'è qualcosa che posso fare? Non so, andare a prendere garze o acqua ossigenata, o … non so, posso andare a chiamare un medico …»
La donna impallidì; uscendo dalla propria camera e dirigendosi al bagno, disse:
«No … non è necessario; io … non credo che sia grave; non … non c'è motivo di scomodare un medico …» ebbe un debole sorriso, mentre prendeva il pronto soccorso «si rimetterà presto …»
Quando tornarono nella camera, Ron aveva ripreso i sensi, anche se non riusciva ad aprire completamente gli occhi; la donna chiuse la porta, lasciando G in attesa fuori.
Quando la riaprì, G non c'era più.
Ma aveva lasciato il proprio zaino in fondo al corridoio, sotto la scala a chiocciola che portava al piano superiore.
G era tornato in paese, cercando l'ospedale.
Per strada, incontrò la ragazzina che lo aveva condotto la prima volta da Ron; lei lo riconobbe, e lo salutò. «L'hai trovato, poi, eh?»
«Già; e non solo quella volta.»
«L'hai trovato anche oggi?»
«Hm-m.»
«Sei arrivato troppo tardi, eh?»
«Chi è stato? Il #kaiser# dell'altra volta?»
«Chi altri?»
G annuì. Poi chiese:
«Perché?»
«Perché lo pestano?»
G annuì nuovamente. La ragazzina si incamminò, e lui la seguì.
«Lo pestano perché è migliore; da quasi tutti i punti di vista; ma non è capace di difendersi; non ci prova neanche; non so perché non lo faccia … non è violento; e se qualcuno ha bisogno di aiuto, e lui può dargliene, glielo dà, senza chiedere nulla in cambio, e senza farlo notare; per questo lo pestano: perché è buono. E poi …» la ragazzina tacque.
«E poi?»
«Hai conosciuto sua mamma?»
«Sì.»
«Be', siccome tutti i grandi trattano male la madre, i figli non hanno motivo di trattare meglio il figlio.»
«Tu la pensi diversamente.»
«Mia madre è l'unica persona che cerca di dare una mano alla mamma di Ron, ma da sola non può fare gran che, e poi è spesso al lavoro …»
«Dove lavora?»
«Qui.»
All'ospedale.
«Oh. È infermiera?»
«Hm-m. Ora dimmi tu cosa cercavi.»
«L'ospedale; cercavo un medico che fosse disposto a venire dalla signora; anche se credo che Ron non abbia nulla di rotto, preferirei che qualcuno lo visitasse.»
«Non verrà nessuno.»
«Perché?»
«Perché sei stupido.»
G guardò la ragazzina — Anna, aveva detto Ron —; lei aveva quel modo di guardare in tralice tutto particolare: sembrava che voltasse le spalle apposta per poter guardare in quel modo quello che le succedeva dietro; lo fece anche ora, mentre entrava nell'edificio.
«Ron l'ho trovato.»
«Hai avuto fortuna.»
È vero, pensò G; ma non lo disse.
«Ora cosa pensavi di fare?» gli chiese Anna.
«Parlare con un medico.»
«Vedi che sei stupido? Se tu parlerai con un medico, dovrai spiegare dove deve venire, e lui dirà che è troppo impegnato, e che appena qualcuno si libererà vedrà cosa si può fare; e se anche poi tu chiedessi a mia madre, lei dovrà chiedere il permesso al proprio direttore, che dirà di no.»
«E quindi cosa dovrei fare?»
«Tornare a casa. Ci penso io.»
C'era poco che dire: quella ragazzina sapeva il fatto suo.
Scelse la via che gli parve più diretta; passò così davanti alla taverna; poggiato allo #steccato# che fronteggiava la porta d'ingresso stava il #kaiser#; si riconobbero all'istante; G si fermò, il ragazzino aprì un attimo la bocca in un «oh» di stupore, ma la richiuse subito; G lo fissò per qualche istante, fu sul momento di dire qualcosa, quindi ci ripensò, e si mosse per allontanarsi; fu il ragazzino a parlare, chiedendo:
«Come sta il bastardo?»
G respirò a fondo, poi si voltò nuovamente verso il ragazzino.
«Penso proprio che dovrei dire due paroline a tuo padre.»
«Anche mio papà lo pensa; dice che la gente non dovrebbe ficcare il naso negli affari degli altri; specie se gli altri sono migliori; e soprattutto, dice, non si devono discutere i metodi educativi degli altri; specie se non si ha nessuna esperienza in campo.»
In quel momento il padre del #kaiser# uscì dalla taverna; G lo riconobbe subito: stessa faccia, stesso atteggiamento, stessa boria. E quanto il padre aprì bocca, allontanando fra due dita il grosso sigaro che stava fumando, anche lo stesso tono di voce.
«Che succede?»
«Papà, è lui.»
G e “papà” si guardarono per lunghi secondi, “papà” con la faccia cattiva, G con gli occhi leggermente più aperti del normale.
Poi “papà” parlò:
«Così è Lei che va in giro dicendo cosa devo e cosa non devo insegnare a mio figlio, eh?»
«No.» rispose senza indugio G.
«Come sarebbe a dire “no”? Lei ha o non ha detto …»
«Io ho detto una volta, in una ben precisa occasione ed ad un circoscritto numero di persone, cosa pensavo che ci fosse di errato nel modo di ragionare di suo figlio, ed ho anche avanzato l'ipotesi che il modo di ragionare derivasse dalla sua educazione. Avevo torto?»
«Tutto quello che Lei ha detto è una valanga di idiozie; tranne forse quest'ultima descrizione di ciò che aveva detto prima.»
«Se io non sono tenuto a giudicare Lei, Lei è parimenti tenuto a non giudicare me, e ciò che dico.»
«Io giudico chi mi pare, quando mi pare, e non sarà certo un vagabondo come Lei a dirmi cosa devo e non devo fare.»
«Lei crede di essere il padreterno, vero?»
«Credo di essere uno che sa il fatto suo. E che non si fa mettere i piedi in faccia da nessuno.»
«Dicono, in Inghilterra, pride comes before a fall. E una volta a terra, non avrà modo di impedire di essere calpestato.»
«Anche Lei mi sembra molto sicuro di sé.»
«Lei è capace di discutere; perché non ha insegnato questo a suo figlio, invece di tirar sassi alla gente, ed a mettersi in dieci contro un pacifista?»
«Ricomincia a discutere su ciò che devo e non dire a mio figlio?»
«Lei non mi ha risposto.»
«Visto che sembra non aver capito, glielo dirò chiaro: non intendo rispondere; Lei mi dà nettamente l'impressione di un ficcanaso. O c'è forse qualche altro motivo, dietro? Non è strano, questo suo eccessivo interessarsi ai problemi di quel bambino? Sarà solo un caso che la madre di quel bambino viva da sola …»
«Cosa vorrebbe insinuare?»
«Io non sto insinuando un bel niente. Sto solo … avanzando delle ipotesi, se così posso esprimermi, ecco. Vede, stavo pensando, la madre di Ron potrebbe averla … diciamo persuasa a prendere le sue difese, ecco; tutto sommato, non dovrebbe trovare difficoltà, una donna come lei, offrendole … ospitalità, a chiederle in cambio di … perorare la causa del figlio, no?»
Durante il discorso dell'uomo, gli occhi di G si erano fatti sempre più grandi, e lui aveva mosso qualche passo verso la #staccionata#. L'uomo ignorò le reazioni di G, e continuò:
«Dopo tutto, una donna che da sola si trova a crescere un figlio, non può certo disdegnare l… l'aiuto di un uomo che si trova per caso, quasi mandato dal cielo, a passare da casa sua, e che, oserei dire miracolosamente salva il bambino da una brutta fine … chissà come il bimbo ha raccontato l'eroico salvataggio … e quest'uomo, anche se non è certo il meglio che si trova in circolazione, trova improvvisamente interesse nel suo figlio … non è forse un messaggio? Perché non trattenere presso di sé costui, e convincerlo, magari, chissà, a prendere le veci del padre — che nessuno sa chi sia? Un uomo nelle condizioni di quel costui, come può rifiutare un'occasione del genere? Ed anche ammesso che tutto sia un caso, perché allora non approfittare? Dopotutto, la donna ha già un figlio; si direbbe che ha già passato un'esperienza del genere, no? E magari chissà, ci prova pure gusto a sedurre i passanti, ed il figlio è solo un … incidente di percorso …»
G era ormai, un passo alla volta, arrivato alla #staccionata#, ed i suoi occhi erano più grandi che mai. L'uomo, con un sorriso sornione sulle labbra, gioendo di aver suscitato la reazione sperata, aveva viceversa raggiunto la strada, e così i due si fronteggiavano ora, entrambi sull'asfalto, ad un passo dal marciapiede, ed a poco meno di un metro l'uno dall'altro.
«Lei» G parlò molto lentamente «sta disonorando il nome di una donna. Le sue insinuazioni sono di una volgarità che mi fa vergognare solo per averle sentite; per non pensare al fatto che non sono l'unico … non so cosa mi trattenga dal farvele rimangiare.»
«Non lo sa?» il sorriso dell'uomo si era fatto più largo che mai «lasci che glielo dica io, perché non me le farà rimangiare … anzi, guardi, le do due buone ragioni per farlo, e Lei può scegliere quale preferisce: ragione numero uno: non sono insinuazioni, ed ho invece detto le cose così come stanno; ragione numero due: Lei non è affatto in grado di farmi rimangiare le mie parole; ecco come la penso. Ora, scelga Lei quale …»
«Preferisco per il suo bene scegliere la seconda.»
«Per il mio bene? Uh, vorrebbe farmi credere che sarebbe capace di … non so, anche solo di mettermi le mani addosso, e magari chissà … farmi … male?»
«Non ho motivazioni sufficienti ad avere una reazione così spropositata; non sarò mai il primo a decidere di venire alle mani; e visto che sta pensando di tirarmi un pungo» l'uomo stupì, ma subito si ricompose, ed il sorriso sornione tornò alle sua labbra «le dico che non è facile tirarmi in una mischia. Neanche tentando di venirmi addosso. Mi basta metterla in condizioni tali da costringerla a rimangiarsi le sue parole.»
«Ormai è diventata una questione di principio, vero? Scommetto che non si ricorda più nemmeno cosa ho detto.»
«Sa, sarei in grado invece di ripeterle parola per parola quello che ha detto; ma la cosa rilevante è quello che Lei intendeva dire.»
«Intendevo? Come fa a sapere cosa intendevo dire? Io non ho detto nulla più di quello che ho detto …»
«… e ciò è già di per sé sufficientemente insultante per il buon nome della signora Gholan, senza bisogno di ricorrere a doppi sensi ed insinuazioni, quindi, ancora una volta, abbia il buon senso di ritirare ciò che ha detto.»
«Lei ha una testa ben dura, vero? Be', le dirò una cosa: mi sono proprio stufato di starla a sentire, e di perdere tempo per discutere di una puttanella di periferia …»
La mano di G si poggiò sulla spalla dell'uomo, e cominciò a stringere.
«Levi quella mano.» fece dapprima pazientemente l'uomo.
La stretta aumentò.
«Ho detto: levi quella mano.» la voce si era ora alzata.
La stretta si fece dolorosa; le dita affondarono nelle robuste spalle dell'uomo come trapani, appena sotto la clavicola. L'uomo diede uno strattone.
«Per l'ultima volta, levi quella mano!»
G non desistette, e non mollò la presa neanche al secondo strattone.
L'uomo prese a due mani il polso di G, e tirò, cercando di allontanare la sofferenza dalla spalla; ma i trapani erano ormai diventati artigli, e i tentativi non facevano che aumentare il dolore.
«Che succede?» fece infine G, ormai a meno di mezzo metro di distanza dall'uomo «Eppure sarebbe bastata una parola per cancellare tutto … ma Lei non si è più limitato a volgari insinuazioni: stavolta ha apertamente affermato che la signora Gholan è una “puttanella di periferia”; e questo io non gliela farò passare liscia; oh, no; innanzi tutto la signora ha sempre avuto una condotta esemplare, ed ha anzi dimostrato una forza d'animo e capacità che ben poche altre persone — e non mi limito alle altre donne — potrebbero dire d'avere; in secondo luogo, la situazione in cui si trova la signora Gholan non è in alcun modo riconducibile ad una sua colpa. Non so se Lei abbia la minima idea di ciò che la donna ha passato; e poiché pare proprio che non ce l'abbia, e non sarò io a raccontarle alcunché, poiché ciò sarebbe compito suo, Lei è tenuto ad informarsi prima di esprimere alcun giudizio su una persona, in special modo se la persona non si trova in condizioni di parità con Lei, ma ha passato una vita ben più dura; in terzo luogo, in ogni caso, ciò che Lei pensa sono cose che riguardano Lei, ed il suo disprezzo, specie in quanto immeritato, non può e non deve essere espresso in alcun modo. Quarto, la signora Gholan non è in grado di difendersi da uomini come Lei, per ovvie ragioni; e poiché pare che nessuno in questo paese sembra avere il fegato di affrontarLa per difendere la signora, sarò io a farlo; tengo a precisare che lo faccio per il semplice motivo che la signora non ha nessun altro che prenda le sue parti, ed ha ben ragione di essere difesa, poiché uno sbruffone presuntuoso come Lei la mette in cattiva luce — a dir poco — nei confronti di un intero paese.»
Il dolore alla spalla si era fatto lancinante, e l'uomo aveva dovuto stringere i denti per non urlare. Gli occhi di G, più grandi che mai, si erano andati sempre più avvicinando a quelli dell'uomo, che non aveva potuto fare a meno di fissarli, con aria sempre più sperduta.
G lasciò di colpo la presa, e fece due passi indietro.
L'uomo rimase un attimo inebetito, poi si massaggiò lentamente la spalla.
«Lei ha commesso un errore.» disse con voce profonda e vibrante «Uno stupido errore che le costerà molto, ma molto caro.»
«Lei sta per commettere un errore.» ribatté G. «Io ora me ne andrò — se Lei me lo permetterà — poiché ritengo che Lei abbia bisogno di pensare a fondo su ciò che è successo. Per il resto, sono sempre a sua disposizione.» fece una specie di inchino, e si voltò per allontanarsi, scoprendo così che erano adesso circondati da una folla di persone; stupì, e si fermò interdetto, benché la gente si tenesse a debita distanza da entrambi i contendenti, e non facesse alcunché per sbarrargli il passo. L'uomo tirò un profondo respiro, poi disse chiaro e forte:
«Lei non andrà da nessuna parte prima che io l'abbia ridotta in briciole! Chi crede di essere Lei per mettermi le mani addosso impunemente? Crede forse che minacciarmi in quella maniera mi impaurisca, e mi trattenga dallo spappolarle le ossa? Si volti, ed abbia il coraggio di affrontarmi da uomo a uomo!»
G si voltò scuotendo la testa.
«Ah, già, dimenticavo che Lei era quello convinto che il vero uomo è chi mette i piedi in faccia alla gente; crede davvero che sia trattare gli altri come degli inferiori a far di Lei un uomo? O crede forse che il vero uomo è colui che può schiacciare gli altri con una mano sola — come probabilmente pensa di fare Lei ora con me?»
L'uomo lo guardava ora ad occhi stretti.
«Dica le sue preghiere; è evidente che non sa ancora con chi ha a che fare.»
G si mise in guardia — e l'uomo ebbe subito chiaro che era lui a non aver saputo con chi aveva a che fare. G annunciò «sto aspettando» e, non appena l'uomo si mosse, schivò il destro diretto alla sua mandibola, avvicinandosi contemporaneamente all'uomo, con un movimento rotatorio, cosicché l'uomo si trovò la schiena di G premuta contro il petto; un istante dopo, l'uomo aleggiava per aria, per poi toccare terra con un tonfo sordo: l'aria lasciò i suoi polmoni con uno sbuffo, e lui si salvò la schiena solo perché G l'aveva accompagnato nella caduta.
«Sa,» disse G mentre lui riprendeva fiato «sono stato tentato di spezzarle la spina dorsale. Ma ho ritenuto che fosse più vergognoso per Lei trovarsi a terra senza neanche sapere come, ed essere ancora vivo per raccontarlo — ammesso che avrà mai il coraggio di dire in giro una cosa del genere: che un vagabondo senza arte né parte l'abbia steso alla prima mossa. Ci tengo a farle notare questo, poiché Lei sembra proprio un irriducibile testa di mulo, e non accetterebbe la presenza di un muro in cui non crede neanche dopo averci sbattuto contro. Per parte mia, ritengo concluso l'incontro. Abbia il buon senso di ritirarsi con quel minimo di dignità che le è rimasto.»
L'uomo si alzò lentamente.
«Gliela farò pagare cara.»
«Quando vuole.» fece G, e si allontanò senza altro indugio.
Giunto all'angolo a cui doveva svoltare, si voltò, e gli gridò:
«E dica a suo figlio di lasciare in pace Ron, o la prossima volta gli staccherò le braccia e gliele farò mangiare.»
E con questo sparì dietro la curva.
Non tornò alla casa di Ron; si diresse invece alla foresta dietro la scuola, in cerca di un posto più isolato possibile.
Ho perso il controllo, si diceva, anni di riflessione ed allenamento, ed ho perso il controllo appena sotto pressione.
Ho perso il controllo, si diceva, ed ho giocato subito a carte scoperte; non c'era motivo di reagire, quando mi ha tirato il pugno; mi sarei potuto limitare a schivare i colpi; ed avrei dovuto.
Ho perso il controllo, si diceva, non c'è nulla che giustifichi il mio intervento. Tutto si svolgeva in dialogo; le parole non hanno mai ucciso nessuno, ed alle parole non si risponde con i fatti. Poiché ai fatti si risponde con i fatti, ed a perdere è sempre il più debole della catena, che non sono io, e non è lui, ma sono coloro di cui ho preso le parti.
Occhi azzurri lo spiarono a lungo, mentre riguadagnava il controllo con ciò che sembrava una strana danza.
Calava la sera quando, sul viottolo che conduceva a casa di Ron, incontrò una donna con qualcosa di familiare; la donna aveva appena chiuso il cancelletto dietro di sé, e stava muovendo i primi passi sul viottolo.
La donna lo vide, e lo guardò corrucciata; poi un lampo le passò negli occhi, ed il suo viso si allargò in un sorriso. Quando furono a circa un metro di distanza, G riconobbe gli occhi azzurri ed il taglio di capelli; salutò la madre di Anna con un accenno di inchino, a cui lei rispose con mossa analoga; appena furono alla stessa altezza, la signora disse:
«È un bene che Helen abbia trovato qualcuno in grado di difenderla; mi sento più tranquilla anch'io, pensando che Lei è con loro …»
«Come sta Ron?»
«Bene; è solo malconcio, ma non ha nulla di rotto; si potrà alzare anche domani, volendo; magari esteticamente non sarà un granché, ma non avrà grossi problemi … non più di quanti ne abbia sempre avuti.»
«Problemi?»
«Sì, problemi sociali.»
«Ah, pensavo fisici.»
«No, è sano come un pesce … quando lo lasciano intero.»
«Già.» G chinò il capo «Be', suppongo debba scappare a casa; non la tratterrò oltre.»
«Buona sera.»
«Buona sera.»
Si lasciarono, e G raggiunse la porta di ingresso della casa di Ron, che si aprì prima ancora che lui potesse alzare una mano a bussare.
«Bentornato.» lo salutò Helen «La cena è pronta.»
«Buona sera, signora. È solo un caso, o qualcuno l'ha avvertita del mio arrivo? Ottimo tempismo, comunque.» sorrise G «Posso vedere Ron?»
«Certo, ora è in camera sua.»
«Come sta il nostro ometto?» chiese G aprendo la porta.
{ mettere chiacchiere con Ron }
Si affacciò alla cucina, trovandovi la madre di Ron che finiva di apparecchiare.
Cominciarono a mangiare, in silenzio, e G notò che la donna lo guardava, cercando di non essere troppo insistente. Finito il primo, chiese:
«C'è qualcosa che desidera dirmi, vero? Se sta ancora decidendo se dirla o no, be', la dica; sono uno di quelli che ritiene che sia meglio parlarsi chiaro subito, piuttosto che impegolarsi senza volerlo in strani malintesi. Cosa c'è?»
La signora non rispose subito. Distribuì il secondo, evitando di guardare G direttamente; tornata al suo posto, mormorò:
«Io … non so come … mi … mi sembra un'#ingratitudine# nei suo confronti, ma … be' …» continuò esitante per qualche secondo, poi prese il coraggio a due mani «Quello che Lei ha fatto per noi oggi è stato veramente … straordinario; nel vero senso della parola: è la prima volta che qualcuno prende apertamente le nostre difese … specie contro il signor {srK}; e il fatto stesso che sia stato lui, e non Lei, a finire nella polvere … be', anche questo ha dello straordinario; avrà probabilmente capito che lui fa il buono ed il cattivo tempo, qui in paese, e che ben pochi hanno il coraggio di … non sottostargli, figuriamoci poi metterglisi contro … può facilmente immaginare cosa sia successo a quelli che hanno provato … be', ecco: io … proprio per questo … insomma, non smetterò mai di esserle grata per quello che ha fatto, e la parte crudele di me vorrebbe che Lei lo facesse ancora, e ancora, e ancora … e desidererebbe assistere allo spettacolo dalla tribuna d'onore; ma la parte riflessiva di me ha ora paura; paura per Lei, poiché il signor {srK} non lascerà mai correre un simile affronto, paura per me, poiché se il signor {srK} capirà di non poterLa affrontare direttamente, si rifarà su di me; e soprattutto paura per mio figlio, poiché è l'anello più debole nella catena delle vendette trasversali a cui il signor {srK} potrebbe pensare.»
Anche G aveva lo sguardo basso; non rispose subito, ma mangiò con gran lentezza qualche boccone; poi:
«Ciò che Lei dice è … crudelmente vero; io stesso, appena passata la rabbia, mi sono pentito amaramente di ciò che ho fatto …» ebbe uno strano sbuffo «mi sento come Pandora quando aprì il suo vaso … ed ora devo trovare un modo per rimediare.»
Quella notte, disteso in un letto preparato apposta per lui in camera di Ron, rimase a lungo sveglio, tormentandosi l'animo, quando improvvisamente gli balzò in mente una domanda priva di risposta: come facevano a saperlo?