Era una donna alta, ben proporzionata, con lunghissimi capelli neri — mai avevo visto capelli così lunghi: le arrivavano alle ginocchia —, profondissimi occhi neri — talmente neri da rendere la pupilla indistinguibile dall'iride —, carnagione scura.

Capitai per caso accanto a lei, ad una giocata a carte del periodo natalizio; dei suoi abiti potei vedere solo un maglioncino rosso ed il colletto di una camicia azzurra; il resto era nascosto dal panno verde scuro che copriva il tavolo da gioco.

La stanza era riscaldata da un camino, e l'aria era piacevolmente tiepida, tranne per l'angolo a cui eravamo seduti noi, vicino alla porta che dava sull'atrio e quindi sull'esterno, ed il più lontano possibile dalla principale fonte di calore. Considerai che nei panni di lei avrei avuto freddo: il maglione non era molto pesante, e la camicia sotto non prometteva molto calore. Ad un tratto non seppi resistere, e le chiesi:

«Ma non senti freddo?»

Rimase come sorpresa dalla domanda. Non aveva aperto bocca, fino ad allora, limitandosi a puntare una somma più o meno costante ad ogni giro. Il suo sguardo, che fino ad allora aveva seguito attentamente il gioco nostro, del banco, e dell'altro lato del tavolo, si volse verso di me, sospettoso.

«No. Perché?»

Scossi le spalle.

«Nulla. Pensavo solo che nei tuoi panni io avrei avuto freddo.»

«Sto benissimo così, non ho freddo.»

«Be', suppongo di no. D'altra parte, con quei capelli …»

«I capelli? Cos'hanno che non vanno?»

«Oh, nulla. Mi piacciono molto le ragazze che hanno il coraggio di tenere i capelli lunghi. Dà loro qualcosa di femminile in più, secondo me. E sicuramente ti tengono sempre caldo.»

«Hm.» si guardò le unghie, che aveva lunghe e ben curate «Non mi piace tagliarmi parti del corpo. Siano anche i capelli o le unghie. Curarli, sì. Ma tagliarli no.»

«Mai tagliata i capelli?»

Scosse la testa.

«Nemmeno le unghie?»

«Tagliate proprio, no. Limate, al più.» Fui sul punto di chiederle “anche le unghie dei piedi?” ma ci ripensai. Lei intanto continuò «Ovviamente cerco di tenerle entro i limiti del buon senso.» “Non i capelli, però”, ma nuovamente preferii non dirlo.

«I capelli così lunghi non ti danno mai fastidio?»

«Fastidio? No. E li trovo molto utili.»

«Sicuramente ti proteggono dal freddo.»

Il suo sguardo si perse nel vuoto un momento. Poi:

«Mi piace il freddo, a me. Lo preferisco di gran lungo al caldo. Dal freddo ti puoi sempre difendere. Dal caldo no. Se potessi, mi trasferirei in Norvegia.»

«Oh, anche a me piace il fr… be', il fresco più che il freddo. Ma sicuramente non mi trasferirei in Norvegia. Mi piace molto il sole. Non penso che potrei farne a meno. Benché io creda che certe volte … ok, ogni estate, si esageri con la temperatura, mi piace crogiolarmi al sole, possibilmente con il mare vicino. Con tutto ciò, preferisco avere un po' di fresco piuttosto che un po' di caldo.»

«A me il mare non piace molto.»

«Però hai un bel colorito.»

Si guardò il dorso delle mani.

«Ho la carnagione scura. Non è abbronzatura.»

«In questa stagione sarebbe un po' difficile.» sorrisi. Ma lei ignorò del tutto il commento.

«Non vado mai a mare.»

«Mai? Wow.» Dopo qualche secondo di silenzio aggiunsi «Per il caldo?»

Scosse il capo.

«E come mai, allora?»

Lei ignorò la domanda.

Il gioco continuò, e venne il suo turno di scoprire le carte. Le fece scivolare l'una sull'altra con un movimento lento ma continuo, prima sul lato lungo e poi sul lato corto, finché non fummo in grado di capire che era un otto di quadri. Ripetè il giochetto con l'altra carta, fino a scoprire un quattro di picche. Quindi le ripose a faccia in giù sul tavolo.

Il banco ci diede un sette di quadri. Mi accorsi solo allora di quanto rumore facessero gli altri giocatori. Soprattutto quando vincevamo.

Vincemmo ancora tre volte. Alla quinta giocata per mano sua ottenemmo un cinque ed una figura. Lei rimase con le carte in mano per un secondo. Più d'uno disse di chiudere, e lei eseguì. Mise le carte in croce sul tavolo. Il banco chiamò con due, prese un quattro. Si sentirono pugni sul tavolo, poiché il quattro sarebbe stato nostro e ci avrebbe portato a nove.

Fu il mio turno di prendere le carte. Vincemmo due volte, poi il banco batté due otto consecutivi, ed io passai la presa al ragazzo alla mia sinistra. Avevo voglia di continuare a parlare con lei, così le chiesi:

«Come mai hai scelto proprio la Norvegia?»

«Perché ci sono stata e mi è piaciuta.»

«E la gente?»

Scosse le spalle.

«Non mi importa molto della gente. Mi piacciono lunghe passeggiate da sola, lungo i fiordi, con solo il boato dell'oceano attorno a me.»

«Dicevi che il mare non ti piaceva.»

Annuì. Ma nulla di più.

«Vuoi un sorso?» dissi impugnando la bottiglia di Coca-Cola.

«Sì, grazie.» mi offrì il suo bicchiere, che riempii finché lei non disse «Basta così, grazie.». Quindi riempii il mio e posai la bottiglia. Lei rimase a guardare il contenuto del proprio bicchiere, senza bere. Ogni tanto lo faceva oscillare, come per risvegliare l'ascesa delle bollicine. Mi venne da ridere. Lei mi guardò in tralice, ma io stavo bevendo, e lei non seppe perché ridevo. Quando posai il bicchiere, mi chiese:

«Che hai da ridere?»

«Nulla.» ma sentivo di avere ancora il viso atteggiato al riso.

Si aggiustò una ciocca di capelli, facendola passare dietro l'orecchio. Fece ancora oscillare il bicchiere.

«La Coca-Cola ha troppo gas per i miei gusti. Quindi la faccio sgasare prima di bere.»

«L'avevo capito.»

«E che c'era da ridere?»

«Non so. L'ho trovato …» non seppi che termine usare.

«Ridicolo?»

«No. Ma c'era qualcosa nell'intensità con cui guardavi le bollicine che mi ha fatto ridere.»

Il gioco tornò nelle mani di lei.

«Ho perso il conto. Cosa è uscito nell'ultimo giro?» chiese.

Le dissero cos'era uscito. Lei prese le carte, e ripeté il giochetto per scoprirle una dopo l'altra. Battemmo con otto. Alla volta successiva battemmo con nove, poi ancora con otto. Lei bevve. Le nuove carte erano due due. Lei chiuse. La guardarono un po' sorpresa, qualcuno le chiese perché avesse chiuso, le dissero che era meglio aprire. Lei tenne le mani sulle carte in croce sul tavolo.

«Chiuso.» disse.

Il banco aveva due sette, chiamò ancora ed ebbe un sei. Vincemmo ancora. Mormorai:

«Sono finite le carte basse?»

«Quasi.» rispose. Puntò meno del solito.

«Punti basso?»

Annuì.

«È difficile vincere, ora.»

Prese le nuove carte, e scoprì due sei. Le rimise giù, aperte. E scosse il capo.

«Perdiamo comunque.»

Perdemmo. Fu quindi il mio turno per scoprire le carte. Lei scosse la testa.

«Il gioco è finito.»

Scoprii due otto, e chiusi. Vincemmo. Perdemmo la mano successiva, ed io lasciai la presa al mio vicino.

“Il gioco è finito”. Ed io vidi, attraverso il tunnel delle persone sedute al tavolo, contro la parete opposta della stanza, un tavolino con due poltrone; sul tavolino, aperto, un tavolo da back-gammon.

«Sai giocare a back-gammon?» le chiesi.

«Sì, perché?»

«Ti va una partita? Visto che “il gioco è finito”…»

Mi guardò strana.

«Va bene.»

Ci alzammo contemporaneamente dal tavolo, scivolammo tra le sedie ed il muro, passammo davanti al camino, fendemmo un po' di folla, e fummo alle poltrone. Appena si fu seduta, lei fece scorrere agilmente le pedine al loro posto; non sembrava che le unghie le dessero impaccio.

Prese un dado in mano, lasciando a me l'altro. Poi mi chiese:

«Sai che il back-gammon sono in realtà tre giochi diversi?»

Gioii nel sentirglielo dire.

«È incredibile. Stavo per chiedertelo io! Ho imparato da un bulgaro — lì il gioco lo chiamano Tabla, ed io preferisco — il gioco completo. Non immaginavo che esistesse in Italia altra gente che conoscesse tutte le varianti! Wow. Be', direi che potremmo giocare una partita completa.»

«Senza dubbi.» gettò il dado, vincendo il tratto.

Mentre giocavamo, mi chiese:

«Com'è che te l'ha insegnato un bulgaro?»

«Ho seguito un corso, in Danimarca, sulle minoranze, a cui ha partecipato gente da tutta Europa. E la parte più bella del corso è stata il tempo passato al bar, giocando con loro. A biliardo, principalmente, ma anche qualche partita a scacchi, un po' di carte, e poi questo bulgaro mi ha insegnato il Tabla. Ed io mi sono appassionato. D'altra parte mi son sempre piaciuti, i giochi da scacchiera, o come si chiamano …»

Qualche secondo di silenzio, quindi le chiesi:

«Tu com'è che lo conosci, il gioco completo?»

«Tradizione di famiglia.»

Dopo qualche mossa, continuò

«Siamo grandi giocatori di giochi da scacchiera.»

«Quanti siete?»

«Cinque. Ho un fratello maggiore ed una sorella minore. Voi?»

«Sei. Tre sorelle, di cui una maggiore.»

«Tutte femmine, eh?»

«Sì, le sorelle sono femmine.»

Mi guardò stupita, poi affermò:

«Lo so che le sorelle sono femmine.»

Sorrisi:

«Lo so che lo sai. Era una battuta.»

«Hm.»

In quel momento abbassarono le luci, e il salone divenne una dependance della sala accanto, dove si ballava. Ci guardammo attorno, per un attimo frastornati, poi lei accese la lampada da tavolo che ci fornì luce sufficiente per completare la partita, che lei vinse. Guardai dispiaciuto le mie ultime quattro pedine.

«Okay, uno a zero. Ora ricordami un momento: il prossimo è quello in cui non si può tappare, giusto?»

«Sì, e le doppie ti danno tutta la serie.»

«Tranne per il primo colpo.»

«#Yep#.»

Durante la seconda partita passarono musica anni ‘70, ed io cominciai a canticchiare; lei sollevò il capo.

«Ti dà fastidio?»

«Non più della musica. Ma ti deconcentri.»

«Gentile da parte tua.» sorrisi, ma continuai a canticchiare.

Dopo tre o quattro canzoni, lei mi chiese:

«Ma le conosci tutte?»

«Eh? No, ma mi piacciono gli anni ‘70, e mi piace trascrivere canzoni. E trascrivendole le imparo. E se le conosco, non posso fare a meno di cantarle.»

Lei fece un gesto con le mani, come a dire “Ok, come se non avessi detto niente”. Tirò una doppia che non riuscì a completare, e non fu l'unica. Giocando anche con i suoi punteggi, vinsi senza troppe difficoltà; tutte le mie pedine furono fuori prima che lei potesse cominciare la ritirata.

«Joe Fortunato. Due a uno.» disse lei, quando finimmo.

«Sono commosso dalla tua stima.»

«Non pretenderai che ti dica “bravo” solo perché hai vinto una partita, no? E poi hai vinto per fortuna, obiettivamente: hai giocato un sacco con i miei punteggi.»

«Ok, ragazza, calmati!» fui sorpreso dalla sua foga.

«Scusa, scusa.» ripetè il gesto di scusa, quindi ritirò le proprie pedine, preparandosi per la partita successiva.

«A proposito, com'è che ti chiami?»

«#{Elena}#. Tu?»

«G.»

«Be', tocca a te.»

«Già, sì.»

Giocammo; smisi di cantare, poiché l'ultima variante richiedeva molta più concentrazione. Verso la metà della partita, lei mi chiese:

«Non le conosci più?»

«Eh? Cosa?»

«Le canzoni.»

«Oh. No, le conosco ancora … I'll be there, to love and comfort you. I'll be there with a love that'll see you true

«E perché non canti più?»

«Perché sono concentrato

«Ok, scusa.»

«Figurati.» sorrisi.

Continuammo a giocare, poi lei sbottò:

«Che ore sono?»

«Undici e … dodici meno un quarto.»

«Oddìo, ho scordato di chiamare i miei!» saltò in piedi «Scusa un momento.»

«È per il ritorno? Se è per il ritorno, forse ti posso accompagnare io. Dove stai?»

«Fuori dal mondo. Niente, lascia perdere.»

«Astronavi non ne ho …»

«Caspita, G, è un modo dire!»

«Davvero?» feci il finto stupito «Pensavo dicessi sul serio!» poi, tornato serio «Scherzi a parte, dove stai?»

«In una villetta difficile da raggiungere.»

«Se non vuoi essere accompagnata, puoi semplicemente dire “non voglio essere accompagnata”.»

Rimase sorpresa dalla mia affermazione.

«Allora?»

«Ti limiterai ad accompagnarmi a casa, e poi basta?»

«Cos'altro dovrei fare?»

«Nulla, appunto.»

«Cosa pensavi?»

«Nulla, nulla, lascia perdere.»

«Non capisco.»

«Non è necessario.»

Scossi il capo mentre lei si risiedeva.

«Dammi due minuti per riprendere la concentrazione.» fece lei.

«Con comodo. Abbiamo tutto il tempo del mondo.»

Lei fissò la scacchiera; io guardavo lei; la sua mano destra si avvicinò ai dadi, li prese con lentezza, ignorando il twist di sottofondo; li scosse per qualche secondo, quindi li lanciò.

Il gioco riprese, ma io non pensavo più al gioco; guardavo lei, ed il suo modo di concentrarsi sulla scacchiera, anche quando era il mio turno.

«Muovi troppo in fretta,» commentò dopo qualche mossa «stai perdendo molte buone occasioni. Hai perso la concentrazione.»

«Non lo nego. Ma non ritengo che sia così importante.»

«Dai, finiamo almeno questa partita.»

«Senza dubbio.» ma continuai a concentrarmi più su di lei che sulla scacchiera.

«Che c'è?» disse lei dopo un paio di mosse.

«Nulla, perché?»

«Mi stai guardando.»

«Oh.» arrossii «Sì, credo sia vero.»

«Perché?»

«Perché?»

«Sì, perché?»

«Come perché?»

«Ci sarà un motivo, se mi stai guardando così, no?»

«Direi di sì.»

«E sarebbe?»

Non seppi cosa risponderle. Ebbi la visione di cinque dita impresse sulla mia faccia, se non addirittura cinque tagli causati dalle sue unghie lunghe.

«Ti trovo attraente.»

La sua mano ebbe un leggerissimo scatto. Poi tutto il suo corpo perse di tono.

«Che tristezza.»

«Cosa?»

«Avevo pensato che potessi essere diverso dagli altri.»

«Io sono diverso dagli altri.»

«Certo. Ed in cosa? Perché hai attaccato discorso?»

«Hm.» annuii «Sì, capisco. Giusto. Vero.»

«“To', guarda che bella ragazza. Chissà se ci sta.”»

«Ti credi bella?»

In realtà non volevo dirlo. E me ne pentii quando vidi la sua mano avere un secondo scatto, stavolta sufficiente a staccarla dal tavolo.

«Quanto sei tipico.»

«Risposta sbagliata. Avresti dovuto dire qualcosa del tipo che quello era quello che io stavo pensando, non tu.»

Mi guardò stringendo gli occhi, nonostante ci fosse già poca luce.

«Dopotutto forse mi sbagliavo; non sei come gli altri. Sei peggio. Perché hai un cervello.»

«Oh, un complimento. E c'è un'altra differenza sostanziale.»

«Oh, e quale sarebbe?»

«Visto che stiamo parlando chiaro: non ti voglio portare a letto. Onestamente, non mi interessa neanche un bacio.»

«Ah no?»

«No.»

«Be', meglio così, poiché non otterresti né l'uno né l'altro.»

«Nemmeno con una proposta di matrimonio?»

Mi guardò sbalordita. Poi si accorse che io cercavo di trattenere le risa, e scoppiò a ridere anche lei.

«Sai, nonostante tutto mi stai simpatico. Davvero. Anche se non capisco perché. Normalmente odio quelli che si prendono gioco di me come tu stai facendo ora.»

Allargai le mani in un gesto di dubbio.

«Mi dispiace. Posso fare qualcosa?»

«Per cosa?»

«Non so, tu cosa preferisci?»

«Mi stai prendendo in giro di nuovo?»

«Diciamo che stavo … preparando il terreno.»

«Per cosa?»

«Per chiederti di venire a letto con me.»

La sua mano ebbe nuovamente uno scatto, ma tornò giù appena staccatasi dal tavolo.

«Era ancora una battuta.» dissi «Caspita se sei suscettibile.»

«Odio questo genere di battute.»

«Non me le sentirai fare più.»

«Bene.»

Mi frugai nelle tasche.

«Che stai cercando?»

«I tappi per le orecchie.»

«Ti dà fastidio la musica? Pensavo ti piacessero gli anni ‘70.»

«Mi piacciono ancora. Non è per quello.»

«E per cosa sarebbero allora?»

«Per non farti sentire le battute. Ok, scherzo. Ricominciamo daccapo.» mi alzai, avvicinandomi alla sua poltrona «Buona sera, mi chiamo G. L'ho vista qui seduta ed ho pensato che magari conosceva le regole del Tabla e chissà, forse le andava di fare una partitina.»

Scosse il capo disperata.

«Ok, non va bene nemmeno così. Hm. Andiamo più sul classico allora. Buona sera, signorina. Permette questo ballo?»

«Non ballo.»

«Come non detto.» tornai a sedermi «Neanch'io, d'altronde, tranne forse un po' i lenti.»

«Quelli meno che mai. Odio il contatto fisico.»

«Povero il tuo ragazzo.»

«Mica tanto.»

«Be', suppongo che per lui farai un'eccezione.»

«Ancora meglio.»

«Due eccezioni?»

Scosse il capo. «Più semplicemente, non esiste.»

«Beato lui. Ha risolto tutti i problemi. O forse dovrei dire che non li ha mai avuti.»

«Che problemi?»

«La vita e i suoi problemi.»

«Oh.»

Divenne molto seria.

«Credevi che mi riferissi a qualcosa in particolare?»

«No, niente, lascia perdere.»

Cominciarono a passare i lenti.

«Che musica ascolti tu di solito?» le chiesi.

«Lirica. Mi piace molto la lirica. Ha una potenza di sentimento che gli altri generi, secondo me, non riescono a raggiungere, nemmeno nelle loro più alte espressioni.»

«La lirica è molto difficile da seguire. E da apprezzare. Io personalmente ho avuto con essa un impatto … direi quasi sgradevole, poiché la prima opera a cui ho assistito è stata il Tannhäuser, ed è stata onestamente un'esperienza che non ripeterei … benché altre opere a cui ho assistito in seguito mi siano piaciute.»

«Il Tannhäuser, sì … non è il pezzo che sceglierei per far conoscere la lirica ad un non iniziato … e se proprio dovessi, ne sceglierei la migliore interpretazione esistente … ma comunque io non vado molto a teatro, la mia è principalmente una conoscenza “casalinga” … ed anche parecchio selettiva. Ascolto solo le arie che mi piacciono, e quelle le ascolto fino … be', direi quasi fino a drogarmi.»

«Ed ascolti solo lirica? Neanche, tipo, altra musica classica?»

«Sì, anche altra musica classica. Brahams. I concerti di Beethoven. Chopin.»

«Suoni anche?»

«No, non suono nessuno strumento; ho fatto qualche anno di pianoforte, ma nulla di … professionale; più che altro per imparare a leggere la musica, e per poterla seguire sugli spartiti quando l'ascolto.»

Le guardai le lunghe dita affusolate, e le unghie. Cercai di prenderle la mano per guardarla meglio, ma lei la tirò via di scatto.

«Ah, già, scusa. Dimenticavo, niente contatto fisico. Però hai delle mani da suonatrice; dita lunghe ed affusolate, ti troveresti bene al pianoforte.»

«Anche se dovrei tagliarmi le unghie.»

Annuii. «Non mi dirai che hai smesso per questo.»

«No. È stata una concorrenza di fattori; non avevo un buon insegnante; non ero particolarmente portata, e poi non è che mi interessasse più di tanto. Così ho smesso. Tu?»

«Anch'io nulla di particolare. Qualche anno di piano, un po' di chitarra. Nulla di eccezionale.»

«Perché hai smesso?»

«Per pigrizia.»

«Mi sembra un ottimo motivo.»

«Sbaglio o sento aria di presa in giro?»

«Un po' sì, un po' no. D'accordo, non sarà un ottimo motivo, ma sicuramente non c'è nulla da replicare. Se uno è pigro, è pigro.»

Tacemmo per un po', guardando la gente ballare durante i balli veloci, o le coppie stringersi sulla pista durante i lenti.

«Non li invidî mai?» le chiesi ad un tratto.

«Qualche volta. Ci sono momenti in cui la solitudine è troppa, ed allora vorrei avere qualcuno che mi tenesse compagnia, senza che ci sia il bisogno di comunicarsi qualcosa, con la sola vicendevole presenza sufficiente a farci sentire entrambi meglio. Sono questi soprattutto i momenti in cui mi drogo di musica.»

Portarono da mangiare; io mi alzai per salvare un paio di fette di pandoro per noi; feci un secondo viaggio per riempire i bicchieri, quindi mi risiedetti; rimanemmo in silenzio mentre gustavamo il pandoro.

Parlammo. Mi sentivo sempre più strano, a parlare con lei, e soprattutto a sentirla parlare, poiché nelle cose che diceva potevo sempre trovare particolari della sua vita, e questo non quadrava troppo con l'immagine di persona molto riservata che mi ero fatta di lei; fu invece un rivelarsi lento ma continuo, particolare dopo particolare; suggerimenti, accenni, mai una rivelazione completa; uno strip-tease.

Poi, durante uno dei silenzi che intervallavano i nostri discorsi, lei disse:

«Si sta facendo tardi.»

«Vuoi che ti accompagni?»

«Sì, preferirei. Ma se preferisci stare ancora per un po' …»

Feci spallucce.

«Non sono un tipo molto nottambulo, in realtà. Aspettavo che tu mi dicessi di andare; per me è anche l'ora. Anche se mi dispiace non poter ancora dialogare con te.»


Il tragitto fu percorso in silenzio; si era come chiusa nuovamente in se stessa, e le sue parole si limitarono ad indicazioni sulla strada da prendere. Evitai di parlare, preoccupato dal fatto che si fosse improvvisamente corrucciata.

«È qui.» disse ad un tratto.

Accostai. Guardai il cancello verde oltre il quale doveva trovarsi la villa.

«Vuoi che ti accompagni dentro?»

«Non è necessario, grazie.» disse, infilandosi il cappotto.

«Come desideri.»

«Grazie del passaggio.» aprì lo sportello «E della serata.» uscì con una mossa rapida e fluida. Si muoveva con grazia felina.

Ebbi per un attimo l'idea che non l'avrei più vista.

«Mi farebbe un grande piacere se potessimo rivederci.» dissi, cercando di non farla sembrare una implorazione.

«Chi dice di no?»

«Il fatto che non ho alcun modo per contattarti … tranne forse il venire qui.»

«Non è sufficiente?»

«Preferirei poterti contattare prima per telefono, per essere sicuro di trovarti e per decidere luoghi e tempi.»

Mi sorprese tornando a sedersi. Spensi il motore. Lei chiuse lo sportello. Rimanemmo in silenzio per qualche secondo, lei non più corrucciata, ma sempre pensierosa. Poi sospirò:

«Non so …»

«Non sei tenuta a darmelo.»

«Sarebbe come dirti che non voglio vederti più.»

«Diciamo che lo leggerei così.»

«E non cercheresti più di metterti in contatto con me?»

«Probabilmente no.»

«Probabilmente?»

«Be', se proprio, dico proprio, decidessi che … di volerti rivedere, potrei sempre chiedere a qualcuno dei nostri comuni amici il tuo numero.»

«Qualcuno che potrebbe non dartelo.»

«Magari non prima di averti chiesto il permesso. D'accordo, probabilmente non glielo daresti, se prima non hai dato a me il numero.»

«È … una situazione interessante. Se a me non interessa proprio rivederti, potrei semplicemente non dirti il numero e chiedere ai nostri comuni amici di non dartelo. Ma supponiamo che a me interessi rivederti; allora potrei provare a non dartelo per vedere quanto a te interessi realmente rimettererti in contatto con me.»

«Sei … diabolica. Faresti davvero una cosa del genere?»

«Non lo so. Forse no. O forse sì …»

«Oh, non c'è bisogno di fare questi esperimenti. A me interessa, rivederti. Te lo dico chiaro e tondo, non mi faccio problemi; quindi prenderei la tua riservatezza come semplice segno negativo, e buona notte.»

«Buona notte.» fece lei, riaprendo lo sportello e scendendo dalla macchina. Rimasi di sasso. Non era la reazione che mi aspettavo. Attesi che lei completasse le semplici operazioni di apertura, attraversamento e chiusura del cancello, con la speranza fino alla fine che lei decidesse di tornare indietro e comunicarmi il suo numero, ma le mie speranze furono deluse. {Elena} fece un gesto di saluto attraverso il cancello, quindi si incamminò, sparendo avvolta nel buio.

Attesi ancora qualche secondo, quindi riavviai e tornai a casa, con il cuore sotto le scarpe.


Non collegai subito le cose quanto, dieci giorni dopo, ricevetti un messaggio elettronico, il cui autore preferì mantenersi anonimo e contenente solo un numero di telefono. Poi la speranza mi scaldò il cuore. Il giorno dopo, verso le undici, chiamai quel numero; mi rispose una voce femminile, ma chiaramente non quella di {Elena}.

«Pronto?»

«Pronto, buongiorno …» mi venne in mente che non conoscevo il suo cognome; tentai un po' alla cieca « mi chiamo G; vorrei parlare con {Elena}.»

«Non è in casa, al momento.»

«Oh … eee … quando la potrei trovare?»

«Ad ora di pranzo, probabilmente; dovrebbe tornare a casa per quell'ora.»

«D'accordo, richiamerò più tardi. Buon giorno.»

«Buon giorno.»

Riagganciai, ed il tremendo dubbio di uno scherzo infernale, mi attraversò la mente; darmi il numero di un'altra famiglia con un'altra {Elena}? Sarebbe stata capace di farlo? Perché no? Dopo tutto, quella sera ci eravamo pizzicati a vicenda, in modo amichevole ma a volte pericoloso; la sapevo capace di maliziosità ed anche malignità, ma non mi sembrava talmente malefica da fare una cosa del genere.

Così attesi impazientemente l'ora di pranzo, per richiamare il numero. Al quinto squillo mi rispose una voce che mi fece tremare dalla testa ai piedi.

«Pronto?» salutò lei. E poiché io non riuscii ad emettere alcun suono in risposta, ripeté «Pronto?»

«P-pronto, {Elena}.»

«Sì? Oh, G, eh, oh, sì, mia sorella ha detto che avevi chiamato stamattina.»

«Sì, infatti, avevo chiamato.»

«A cosa devo il piacere?»

«A cosa … oh. Direi … direi ad un piccione viaggiatore.»

«Un piccione viaggiatore?»

«Sì; senti, invece di parlarne per telefono, perché non ne parliamo di persona? Se … se hai del tempo libero, nulla da fare, potremmo … vederci, non so, magari prendere qualcosa … che ne dici?»

Mi tenne in sospeso per parecchi secondi. Poi mormorò un

«Forse.»

«Ah, eeeeh, non … forse sì o forse no? Sai, voglio dire, po-potresti darmi una … eh … una risposa un po' più precisa? Sai, tipo …»

«Be', direi che possiamo provare. Per esempio, oggi pomeriggio non ho esattamente qualcosa in programma, quindi magari, se … se vuoi passare di qui possiamo decidere cosa fare.»

«Oh. Sì, certo, sicuro. Non so, a che ora posso passare?»

«Mah, non so, diciamo le quattro, quattro e mezzo? Puoi venire alle quattro e mezzo?»

«Quattro e mezzo? Sì, certo, benissimo, nessun problema, d'accordo, sì, certo, quattro e mezzo, d'accordo; allora passo alle quattro e mezzo; ah, eeeh, è sempre lì? Cioè, il numero sembrerebbe più un numero del centro.»

«Ah, già, no, non sono in campagna, sono qui in città. Via L, numero 

«Sì, d'accordo. Via L, numero ; benissimo; alle quattro e mezzo. D'accordo, ci vediamo allora … ciao.»

«Ciao.»

«Ah, un attimo.»

«Sì?»

«Il cognome? Per il citofono.»

«S*.»

«Bene, via L*, numero , S. Quattro e mezzo. Ci vediamo. Ciao.»

«Ciao. Buon pranzo.»

«Buon pranzo.»

Riagganciammo. Ed io mi sentii molle e tremante come una gelatina.


Alle quattro e mezzo ero sotto casa sua; cercai il suo cognome sul citofono, premetti il pulsante; due secondi dopo il portone si aprì, e lei era là.

«Wow.» la guardai sorpreso.

«Che c'è?»

«Eri già dietro la porta?»

«Sono scesa quando ho visto la macchina arrivare.»

«Oh.»

«Allora, cosa avevi in mente?»

Ci incamminammo in una direzione a caso.

«In mente … ah sì. Niente. Cioè, qualsiasi cosa. È … è così, vedi. Mi è arrivato questo numero di telefono via email, ed io … be', ho pensato “perché non provarci?”, e sono stato fortunato, visto che era il tuo …»

«Ah, ti è arrivato il messaggio?»

«Sì, ma … l'hai spedito tu? Era passato attraverso un anonymizer, non avevo idea di chi fosse.»

«Sì, l'ho spedito io. Ho cercato il tuo indirizzo, l'ho trovato …»

«Come hai fatto a trovarlo?»

«È … a dir la verità non lo so neanch'io. Ho cercato su un po' di indirizzari, ne ho trovati due, avevano lo stesso profilo, ed i nomi che avevi scelto facevano molto te, così ho pensato che avevo ottime probabilità che fossi tu. Ed è stato vero. Comunque, non ho messo il prefisso nel numero, in modo che fosse più difficile trovarmi se non fossi stato tu.»

Arrivammo alla Villa.

«E perché l'hai fatto?»

Non rispose subito. Cominciò a camminare più lentamente, misurando il proprio passo.

«Non …» cominciò; si interruppe; poi riprese «Non lo so. O meglio. Lo so, ma non …» ci ripensò ancora, poi continuò «L'ho fatto perché quella sera mi sono sentita molto strana; era una cosa che non mi succedeva … credo non mi sia mai successo; riuscire a parlare a quel modo; credo di non aver mai parlato così tanto come quella sera; mai, credo.

E non so in realtà perché lo facessi, visto che non avevo bevuto. Solo che … forse era quel tuo stare in silenzio a seguire quello che dicevo, al fare quelle domande a volte un po' strane, al tuo dirmi quelle cose su di te … non so, mi ha convinto che magari esisteva, tutto sommato, gente con cui si potesse parlare. Cosa che fino a poco tempo prima non credevo davvero possibile. Poiché le uniche persone con cui pensavo di poter parlare erano i miei, ma non è che sia proprio la stessa cosa; penso che anche tu sia d'accordo col fatto che certe cose si discutono meglio al di fuori della famiglia, che non dentro di essa, anche se si ha un rapporto particolare con particolari membri della famiglia.

Ed il fatto che tu non mi pigliassi in giro sui punti più delicati, anche se continuavi a fare battutine sulle cose meno importanti … d'accordo, anch'io sono stata cattivella a volte, ma … era qualcosa di straordinario, sentirmi così rilassata. Straordinario davvero.

E non aveva granché importanza il fatto che io ti piacessi o meno. Questo forse è la cosa che mi ha sorpreso di più. Ero davvero meravigliata di me stessa, quando abbiamo smesso di parlare. Per questo ero così silenziosa in macchina. Mi chiedevo cosa realmente mi stesse succedendo.»

Tacque. Camminammo ancora per un po' in silenzio. Poi non seppi resistere.

«E cosa hai deciso?»

Sembrò ignorare la domanda. Continuò invece:

«Per questo quando tu mi hai chiesto il numero non te l'ho dato subito. Volevo mettere in chiaro. Volevo avere il tempo di pensare. L'ho fatto. Ed ho pensato che tutto sommato, visto che sembravi una persona con cui si potesse parlare, ci si potesse frequentare, tutto sommato. Si poteva parlare. È una cosa che mi manca da tempo, qualcuno con cui parlare. E sembravi abbastanza serio da poter … ora questo non so come dirlo.» tacque per qualche secondo, pensandoci «Be', diciamo da capire che era mia intenzione mantenere i contatti su un livello molto amicale.»

«Non amoroso.»

«In alcun modo.»

«Bene.»

«Ti va?»

Feci spallucce.

«Significa che dovresti mettere da parte tutte le cose che potrebbero sembrare corteggiamento, poiché potrei ricredermi, e decidere di lasciare perdere.»

«Ok, nessun problema, davvero. Però piuttosto che ricrederti sul colpo preferirei mi avvertissi ogni volta che mi avvicino alla zona pericolosa. Mi dispiacerebbe davvero non avere occasione di frequentarti. Anche a me è piaciuto molto l'altra sera, la possibilità di ascoltare una voce nuova dire cose nuove, la possibilità di parlare con qualcuno con cui valesse la pena di parlare.»

{ Rivelazione: }

«C'è … c'è una cosa che devo chiederti.» mi disse con la faccia triste.

«Nulla di grave, spero.»

«Non ti piacerà.»

Sospirai un paio di volte.

«Va be', colpisci.»

«Penso che dovremmo smettere di frequentarci.»

«Come? Smettere di frequentarci? Oh.» fui a dir poco sorpreso. Era davvero l'ultima cosa che mi aspettassi. «Ma scusa, perché? No, voglio dire, non mi sembra che … che ci siano stati dei problemi … voglio dire, stiamo … be', almeno, io mi trovo molto bene in tua compagnia. È … sei davvero simpatica, ed interessante. Sei una delle poche persone che io conosca a frequentare il Cinestudio, facciamo un sacco di discussioni interessanti … sì, litighiamo anche, ma …»

Per tutto il mio sfogo lei si limitò a scuotere il capo; quindi decise di interrompermi:

«No, no, davvero. Lo so, è ovvio … prenderla sul personale. Ma vorrei davvero che ti convincessi che … non è per te. Davvero. Io … anch'io mi trovo molto bene in tua compagnia. È … sei una delle poche persone con cui ho instaurato un rapporto così … così …» non trovò la parola, e quindi cambiò frase «Davvero. Non te la prendere. Non è per te. Anzi, direi proprio che è per me, sono io il problema, qui …»

«Il problema? Quale problema? Io non vedo nessun problema.»

Scosse nuovamente il capo.

«Non … non è un problema … appariscente. Ma non … ecco, io …» mi accorsi che aveva gli occhi lucidi. Si accorse che me n'ero accorto, volse lo sguardo; scosse nuovamente il capo «io non …» chinò il capo, cominciò a piangere. Si alzò di scatto e corse via.

Inseguirla. Scattai in piedi anch'io, mi fermai sulla porta del locale, tornai di corsa dentro, alla cassa, pagai, corsi fuori di nuovo. Mi guardai a destra ed a sinistra, la identificai e le corsi dietro.

La raggiunsi.

«{Elena} …»

Allungai una mano a sfiorarla, si voltò come una tigre, come tutte le volte che mi avvicinavo troppo.

«Non mi toccare!»

«Scusa, scusa, lo sai che lo so …»

Cercai disperatamente i fazzoletti, gliene porsi uno. «G… Grazie.» si asciugò gli occhi, ma continuava a piangere; per non tirare su col naso, dovette soffiarselo. Le porsi l'intero pacchetto dei fazzoletti.

Dopo qualche secondo parve aver riacquistato il controllo, ma ogni volta che cercava di riprendere a parlare, il controllo cedeva.

Rimasi a guardarla, senza sapere cosa fare, senza capire. O non volendo credere a quello che pensavo. Lo dissi:

«Hai paura di qualcosa?»

Annuì. Il pianto le si era fermato.

«Ma di cosa?»

Scosse il capo.

«Qualcuno non vuole che ci frequentiamo? Tuo fratello?»

Scosse il capo nuovamente

«No, lui non c'entra.» spiegò «Lo so benissimo che non ti … che non vuole che ci frequentiamo, ma a me non interessa.»

«Perché allora, dico io. Di cosa mai puoi aver paura? Stiamo così bene assieme …» annuì «è di questo che hai paura?» annuì ancora «Oh.»

Rimasi nuovamente senza parole. Ma lei le aveva ritrovate. O si era convinta a dirle.

«Ci … ci stiamo avvicinando troppo. E questo non mi va.»

«Non ti va?»

«No.»

«Non capisco perché.»

Scosse il capo.

«Lo capisci benissimo.» affermò.

«Non vuoi innamorarti di me.»

Scosse il capo.

«Allora non capisco.»

«L'amore è a senso unico?»

«No.» un attimo di silenzio fu sufficiente a farmi capire «Oh. Ho capito. E perché non dovresti volere che io mi innamori di te?»

«In effetti non è esatto neanche questo.»

«Oh.»

«Cioè, so benissimo di non poter fare nulla, soprattutto ora, per impedire che io mi innamori di te, o viceversa. Ma non voglio che, una volta che questo accada, non ci continuiamo a frequentare. E dopo sarebbe impossibile smettere.»

«Per me lo è già.»

Scosse il capo:

«No, per favore, non dirmi questo.»

«Ma perché? Perché? È questo che non capisco. Perché?»

«Perché tu non devi innamorarti di me!»

«Ma perché non dovrei? Cosa c'è di così mostruoso nell'essere innamorato di te? È una cosa così … così ovvia, così … voglio dire, chi non si innamorerebbe di te?»

Scosse il capo:

«Lo sapevo, lo sapevo, io lo sapevo.» fece una pausa «Non avrei dovuto, ecco, non avrei dovuto neanche cominciare. Lo sapevo che sarebbe finita così. L'ho sentito da subito. Quel tuo modo di fare … dovevo cercare di troncare subito. Non giocare a back-gammon. Non darti il telefono. Non rispondere alle chiamate. Ecco. Lo sapevo. E sapevo come sarebbe finita. Me lo merito. Ma non è questo che mi secca. Io … io non dovevo coinvolgerti. Non dovevo, ecco. No. Non dovevo. Dio mio, ho fatto sempre di tutto per stare alla larga da tutti. Via. Nessuno. Io non dovevo e non volevo avere nessuno attorno a me.»

Avevo una voglia matta di afferrarla per le spalle e scuoterla e chiederle cosa intendesse dire, di spiegarsi meglio, di non lasciare tutto sottinteso; ma non osavo farlo; sapevo che, se solo le avessi toccato le spalle, le sue unghie avrebbero lasciato quattro segni rossi sulle mie guance.

Tutto quello che potei fare fu interrompere il suo flusso di parole.

«Ferma, ferma, ferma. Cosa stai dicendo? Ferma un attimo. Io proprio non capisco. Ed odio quando non capisco. Cosa stai dicendo? Perché mai non avremmo dovuto conoscerci? Perché mai non dovresti avere nessuno attorno? Cosa diavolo significa tutto questo, a parte che hai intenzione di troncare tutto? Cosa vuol dire? Io voglio sapere tutto, voglio i perché, voglio ragioni valide.»

Ma lei scuoteva il capo:

«No, no, non posso. È questa la cosa più terribile, ma non posso, davvero, non posso spiegarti.»

«Cosa vuol dire, non puoi …?»

Ma lei continuava:

«Non posso, non posso. È assurdo e ridicolo, lo so, ma non posso spiegarti. Io …» le tornarono le lacrime agli occhi «è tremendo, se potessi spiegarti non ne avrei bisogno, ed ora che dovrei non posso. Non posso. Non posso. Lasciami, per favore, lasciami andare, non chiamarmi più, per favore, vattene e lasciami sola. È tutta colpa mia. Non posso spiegarti, davvero, vattene.» ricominciò a piangere.

Ora ero io a scuotere il capo; la afferrai per le spalle:

«Io non me ne vado. Non me ne vado solo perché tu dici di lasciarti in pace, quando vedo benissimo che non vuoi in realtà, che tu non vuoi che me ne vada. Vero, che non vuoi?»

Scuoteva il capo, poi annuiva e scuoteva il capo:

«Vattene, per favore, tu puoi, e devi, per favore, lo sai, l'hai capito che io non sono abbastanza forte per farlo, fallo tu per me, per favore, fallo, vattene, lasciami …»

«No, non ti lascio. Non ti mollo più. Non senza motivo. Voglio un motivo. Dammi un motivo, un solo motivo … diavolo sarebbe bastato che mi dicessi prima che era solo per tuo fratello, sarebbe bastato, anche se era solo una scusa. Avrei pensato che tuo fratello era più importante, avrei rinunciato. Ma ora no, non ti mollo, senza un motivo. Vuoi davvero che me ne vada, vuoi che mi allontani, dammi un motivo. Oppure dimentichiamo tutto e riprendiamo da dove eravamo stamattina. Dimmi che possiamo, dimmelo, dimmelo …»

«No, no, lasciami, non te lo posso dare un motivo, davvero, non posso. Per favore, fatti bastare il fatto che non te lo posso dire, fattelo bastare, pensa che se potessi dirtelo …»

«Nossignore. Voglio un motivo serio.»

La lasciai. Aveva smesso di piangere.

«Perché?» mi chiese.

«Perché cosa?»

«Perché lo vuoi. Mi conosci, sai che se io ritengo il motivo serio, allora è davvero serio.»

«Allora puoi dirmelo. Se io lo so, sono anche in grado di capire il motivo. Ma dimmelo. Io non me ne vado senza motivo. Voglio un motivo solido.»

«Sarebbe peggio.»

«Bene. Preferisco. Preferisco peggio, qualcosa di totale, che non questo abbandonare un'esperienza bellissima e dover soffrire all'infinito nella tortura di capire il perché. Meglio qualcosa di grave e profondo ora che uno stillicidio eterno. Lo preferisco. E sai che dico sul serio.»

«Se te lo spiegassi, non mi perdoneresti mai.»

«Anche se ci lasciassimo così non te lo perdonerei mai. E non mi perdonerei mai di non aver insistito abbastanza da capire perché.»

Scosse il capo: «Per favore.»

Scossi il capo a mia volta: «No.»

«Non voglio che ripensi a me con disgusto.»

«Non lo farò.»

«Lo farai.»

«Non puoi aver fatto nulla di così grave da darmi disgusto ed essere quella che sei.»

Rimanemmo in silenzio per quasi un minuto. Si voltò e salì i tre scalini che la superavano dal portone del palazzo sotto cui ci eravamo fermati. Tirò fuori dalla tasca un mazzo di chiavi, aprì il portone. Lo tenne aperto finché non la seguii. Mi guidò su per le scale. Ora il mio cuore era meno agitato di prima, ma molto più timoroso. Ebbi per un attimo paura di stare per scatenare un inferno. Pensai alla possibilità di smettere improvvisamente di seguirla, sparire dalla sua vita il più silenziosamente possibile; mi si presentarono le due ipotesi: sapevo benissimo cosa e quanto avrei sofferto e mi sarei torturato, se l'avessi fatto; non avevo idea di cosa mi stesse per accadere. Arrivammo al pianerottolo.

Aprì la porta di casa ed entrò. La seguii, chiudendomi dietro la porta.

«Non è quello che ho fatto,» disse accendendo una piantana che diffuse una luce tenue e giallognola «ma quello che sono che ti farà disgusto.»

Il mio cuore era ora fuori controllo. Lei mi volse le spalle. Capii dai movimenti che si stava sbottonando la camicia. Se la tolse. Il mio cervello ferveva nel disperato tentativo di anticipare la sorpresa.

La sua mano scivolò sul fianco sinistro, facendo scorrere la cerniera della gonna; la gonna scivolò a terra, e lei ne uscì con due passi. Quindi raccolse i capelli come quando mi aveva mostrato il suo aspetto con i capelli raccolti, e li fece passare sopra la spalla, mostrandomi la schiena scoperta.

Non aveva mutande. E aveva la coda.


Quando dico “coda” intendo proprio “coda”; non un mozzicone in fondo alla schiena, ma una lunga appendice mobile, lunga davvero; direi anche troppo lunga: la coda passava tra i glutei, girava quindi attorno a gluteo destro, poi risaliva diagonalmente lungo la schiena, fin quasi alla spalla sinistra; scivolava sotto la banda elastica del reggipetto, girava a destra e passava sopra la banda del reggipetto, finendo un paio di centimetri più giù. Non era pelosa, non più del resto della pelle, almeno, con la possibile eccezione degli ultimi centimetri, su cui il pelo sembrava infittirsi, per far terminare la coda con una punta vera e propria.

Rimase immobile per non so quanto tempo; d'altra parte, non è che io mi muovessi: non riuscivo nemmeno ad inghiottire; l'unica cosa che riuscivo a fare era fissare quella straordinaria appendice, senza nemmeno pensare, almeno non coscientemente.

«Eeeeh …» cominciai a dire quando potei, e contemporaneamente lei cominciò a srotolare la coda. Interruppe subito il movimento, sentendomi parlare. Senza voltarsi disse:

«Sei ancora lì?»

«Eh … ssssiiiiì … maaa … è … è … voglio dire è …»

«Una coda. È una coda; sì. Una coda.»

«Sì, maaa … ecco … voglio dire …» in realtà non sapevo neanch'io cosa volevo dire; non volevo dire nulla, probabilmente; l'emissione di suoni era diventato solo un modo per dimostrarmi di essere ancora lì, vivo e reale come sempre. «Cioè, ecco, io …» lei completò il movimento di srotolamento della coda: ne aveva un controllo totale.

Cominciai a tornare in me. E fui sorpreso di non provare disgusto, ma solo un'immensa curiosità; sentii una voglia impellente di fare due passi e afferrare la coda, provarne la consistenza, tastarla, carezzarla …

Feci due passi verso di lei:

«Po-po-po… posso to-to… voglio dire, mi …» non ebbi il coraggio di completare; ma non ce n'era bisogno. Lei disse solo:

«Fai.»

Feci. Allungai timoroso una mano; sfiorai appena la coda, ritirando subito la mano come per paura che me la mordesse; ma la coda non si mosse. Allungai nuovamente la mano, prendendo la coda fra indice e pollice, facendo scorrere le dita sù e giù. Chiusi tutta la mano attorno alla coda, stringendola appena; aveva uno spessore di poco più di due dita.

«È … eheh … è incredibile … io … io … wow, ehè, è qualcosa di … favoloso, ecco. Wow.»

«Ora basta.» disse lei, e tirò via la coda.

«S… sì, ss… scusa, nnnon …»

«Lascia perdere.»

Smisi di scusarmi, ma non riuscii a distoglierle gli occhi di dosso.

«Bene.» fece ancora lei, riportando i capelli indietro «Ora sai tutto.» c'era una triste rassegnazione nella sua voce.

«Sss… ssì, direi, be', capisco parecchie cose, sì, be' …»

«E?»

«“E” cosa?»

«Cosa hai deciso?» disse voltandosi verso di me.

«A proposito di che? Oh, noi …» tacqui per qualche secondo «o-onestamente no-non saprei. Cioè, non è che io provi … disgusto. No, ecco. Ma certo sono so-sorpreso, ecco; sì, sorpreso. E … ma non sento che in alcun modo questo mi … che questo possa … cioè, non è che non possa stravolgere le … il nostro rapporto, è solo che … ecco, preferirei continuare. Terrò presente qu-questa tua … particolarità, ma … non penso che, uh, farà cambiare molto nei nostri rapporti, ecco.»

«No?»

«No, ecco, cioè, non lo so, ma direi che potremmo, boh, darci un'opportunità, ecco, o … se-se-sei nuda!»

Si guardò il pube.

«Sì, lo so. Ti dà fastidio?»

«Fa-fa…? No, ecco, ma-ma-ma mi-mi-mi … mi imbarazza. A te no?»

«Aspetta un secondo.» si chinò a raccogliere i vestiti e sparì attraverso una porta.

Io rimasi solo in salotto.

Nella mia mente affollata, la coda passò momentaneamente in secondo piano. Mi sedetti su un divano. Aveva lasciato che io la vedessi. La motivazione non trovava la parola che la rappresentasse, ma era lì davanti ai miei occhi; ed io mi potevo confrontare con essa pur non potendo|/|volendo definirla.

Mi aveva mostrato quello che potevo a ragione ritenere il suo più recondito segreto; d'accordo, non l'aveva fatto di sua spontanea volontà. Ed inoltre, anche dopo, non si era rivestita subito; come se, una volta bruciato quel segreto, non ci fosse più nulla di cui doversi imbarazzare davanti a me.

Ed io? Cosa era lei realmente per me? Fino a quella mattina, tutto; la nostra amicizia — o quello che era —, fatta di tante piccole e grandi cose, il poter parlare di tutto ed il poter tacere quando non si voleva parlare; le mille cose fatte insieme; tutto ciò che avevamo costruito; ed ad ogni cosa in più mi rendevo conto di essere sempre più perdutamente legato a lei. E sempre pensavo: “Finirà, deve finire. È troppo bello per poter durare all'infinito. Ma è tutto così bello, così perfetto per poter finire … cosa mai potrà interrompere questo?” e nulla riuscivo a trovare che potesse spezzare l'incantesimo, poiché tutte le difficoltà che si erano presentate erano sempre state superate, almeno apparentemente senza gravi conseguenze per il futuro, se non per la maggior maturità di entrambi. Tutto indicava — o almeno io così lo interpretavo — la scoperta della donna non dico ideale — poiché i suoi difetti li aveva —, ma almeno di una buona candidata.

Ed ora? Cosa voleva dire ciò per il nostro futuro? Sapevo chiaramente dentro di me che se fosse rimasto come era quella mattina, io mi sarei convinto a fare un passo in più per chiederle di diventare la mia compagna — o almeno questa era la mia intenzione, che si andava rafforzando di giorno in giorno. Ma ora? Era ancora quello che volevo? Cosa avrebbe voluto dire il vivere con una persona talmente fuori dal normale?

La vidi comparire sulla soglia, e la risposta immediata fu “Nulla!”, poiché quello che provavo per lei andava ben oltre la semplice passione.

Indossava ora un lupetto rosso ed una gonna pantalone che, come subito scoprii, era stata adattata per lei, avendo dietro un buco da cui passava la coda.

«Così sto anche più comoda.» mi disse, raggiungendomi.

Io dovevo avere un aspetto alquanto stralunato, ma lei fece finta di niente e mi si sedette sulle ginocchia, con le gambe da un lato; mi poggiò il capo sul petto, chiudendo gli occhi, ed io ebbi il gesto istintivo di cingerle le spalle. Lei ebbe un brivido, ma non reagì più di tanto. Il mio braccio scivolò giù dalle sue spalle, e l'altro si sollevò quel tanto che bastava per permettermi di intrecciare le dita, dimodocché lei si trovò accoccolata in una sorta di nido.

Rimanemmo fermi così in assoluto silenzio, per lungo tempo, ed io ero nuovamente in paradiso. Il mio cuore era pieno, traboccante di un indefinito sentimento che non avevo il coraggio di chiamare per nome. Il profumo di sandalo dei suoi capelli mi inebriava, ed il desiderio finalmente soddisfatto del contatto fisico con lei mi scioglieva; avevo voglia di piangere; le baciai i capelli; lei si mosse appena, strusciando il capo contro il mio petto; sospirò; bisbigliò «Coccolami.»

La strinsi maggiormente a me, trasformando il nido in un abbraccio, carezzandole con una mano il capo; si sciolse dalla posizione in cui era, e si sedette a cavalcioni sulle mie gambe, premendosi contro di me; le cinsi la vita con le braccia, lei passò le sue dietro il mio collo, sicché io mi trovai con le labbra poggiate alla base del collo di lei, e lei con il viso tra il proprio braccio ed il mio collo; la coda di lei passò dietro la mia schiena, e ci legò più saldamente; cominciai un movimento oscillatorio appena percettibile, un po' da sinistra a destra, un po' avanti e indietro.

«Non mi lasciare mai,» bisbigliò «mai.»

E fu allora che qualcuno inserì la chiave nella serratura.

Il rumore mi fece sobbalzare, e l'unica cosa che mi impedì di balzare in piedi fu lei, ancora strettamente abbracciata a me. La coda di lei mi lasciò. La porta fu aperta con una spinta; lei scivolò giù da me, ed io potei alzarmi in piedi, proprio mentre una donna entrava in casa, preceduta e seguita da sacchetti della spesa.

«Oh!» fece sorpresa quando vide sua figlia «Tu qua sei?»

«Ti do una mano.» fece {Elena} prendendo uno dei sacchetti, ed avviandosi verso il corridoio. La madre mi vide, e rimase un secondo paralizzata dalla sorpresa. Poi si riprese.

«G, suppongo.» mi porse la mano, che io strinsi timoroso.

«B-buongiorno, signora.» lei sorrise «Vuole un'altra mano?» mi offrii di prendere l'altro sacchetto.

In quel momento arrivò il resto della famiglia di lei — padre, fratello maggiore e sorella minore, tutti e tre con sacchetti o casse tra le mani; e tutti e tre rimasero immobili come statue appena mi videro. {Elena} rispuntò dal corridoio, in cui in quel momento era sparita la madre, portandosi il sacchetto della spesa che mi ero offerto di prendere. Vedendo il resto dei propri familiari, {Elena} mi presentò:

«Per chi non lo sapesse, questo è G; G, mio padre, mia sorella, e … be', mio fratello lo conosci già.»

«Già.» fece il fratello. E non era affatto contento.

«Io …» dissi «stavo andando via …»

Queste mie parole sciolsero in qualche modo la paralisi del gruppo. Il padre e la sorella di {Elena} seguirono la madre in corridoio, il fratello si avviò anch'egli, ma rimase sulla porta mentre {Elena} ed io ci congedavamo.

«G,» mi bisbigliò lei, poggiandomi una mano sul braccio «dimmi che non scomparirai nel nulla. Dimostrami che non ho riposto la mia fiducia nella persona sbagliata. Tieni a mente che adesso ho più bisogno di te che mai.»

«{Elena} …» ma non avevo in realtà nulla da dirle, poiché sentivo la paura che lei provava: la paura che la riflessione che avrebbe riempito l'intervallo di tempo fra il nostro saluto ed il nostro incontro successivo avrebbe potuto cambiare completamente la mia impressione di ciò che era accaduto quel pomeriggio. I nostri sguardi ci comunicarono la vicendevole comprensione. Posai un bacio sulla sua fronte, e mi incamminai giù per le scale. Lei attese che io sparissi dietro la seconda rampa, quindi chiuse la porta e rientrò.


Quello che accadde poi fu lei stessa a raccontarmelo, in

seguito.#

Chiusa la porta d'ingresso, lei passò sotto lo sguardo attonito del fratello, percorse il corridoio fino alla cucina, in cui erano stati deposti i vari sacchetti della spesa; aiutò, insieme al padre, alla sorella ed al fratello che l'aveva seguita, a sistemare i vari prodotti, quali in frigorifero, quali nella dispensa, mentre una notevole tensione aleggiava per l'aria: nessuno parlava, la sorella evitava di fischiettare — cosa che faceva di solito mentre lavorava.

Poi fu tutto grosso modo in ordine, e la sorella ne approfittò per sparire in camera sua; il fratello rimase ancora lì, ma ad un'occhiata della madre decise di imitare la sorella minore. Rimasta sola con i genitori, {Elena} si sedette sulla prima sedia che le capitò alle ginocchia, poggiò i gomiti sul tavolo, ed attese la domanda dei genitori. Che però non venne. Rimasero a guardarsi ed ad evitare i reciproci sguardi per lungo tempo, poi {Elena} prese il coraggio a due mani, e comunicò:

«Lo sa.»

Poi un lungo silenzio riempì la stanza, poiché c'era troppo da dire, e nessuno sapeva da dove cominciare, o ne aveva voglia. E l'unico rumore dopo il deglutire del padre alla dichiarazione di {Elena}, fu il ronzare del frigorifero, straordinariamente sincronizzato con il ticchettio dell'orologio a muro.

{Elena} si sentì in dovere di giustificarsi. Ma non sapeva esattamente cosa dire, poiché tutto ciò che aveva portato alla rivelazione era stato un susseguirsi sempre più caotico ed impulsivo di azioni e di frasi. E l'unica giustificazione che le ronzava in mente era la richiesta di un motivo valido per troncare la relazione, richiesta che adesso non le sembrava più un motivo sufficiente — non da sola.

«Gliel'hai detto?»

{Elena} scosse il capo.

«L'ha vista per caso?»

{Elena} scosse il capo nuovamente, e completò:

«No. Gliel'ho fatta vedere io. Non … in origine non era quello che avevo in mente. Io volevo semplicemente …, d'accordo, mi rendevo perfettamente conto che non sarebbe stato semplice; ma volevo solo … smettere; volevo che smettessimo di vederci, perché ci stavamo avvicinando troppo; lo sapete; io ero cotta; e lui pure; e non volevo che la cosa accadesse troppo tardi … perché se avessimo continuato sulla strada su cui camminavamo, prima o poi sarebbe comunque accaduto; e io non volevo che accadesse poi, perché poi sarebbe stato troppo tardi, e troppo brutto … cadere da troppo in alto. Quindi volevo troncare.

Ma lui no, non voleva; non senza motivo; ed io non glielo volevo dire; gli ho detto che non potevo dirglielo, e che era meglio per entrambi che lasciassimo cadere tutto, senza che il motivo venisse fuori, perché se fosse venuto fuori sarebbe stato peggio; ma per lui era già troppo tardi; e non voleva, non voleva assolutamente; ed ha capito che in realtà neanch'io volevo. E … e poi niente. L'ho portato qui e gli ho dato il Motivo.»

Il padre scosse il capo; reazione che {Elena} si aspettava. Dopo qualche attimo di silenzio, la madre chiese:

«E lui?»

{Elena} scosse le spalle.

«Mi immaginavo di tutto. Che urlasse. Scappasse. Vomitasse. E invece no. Non ha fatto nulla: è rimasto lì a guardarmi la coda. E … e visto che non era schifato né orrificato#Era come se fossi diventato … insensibile, forse. Ma è una cosa solo temporanea, ttipo … per due secondi, non di più.#»

Tacemmo per un paio di minuti.

«Tu cosa volevi chiedermi?» mi invitò poi lei.

«Ah, ecco. Era anche per questo che ero venuto.»

«Allora?»

«La coda.»

Annuì.

«Cosa vuoi sapere?»

«Tutto, in realtà. Proprio tutto.»

«Non saprei da dove cominciare … be', io sono nata con questa coda. Ed anzi, quando sono nata non era così lunga; mi arrivava sì e no al ginocchio. Ma era pur sempre una coda. Era una cosa così notevole che … be', sono già rarissimi quelli che nascono con un mozzicone, puoi immaginare come furono … sorpresi dal fatto che avessi proprio una coda, e … funzionante pure.»

«Sorpresi chi, i medici?»

«Sì.»

«E i tuoi genitori?»

«È … questa è una cosa che non ho mai realmente capito, e … non ho mai avuto il coraggio di chiedergli come si fossero sentiti al sapere, vedere che io avevo la coda. Non lo so. A volte mi viene il dubbio che se lo aspettassero, come se ci fossero stati dei precedenti in famiglia. Ma non lo so, davvero. Comunque, decisero di non tagliarmela, proprio perché era così … eccezionale, nella sua … completezza. Si accorsero subito che funzionava, poiché la muovevo mentre poppavo.»

«Quanti lo sanno?»

«I miei parenti più diretti, i medici e tu.»

«E basta?»

«Sì. Ah, no, la mia maestra delle elementari.»

«Sono sorpreso. Non immaginavo fosse possibile tenere così un segreto così … evidente tanto a lungo … soprattutto da piccola.»

«Non è stato facile. Anzi. È stato molto spiacevole … ma dev'essere stato brutto anche per i miei, cercare di impedire la diffusione della notizia senza segregarmi dal mondo. Li ammiro anche per questo.» si voltò verso di me «È per questo che mio fratello ti odia. Credimi. Solo per questo. È estremamente geloso, ed iperprotettivo. Io … io credo che se ne renda conto, ma non può fare a meno di essere così. E devo dire di esserle grata per quello che è … e lo perdono quando esagera, come in questo caso. Ma se non fosse stato per lui … ha fatto a pugni più di una volta per difendere il segreto.»

«Credo proprio. Stava per rifarlo oggi. E se devo essere sincero mi è sembrato un po' stupido. Dopo tutto lo sapevo già.»

«Probabilmente pensava di metterti a tacere.»

«Picchiandomi prima?»

{Elena} scrollò le spalle; io scossi il capo.

«Lasciamo stare.»

Lei annuì, e si raggomitolò contro di me. Sentii di sentire freddo.

«Ho freddo.»

«Post orgasmic chill»

«Yap.»

«Ci mettiamo sotto le coperte?»

«Non ho nulla in contrario.»

Scendemmo dal letto.

«Guarda che casino.»

Guardai le macchie sul copriletto.

«Non ci siamo andati leggeri, eh?»

«Direi di no. Oh, be', vorrà dire che cambierò le coperte. Sarà un modo come un altro per dire a mia madre che non sono più vergine.»

«Una che va in giro con le coperte del proprio letto dopo essere stata visitata dal suo ragazzo metterebbe in sospetto tutti quanti, non solo quelli che devono lavare.»

«Be', che dovrei farci?»

«Non ho detto che dovresti farci qualcosa.»

«Oh, be'.» fece lei, sollevando le coperte ed infilandovisi sotto. La seguii, tirando le coperte sopra i nostri corpi, e lei si riaccucciò contro di me.

«Parlami ancora della coda.»

«Sono sotto osservazione. Lo sono da quando sono nata. Per vari motivi. Inizialmente, i medici temevano che potessi avere qualche altro … errore genetico, ma pare non ci sia nient'altro. Dalle analisi anche adesso risulta che sono una donna assolutamente normale, tranne per la coda.»

«Sei fertile?»

«Le analisi dicono di sì. Ma finché non rimango incinta la certezza assoluta non c'è.»

«Hm-m.»

«Ma non preoccuparti, non resterò incinta, almeno non stavolta.»

Feci un cenno del capo.

«C'è qualcosa che ti preoccupa.» disse, staccandosi da me.

«Non proprio …» dissi io, mettendomi a sedere «cioè, sì, in effetti. Mi dà da pensare molto.»

Si mise a sedere anche lei. «I nostri figli.» disse.

«Già.» confermai. {Elena} chinò il capo. Sollevò le ginocchia, poggiandovi sopra i gomiti, e reggendosi il mento con i polsi.

«Dovevo immaginare che il problema sarebbe venuto fuori.»

Cominciò a piangere. Mi sentii sciogliere il cuore.

«Dio mio, {Elena}, non piangere; oh, ma perché diavolo, io … io non volevo, giuro, non volevo che tu … che la prendessi così, ti prego …» le tersi le lacrime da una guancia. Lei scosse il capo.

«No, scusa, è giusto, dobbiamo parlarne.» disse «È giusto, mettiamo tutto in chiaro subito, sì. Posso capire. Va bene, non avrei dovuto saltarti addosso a quel modo, lo so; ma ero così contenta di rivederti lì davanti a me che ero sicura che fossi venuto per dirmi che saresti rimasto sempre con me … non ho pensato che potessi aver deciso di lasciar perdere tutto, io … mi dispiace, è sempre colpa mia, ma Dio, perché faccio sempre tutto così …» ricominciò a piangere.

«{Elena}, io non ero venuto per dirti che volevo lasciar perdere, non … come puoi immaginare una cosa del genere … dico, se era quella la mia intenzione, credi che non avrei …? Ti avrei fermato. Avrei potuto, se avessi voluto, ma non volevo. Capisci, io non ho nessuna intenzione di rinunciare a te, davvero, nessuna intenzione.» la abbracciai, le scostai i capelli dal collo, la baciai «Amore, come puoi pensare che avessi voglia di abbandonarti; sai quanto ti voglio bene …»

Scostò il capo.

«Sì, lo so, lo so. Appunto. Io non volevo pensare che tu potessi lasciarmi, e quindi ho …» non era necessario che completasse «e invece no, tu eri giustamente venuto qui per parlare, perché avremmo dovuto parlare, giustamente, chiarire, decide, e invece no …»

«Non voglio che ti commiseri per quello che è successo. Sono più che contento che sia successo, diamine! E non è detto che non si possa discutere ora, e prendere decisioni in tutta tranquillità. Calmati, per favore, calmati.»

«Ok, mi calmo, mi calmo.» si asciugò gli occhi, poi sollevò il cuscino e lo poggiò contro il muro, in modo che potessimo stare più comodi, poggiati contro di esso.

«Sono calma.» disse dopo qualche minuto di assoluto silenzio «Possiamo discutere con calma. Allora, cosa avevi intenzione di fare, tu?»

«Chiederti in moglie.»

Si voltò di scatto verso di me, sorpresa.

«Eri venuta per chiedermi in moglie? Così?»

«No, d'accordo. Non proprio, almeno. Ma … be', era ed è la mia intenzione principale. Nel senso che avevo deciso che non ci fossero problemi insormontabili.»

«Questo non ti sembra un problema insormontabile?» la coda, che teneva tra le gambe, si sollevò, agitandosi sotto il mio naso. La presi, scostandola.

«No. Non insormontabile. L'unico mio vero timore era, ed è ancora, per gli eventuali figli, poiché non sapevo come si potesse o dovesse gestire una cosa del genere. Per questo volevo sapere come fossi cresciuta tu.»

«I miei fratelli ed i miei genitori non avevano coda. Questo è stato estremamente utile.»

«Posso capire.»

Rimanemmo senza sapere cosa dire. Poi lei disse:

«Non è necessario avere figli.»

«No, non è necessario.»

«C'è un “ma” nascosto nella tua frase.»

«Anche nella tua.»

«È lo stesso “ma”?»

«Io sentirei come se la famiglia fosse incompleta, senza figli.»

«È lo stesso “ma”.»

Ci fu ancora silenzio, poi lei aggiunse:

«È necessario sposarci?»

«Sono un tipo all'antica.»

«Ma perché dovresti sposare proprio me?»

«È una domanda seria?»

«Sì.»

«Conosci la risposta.»

«Non potresti incontrare un'altra con cui il mettere su famiglia ponga meno problemi?»

«Da un punto di vista puramente teorico, sì, potrei. Ma io non credo di poter voler bene ad un'altra come a te.»

«Non è necessario.»

La guardai stupito:

«Non riesco a credere che tu stia parlando seriamente. È solo per mettermi alla prova?»

«No.»

«Parli sul serio?»

Improvvisamente lei perse il controllo; mi si aggrappò al braccio.

«Non capisci, G? Io sono disperata! Disperata! Mio Dio, non posso credere che si possa presentare l'eventualità che io debba rinunciare a te, non lo potrei sopportare! Ma ti posso offrire solo una vita piena di problemi, ed io non voglio, per Dio, non voglio! Io vorrei che tu potessi vivere una vita serena e normale; perché mai dovresti volere vivere con me, G, perché? No, non me lo dire, non te lo voglio sentire dire; non ci posso credere, capisci, non posso credere che tu mi ami fino a rinunciare ad una vita normale. Sono io quella con la coda, non tu, sono io che devo portarne il peso e sopportare le conseguenze; non voglio coinvolgere nessuno, non voglio!»

«Vuoi che me ne vada? È questo che vuoi?»

«No! È questo il punto! Non ti voglio perdere, e non ti voglio crocifiggere! Cosa posso fare? Cosa?» scoppiò a piangere nuovamente, nascondendo il volto contro il mio petto.

Le poggiai una mano sul capo. Scivolai nuovamente sdraiato, e lei mi seguì; la abbracciai, e cominciai a baciarla dappertutto, poiché non avevo altro modo per consolarla. Mi strinse a sé.

«Non mi lasciare mai, G» bisbigliò nel pianto «mai, mai. Stringimi, stringimi, fammi sentire che sarai con me per sempre, fammelo sentire.»

La strinsi a me, e nuovamente fui dentro di lei. Facemmo l'amore a lungo, lentamente, assaporando fino in fondo il piacere del contatto fisico dei nostri corpi, muovendoci quel tanto necessario perché la nostra eccitazione non scemasse. Ed ogni volta che la nostra eccitazione cresceva troppo, ci immobilizzavamo, fino a riprendere il controllo dei nostri corpi.

La sua vagina stringeva il mio pene finché lei non si stancava, ed allora la pressione si allentava, per poi ricominciare più intensa di prima non appena lei si sentiva nuovamente in grado, ed era come venir aspirati sempre più dentro di lei. Io premevo il mio pube contro quello di lei, con piccoli movimenti sufficienti a stimolarle il clitoride. La coda si era infilata fra i nostri petti, era scivolata fra sue mammelle, e la punta raggiungeva le nostre bocche.

«Esci.» mi disse lei ad un tratto.

«Come?» feci io, sorpreso.

«Esci. Piano. Esci len-ta-ment-te. Così. Oh Dio, fermo, fermo lì. Mio Dio. Sali. Oh mio Dio …» capii che voleva che trovassi il Punto, e comincia a muovermi lentamente, sempre strettamente avvolto dalla vagina di lei. Smise di darmi indicazioni, ma capivo dal suo ansimare quanto fossi vicino o quanto mi allontanassi dalla zona più sensibile, finché non fui in grado di delimitarne il contorno.

Mi afferrò la testa, avvicinandola alla sua; la sua lingua mi scivolò in bocca, muovendosi come impazzita, e lei guaiva dal piacere, mentre io le stimolavo il Punto. Cominciò a spingere il proprio pube contro il mio, ma io le afferrai le anche, premendola contro il letto.

«Stai ferma. Mi fai perdere il contatto. Stai ferma. Lascia che sia io. Ferma.»

«Non ci riesco … Dio che bello, Dio che bello, ancora, oh mio Dio, così, Dio non ti fermare, non ti fermare ora, fammi … oh Dio fammi godere, fammi godere, sì, oh …» le tappai la bocca con la mia, temendo che la sentissero, ma lei continuò a mugolare come impazzita.

La sua vagina mi avvolgeva stretta quasi al punto di immobilizzarmi dentro di lei, e la stimolazione del glande era sempre più intensa.

Venemmo contemporaneamente. La stretta della sua vagina divenne un pulsare intenso e continuo, e sentii il getto familiare contro il mio pube; nello stesso tempo, sentii l'orgasmo montarmi dentro, per esplodere dentro di lei.

«Oh Dio!» fece ancora lei, stringendomi a sé; io restituii la stretta, sollevandola verso di me. Strofinai il mio naso contro il suo.

«Sei divina, stella mia, divina …» le baciai le labbra, il mento, le guance, il naso, la fronte «Sei stupenda, stella, stupenda. Dolce tesoro mio …»

Rotolai sulla schiena, tirando {Elena} su di me.

«Cantala … ancora …» ansimò lei.

Cantai ancora We have all the time of the world, mentre lei si stendeva sul mio petto, come addormentata.

«Mi piace come la canti.» mormorò quando ebbi finito.

«Stonata?»

Scoppiammo a ridere entrambi.

«No, scemo. Mi piace come ti vibra tutto il petto. È molto … rassicurante. E riesce persino a farmi dimenticare quanto sei stonato.»

«Dai, non sono così stonato.»

«Sì, invece.» si poggiò con i gomiti sulle mie spalle, per guardarmi in faccia.

«Non posso essere così stonato, se ti basta sentire le vibrazioni del mio petto per dimenticarlo!»

«Dipende da come la vedi. Tu non credi che sia un granché venire rassicurata dalle vibrazioni del tuo petto, e quindi ne deduci che non sei molto stonato; io ti sento stonatissimo, e quindi ritengo veramente importante sentirti parlare attraverso le vibrazioni del petto.»

«Allora la prossima volta mi limiterò ad emettere suoni cupi, per farti sentire le vibrazioni, così non mi potrai accusare di essere stonato.»

«Non è la stessa cosa, scemo! A me la canzone piace; ed anche se sei stonato, sentirti cantare è meglio che sentirti emettere suoni senza senso.»

«Oh, a proposito di suoni! La tua camera è insonorizzata?»

«Insonorizzata? Non lo so, perché?»

«Perché credo che non ci sia bisogno di andare in giro con le lenzuola per far sapere a tout le monde quello che abbiamo fatto.»

«Perché? Oh. Siamo stati così rumorosi?»

«Siamo? Tutto tu hai fatto!»

«Stronzo!» mi dette uno schiaffetto leggero «Comunque non credo ci abbiano sentiti. Le pareti sono abbastanza spesse. Bisogna parlare proprio ad alta voce per farsi sentire.»

«Allora ti hanno sentita sicuro.»

Ridemmo.

«Scemo. Non parlavo così forte.»

«Vogliamo chiedere a tuo fratello?»

«Non ci provare nemmeno. La sola idea che mi abbia potuto sentire mi fa venire la pelle d'oca.»

«Perché? Per quello che hai detto?»

«Non mi ci fare pensare,» nascose il viso contro il mio collo «non riesco a credere di aver parlato a quel modo.»

«Non hai detto nulla di … brutto. Neanche una parolaccia. Hai solo invocato Dio un paio di volte …»

Tornò a guardarmi, ma anche lei rideva.

«Quanto sei stronzo.» mi baciò il giugulo «Ma mi è piaciuto un sacco.»

«Me ne sono accorto. Mi hai bagnato di nuovo.»

«Lo so. E anche tu.»

«Eh be', che vuoi.»

«Nulla, mi va bene così. Mi piace sentirti venire in me. Ma pensavo che la scorta fosse limitata … quante volte sei venuto? Tre? Quattro?» feci spallucce «Quant'è che non ti masturbavi?»

«Ma che razza di domanda è?»

«Personale.»

«Ma va'.»

«Allora?»

«Da quando ti ho conosciuta.»

«Non ci credo.»

«Davvero!»

Scosse il capo.

«Ma ti dico di sì!»

«E io non ci credo.»

«E infatti non è vero. Mi sono masturbato prima di venire qui.»

«Dai, smettila! Da quant'è?»

«Ma dico, che te frega?»

«Uffa, lo voglio sapere e basta.»

«L'ultima volta mi sono masturbato la mattina del giorno dopo. Due giorni fa.»

«Due giorni fa?»

«Sì, alle tre del mattino. Non riuscivo a pensare ad altro che a te che ti masturbavi con la coda.»

Mi guardò stupita.

«Ma sei un depravato! Come ti sei permesso di pensare a me che mi masturbavo per masturbarti? E con la coda, per giunta? Sei un …»

«Ehiehiehi calmati. Ero semplicemente assillato dalla tua coda. Ed a quell'ora ho sempre una carica sessuale molto forte. Che vuoi, era l'unica cosa da fare.»

«Ma dico, proprio a quello dovevi pensare?»

«Non decido mica cosa pensare; quello che viene, viene.»

«E come mi masturbavo?»

«Eh?»

«Dico, come mi masturbavo? Me la strofinavo soltanto, o proprio me … mi penetravo?»

«E poi sono io il porco, eh?»

«Allora?»

«Be', per quel che ricordo, credo un po' tutt'è due.»

«Per quel che ricordi?»

«Non è che mi aspettassi di dover venir interrogato sulla cosa …»