«Ehi bello, ti va un po' di compagnia?»

L'uomo si fermò; fissò con attenzione il viso che l'aveva interpellato, spesse linee nere su un fondotinta bianco; la donna ebbe persino l'impressione che le narici dell'uomo vibrassero, come se egli stesse cercando di catturare meglio gli odori; poi egli reclinò la testa su un lato, e senza variare la propria espressione seria e concentrata scrutò le sagome oltre la testa della donna, nella penombra del vicolo.

«Qual è il tuo?»

La donna si voltò a guardare alle proprie spalle, ed accennò alla figura più a sinistra. L'uomo la oltrepassò per raggiungere il gruppo dei custodi, fermandosi davanti a quello indicato, che sembrava essersi goduto la scenetta con lo stesso sorriso sornione con cui ora aspettava che egli aprisse bocca.

«È tua la j'thur

«Ti piace?»

«Quanto per tutta la notte?»

Il custode lo fissò da sopra un paio di inesistenti occhiali. «Lo sai quanto ci faccio in una notte con quella?»

«Tremila, tremila cinquecento massimo. Se va bene. Te ne offro cinque,» l'uomo tirò fuori la mano dalla tasca, sfregando i biglietti piegati tra le dita a becco «piena libertà e niente storie.»

Il custode lo guardava ora con espressione perplessa; poi sorrise benigno: «Ci perdo, lo sai benissimo che ci perdo, se accetto; ma hai una faccia simpatica, affare fatto.»

Il custode prese tra indice e medio le banconote che l'uomo gli offriva e, mentre questi si voltava per tornare alle donne che aspettavano ancora all'imbocco del vicolo, gli disse dietro: «E trattamela bene, la voglio tornata in forma come te la sto lasciando!»

L'uomo non fece nemmeno cenno di aver sentito. Raggiunte le donne, passò in mezzo a loro prendendo per un attimo la j'thur per il gomito. «Seguimi.» mormorò, senza nemmeno preoccuparsi di aprire troppo la bocca.

Camminava a passo svelto, apparentemente senza nemmeno voltarsi indietro, ma se appena ella accennava a rallentare, egli si fermava e ruotava parzialmente su se stesso, guardandola, finché ella non lo raggiungeva.

L'appartamento dell'uomo si trovava in un palazzo privo di ogni gradevolezza estetica, dentro e fuori. Un blocco di cemento armato, anonimo e grigio. Dentro, finto legno a perlinare le pareti, ed un vecchio ascensore avvolto da una tromba di scale coperte da lame di marmo variamente scheggiate.

«Ma non potevamo prendere l'ascensore?» chiese ella mentre imboccavano la settima rampa di scale. L'uomo non rispose e nemmeno il successivo «Persa la lingua?», che sembrava implorare almeno la più vecchia battuta del mondo, ricevette riscontro.

Quando infine arrivarono —davanti ad una porta anonima, senza nemmeno un nome sul campanello— la donna stava giusto per rinunciare, e sedersi per protesta sulle scale, rifiutando di salire ancora un gradino. Attese allora, poggiata con la schiena al muro accanto alla porta, che l'uomo trafficasse con le chiavi; studiò i suoi gesti al contempo goffi e sicuri, ringraziando la pausa che le permetteva di riprendere fiato senza dare troppo nell'occhio.

L'uomo tenne la porta aperta per farla entrare, e la spinse quindi a chiudersi mentre si liberava del giubbotto. La donna fece qualche passo nel corridoio, guardandosi attorno. Pochi metri più avanti si apriva una porta da cui passava luce artificale; subito dopo, sulla sinistra un'altra porta, più piccola e chiusa; in fondo al corridoio, altre tre porte, a sinistra di fronte ed a destra, semiaperte su ambienti bui.

La donna avanzò lentamente, affacciandosi cautamente sulla luce, lanciando uno sguardo superficiale alla sobria saletta da pranzo. Lo schiocco delle dita dell'uomo la fece sobbalzare; si voltò, mentre egli apriva la porticciola, rivelando la sala da bagno.

«Fatti una doccia;» disse «e levati quel trucco j'thur dalla faccia.»

«Non ti piace?»

L'uomo la fissò per un momento. Sembrò valutare se fosse l'occasione di esporre una risposta, e subito rinunciò.

«Doccia.» disse «Come si deve. E levati quel trucco.»

«Uh, sono una persona pulita, che ti pare.» fece lei sdegnosa entrando in bagno ed iniziando a spogliarsi. L'uomo si allontanò, ed ella ne fu un attimo sorpresa, aspettandosi di averlo come spettatore.

Le ceramiche azzurre erano calde sotto i suoi piedi, e di questo ella ne fu grata. Il pianale della doccia era antiscivolo, senza essere fastidioso. Piccoli piacevoli lussi. Acqua calda a cancellare una giornata passata in strada, fischi e commenti, clienti, padroni. Solo acqua calda, quasi scottante, sul viso, sul corpo, sui capelli ora sciolti, il suo vezzo.

Sul ripiano, insieme a shampoo e schiuma, due spugne, una blu e chiaramente usata, ed una bianca, apparentemente nuova, entrambe double-face. Quasi con ferocia, la donna inondò la spugna bianca di schiuma e strofinò con cura ogni centimetro della propria pelle, come se avesse avuto secoli di sporcizia di cui liberarsi. Le dispiacque per i disegni j'thur che le ornavano la faccia, fu come rinunciare a quel misticismo a cui aveva cominciato a rivolgersi per astrarsi dal trascinante sfruttamento del lavoro … ed era nuovamente il lavoro a vincere.

Con un sospiro la donna chiuse il rinvigorente getto d'acqua calda ed uscì dal vano doccia; le cadde subito l'occhio sull'accappatoio e l'asciugamani bianchi piegati sul lavabo. Si immaginò per un attimo l'uomo che entrava silenzioso con le mani piene, le liberava sul lavabo e rimaneva a guardare attraverso il vetro smerigliato la sagoma … la donna si guardò allo specchio: bella sagoma; si piaceva ancora, anche se il viso le sembrava ora ancora più ordinario e banale, libero com'era dai disegni j'thur.

Con un sospiro, la donna si spruzzò di deodorante, indossò l'accappatoio e raccolse i capelli bagnati nell'asciugamani, avvolgendolo a turbante. Tornata in corridoio, si lasciò guidare dall'udito, raffinato dalla distanza dei rumori di strada e dalla doccia, verso il soffuso e talvolta crepitante brusìo che proveniva dalla porta centrale in fondo al corridoio.

La stanza, ancora immersa nella semioscurità, ospitava una grande scrivania sepolta sotto ogni sorta di apparecchiature elettroniche; la scrivania formava un cerchio quasi completo, privo solo di uno spicchio che permetteva di passare dall'esterno all'interno. Al centro, seduto su una poltroncina anatomica, stava l'uomo, illuminato dalla tenue luce prevalentemente bluastra di molteplici monitor.

L'uomo sollevò lo sguardo non appena la sagoma della donna ostruì il vano della porta.

«Sei un gan'ka?» chiese ella, cercando di controllare lo stupore mentre la sua mente veniva travolta da una trottante ondata di stereotipi.

L'uomo si alzò e fece il giro della scrivania per piazzarsi davanti a lei; poggiandosi con le spalle ad uno dei pesanti apparecchi incrociò le braccia e passò una gamba sull'altra. La fissava intensamente, ed ella sentiva il suo sguardo nella penombra, e si sentì costretta ad abbassare gli occhi.

«Scusa.» chiese infine.

L'uomo sciolse gambe e braccia. «Mi fa piacere che mi risparmi la fatica di chiederti “sei una puttana?”.» le si accostò, sorpassandola quindi per raggiungere il corridoio, ma sempre senza staccare gli occhi dal suo viso «Vieni più alla luce.» la invitò, guidandola indietreggiando verso la porta della sala da pranzo. Si fermò prima di arrivarvi, e le prese delicatamente il mento tra le mani, voltandole la testa da un lato e poi dall'altro. Fece un breve cenno di conferma, quasi annuendo.

La donna si sentiva spiazzata. Capiva il senso dell'osservazione dell'uomo, ma il resto della situazione continuava a sfuggirle. Sapeva quale avrebbe dovuto essere il suo ruolo, quello che le sarebbe stato chiesto normalmente per un'intera notte di compagnia, ma non v'era nulla del genere nell'aria, nulla del genere che emanasse da quell'uomo, che sembrava limitarsi a studiarla, senza un vero interesse erotico, al limite solo estetico; e la sua mente cercava lo stereotipo del gan'ka che più vi somigliasse.

L'uomo la condusse alla porta in fondo a sinistra, aprendola su una cucina. «Ci sono i piatti da lavare.» diss'egli con nonchalance. La donna sorrise. «Sai, esistono anche le cameriere. E … io non sono una cameriera, sono solo una puttana.»

Anche l'uomo sembrò abbozzare un mezzo sorriso, per qualche attimo. Poi le sue dita nodose la colpirono con violenza, un manrovescio e subito dopo uno schiaffo, guancia sinistra guancia destra, abbastanza violenti da voltarle la testa. Al dolore delle guance in fiamme seguì subito dopo la paura quando due dita ferme la afferrarono alla gola, spingendola contro il muro e bloccandole il respiro.

«Forse non ci siamo capiti, stella. Ma ho pagato per i tuoi servizi stanotte, e qualunque cosa io chieda tu la farai; senza obiezioni; senza discussioni.» la lasciò scivolare a terra in ginocchio, ed ella si piegò in avanti, puntellandosi con le braccia, annaspando per riprendere fiato; e subito la presa tornò, da dietro, solida, spingendole la faccia verso il pavimento «E se ti chiedo di pulirmi il pavimento cosa fai?» le si inginocchiò accanto, senza allentare la presa, solo per vedere meglio la sua reazione «Cosa fai?» insistè, con quel tono secco ed aspro, quasi stridulo, e tornando ad aspettare. Ed ella, tremante, tirò fuori la lingua.

Arrivò solo a sfiorare le calde mattonelle, prima che egli la risollevasse di peso.

«Vedo che ci capiamo.» il tono dell'uomo era tornato normale, seppure ancora brusco «Sei una donna intelligente.» le sfilò l'accappatoio «Ora da brava, indossa il grembiule e lava i piatti. Sono due cose, ti sbrigherai subito.»

L'uomo la lasciò sola in cucina, portandosi l'accappatoio; ella si guardò in giro, quasi avesse riguadagnato la vista proprio in quel momento. Ancora tremante, prese il grembiule appeso accanto al lavabo e con gesti misurati, focalizzando per riprendere controllo del proprio corpo, passò la testa nel collare ed il doppio filo laterale attorno al proprio corpo, annodandolo davanti.

Questo aveva un senso, non era la prima volta che vestiva così per un cliente. Ma la tenuta da cameriera, grembiule bianco e fiocco in testa, era solo un gioco, era finzione; questo era concretamente, spaventosamente reale.

Cominciò ad insaponare piatti, posate e bicchieri con calma. La aspettavano dodici ore, ormai un po' meno, in balìa di quest'uomo. Dodici ore di obbedienza e servitù, nella speranza che non fosse a rischio della propria incolumità. Oppure difendersi. Piatti, forchette, coltelli. Poteva persino armarsi.

Trasalì, sentendo le mani calde di lui sui propri fianchi. E mentre lei, senza voltarsi, proseguiva nel proprio lavoro, le mani cominciarono a scorrere sulla sua pelle, scivolando cautamente anche sotto il grembiule, accompagnate nuovamente dalla sua voce, ma una voce nuova, più bassa, più profonda.

«Non voglio essere violento. Detesto essere violento. Sei una donna bella, calda, intelligente. E saggia.» le mani di lei, che avevano esitato sul coltello, lo lasciarono scivolare nello scolaposate «Sono sicuro che andremo d'accordo, noi due.» le mani di lui risalirono fino al seno «I disegni sul tuo viso non erano le banalità degli emuli, non erano superficiale moda, erano il segno della ricerca.» ed ella fu di nuovo perplessa, pur riuscendo a concentrarsi sulle parole solo con difficoltà, mentre le dita sfioravano i capezzoli «Ed il tuo odore» naso e labbra di lui si poggiarono alla base del collo di lei, ed ella fremette, tornava il gioco che conosceva «è un odore sano, caparbio, pulito.»

E grazie, ho appena fatto la doccia. Ed improvvisamente ella fece mente locale: shampoo, schiuma, deodorante, tutto in quella sala da bagno era essenziale, elementare, volatile; non erano i classici prodotti carichi di aromi e profumi, forti, coprenti, celanti, dissimulanti. Si passò il dorso della mano e del polso sul naso, come a grattar via un prurito. Nemmeno il sapone per i piatti lasciava traccia di sé. Ed ella cominciò a prendere coscienza del proprio odore. E di quello dell'uomo che l'abbracciava da dietro. Le sue mani, posato l'ultimo piatto, corsero al grembiule per asciugarsi, e furono catturate come in una rete da quelle di lui, scese fin quasi al pube.

I due rimasero immobili così per qualche secondo, ed ella infine chiese «Qual è ora il tuo desiderio, mio signore?» e sentì le labbra di lui, ancora premute sul collo, scomporsi, e ne immaginò il sorriso, forse addirittura il ghigno.

Le mani dell'uomo sciolsero quelle di lei, per poi scivolare via da sotto il grembiule e correre a sciogliere il nodo che lo legava alla vita; poi afferrarono il colletto, e lo sfilarono con un gesto fluido e sicuro, nonostante il turbante che ancora ornava la testa di lei.

Ella si voltò, lasciando che il suo corpo nudo premesse contro i vestiti di lui; lo fissò negli occhi, socchiudendo i propri; le sue braccia poggiarono sulle spalle del gan'ka, guidando le mani tra quei molli riccioli; la gamba destra risalì languida scivolando sul pantalone dell'uomo, fino ad arrivare a cingergli la vita. Era di nuovo nel proprio dominio, regina.

Egli indietreggiò, passi sicuri e decisi, ed ella per qualche attimo fu come appesa, una gamba tesa indietro, l'altra che scivolava giù dalla vita di lui fino a sfiorare per terra. Movimenti sicuri del busto, ed ella si trovò sospinta a girare intorno all'uomo, quindi ad indiettreggiare, quasi in un morbido tango senza musica udibile, fino alla camera da letto.

La donna mormorò in un sorriso all'orecchio di lui «A letto come nella danza? Mi sa che dovrei essere io a pagare per godere della tua compagnia …» e le sembrò di indovinare un sorriso sul volto di lui nell'oscurità. Ed improvvisamente, con mosse decise, l'uomo le afferrò le braccia, portandogliele dietro la schiena, ed ella sentì il metallo delle manette serrarle i polsi in uno scatto metallico.

Rimase esterrefatta, la bocca socchiusa in una silenziosa sorpresa, mentre egli si allontava da lei per rischiarare la penombra con la fioca luce di un'abat-jour. La donna si guardò dietro, contemplò per un attimo la bassa testata ai piedi del letto a cui si trovava ora incatenata, costretta lì all'impiedi. Poi l'uomo le si parò davanti, ed ella si sentì improvvisamente imbarazzata della propria nudità, della propria impotenza, sotto lo sguardo indagatore, forse persino corrucciato, con cui il gan'ka la studiava.


Non sono fiero di me.

Il mio passeggero, imbronciato e silenzioso, fissa il cruscotto davanti a sé. Non so cosa stia pensando, ma so cosa sta tormentando me in questo momento.

Non sono fiero di me.

Il mio passeggero è una ragazzina; no, una bambina; una ragazzina; non so. Prepubere. L'ho vinta giocando d'azzardo contro suo padre.

Non sono fiero di me.

Mi dico che non è colpa mia, che è colpa del padre, ma so bene che avrei anche potuto, no, dovuto rifiutare. Anche quando mi dico che vista la situazione è persino meglio per lei che adesso sia in mano mia, ma non mi sembro molto convincente.

Non sono fiero di me.

Non lo sono perché gioco d'azzardo, perché vinco, perché vinco giocando contro persone per cui l'azzardo è una droga, che insistono a giocare anche quando non hanno né la capacità né la fortuna necessari per vincere.

A quest'uomo ho vinto tutto, prima tutti i soldi, poi ogni altro suo possesso, fino alla casa in cui vive con la sua famiglia. L'ho lasciato continuare a vivere lì, senza nemmeno chiedergli l'affitto, per pena. Poi lui ha deciso di giocarsi il tutto per tutto, la sua figlia maggiore contro tutto quello che aveva perso.

Avrei potuto rifiutare; non l'ho fatto. Avrei potuto incassare la vittoria come avevo fatto per la casa; non l'ho fatto.

Non sono fiero di me.

Continuo a dirmi che mi lascio trascinare da chissà che cosa a fare cose che non vorrei nemmeno fare, ma la cosa non mi fa sentire meglio.

L'uomo si è presentato con sua figlia al seguito, questa bambina goffamente vestita e truccata da o per sembrare più grande della sua età, ed io mi sono scoperto innervosito da ciò, e disgustato. Ho provato per quell'uomo, per la sua mania, per la sua ottusa costanza nella sua debolezza, un ribrezzo che non avevo mai provato prima per nessun essere umano.

Forse quando avevo accettato la proposta del tutto per tutto avevo sperato che l'uomo non potesse trovare la forza di fare veramente una cosa del genere. Ritrovarmelo davanti questa sera mi ha fatto ricordare con il peggiore degli esempi la radice della mia misantropia.

La bambina è rimasta seduta su una sedia contro la parete, lontana dal tavolo, fino alla fine, facendo oscillare le gambe per passare il tempo. Dopo qualche minuto mi ero quasi dimenticato della sua presenza, e l'unica cosa che me la teneva a mente era la crescente sudorazione dell'uomo, con il procedere della sconfitta.

L'uomo ha pianto in silenzio abbracciando in ginocchio la figlia in piedi accanto alla porta, quindi se n'è andato, lasciandomi ad affrontare lo sguardo corrucciato di lei.

Non ho ancora sentito la sua voce; solo qualche sbuffo infastidito quando le ho passato ripetutamente sul viso lo spugnone da doccia per levarle quell'orrido trucco e ridurre il fastidio della sua presenza a quegli assurdi vestiti per i quali non potevo proporre un cambio.

Non sono fiero di me.

Non sono fiero di me anche perché non temo ripercussioni. Non temo ripercussioni legali, perché da anni ormai quest'angolo di mondo non ha più una legge che possa raggiungermi. Non temo vendette da parte della famiglia, se anche la moglie dell'uomo dovesse provare in tutti i modi a convincerlo a riprendere indietro sua figlia (ma non avrà già cercato di dissuaderlo? e lui l'avra picchiata), se anche offrisse se stessa in cambio … forse divorzieranno, ma sicuramente per quell'uomo non vedo altro modo di mettere a tacere la propria coscienza che il suicidio.

Non voglio più avere nulla a che fare con loro, non mi sarà difficile.

Dicono che gan'ka si diventa quando la paura o il disprezzo o l'odio per gli esseri umani ci porta ad allontanarci dalla nostra specie per legarci alle macchine. Nell'immaginario collettivo i gan'ka sono tutti delle sorte di cyborg, quando non degli ammassi ormai informi di carne incapace di muoversi, alimentati da sofisticati macchinari e la cui vita è ormai solo virtuale; pare inoltre che i gan'ka diano di matto in presenza di esseri umani, fuggendo in preda al panico o reagendo con pericolosa, possibilmente mortale, violenza.

La realtà è molto più banale, benché sia incontestabile che in maggioranza noi si conduca una vita piuttosto riservata, circondati dalla più parte della giornata più da macchine che da esseri umani. Ma la maggior parte della gente incontra gan'ka quotidianamente, senza nemmeno rendersene conto. Non so quanto l'élite prema per il persistere di questo immaginario, magari come misura difensiva; dopo tutto, se loro governano come sovrastuttura, è nostra la mano che controlla e mantiene l'infrastuttura tecnologica della vita quotidiana di questo angolo di universo.

Fuori dai centri urbani, la notte è più nera e più greve, la strada quasi spettrale sotto i fari bluastri della mia automobile. Momenti come questi mi riportano a riflettere su come la società sembra regredita, tornando in piena fanfara ad una condizione socioculturale quasi medievale: una scenografica vernice stesa a nascondere un contesto dove spesso la vita di una persona ha meno valore di ciò che la persona stessa porta con sé, dove il crimine è un'allettante alternativa al lavoro di fatica per chi non può fare la guardia del corpo dell'élite, dove il sesso è spesso l'unica chiave per la sopravvivenza per una donna. Un mondo dove le uniche vie di fuga sono spirituali, alcune vecchie, altre nuove.

Anche per questo ho preso residenza così lontano dai centri abitati. La bambina seduta accanto a me si ostina a combattere il sonno nonostante la tarda ora. Ma sono io a sospirare di sollievo quando i fari dell'automobile illuminano finalmente i cancelli della abitazione: la mia casa, il mio rifugio, la mia fortezza.

Le cariatidi che li tengono aperti si apprestano a chiuderli appena la mia automobile le sorpassa, e quando infine spengo il motore dell'auto ormai ferma nella rimessa, trovo ad accogliermi, come sempre, la prima delle mie Custodi.

«Bentornato.»

Una parola sola, non diversa da quelle altre volte, e come le altre volte è la parola che mi scioglie dal mondo di fuori, per accogliermi a casa. È la parola del riposo.

Giriamo intorno alla macchina per far scendere il passeggero, e vedo gli occhi della Custode spalancarsi per lo stupore nel vedere la bambina in piedi davanti a sé. La sua bocca si apre per la sorpresa, quindi il suo sguardo cerca il mio. So cosa vorrebbe dirmi, sento crescere la sua voglia di protestare, di rimproverare, di contestare, ma la sua bocca si apre nuovamente senza emettere suono. È alla nostra nuova ospite che si rivolge infine, con voce dolce:

«Quanti anni hai?»

La bambina non risponde. Continua a guardare ad occhi bassi un punto non meglio determinato di fronte a sé, ed insiste con il suo sguardo nascosto anche quando la Custode le solleva delicatamente il mento.

«Dodici.» un mormorìo, giunge infine la risposta; poi ancora più basso, quasi impercettibile «A marzo.»

Chiudo gli occhi per un momento. Altre Custodi sono giunte intanto. «Preparatele una stanza» chiedo a quella più vicina a me, indicando la bambina. La Custode prende la bambina per mano, la porta via con sé; le altre svaniscono silenziose come sono apparse, lasciandomi nuovamente solo con la prima.

Mi avvio per rientrare in casa, ma la mano di lei cerca il mio braccio. Mi fermo, mi volto.

«Mio signore, vi sono sempre stata accanto, fedelmente. Quando avete cercato la mia opinione, ve l'ho detta senza timore anche quando sapevo che non sareste stato d'accordo. Ma vi ho sempre seguito, in ogni vostra scelta, anche quando il mio consiglio è andato inascoltato. Ma stavolta … undici anni! Non posso …»

La interrompe uno scatto improvviso del mio braccio, che ella para con gesto istintivo. Quindi i suoi occhi si riempiono di paura, ed ella si lascia colpire, manrovescio schiaffo manrovescio schiaffo. I primi due sono uno sfogo per l'ira che provo contro me stesso, gli ultimi per punire il suo precedente tenativo di fermarmi.

Non sono fiero di me.

È la prima volta che colpisco la Custode in uno scatto d'ira. Non mi piace essere giunto a tal punto di stanchezza e nervosismo. Vado a dormire.


«I tuoi disegni sono della Via della Mente.» mi dice. Io sollevo lo sguardo, incontrando il suo. Sono in ginocchio, ancora legata alla gamba del letto, e lui è accosciato di fronte a me. Mi alzo, e per la prima volta lo guardo dall'alto verso il basso.

«Sì.» rispondo. Mi chiedo quanto sappia dei j'thur, ed il suo annuire alla mia risposta non mi piace. Ancor meno mi piace la smorfia che segue, il dissenso che ne trapela.

Abbasso lo sguardo senza rispondere. So cosa vuole dire, che non è la Via che mi si confà. Ma io non sono il mio Corpo, non sono questo deperibile vaso che ospita la mia coscienza, non sono la Lingua che la simula e la dissimula, non sono l'imperturbabile Tempo su cui imperterrito scivola.

«Io sono la mia coscienza; la Mente che governa il Corpo, e che con esso percepisce il mondo; la Mente che articola la parola, e che con essa lo lega; la Mente che recepisce il Tempo, e con esso lo vive.» rescita lui, nuovamente in piedi davanti a me; poi improvvisamente, brusco «Queste parole non vogliono dire ciò che tu pensi vogliano dire; ma se la Via che hai scelto fosse stata quella giusta, l'avresti capito da te. Un bel paradosso.»

Si stende sul letto, e la sua voce scende improvvisamente di volume, come se lui stesse per addormentarsi: «Se avessi compreso il senso di quelle parole, avresti giustamente dovuto —potuto? scegliere la Via della Mente; ma non l'hai compreso, e quindi hai scelto la Via della Mente.»

Si rialza di scatto a sedere. «Devi andare in bagno.» afferma, più che domandare. Mi afferra le mani, tirandole verso l'alto; non so come, ma la catenella che unisce le mie manette non è più legata alla testata del letto.