Aveva deciso di vedere se era vero che il ripetere il programma con qualcuno aiutava ad affrontare l'orale. Per puro caso, aveva trovato un collega, M, nelle sue stesse condizioni, ed aveva cominciato ad andare a casa di questi (M non guidava) ogni pomeriggio, per ripetere la teoria.

Uno di questi giorni aveva conosciuto la sorella di lui: era arrivato a casa di M con qualche minuto di anticipo, ed M l'aveva condotto — come al solito — in camera sua; qui c'era la sorella #di M# davanti al computer.

«Dania.» aveva detto M.

La sorella era sobbalzata. Aveva visto lui #, quasi nascosto dietro M#, e si era alzata di scatto, premendo contemporaneamente i vari tasti per uscire dal programma. Egli aveva visto la scritta


Exit from Fractint (y/n)


e le dita di lei correre veloci al tasto Y.

Quando, pochi istanti dopo, il computer fu spento, M li poté presentare.

«Dania, G; G, mia sorella Dania.»

«Piacere.» fecero entrambi contemporaneamente, stringendosi le mani. La stretta di lei era secca; G fu contento di questo: odiava la stretta “a pesce morto”; sorrise, guardandola negli occhi.

«Mi dispiace disturbare le tue perlustrazioni.»

Lei fece spallucce, con un accenno di sorriso che era quasi una smorfia:

«Non è nulla di importante.»

«Be', noi potevamo anche andare da un'altra parte, non so …»

«No, è colpa mia; non dovevo farmi trovare qui.»

«Be', io sono in anticipo … diciamo … un concorso di colpa, cinquanta e cinquanta.»

«Basta là!» fece M, schioccando le dita.

«Giusto » fece la sorella «dovete studiare.» uscì dalla stanza «Vi chiudo la porta?» ed avuta conferma, eseguì.

Saltuariamente, la rivide, talvolta mentre lei usciva dalla camera di M quando arrivava lui, talvolta quando lui se ne andava, verso le sette, sette e mezzo, la sera; ed in queste occasioni si salutavano con un «ciao», o, in momenti di particolare espansività, con una stretta di mano. E sempre quella di lei era una stretta secca, e rapida, quasi lei avesse paura, o fretta d'andarsene.

Una sera, andandosene, mentre M chiudeva la porta di casa, G #(intra)#vide Dania che si sedeva al grande pianoforte a coda che c'era nel salotto. E mentre avviava la macchina, G sentì gli esercizi di riscaldamento di lei: una rapida scala per sciogliere le dita, e quindi gli esercizi veri e propri. Hanon, pensò lui, o Czerny. E via.

Nella settimana precedente quella dell'esame, G e M cominciarono ad alternare la teoria con “panzate” d'esercizi (secondo la terminologia del padre di G).

Capitava allora talvolta che G si attardasse, magari fino alle otto, od oltre, a casa di M, al punto di venire invitato a restare per cena, invito che lui gentilmente declinava #adducendo come scusa la repentinità dell'invito#. In occasione di uno di questi ritardi, nella pausa fra un esercizio e l'altro, G sentì il pianoforte.

Mentre Dania terminava la scala, M si alzò; G lo fermò sollevando due dita.

«Lascia.»

Dania passò agli esercizi di agilità.

G si distrasse completamente dalla matematica, per dedicare tutta la propria attenzione al pianoforte.

Dania terminò con gli esercizi di agilità.

«È brava.» commentò G, chiudendo il libro degli esercizi per significare che non aveva più intenzione di continuare.

«Sì.» fece M, imitando il suo gesto.

«Quanti anni ha?»

«Diciassette.» poi «Quasi. Li fa #?#»

«Hm.»

Poi:

«Quanti anni di pianoforte ha fatto?»

«Boh …» M contò sulle dita «Dieci reali, ma non so effettivamente a che livello è … credo settimo o qualcosa del genere.»

«Sì, probabilmente sì; alto comunque.»

«Sicuramente.»

G si alzò, ma non posò i libri nello zaino. Lui ed M raggiunsero il salotto, fermandosi sulla porta.

Dania stava posando il libro degli esercizi.

M toccò la spalla di G per significare attenzione, ma G non aveva bisogno di segnali. Era affascinato dalla scena: il salotto completamente immerso nell'oscurità, ad eccezione della luce del pianoforte; la figura di Dania, quasi completamente visibile, ad eccezione della schiena, appena fuori del cono di luce.

Dania prese un nuovo spartito e lo aprì.

Il pezzo iniziava con un trillo, al termine del quale sembrava zoppicare, su e giù per la tastiera. Poi le mani di Dania cominciarono a saltellare gioiose.

Senza accorgersene, G cominciò silenziosamente ad avvicinarsi al pianoforte, guardando incantato le mani di Dania carezzare ora dolcemente i tasti, per poi riprendere a saltellare, dopo un crescendo ed una pausa.

G riconobbe il pezzo prima di leggerne il nome sullo spartito. Chopin, Valzer op.42 in la bemolle maggiore.

Il pezzo terminò, e ci fu una breve pausa che Dania impiegò a sfogliare le pagine fino al pezzo successivo (Valzer op.70 n.2 in fa minore); aveva suonato senza guardare lo spartito.

G abbandonò a malincuore la propria postazione dietro il pianoforte, per decidersi a raccogliere le proprie cose.

«Me ne vado.» bisbigliò ad M mentre chiudeva lo zaino «non la disturbare.» poi, come se gli fosse venuto in mente in quel momento «Anzi, non le dire nulla.»

G lasciò la casa di M accompagnato dal suo #uno dei suoi# pezzo preferito: il Grande Valzer Brillante (op.18 in mi bemolle maggiore).

{ dopo esame: }

G ed M uscirono dalla facoltà praticamente saltellando; per scaramanzia, avevano fatto in modo che l'uno non sapesse il voto dell'altro; quindi, saliti in macchina, si mostrarono vicendevolmente il libretto.

«E vai!» le loro mani si incontrarono con uno schiocco.

«Andiamo subito a casa.»

Arrivati a casa di M, salirono le scale di corsa, ed entrarono esagitati. Piombarono in cucina, dove la madre di M stava preparando il pranzo.

«Trenta e lode!» esclamò M.

«Tutti e due?»

«Yeah!»

«Che bello!»

«Scusate.» si intromise G «Se possibile, dovrei fare una telefonata.»

«Certo, è giusto che anche i tuoi sappiano.»

Mentre G componeva il numero, M gli chiese se, già che c'era, restava anche a pranzo.

«Meglio di no; sai, anche mia madre avrà voglia di vedermi, dopo l'esame.»

«Più che giusto!» confermò la madre di M.

«Comunque se vuoi, sta … pronto, ma'; sono io … indovina … sì …» attraverso la cornetta si sentirono le esclamazioni della madre di G «Okay, sono lì fra due minuti.» G riattaccò «Dicevo, se vuoi stasera possiamo andar fuori a festeggiare.»

«Okay, ci sto.»

E veramente non ci stava.

«Sali.» disse a G la madre di M, quando il ragazzo tornò la sera.

Aprendogli la porta, la signora gli disse:

«M è a letto con la febbre.»

«Oh!» G si fermò sulla soglia.

«Vieni dentro.»

La madre di M lo condusse in camera del ragazzo, quindi li lasciò soli.

«Che mi combini?» fece G ad M.

«Eh, che vuoi.»

«Quanto?»

«Trentotto.»

«Va be', non è nulla.»

Due minuti dopo, G comparve in cucina dove la madre di M stava parlando con Dania.

«Allora?» fece la signora quando lui comparve.

«Pare proprio che non si festeggi proprio nulla, oggi. L'uscita è andata a farsi benedire.» sospirò G. Poi continuò «Avrei dovuto immaginarlo, comunque; era piuttosto esaltato, oggi; ma pensavo fosse per l'esame, comunque. Ah, à propós, noi, per evitare … o meglio per ridurre … questi problemi, ci affidiamo alla cura omeopatica. Ci sono due prodotti, uno preventivo ed uno curativo, che vanno davvero bene. Voi non ne avete, vero?»

La madre di M scosse la testa.

«Come non detto. Va be', pazienza. Be', visto che non si uscirà, sarà meglio che torni a casa.»

Si voltò per uscire, ed il suo sguardo cadde su Dania, seduta al tavolo della cucina, che non aveva spiccicato parola. Non si erano neanche salutati. Si fermò.

«A meno che …»

«T'è venuta qualche idea?» disse Dania.

G ebbe la sgradevole sensazione di non riuscire troppo simpatico alla ragazza. C'era qualcosa in quella bruschezza … G ebbe una mezza idea di accantonare l'idea che gli era venuta in testa.

«Be', mi si è presentata l'alternativa al tornarmene a casa.»

«Hm?» la ragazza alzò un sopracciglio.

«Ammesso che tu sia disposta ad uscire con me stasera.»

Dania rimase come di sasso; sua madre trattenne il fiato.

Dopo parecchi secondo di stasi totale, Dania disse:

«Perché no?»

Sua madre ricominciò a respirare.

«Dammi il tempo di prepararmi.»

Anche G si rilassò.

«Fai con comodo. Io vado a far due chiacchiere con tuo fratello.»


Quando Dania comparve sulla porta della stanza di M, G rimase di stucco. Rimase in piedi a guardarla per parecchi secondi, poi si scosse.

«Wow. Be', direi che possiamo anche andare. Ehi M, tieni duro.»

«Come no, G, e tu vacci piano.»

«Che vuoi dire?» fece G.

«Nulla, nulla.»

Dania si toccò ripetutamente la fronte con l'indice, e G annuì.

G le tenne aperto lo sportello, quindi fece il giro e bussò al vetro dalla parte del guidatore. Dania gli aprì, chiedendogli:

«Be'?»

«Non si può aprire da fuori da questa parte. Qualcuno l'ha forzato.»

«Ah!»

Mentre toglieva la catena, G chiese.

«Allora, dove vuoi andare?»

«A mangiare.»

«Bene. Supponevo una cosa del genere. Preferisci una panineria, una pizzeria, un ristorante …»

«Pizzeria. Ne conosci di buone?»

«Hm. Posso provare …»

G partì.

Quando fermò la macchina, Dania osservò:

«Questa non è una pizzeria, è una farmacia.»

«Davvero?» fece G scendendo. «Mi accompagni?»

Dania scosse la testa.

Quando G tornò, lei gli aprì lo sportello e guardò con curiosità il sacchetto di plastica che G poggiò nella sacca del cruscotto. Dania attese che la macchina ripartisse, ma poiché G non tornava sull'argomento, fu lei a chiedere:

«Posso vedere cos'è?»

«Be', forse non hai ancora l'età giusta …» Dania ignorò la risposta ed aprì il sacchetto, che conteneva due scatolette con i prodotti omeopatici di cui G aveva parlato.

«Spiritoso. Sono per M?»

«Tu che dici?»

«Sì; ma non mi risulta che mia madre ti abbia chiesto di comprarli.»

«Quindi non li potevo comprare?»

Dania sbuffò.

«Non è che non li potessi comprare … è che … be', penso che a me non sarebbe venuto in mente di comprarli. Voglio dire …» e tacque.

«Vuoi dire?»

«Voglio dire, io capisco fare i favori agli amici. Capisco …» Dania fece il gesto di portare qualcosa a se, e quindi di esternarla «comunicare con loro … va be', basta.»

«Basta cosa?»

«Ho capito perché le hai comprate.»

«Non c'era proprio nulla da capire!»

Dania lo guardò in tralice. Ebbe la sensazione di essere presa in giro.

«Davvero,» fece G «ho anche capito perché hai detto di aver capito. È come se … come se un gesto di questo tipo, per te, non fosse spontaneo.»

«No, non lo è. Ora dimmi che è egoismo.»

«No, non te lo dico perché non lo penso.»

«E cosa pensi?»

G non rispose.

«Avanti, dimmelo; o vuoi che lo dica io?»

G fece spallucce: «Se pensi di saperlo, perché me l'hai chiesto?»

«Io credo che tu pensi che un simile gesto non mi viene spontaneo perché non so come trattare gli amici; magari che non lo so perché non ne ho. O addirittura che non ne ho perché non lo so.»

G non rispose subito. Dopo aver pensato per qualche secondo disse:

«Sì, c'ho pensato, a questo. Ma non mi pareva plausibile, come … spiegazione; o meglio, è più che plausibile, però … non so, mi sembrava strano che tu potessi non avere amici. O meglio, non è esatto neanche questo. Pensavo … ah!»

G tacque, e frenò.

«Che c'è?»

«Meglio parcheggiare qua.»

La manovra non prese molto tempo — c'era spazio in abbondanza — ma Dania non vedeva l'ora di continuare la discussione.

Quando finalmente furono scesi dalla macchina, mentre si incamminavano, G porse il braccio a Dania, che lo accolse con un certo stupore; la ragazza poggiò la propria mano nell'incavo del gomito di G, e gli chiese:

«Cosa pensavi?»

«Ah, sì. Pensavo: non è che sia impossibile che non abbia amici, ma … un po' anche per esperienza personale, preferisco credere che ha degli amici che lei non considera tali … non so, mettiamo che lei conosce una persona con cui ha — o almeno le pare di avere — un solo interesse in comune, ma magari questo interesse è molto importante per entrambi; allora lei dice: no, questo non è un mio vero amico, nel senso che magari il rapporto che ci lega non è profondo e ricco e molteplice eccetera. Però io dico, in effetti questo è un amico; potrebbe succedere di aver bisogno di quest'altra persona per qualcosa che non ha direttamente a che fare con l'interesse comune, però c'è lo stesso la disponibilità all'aiuto reciproco, anche in campi esterni; ora, questa non è amicizia? Inoltre c'è anche da considerare che è, a mio modesto parere, impossibile avere con chiunque un rapporto sempre profondo e ricco e molteplice eccetera. Magari con un certo gruppo di persone avrò affinità per certe cose, e le frequenterò per quel motivo; con altre persone avrò altre affinità e così via. Ma questo significa che anche queste persone sono amiche mie; o no? Voglio dire, ci sono diversi tipi di amicizie; magari con qualcuno ci sarà un amicizia più profonda, sarà una persona con cui discutere, con cui affrontare i problemi, ma la stessa persona non sarà adatta nei momenti di … in cui si … ci si vuole semplicemente divertire senza pensare a nulla … ecco, non so se rendo l'idea.»

«Oh, sì, rendi, rendi … voglio dire, dopo tutto quello che hai fatto per renderla, ci mancava solo che non avessi capito. Avrei dovuto proprio essere cretina, per non capire.»

«E non lo sei, come ben so da altre fonti.»

«M ti ha parlato di me.»

«Sì, ma non molto, non ti preoccupare. Non so nulla di compromettente o di ricattatorio. Insomma, dopo tutto dovevo uscire con te, di cui non sapevo quasi nulla …»

«Ah, ti ha detto tutto stasera.»

«Praticamente sì. D'altra parte, fino ad ora abbiamo avuto ben altro a cui pensare.»

«Già, già; ma non mi piace essere oggetto delle discussioni altrui.»

«Quindi non frequenti nessuno? Dopo tutto era questo che volevi veramente dire quando dicevi di non avere amici, no?»

«Sì e no. Non frequento nessuno, ma non è questo che intendevo quando dicevo di non avere amici. Sai, se proprio devo essere sincera …»

Dania tacque quando arrivarono in pizzeria

{ prendono posto ed ordinano, poi lei continua: }

«Ecco, se devo essere sincera, a volte ho l'impressione di essere un … un'extraterrestre. Voglio dire, io … ho interessi abbastanza … estranei a quelli dell'altra gente. Ho avuto un certo tipo di … di educazione, per cui ritengo interessanti certe cose e … futili altre, e ciò in disaccordo con il gusto per esempio delle mie compagne di classe.»

«Ti capisco perfettamente, ma, voglio dire, ci sono altre persone al di là delle tue compagne di classe, no? Tu hai ricevuto un certo tipo di educazione, e son convinto che questa sia la migliore; ma i tuoi genitori, che ti hanno comunicato questi … valori, questi … gusti, avranno pur un loro giro di amici, no? E questi amici, avranno pure, qualcuno, dei figli, no? E tra questi ragazzi, ci sarà pure qualcuno con cui sentirsi … non dico affiatati, ma almeno con cui condividere qualcosa, no?»

Dania annuì.

«Quasi tutto giusto. Tranne che ben pochi hanno figli, e di questi, per quel che ne so io, nessuno è abbastanza … interessante.»

«Per quel che ne sai tu?»

«Sì, voglio dire …» Dania si grattò la testa «Ecco, se devo essere sincera, non ho mai cercato veramente molto di … avvicinarmi a questi figli … io … non so, non è che mi manchi il coraggio, ma … ecco, mi … mi trovo bene da sola; in un certo senso non sento il bisogno di stare in compagnia. Per carità, la compagnia non mi dispiace, tutt'altro. Non la fuggo. Ed a volte la vado anche a cercare; ma solo in occasioni … particolari. A parte ovviamente i compleanni, ci sono volte in cui non riesco proprio a stare sola; mi sento mangiare dalla solitudine; ed è in questi casi che mi rendo conto quanto sono … aliena a … alla maggior parte della gente. E per quanto riguarda i figli, tieni presente che non tutti i genitori riescono a trasmettere ai propri figli i loro … gusti, e non tutti i figli sono … ricettivi. Anzi, ti dirò che io mi sento più a mio agio a parlare con i loro genitori, con gli amici dei miei genitori, che non con i loro figli. Ovviamente, ora che posso partecipare ai loro discorsi.»

Arrivarono le pizze. Si dissero “buon appetito”, e Dania cominciò subito a mangiare; G si limitò inizialmente a tagliare la propria pizza, dicendo:

«D'accordo su tutto. Ma lo stesso non riesco a credere che nessuno dei figli dei tuoi … degli amici di famiglia sia interessante. Forse, sto pensando …» rimase un po' pensieroso, portando un boccone alla bocca e masticando lentamente; i suoi occhi girovagarono intorno, poi continuò «Ecco, tu avrai pur giocato con questi famosi figli, voglio dire, quando eravate piccoli; ora, mettiamo che tu sia … loro coetanea. Magari, ti sei .… stufata di loro, tipo … diciamo quattro o cinque anni fa … magari tre … ecco. Questo sarebbe più che comprensibile, no? Voglio dire, sappiamo tutti benissimo che le ragazze maturano prima dei ragazzi; quindi potrebbe essere successo questo: tu crescevi, e vedevi che loro rimanevano bambini; allora hai smesso di interessarti a loro; e loro, che magari inizialmente continuavano a cercare la tua compagnia, si sono sentiti respinti; ed allora hanno smesso di cercarti; e tu non hai più cercato di riallacciare i contatti. Ebbene, ora potrebbe essere il momento di farlo, no? Oppure, semplicemente, potresti approfittare di questo distacco per cercare qualcun altro altrove …»

«Levami una curiosità.» lo interruppe lei «Anzi due; la prima è: ma tu, che mi fai tutti questi discorsi …»

«Capita la domanda. Ora dammi qualche attimo per formulare la risposta.»

Ci fu qualche secondo di silenzio, che lei passò ad osservare lui che sembrava cercare la risposta con gli occhi, in giro per la strada. Poi lui disse:

«Io odio la gente che mi fa discorsi del tipo che io sto facendo a te; per essere precisi, io penso di essere in grado di decidere cosa fare, quando e in che misura; e se sbaglio, è giusto che io paghi per lo sbaglio; questo vale, ovviamente, per le cose in cui gli sbagli non sono fatali. Ora, dicono giustamente quelli che si interessano a me: si vive con gli altri (intendendo interfacciandosi agli altri); e l'unico modo di imparare a vivere con gli altri è vivere con gli altri. E siccome mi conoscono per uno che sta molto da solo, pensano: rischia di finir male; e mi danno questi consigli. Il fatto, in realtà, è che io non dico a costoro (che poi sarebbero fondamentalmente i genitori) che c'è una mia vita sociale, che non è … che non prende magari troppo del mio tempo, ma c'è; e quella che è, è sufficiente; mi fa cioè capire come comportarmi. Ora, io penso di trovarmi in una posizione molto simile alla tua; sicuramente lo ero fino a qualche tempo fa. Ed in effetti lo sono ancora. Tu potresti dire: non è vero, tanto è che ti ho invitato fuori; giusto. Eppure ti posso garantire che è stata un specie di … folgorazione. Ti ho visto là e di colpo mi son detto: non ho nulla da perdere; la cosa più grave che mi può succedere, è che accetti.»

Dania sbarrò gli occhi, poi scoppiò a ridere.

«Giusto! » confermò quando poté «Se avessi detto no, non ti sarebbe cambiato nulla.»

«Ecco, vedi? Bene, qual'è la seconda domanda?»

«Hai amici?»

«No.»

«Hm. Questa risposta non me l'aspettavo.»

«Permettimi di … correggerla. O forse di completarla. Diciamo che non conosco nessuno che tu potresti definire un amico. Ma c'è un figlio, di cui sopra, con cui ho un interesse … solido in comune (il computer), e c'è un collega con cui ho un piccolo scambio culturale musicale (c'è un genere che piace ad entrambi); c'è un altro figlio che ha una grande passione per la montagna, e che coltiva questa passione; a me piacerebbe coltivarla, ma non lo faccio, e tuttavia siamo amici non nel senso che intendi tu, ecco.»


«Vuoi andare da qualche altra parte, o preferisci che ti riaccompagni a casa?»

«Hm … riaccompagnami a casa; come prima serata direi che basta.»

{ serata in montagna: }

M partì per il militare; a salutarlo, oltre alla famiglia, c'era G, che ne approfittò per prenderlo in giro, perché la partenza era causata da una distrazione di M (aveva pensato troppo tardi a fare il rinvio).

Quando il treno fu partito, al momento di salutare la famiglia di M, G posò gli occhi su Dania, e ce li tenne abbastanza perché lei, annuendo (e sorridendo) dicesse:

«Scommetto che so cosa stai per dire.»

«Bene, mettiamo che tu abbia indovinato la scommessa. La risposta è …?»

«D'accordo, ma vienimi a prendere non prima delle otto e mezzo.»

Alle otto e mezzo spaccate G era sotto casa di Dania; attese qualche minuto, poi citofonò; gli rispose la ragazza, che gli chiese di salire.

Quando lo ebbe fatto entrare, lei esordì dicendo:

«Mi sento un po' … canaglia a dirtelo, ma non ho molta voglia di … di andare giù in centro, in pizzeria … preferirei un po' di pace, e non è quella che si incontra nei locali, di sabato.»

«Certo. Capisco. Bene.» G non si era neanche seduto. Improvvisamente scosse la testa, illuminandosi in volto.

«Ho un'idea!» esclamò. «Ti fidi?»

Dania lo guardò in tralice.

«Aspetta; ti chiedo fiducia solo per … per non più di un quarto d'ora.»

«Cosa dobbiamo fare?»

«Vieni.» G si incamminò verso la porta.

«Aspetta. Dove vuoi andare? Mi … mi devo cambiare.»

«No, no, va benissimo così; dove ho intenzione di portarti non c'è assolutamente bisogno di essere eleganti. Anzi.»

«Dove hai intenzione di portarmi?»

«È questa la sorpresa.»

«Hm.» Dania rimase ancora titubante per qualche secondo, poi:

«Mamma, io sto uscendo!»

«Bene!»

«Allora?» chiese ancora Diana, quando furono in macchina.

«Aspetta, il quarto d'ora non è ancora passato.»

«Ma stai scendendo in centro.»

«Giusto. Dammi ancora un po' di fiducia.»

G fermò la macchina.

«Come vedi, non siamo poi scesi troppo. Aspetta un secondo.» le disse.

Quando rientrò, aveva un sacchetto in mano; stavolta, Dania chiese subito:

«Cos'è?»

«La nostra cena. Panini.»

«Hai scelto senza consultarmi.»

«Fa parte della fiducia che hai promesso di darmi per i prossimi cinque minuti.»

«Cosa pensi di fare in questi cinque minuti? Portarmi al lungomare?»

«Era una delle ipotesi che ho preso in considerazione. Poi ho avuto un'altra idea … forse però ci vorranno dieci minuti …»

«Ti prorogo per un'altro quarto d'ora dopo la fine di questo, cioè venti minuti a partire da ora.»

«Troppo gentile, e spero che basti.»

«Ma non correre.»

«Non ti preoccupare, e ricordati che mi hai promesso la tua fiducia.»

«Va bene, non dico più niente, finché non scade il tempo.»

{ serata in montagna: cielo stellato: }

«Quello è il Grande Carro, vedi? Timone: uno, due, tre; poi quelle quattro sono il corpo del carro. Prendi le due di coda … prolungale in quella direzione … quella è la Polare, ed è anche l'estremo del timone dell'Orsa Minore.»

«Qual è Cassiopea?»

«Quella specie di vu doppio, là sopra; invece, Boote è quella laggiù, dietro, o meglio davanti al Grande Carro. Quella stella lì è Arturo.»

«E la stella più vicina … come si chiama, Alpha Centaurii?»

G ridacchiò:

«No, quella è nell'emisfero australe. Non è visibile.»

«Oh!»

Rimasero ancora un po' a guardare il cielo,

{ serata in montagna: ritorno: }

Dania reclinò lo schienale, e si sdraiò, chiudendo gli occhi, mentre G avviava la macchina. Durante la discesa, più d'una volta si sentì sollevare dallo schienale, per una frenata più forte delle altre, e con un mugolio tornò a distendersi.

Era ormai quasi completamente assopita quando sentì la macchina accostare; ci fu qualche secondo di stasi in cui si chiese, nelle nebbie del sonno, se non fossero già arrivati, poi sentì qualcosa che la sovrastava. Ebbe un attimo di paura, poi decise che comunque non avrebbe potuto far nulla; sentì qualcuno che armeggiava con qualcosa, e subito dopo si sentì fasciare; uno scatto metallico la avvertì che G le aveva messo la cintura di sicurezza: sorrise nel torpore, e si addormentò completamente.

{ compleanno; regalo: poster degli insiemi di Mandelbrot e Julia (uno per faccia) }

Non so bene se il compleanno viene prima o dopo l'estate a casa di M. Forse è meglio far venire prima il compleanno di 17 anni e, dopo l'estate a casa di M, il compleanno dei 18 anni; allora, la richiesta di matrimonio dovrebbe essere posta in una {\sc seconda} estate a casa di M. Oppure ancora, i due compleanni si susseguono, e dopo il secondo anno c'è l'estate; questo potrebbe dare un motivo in più per una maggiore dimestichezza nei rapporti tra Dania e G.

{ estate a casa di M: }

Il vialetto terminava in una largo spiazzo antistante la casa. G fermò la macchina accanto a quella del padre di M, e scese.

M gli venne incontro, seguito da Dania e dalla madre.

«Vedi che sono riuscito a trovarla, la casa?»

«Non ho mai dubitato di ciò, io.»

«Noo!» fece G. Aprì il portabagagli, ed afferrò i due borsoni che vi erano.

«Ho solo detto che avresti avuto difficoltà.» rispose M, facendogli strada «ne hai avute?»

«No.»

«Come non detto. Su, dammi una valigia.»

«Wow.» fece G quando vide la stanza.

«Va bene?»

«Hm.» commentò G con una smorfia di finto disprezzo «Mi aspettavo qualcosa di più, non so, un letto a due piazze e mezzo, frigobar, televisore sessanta pollici … cose più … di lusso. Va bene, vuol dire che mi accontenterò di due piazze.

Forse è meglio non far portare a G lo stereo, ma solo una radio; altrimenti, Dania non avrebbe poi la scusa per chiedergli di ascoltare i CD in salotto; d'altra parte non è neanche necessario che i CD li ascoltino in salotto …

Oh, ho scordato la radio in macchina. Andiamo a prenderla.» «Non sapevo che la Panda avesse l'autoradio.» «Infatti non ce l'ha. Mi sono solo portato uno stereo io da casa.» G lo raccolse dal sedile posteriore, insieme ad una scatola piena di CD. «Ah, già, dimenticavo che eri fonodipendente.»

Quando G ebbe finito di sistemarsi, M gli fece visitare la casa.

Descrizione della casa.

Scrivo il racconto come se la casa fosse a due piani.

Eventualmente, se cambio idea (un piano solo, ma casa molto vasta) devo ricordarmi di aggiustare tutto.

In entrambi i casi il salotto (con pianoforte) deve essere lontano dalle camere da letto.


Salirono infine in terrazza. Da qui, M mostrò a G i confini della proprietà.

«Bel posticino.» commentò G «Proprio non mi sorprende che tu non rientri in alcuna categoria per le borse di studio. In fondo siete solo quattro in famiglia.»

«È questa la nostra grave colpa.»

{ ascolto: }

G sollevò il capo e vide Dania appoggiata allo stipite della porta.

«Oilà!»

«Hm.» Dania si staccò dallo stipite, ed entrò.

«Dimmi.»

Dania scosse la testa.

«Che fai?» la ragazza era pronta ad andarsene, al minimo accenno che la sua presenza fosse sgradevole.

«Hm. Nulla.»

Dania raggiunse il tavolo a cui G. era seduto, e guardò il foglio che il ragazzo aveva davanti.

«Sei bravo.»

«No, son capace solo di questo.»

I disegni erano prove di prospettiva, una finestra con relativa tenda, una palma, ed una sorta di gemma delineata da linee curve che sembravano accennare a gocce, ma poi deviavano per ricomporsi oltre.

«La gemma mi piace molto.»

«Non è difficile da fare.» si schermì G «Specie su carta quadrettata.»

«Sì, sì, fai il modesto.»

«D'accordo, sono bravissimo; la Cena di Leonardo è una copia di una mia opera.»

«Be', non esagerare.»

Ci fu qualche attimo di silenzio.

«Tu, invece, che fai?»

«Niente.»

«Ottimo! L'importante è essere sempre operosi.» sorrise G.

Dania lo guardò in tralice, sorridendo anche lei.

«Se vuoi,» propose G «possiamo ascoltare un po' di musica.»

G si alzò, prendendo sei CD.

«Non so. Sarebbe la prima volta che ascolto musica non classica. Ba', proviamo; al massimo, smettiamo. Andiamo in salotto.»

«Benón.»

Il salotto era immerso nella penombra e, cosa ancora più piacevole, era straordinariamente fresco.

«Ah, questa sì che è la temperatura giusta!»

G si diresse allo stereo.

«Oh, che bello; c'ha il caricatore multiplo.»

G caricò tutti e sei i CD, quindi raggiunse Dania sul divano, con in mano il telecomando. Si sedette all'altra estremità, ed attese che la ragazza gli desse il via.

«Cosa mi fai ascoltare?»

«Inti-illimani.»

«Mi ricorda qualcosa.»

«Probabilmente i tuoi li conoscono. Sono un gruppo cileno, che ebbe la fortuna di trovarsi in tournée in Italia, nel `68, quando Pinochet prese il potere. Per i testi … non so, sui CD non ci sono ed il libro l'ho lasciato a casa. Comunque, le canzoni sono o tradizionali cilene, o — tieni conto del periodo — di … protesta; sai, sono quelli di El pueblo unido jamás será vencido, ecco.»

«Hm.» fece Dania, poco convinta «Vai.»

G fece partire la musica.

{ la madre di Dania li becca verso la fine di Corazón Maldito; resta stupefatta a guardarli; Dania la vede, alza l'indice a dire di tacere; poi si volta verso G, scoprendo che ha lo sguardo perso nel vuoto e le lagrime agli occhi. Altro episodio in cui G piange: visione dell'Ultimo Imperatore (edizione integrale). }

{ notte: }

Il caldo era soffocante; persino i grilli tacevano; non riuscendo a dormire, G si alzò; la finestra era spalancata; la luce delle stelle inondava la stanza; e per fortuna era luna nuova.

G aprì anche la porta, nella speranza che almeno un filo d'aria circolasse; ma l'unica cosa che lo raggiunse fu un'idea di suono; rimase attentamente in ascolto; evidentemente non era l'unico a non poter dormire. Silenziosamente si avviò in direzione del salotto.

La moquette attutiva i suoi passi mentre scendeva le scale, e quindi mentre entrava in salotto.

Dania stava suonando un Notturno #(op.9 n.1)# di Chopin.

G si sentì preso dalla malinconia. La ragazza suonava ad occhi chiusi, accompagnando con dolci movimenti del corpo e del capo i passi del pezzo.

Conclusa l'esecuzione, Dania intrecciò le mani in grembo, rimanendo per qualche secondo in quella posizione.

Poi, con un sospiro, cominciò un nuovo pezzo #Notturno op.9 n.2#. G chiuse gli occhi, poggiandosi allo stipite della porta, ed abbandonandosi allo struggimento.

{ Rapsodia Ungherese di Liszt: }

«Porco cane!» poco femminilmente, Dania dette un colpo secco alla tastiera del pianoforte. «Non riuscirò mai a suonare questa parte.»

Si poggiò coi gomiti alla tastiera (altri suoni osceni vennero dal pianoforte) e rimase a contemplare lo spartito della Rapsodia Ungherese n.2 di Liszt, quindi lo chiuse e lo posò, prendendo lo spartito della Marcia alla Turca di Mozart.

«Eh, no!»

Dania sobbalzò all'esclamazione di G.

«Orpo! M'hai fatto prendere un colpo. Da quando sei qui?»

«Da quando hai sbagliato suonando Liszt. E non mi dire che Chopin l'hai imparato a suonare cambiando spartito ad ogni errore.»

Dania divenne più rossa di un pomodoro.

Rivedere, nel caso in cui le riveli già da prima che l'ha sentita suonare. Probabilmente in tal caso G dice solo “Allora?”

«Tu come fai a sapere che io suono Chopin?» «Ti ho sentito che lo suonavi. Allora?»

«D'accordo, mi ci sono impegnata, ed anche molto. Ma anche a questo pezzo mi ci sono impegnata. Sono almeno due mesi che ci studio … non ridere. Tu non sai che significa imparare un pezzo del genere.» Poi, dopo una breve pausa, in cui il sorriso non abbandonò le labbra di G «O lo sai?»

«Be', con il piano mi sono fermato molto prima di arrivare anche a Chopin, ma credo di avere un idea di cosa significhi. Con la chitarra, avevo deciso di imparare i Recuerdos de la Alhambra, di Tarrega. E ho rinunciato dopo aver visto lo spartito. Non ho mai raggiunto un livello tecnico sufficiente ad affrontare un tremolo

«Ah, ti sei arreso.»

«Certo, perché sapevo che comunque non ci sarei mai riuscito.»

«E cosa ti dice che io possa riuscire ad imparare la seconda parte della Rapsodia?»

«Il fatto che alla tua età sei già brava quanto Maurizio Pollini, giusto per citare un nome qualsiasi. O preferisci essere paragonata a Glenn Gould, o a Nikita Magaloff?»

«Ne hai scordati un paio di decine.» sorrise lei, arrossendo «E non sono brava come loro.»

«Su, ricomincia. Io vado su a darmi una rinfrescata, e se vuoi poi torno giù a tenerti compagnia.»

«No, grazie, mi dà fastidio pensare che c'è gente che mi sta ad ascoltare.»

«E allora, le lezioni?»

«È diverso.»

«Come no.» G raccolse lo zaino e tornò in camera sua. Mentre saliva le scale, sentì Dania che ricominciava con la Rapsodia.

{ l'angolo privato di Dania (che poi diventa di entrambi) }

{ sketch 1 all'angolo privato: }

«A cosa stai pensando?»

«Alla figlia della mia professoressa di scienze del liceo.»

«Devo cominciare ad essere gelosa?» ridacchiò lei.

«Eh, sì, proprio.» rispose lui ridacchiando.

«Perché pensavi a lei?»

«Mah, mi era venuta in mente che lei non mangiava mai merendine, chipsters e cose varie.»

«E come mai?»

«Come mai non le mangiava?»

«Hm.»

«Ma, perché era figlia della professoressa di scienze!»

«Continuo a non capire.»

«La professoressa di scienze era molto brava in chimica.»

Dopo qualche attimo, Dania esclamò:

«Ah! Certo!»

{ sketch 2 all'angolo privato: }

«Ma certo che sei un vero …»

«Un vero cosa?»

«Niente, niente …»

«Su, dimmi.»

«No.»

«Perché?»

«M'è venuta in mente la storia delle dita.»

«Dita?»

«Per ogni dito puntato verso qualcun altro, ce ne son tre che puntano a te.»

«Hm.»

«La storia della trave e della pagliuzza.»

«Ho capito; la storia delle bisacce.»

«Esatto.»

Lui la guardò con la testa piegata di lato.

«Sai, certe volte mi dai l'impressione di camminare come un granchio.»

Dopo qualche secondo di riflessione, lei rispose:

«Non l'ho capita

Lui scosse la testa.

«Non ha importanza.»

{ pane: }

dovrebbero andare a prendere il pane con la macchina di M; quindi M si è preso la patente, ed i suoi gli hanno comprato la macchina. Cercare una buona occasione per questo.

«C'è da prendere il pane.» disse la madre di Dania.

«Hm.» fece Dania, senza scomporsi.

«No, eh?» commentò la madre, sorridendo. Anche Dania sorrideva, cercando di trattenersi.

«Dillo a M.»

«M sta lavorando con papà.»

«Io cucino e tu vai a prendere il pane.»

«No!» intervenne il fratello minore di Dania «Io voglio mangiare, a pranzo!»

«Uffa! Va bene, ci vado. G?»

«Che c'è?»

«Non fare lo scemo.» ridevano entrambi.

«D'accordo. Tuo fratello sarà testimone che non farò lo scemo mentre tu vai a prendere il pane.»

Gli occhi di Dania si allargarono.

«Noo! Tu vieni con me.»

«E perché?»

«Dobbiamo andare in paese. E io non guido.»

«Ho capito.»

«Vengo pure io!» saltò su il fratello minore.

G si alzò. Uscendo dalla casa, passarono davanti al #il posto dove M e padre lavorano; come lo chiamo? laboratorio? è una specie di falegnameria#, e Dania urlò dentro, sopra il rumore della sega circolare:

«Noi andiamo a prendere il pane! M, questa me la paghi cara.»

La sega circolare si fermò.

«Che c'entro io?»

«Se tu non stessi lavorando con papà, ci dovresti andare tu. E invece dobbiamo fare scomodare il nostro ospite, che mi deve accompagnare lui.»

riscrivere; ma vanno con la macchina di M
M si affacciò, coperto di segatura, e li guardò. «Quindi?» «Per lo meno facci andare comodi.» «Volete che vi ci mandi?» ghignò M. «Hai capito benissimo cosa intendo.» «Usare la mia macchina?» «Ma manco per idea!» intervenne G «Io non ho mai portato una macchina di cilindrata superiore ai mille!» «Nemmeno a scuola guida?» ribatté Dania. «Vabbe', che c'entra, lì c'era l'istruttore, guidavamo in città … insomma …» «Niente, allora.» fece M rientrando nella rimessa. «Eh no! G la guida, la macchina, se ce la dai. Quindi ce la dai. E tu zitto.» l'ultimo ordine era rivolto a G per impedirgli di aprire bocca. «C, vero che è meglio la macchina di M? E poi con la Panda non ci sbrighiamo più.» C confermò. M riuscì, dicendo: «Comportamento molto infantile.» «Allora tu dimostra di essere più maturo, lasciandoci usare la tua macchina.»

«Non mi sento affatto a mio agio.» disse G appena fu salito al posto di guida.

«Non ha importanza.» fece Dania, abbassando lo schienale del sedile passeggero, alzato per far passare il fratello minore.

«Hm.» G girò la chiavetta; il motore partì. G tirò un sospiro.

«Dai, non esagerare. È come tutte le altre macchine.»

«Che ne sai tu?»

«Uffa.»

G inserì la retromarcia, e fece scivolare la macchina indietro con cautela, calibrando delicatamente l'acceleratore e la frizione, guardandosi attorno con la massima attenzione.

«Cambiare macchina vuol dire: diversa frizione, diversi freni, diversa accelerazione, diverse dimensioni. Non garantisco per il comfort dei passeggeri, e neanche per la velocità del trasporto.»

«Sta' zitto e muoviti.» sorrise Dania.

G inserì la prima, e la macchina cominciò a rullare sul sentiero di uscita.

«Destra o sinistra?» fece appena furono al cancello.

«Destra.»

«Orco.»

«Che c'è?»

«Ora la graffio.»

Invece non la graffiò, ma uscì quasi sull'altra corsia.

«Ah, avevo dimenticato il diverso raggio di sterzata e la diversa risposta al volante.»

Nonostante tutte le lamentele, G si adattò abbastanza rapidamente alla nuova macchina, ed in poco più di dieci minuti furono in paese.

«Ci hai messo quasi il doppio del tempo necessario. Non te la prendi troppo comoda? Con la Panda avresti impiegato meno.»

«Dania, uso più cautela del solito. La macchina non solo è nuova (per me), ma anche non mia.»

«Va be', la prossima volta andiamo con la Panda. A destra.»

G svoltò. Qualche metro dopo l'incrocio arrivarono davanti all'edificio che ospitava il panificio. Un vecchio portone rosso a tre grosse ante dava sulla strada. Un cartello sull'anta centrale avvertiva di ciò che si trovava al di là del portone, ed una porticciola aperta nell'anta di sinistra permetteva il passaggio delle persone.

«Posto non ce n'è.»

«Vai avanti …» Dania guidò G finché non trovarono un posto per parcheggiare, quindi tornarono a piedi fino al portone.

Davanti al portone del panificio, G tirò un profondo respiro, riempiendosi i polmoni di quell'aria odorante di ottimo pane fresco.

«Buono.»

Entrarono in un cortile interno: una scala immediatamente alla loro destra portava ad un piano sopraelevato, che ombreggiava le loro teste e costituiva la facciata dell'edifico. Poco più avanti, un'altra scala sulla sinistra conduceva chissà dove; davanti a loro, si affacciavano sul cortile due edifici ad un solo piano. Entrarono in quello di destra.

«Buon giorno.» salutò Dania un anziano signore al bancone.

«‘Giorno.» rispose questi.

«È pronto il pane per noi?»

«Quasi. Mancano un paio di chili.» il signore fece strada attraverso una porta che conduceva all'edificio adiacente. Questo era costituito da un unico stanzone molto grande: nella parete dirimpetto alla porta che conduceva al cortile si apriva la bocca di un forno a pietra, e le altre due pareti erano tappezzate da scaffali sulle cui mensole erano poggiati chili di pane e sacchi di farina; altri sacchi, aperti, giacevano qui e là sul pavimento. Una signora badava alle forme di pane nel forno.

G si sentì un groppo in gola.

«Buon giorno!» salutò nuovamente Dania.

La signora si rivolse a loro, e chiaccherò con Dania, mentre G si guardava attorno e C ficcava il naso in tutti i sacchi.

«Tua madre ha ordinato cinque chili in più, stavolta. Come mai?»

Dania sorrise e tirò verso di sé G, che stava imbambolato in mezzo alla stanza.

«Abbiamo ospiti. Un collega di mio fratello. Si chiama G.»

La signora annuì, e strinse la mano di G, rispondendo al suo «Piacere.»

G commentò poi:

«Al mio paese c'era pure una signora che faceva il pane così. Peccato che non lo faccia più, ne sentiamo parecchio la mancanza. Poi, sa com'è, dopo che uno si abitua a mangiare pane buono, anche quello decente non gli sembra abbastanza.

Se i cinque chili in più sono per me, non credo proprio che basteranno» sorrise, ma Dania sentì che la voce di G tremava leggermente. «Io il pane buono lo faccio sparire in quattro e quattr'otto. Specie tenendo conto che è parecchio che non ne mangio.»

«E se finiscono ti mandiamo a prendere gli altri.» commentò Dania.

«Pizzette ce n'è?» intervenne in quel momento C.

«Sì, appena sfornate di là.»

«Quanto manca perché il pane sia pronto?» chiese Dania.

«Una decina di minuti.»

«Allora ne approfitterei per andare a prendere la frutta.»

«Va bene. Volete le pizzette, intanto?»

«Sì.» confermò C.

Tornarono nella stanza col bancone. Il vecchio signore prese da una teca contro la parete delle porta d'ingresso tre pizzette.

«Paghiamo ora?» chiede Dania.

Il vecchio scosse la testa.


Appena furono in strada, Dania fece cenno con la testa alla loro sinistra, non potendo parlare mentre si godeva la pizzetta. Arrivarono velocemente dal fruttivendolo (nessuno di loro aveva voglia di restare a lungo sotto il sole), ed altrettanto velocemente finirono le pizzette.

Dania scelse con cura la frutta, e G dovette portare i sacchetti della spesa fino alla macchina. Ripassando davanti al portone del panificio, lasciarono C ad occupare un posto che si era liberato, e G dovette farsi guidare nuovamente da Dania attraverso alcune viuzze per riportare la macchina davanti al panificio.

«Ora di far lavorare i muscoli.» disse Dania scendendo.

«Cosa intendi?»

«Sai quanti chili ha ordinato mia madre?»

«Cinque più del solito.»

«Il che fa venti chili.»

«Azz.»

Rientrarono al panificio, pagarono, e caricarono la macchina. Dodici chili li infilarono nel portabagagli. Il resto dovettero metterlo sul sedile posteriore.

«Spero che a tuo fratello non secchi che gli smollichiamo e infariniamo tutta la macchina.»

«Me ne frega assai. Se è, ci passa l'aspirapolvere.»

G si grattò dietro l'orecchio.

«Non credo che lui sarebbe molto d'accordo. Declino ogni responsabilità.»

«Sta' zitto e sali.»

Montarono in macchina, dove C aveva già cominciato a consumare una delle forme di pane.

«Di questo passo non so quanto ne arriverà a casa.» commentò G avviando il motore.

Per tutta risposta, Dania strappò una grossa parte della forma intaccata da C e si aggiustò sul sedile, tenendo in grembo il pezzo di pane, avvolto con parte della carta assorbente in cui la forma era avvolta.

Durante il tragitto, Dania mangiò con gusto il pane.

«Ne vuoi anche tu?» chiese a G.

«Perché no?»

«To'.»

G scosse il capo.

«Troppo grosso. Preferirei non tenermi le mani occupate.»

«Ti devo imboccare?» ghignò Dania.

«Basterebbe che spezzassi pezzi più piccoli.» sorrise G.

Il pane aveva un sapore ricco #descrizione del pane#.

{ lago con bagno e lancio di sassi (forse va dopo la cugina? O prima E dopo?) }

{ cugina: }

«Hai saputo? Giovedì prossimo arriva mia cugina!» Dania era piuttosto esaltata.

«E a me cosa me ne viene?» fece G; per Dania fu come una doccia fredda, ma poi G sorrise, e Dania colse lo scherzo.

«Tu, piuttosto; perché così felice.»

«Sono … innamorata di mia cugina.»

«Come no.»

«D'accordo, in senso metaforico. Ma son molto contenta che venga; è una mia grande amica … come ben sai, ciò è raro …»

{ cugina: arrivo: }

G si svegliò sul tardi, quel giorno; arrivò in cucina senza incontrare nessuno, e vide il tavolo completamente sparecchiato; annuì quando vide l'ora — erano quasi le undici — e decise di rinunciare alla colazione; sbocconcellando un biscotto, girò per la casa vuota; dov'erano finiti tutti? Provò a chiamare, ma non ci fu risposta; decise allora di salire in terrazza; per le scale chiamò ancora, inutilmente, ed uscito infine dal casotto trovò l'unica persona che fosse lì oltre a lui — Dania — in costume a due pezzi, spaparanzata su una stuoia a prendere il sole, con un walkman alle orecchie.

«Hello!» gridò, abbastanza forte da farsi sentire attraverso i Carmina Burana.

Dania non si scompose eccessivamente: riverse il capo a guardarlo, e lo salutò con un gesto della mano.

«Dove sono tutti?» continuò G, mantenendo alto il volume.

Capito che lui stava facendo conversazione, Dania staccò il walkman e si tolse gli auricolari.

«Sono a prendere mia cugina; ricordi? Arriva oggi. Tu piuttosto … hai visto che ore sono?»

«Sì, e tu invece non lo sai.»

«Dovrebbero essere le undici: ho iniziato i Carmina alle dieci e mezzo, e sono circa a metà.»

«Come non detto.»

Ci fu qualche attimo di silenzio. Lei si rimise gli auricolari — lasciando però spento il walkman — prese il tubetto di crema, e glielo porse, stendendosi sul ventre e slacciandosi il reggiseno. Lui le spalmò le spalle e la schiena, massaggiando a lungo; lei chiuse gli occhi, e sembrò addormentarsi.

Lui tornò giù, fece una doccia, e ritornò in terrazza, stavolta anche lui in costume e portandosi dietro il proprio paio di auricolari, con un duplicatore per la presa. Dania non si era mossa. G stese una stuoia accanto a quella di lei, vi si sdraiò sopra, attaccò il proprio paio di auricolari al walkman — in realtà un lettore CD portatile — e fece ripartire i Carmina Burana.

Fu per puro caso che sentirono il clacson della macchina — giunto opportunamente durante #brano a basso volume#.

{ cugina: quando lei vede la Panda dice: }

«Ehi, ma che ci hai fatto, la seconda guerra mondiale?»

G guardò la propria macchina, poi rispose:

«Come, non ti ricordi? Ti ci ho salvato la vita durante un'incursione!» #risate#

{ campeggio a mare con tenda e lotta tra Dania ed M }

{ campeggio a mare con tenda e lotta tra Dania ed M: lotta: }

A scuoterlo dal dormiveglia fu M, che uscì dalla tenda senza troppe cautele. G si districò allora dal sacco a pelo e si affacciò all'ingresso della tenda. Dania era già sveglia, ed in piedi sulla battigia guardava lontano, sul mare.

M entrò nella visuale di G, dirigendosi verso la sorella. La ragazza non si accorse di lui, finché M non le fece il gioco delle ginocchia. E come era successo a G al lago, M fu proiettato sopra la spalla della sorella.

«Imbecille.»

«Uè, siamo suscettibili di prima mattina, uh?»

«Sei tu che fai 'sti scherzi cretini.» rispose Dania, mollando ad M un calcio, che il ragazzo parò tranquillamente

«Vuoi fare a botte?»

«Ho paura di farti male.»

«Ma non mi fare ridere …»

I due si misero in guardia, ed un attimo dopo Dania era addosso al fratello; il ragazzo si limitò inizialmente a schivare e deviare i colpi, indiettragiando lentamente. Quando si accorse di essere arrivato praticamente alla scogliera, M passò al contrattacco, riuscendo a riguadagnare terreno. G poté così apprezzare la bravura di Dania, che schivava i colpi di M, e nello stesso momento colpiva, approffitando della temporanea apertura nella difesa di M, per poi indietreggiare.

«Sei lento e fiacco!» commentò la ragazza in un momento di pausa «Ora ti stendo.»

Dania cominciò a fare sul serio; G rimase a guardare affascinato le acrobazie della ragazza. Dania saltava per schivare un calcio, e nello stesso tempo la sua gamba spazzava a pochi millimetri dal viso di M.

{ descrizione del combattimento }

«Lei è più brava, ma lui ha più fiato.» G ebbe un sobbalzo al commento della cugina di Dania, che gli si era silenziosamente affiancata « Se non lo stende subito, si stanca, e lui la mette sotto.»

Dania colpì M alla fronte, con un colpo della coda del drago, ed M rimase un attimo confuso; un pungo al torace lo fece barcollare, ed una spazzata lo fece cadere. Dania gli poggiò un piede sul torace, sollevando le braccia, con le mani strette, ed esclamò:

«Dania wins!»

«Tu hai giocato troppo a Mortal Kombat.» commentò G avvicinandosi, scuotendo il capo.

«Non è vero, ed infatti al computer M mi batte sempre.»

«Non ti montare la testa, comunque,» fece M rialzandosi «ora hai vinto solo perché mi sono distratto.»

{ Tai Ch'i: G vede Dania che lo fa, passando davanti alla sua porta semichiusa. La stessa porta semichiusa gli permetterà di vederla nuda mentre dorme, un braccio adagiato sul cuscino a circondarne il capo, un braccio steso sul corpo con la mano a nascondere il pube. }

{ succedono un po' di cose per cui pare che Dania e G siano fidanzati; magari ci scherzano pure su; G con un tono semiserio, Dania quasi per scaramanzia, essendo entrambi fortemente innamorati l'uno dell'altro }

{ dichiarazione: }

G si alzò.

Gli altri lo guardarono un po' strano.

«Signor <*>, dovrei chiederle una cosa.»

«D'accordo,» fece il padre di Dania «ma mi fai venire il torcicollo, messo così in piedi. È così importante?»

«È la mano di sua figlia.»

Il signor <*> lo guardò stravolto, mentre la tavola, dopo qualche secondo in cui riuscì a trattenersi, scoppiava a ridere.

Poi anche il signor <*> rise; G attese con calma, guardando il proprio piatto, che la famiglia smettesse di ridere; e poiché restava serio, anche gli altri lo divennero.

«Be',» fece il padre di Dania quando ebbe fermato le risate «visto che pare proprio che la cosa sia seria, ragazzo, dimmi una cosa. Ne hai parlato con mia figlia? Voglio dire, se lei è d'accordo, per me non c'è problema; se lei non è d'accordo, io non posso certo fare qualcosa, ti pare? Allora, Dania, tu che … dov'è Dania?»

«È scappata subito via.» intervenne il fratello minore.

«G, ne avevi parlato con lei?»

«No.» la voce di G era molto roca.

«Be', sarebbe anche ora che lo facessi, ti pare?»

G si schiarì la gola.

«Sì, penso di sì.»

Si allontanò dalla tavola, camminando guardandosi fisso le punte dei piedi, rosso in volto. Raggiunse il corridoio, quindi le scale, che salì un gradino per volta, muovendosi come con grande fatica.

La porta del bagno in cima alle scale era chiusa a chiave; G bussò. Non ci fu risposta.

G bussò di nuovo, schiarendosi la gola un'altra volta.

«Chi è?» fece la voce di Dania, burbera.

«Io.»

Ci fu qualche secondo, poi G la sentì avvicinarsi alla porta.

«Che vuoi?»

G non rispose subito.

«… parlarti.» poi, dopo qualche secondo «voglio dire, chiederti scusa.»

Ancora una pausa. Poi la chiave girò nella serratura, e Dania aprì uno spiraglio, restando nell'ombra.

«Posso?» chiese a bassa voce G, indicando il buio in cui Dania si nascondeva.

«Vieni.» Dania aprì un'altro po' la porta.

Quando G entrò, Dania chiuse la porta, girando nuovamente la chiave nella toppa.

G si sentì completamente perso, nel buio del bagno. Le tapparelle erano completamente abbassate, le luci spente, e solo una sottile striscia luminosa filtrava da sotto la porta.

«Siedi.» gli fece Dania.

«Dove?»

«Qui.» Dania si era accomodata sul bordo della vasca. A tentoni, G la raggiunse.

Ci fu silenzio, poi Dania disse bruscamente — quella stessa bruschezza delle primissime volte …:

«Allora?»

{ G spiega che non sa perché non ne ha prima parlato con lei, o meglio che in effetti lo sa, e che aveva paura di rovinare tutto — anche se forse così è peggio —; che tutto quel loro giocare ai fidanzatini lo ha — diciamo — confuso, che quasi pensava che ci fosse stato un loro accordo silenzioso; che gli dispiace non aver cercato di chiarire tutto (che non lo aveva fatto per una precedente esperienza negativa?) […] }