La cosa forse più triste del posto era l'indifferenza della gente. D'accordo, gente indifferente e gente sensibile la si incontra dovunque; ma in qualche modo egli sentiva qui un'ostilità particolare. Come doveva sentire una tale ostilità la donna che sedeva all'angolo della panchina, sotto la tettoia della fermata dell'autobus, e piangeva.

Piangeva in modo discreto, senza singhiozzi, ed in maniera poco appariscente; bisognava guardarla attentamente per capire che fosse in lacrime, e la gente non è portata a guardare l'altra gente se non per qualche motivo particolare.

La donna tirò su col naso. L'uomo le sedette accanto, sentendosi dispiaciuto per lei, desideroso di fare qualcosa, timoroso di venir frainteso.

«Mi scusi …» le disse, porgendole un fazzoletto.

La donna tirò ancora su col naso, prese il fazzoletto e si soffiò il naso, discretamente.

«Grazie.» disse, la voce alterata dal pianto.

L'uomo fece spallucce, e fu sorpreso quando la sentì abbozzare una risata.

«Come ha fatto a capire che ero italiana?»

«Uh?» l'uomo si rese conto con stupore di aver parlato nella propria lingua madre; abbozzò un sorriso anche lui «Non ne avevo idea, veramente. Mi sarò distratto …»

«Fa piacere sentire parlare nella propria lingua natale.»

«Vero. Di dov'è Lei?»

La donna fece spallucce, ma rispose.

«Del Sud.» disse, quasi come se stesse confessando una colpa.

«Di dove, esattamente?»

«Perché Le interessa saperlo?» fece la donna, ora quasi sospettosa. L'uomo fece spallucce:

«Perché … mi sembrava di aver capito che Le faceva piacere fare conversazione. Anche se ammetto che una fermata dell'autobus non è il luogo più adatto … posso offrirLe una cioccolata calda?»

La donna fece spallucce.

«Perché no?»

«Preferisce andare in autobus, o le va di andare a piedi? Non è troppo lontano.»

«Camminare mi tirerà su di morale.»

Percorsero la strada in silenzio, ciascuno immerso nei propri pensieri, la donna non ancora serena, l'uomo sempre preoccupato di venir frainteso; e gli venne in mente Giorgio Gaber {inserire conclusione del sogno}.

La donna guardò il palazzo sotto cui si erano fermati, cercando un'insegna di un locale, qualcosa che indicasse che non erano sotto casa di lui.

«Pensavo …» cominciò, ma si interruppe subito. Fidarsi, non fidarsi?

L'uomo non disse nulla, perché sapeva cosa la donna pensasse, e non sapeva come dimostrarle che aveva torto, se non agendo; così la condusse su per le scale fino al proprio appartamento. La donna entrò cautamente nell'angusta anticamera, sempre sospettosa. L'uomo accese un po' di luci, si liberò del cappotto e si diresse in cucina. La donna rimase in anticamera, per qualche secondo, quindi si liberò dell'armamentario che aveva messo su per proteggersi dal freddo, e raggiunse l'uomo.

Il breve corridoio su cui si aprivano cinque porte (la prima delle quali quella della cucina) era vuoto —niente quadri, niente tapezzeria; solo le bianche pareti e la nuda lampadina fluorescente sul tetto.

La cucina non era molto più guarnita: un piccolo tavolo con quattro sedie, un ripiano accanto ai fornelli, un altro tra il lavabo ed il frigorifero; qualche armadietto sotto i ripiani e sotto il lavabo, un forno sotto i fornelli; lo scolapiatti appeso sul lavabo, un armadietto appeso accanto.

Come il corridoio, anche la cucina sapeva un po' di triste%volutamente non ``tristezza'' , un po' di solitudine, un po' di melanconia.

La donna notò come la propria tenuta grigio marrone fosse in tinta con il grigiore della cucina, e come invece la camicia dell'uomo fosse troppo colorata per l'ambiente, eppure azzurra in tinta con la fiamma del gas.

L'uomo tolse la cioccolata dal fuoco, e poggiò il pentolino su un posapentole ottagonale, affiancandovi due tazze bianche su due piattini bianchi e contenenti due cucchiani grigio metallico, una boccia di panna ed un sacchetto di arachidi non salate. Versò poi la cioccolata nelle tazze, completò il riempimento con la panna e le noccioline, ed infine aggiunse una spruzzatina di cacao in polvere. Si guardò intorno, cercò un vassoio negli armadietti, lo riempì con le tazze, la panna, le noccioline, il cacao e la cioccolata, e fece strada verso il salottino, ultima porta sullo stesso lato della cucina.

Il salottino era uno stacco in varie gradazioni di marrone dal grigiore del resto della casa —o almeno di quel tanto di casa che lei aveva visto. L'uomo pose il vassoio sul tavolino ad angolo fra due poltrone, e la invitò a sedersi; quindi si accomodò sull'altra poltrona, e quasi distrattamente accese l'impianto ad alta fedeltà, che diffuse a basso volume un pout-pourri di musica italiana.

La donna apprezzò immensamente la cioccolata, calda e densa, mediata dalla panna con noccioline; fu riconoscente all'uomo per il suo silenzio; e quando con un semplice gesto della mano l'uomo le offrì una seconda tazza, ella non seppe rifiutare.

Si guardò attorno, scorrendo rapidamente la libreria a muro, le cui mensole venivano due volte interrotte, dall'impianto stereo a dalla televisione; libri raggruppati per settori (narrativa, saggistica, manuali tecnici) erano seguiti da CD, cassette, videocassette e DVD.

La parete di fondo, opposta a quella contro cui era poggiata la poltrona su cui lei sedeva, era occupata da un finestrone, sotto il quale era situata una semplice scrivania, occupata da apparecchiature elettroniche tra le quali lei seppe riconoscere solo il telefono —ma non era difficile immaginare che gli altri fossero un computer portatile, ora chiuso, con annessi e connessi. La scrivania era voltata verso di loro, dando le spalle alla finestra, la cui serranda era ora abbassata.

C'era qualcosa di sereno in quell'ambiente raccolto, in quella musica sottotono, in quella parziale oscurità, appena attutita dalla piantana che puntava dritto al soffitto. E così, finita la seconda tazza, la donna si sentì rilassata; cullata dal sottofondo musicale, fece scivolare i piedi fuori dalle scarpe, raccolse le gambe sulla poltrona e, dimentica del proprio ospite, chiuse gli occhi, poggiando il capo riverso allo schienale.


Si svegliò a notte fonda, sentendosi prendere dal panico, chiedendosi dove fosse. Era sdraiata sul morbido, sotto pesanti —troppo pesanti— coperte, con ancora i vestiti addosso. Provò a muoversi, sentendo i limiti del letto ad una piazza e mezzo su cui era distesa; estese le mani fuori dalle coperte, trovando così la parete dietro il proprio capo, il comodino alla propria sinistra, un mobile non identificato alla propria destra. Sul comodino, i cristalli liquidi di una radiosveglia segnavano le 02:37.

Con uno sbadiglio la donna fece scivolare le gambe fuori dal letto; drizzatasi a sedere, cercò a tentoni un interruttore, su e attorno al comodino; non trovandolo, si alzò, raggiungendo una parete e seguendola fino alla porta.

Il corridoio era illuminato da tre lucine a muro, attaccate a prese di corrente a muro ad una trentina di centimetri da terra.

C'era qualcosa di squallido in quel corridoio, con quella illuminazione; il padrone di casa non doveva essere una persona allegra. Però faceva un'ottima cioccolata. E l'aveva messa a letto.

La donna raggiunse il salotto; il padrone di casa era sdraiato sul divanetto, in una strana e probabilmente scomoda posizione, con un braccio piegato sugli occhi a proteggerli dalla luce accesa, l'altro steso in fuori, reggente gli occhiali per una stecca.

La donna tornò il corridoio; trovò immediatamente il bagno, piccolo locale blu con linde ceramiche bianche. Non sembrava nemmeno usato, tanto ordine vi regnava.

Un piccolo post-it giallo attaccato all'angolo dello specchieto sul lavabo la informava che l'acqua del rubinetto era potabile, suscitando un sorriso sulle sue labbra. Usufruì del gabinetto, bevve l'acqua del rubinetto, e si sentì meglio. Ora aveva solo fame.

In cucina trovò altri post-it con altre indicazioni, su come riscaldare le bruschette nel forno a microonde, su dove trovare l'insalata, su quale frutta fosse lavata e quale no.

Soddisfatta la fame cercando di non abusare dell'ospitalità del padrone di casa, la donna tornò in salotto; poggiata allo stipite della porta, guardò a lungo l'uomo, che si era ora girato su un fianco, chiedendosi chi fosse, cosa facesse, cosa aveva fatto e cosa intendesse fare, cosa sentisse, come si vedesse … tutte le domande che la assalivano ogni volta che conosceva qualcuno.

La musica continuava a suonare, suggerendo che l'uomo si fosse disteso un attimo per fare un pisolino, crollando poi nel sonno profondo. La donna sfilò gli occhiali dalla mano penzoloni, li richiuse e li poggiò sulla scivania, accanto al portatile, il cui schermo era ora sollevato e che emetteva ora un attutito ronzio, indicando che era accesso e suffragando l'ipotesi del non voluto sonno del padrone di casa.

Il salotto era stato rimesso in ordine, e tutto ciò che restava del loro spuntino a base di cioccolata era la tazza dell'uomo, vuota, accanto al portatile.

La donna tornò in camera da letto; trovò l'interruttore della luce centrale, illuminando un'altra tristezza bianca e marrone chiaro. Il mobile non identificato alla sinistra del letto (la destra per lei quando vi era sdraiata di schiena) era una semplice cassettiera. Un armadio ed un attaccapanni completavano l'arredamento della stanza.

La luce asettica veniva da una plafoniera bianca; provando due interrutrori sopra la testiera del letto, la donna spense la luce centrale per accendere una lampadina a luce gialla, infissa al muro, poco sopra la testa del letto. La stanza non ne guadagnava in allegria, ma ne perdeva in tristezza.

La donna provò a ridistendersi, ma le otto piene ore di sonno le avevano tolto ogni stanchezza, e l'eccessivo numero di coperte non l'aiutava certo; alzandosi, ne svelse una, e con essa coprì il dormiente sul divano del salotto. Esplorò poi i libri di narrativa negli scaffali, in cerca di qualcosa da leggere per passare tempo. Uscendo dal salotto, spense lo stereo e la piantana, e socchiuse la porta dietro di sé.


Si svegliò nuovamente di soprassalto, nella luce calda della lampadina a muro, la testa poggiata sul libro aperto, infilata sotto le coperte, con indosso solo la biancheria intima. La sveglia indicava ora le otto del mattino.

Si affacciò cautamente nel corridoio, ma tutto era rimasto tale e quale come prima; la porta del salotto era ancora accostata e la stanza buia come lei l'aveva lasciata.

Il bagno era ora illuminato dalla plumbea luce filtrata dal vetro smerigliato della finestra.

La donna si sorprese a ritrovarsi sotto la doccia, e si sorprese ancora di più nell'osservare che aveva dimenticato di chiudere a chiave la porta. Mentre faceva scattare la serratura, provò ad immaginare la sorpresa di lui nell'aprire la porta del bagno ancora insonnolito e trovarsi davanti lei, nuda e sgocciolante sullo stopposo tappetino. Ma forse lui non avrebbe visto niente, vuoi per il sonno vuoi perché senza occhiali —o almeno lei così se lo rappresentò, con uno «Scusi» insonnolito prima di sparire chiudendosi dietro la porta —o forse senza nemmeno una parola.

Ma ciò che più la sbigottì fu, nel cercare nei ripiani dell'armadietto appeso sopra il lavabo, il set da trucco accanto allo spazzolino, entrambi ancora chiusi, l'uno nel cellophane, l'altro nel suo astuccio sigillato; come appena comprati.

Si chiese cosa potessero significare. L'appartamento era un appartamento da scapoli, da uno scapolo era abitato, e degli appartamenti da scapoli aveva la tristezza. Che le cose fossero appartenute ad una precedente inquilina? Che il padrone di casa le avesse comprate per lei, la sera prima? Che li tenesse lì “per ogni evenienza”? Che fosse un feticista?

C'era qualcosa, nel silenzio che l'uomo aveva mantenuto mentre consumavano la cioccolata, nei post-it che aveva lasciato in giro per casa, nell'abbandono con cui dormiva sul divano, che lentamente scioglievano le redini del di lei autocontrollo, abbandonandola alla fiducia. Senza che lui avesse mai detto «faccia come a casa sua», questo era ciò a cui lei era portata.

Rimessasi in sesto, sentì come sarebbe stato carogna andarsene così, senza un saluto, senza un ringraziamento; eppure adesso qualcosa le metteva paura nell'incontro con il padrone di casa. Si affacciò cautamente nel salotto, appena illuminato dalla luce filtrante dalla porta semiaperta e da alcune connessure della serranda.

L'uomo dormiva ancora, stavolta completamente voltato contro la spalliera del divano, in posizione semifetale, coprendosi il capo come per difendersi da immaginari colpi; la coperta era scivolata a terra.

La donna coprì nuovamente il dormiente, e tornò in camera propria, per rimettere tutto a posto. Rincalzò il letto, si assicurò di aver lasciato il bagno in perfetto ordine, e tornò in salotto per rimettere a posto il libro.

L'uomo era ora sveglio —lo era in effetti già da quando lei lo aveva avvolto nuovamente nella coperta, ma era uno di quelli il cui risveglio è lento, e che attraversano lunghi periodi di dormiveglia fra il sonno vero e proprio ed il momento in cui possono affermare di essere davvero sveglio. [descrizione di costoro]

L'uomo era disteso supino, ancora avvolto nella coperta, ed ammicava e si stropicciava gli occhi. Lei si accorse del cambiamento solo dopo aver rimesso a posto il libro, mentre l'uomo si sollevava a sedere.

Per gli esseri umani dal risveglio lento, il periodo che intercorre tra la presa di coscienza dopo il dromiveglia e l'effettivo risveglio è un momento spesso imbarazzante, giacché non solo non danno il meglio di sé, ma spesso ripetono una sequenza, non sempre fissa, di gesti più o meno intimi. Chi è abituato a risvegli immediati spesso non coglie il bisogno di intimità di queste persone, e così la donna rimase a guardare, tra l'affascinato ed il sorpreso, l'uomo che sbadigliava, quasi mangiandosi le mani, si grattava i corti capelli e si stropicciava gli occhi.

«Buongiorno,» riuscì a borbottare l'uomo tra uno sbadiglio e l'altro «Mi scusi {sbadiglio} ma ho il risveglio lento {sbadiglio}»

L'uomo rimase un attimo seduto, a capo chino, la fronte poggiata ai palmi delle mani, i gomiti puntellati contro le ginocchia; quindi si tirò su, come se la cosa gli costasse uno sforzo sovrumano.

«So di non essere un bello spettacolo, la mattina.» disse, stavolta senza sbadigliare e con voce più limpida «Ha già fatto colazione, Lei?»

La donna scosse il capo, ma l'uomo era già sparito dietro la porta, lasciandola lì. L'uomo rientrò quasi immediatamente.

«Ha visto i miei occhiali?» chiese, dubbioso.

«Sono qui.» fece la donna, raggiungendo la scrivania e prendendoli.

«Oh, già, grazie.» rispose l'uomo nel riceverli, come imbarazzato di aver dimenticato dove li aveva messi.

«Ce li ho messi io; temevo le cadessero di mano e si rompessero.» Forse non avrebbe dovuto dirlo, ma l'uomo non sembrò dar troppo peso alla cosa.

«Grazie. Faccia come a casa sua,» concluse «ascolti della musica, legga qualcosa …»

«Grazie.» rispose la donna, mentre un “già fatto” le affiorava alla mente.

C'era qualcosa che sembrava trattenere lì l'uomo; era uscito molto più rapidamente la prima volta. Era come se adesso non sapesse cosa fare, o non volesse lasciarla sola, considerandolo una sgarberia. Si sorrisero a vicenda, quindi l'uomo si decise a lasciare la stanza.

La donna sollevò la serranda, lasciando che la bigia luce del mattino si diffondesse per la stanza. L'aspetto caldo ed accogliente, quasi raccolto, della sera prima ne apparve sbiadito. Ella si immaginò l'uomo seduto alla scrivania, a lavorare al computer. Immaginò di essere la sua compagna, di scoprire alzandosi la mattina che lui era rimasto sveglio a lavorare tutta la notte; immaginò il suo sguardo stanco sollevarsi dal monitor, a salutarla, quasi con gratitudine, come se l'avesse liberato da una forma di prigionia.

Si immaginò come la sera prima avesse sollevato tra le braccia un loro figlio appisolatosi sulla poltrona, come lo mettesse a letto, come depositasse un bacio della buona notte sulla piccola fronte, mentre stendeva le coperte sul corpicino addormentato.

Pensò che forse ciò era proprio ciò che era successo la notte prima. Chissà se le aveva dato un bacio della buona notte? Sorrise, poi rise. Cosa le passava per la mente?

Tornò a guardare fuori dalla finestra. Ne aprì le imposte, ma le dovette chiudere ben presto a causa del freddo. Chissà com'era il tempo a casa sua, adesso. Magari pioveva, forse uno di quegli acquazzoni che trasformano il paesaggio in un acquarello scolorito. O forse una di quelle pioggerelline fini fini, quasi invisibili, di cui non ci si accorge se non mettendo piede fuori casa, o guardando i minuscoli puntini nelle pozzanghere.

O forse c'era il sole. Uno poteva sembre immaginarsi il sole, a casa sua. Anche dietro le nuvole, si sapeva che c'era, e stava lì a guardare —a volte lo si vedeva proprio, macchia più chiara nel grigio.

Seppe che l'uomo era tornato nella stanza, senza udirlo né vederlo. Aspettò che l'uomo parlasse, ma l'uomo non disse nulla, ed ella si girò.

Si era rimesso in sesto anche lui. Non era diventato bello, ma era certamente migliorato rispetto a quella mattina, appena svegliato. Che cavolo vado a pensare? pensò la donna. Accidenti, mi ha preso in un momento in cui avevo la guardia abbassata.

«Ha deciso cosa vuole per colazione?»

«Io … Lei fa davvero una cioccolata molto buona, ma … davvero, credo di aver abusato fin troppo della Sua ospitalità. Io … dovrei solo ringraziarLa, e andarmene …» si incamminò verso la porta d'ingresso, e l'uomo la seguì, quasi sconcertato, mentre ella continuava «ma non so proprio come farlo. RingraziarLa, intendo,»

Cominciò ad indossare il cappotto, il berretto di pelliccia, la sciarpa, e fu sorpresa dalle parole di lui:

«Perché se ne sente il dovere?»

«Co …» la donna si fermò, la sciarpa mezza avvolta intorno al collo, un lembo ancora in mano, pronto ad essere lanciato dietro la spalla «Cosa intende?»

«Ringraziarmi. Per cosa?»

«Come per cosa?» la donna sciolse la sciarpa, la aggiustò, riprovò ad indossarla «Per … be', per la cioccolata, per l'accoglienza … il letto, la doccia …»

«Lei cos'avrebbe fatto?»

La donna non riusciva a capire bene dove volesse arrivare l'uomo. Si trovò senza parole.

«Se si sente in dovere, perché non dice semplicemente “grazie”?» domandò l'uomo, come sorpreso.

«Be', dopo tutto quello che Lei ha fatto, un “grazie” è … riduttivo, ecco. Voglio dire …»

«Ha un'idea migliore?»

«No.»

«E allora …» l'uomo allargò le braccia, ad indicare che non c'era nulla da fare.

«Be', grazie, allora.»

«Non c'è nulla di cui mi debba ringraziare.»

Non ricominciamo, pensò ella; e disse:

«Buona giornata.»

«Buona giornata a Lei.» rispose l'uomo, tenendole aperta la porta.

Scendendo le scale, sentendo la porta scivolare sui cardini, la serrattura scattare nel momento in cui ella raggiungeva il pianerottolo, la donna provò ad immaginarsi l'uomo seguirla con lo sguardo, quasi a capo chino —per necessità fisica, giacché ella scendeva le scale, ma anche in un atteggiamento quasi di contrizione. Lo immaginò percorrere a capo chino il corridoio, entrare in cucina, preparare mesto la cioccolata.

Si fermò al portone di ingresso, sentendosi mancare il coraggio di aprirlo, oltrepassarlo. Guardava la gente camminare là fuori; facce alleggre e chiaccherine, arrossate dal freddo; facce serie e contrite, chinate a seguire attentamente i veloci passi; facce tragiche e disperate, a volte fisse a guardare il cielo; e poi facce anonime, facce indifferenti, la maggior parte, peggiori di quelle tragiche e di quelle serie, più fredde e crudeli.

La fronte poggiata a due sbarre del portone, il respiro regolare ad appanare il vetro, ed il mondo grigio e triste lì fuori; il salotto piccolo caldo accogliente. Il freddo del metallo contro le mani che stringevano le sbarre; il calore filtrato dalla ceramica della tazza con la cioccolata.

Rabbrividì, riaprendo gli occhi. Cosa l'aspettava a casa? Cercò di immaginare le sue compagne di appartamento. «[Finn]Ha chiamato uno per te». Non lo voglio sapere, sentì l'urlo crescergli dentro, non conosco nessuno, non voglio nessuno, e soprattutto non voglio lui. Esseri infami e traditori, egoisti e crudeli.


Tra il suono del campanello e l'apertura della porta passò un periodo che la sua impazienza trovò troppo lungo.

L'uomo non disse nulla, nemmeno «Salve» o «Buongiorno», aprendo la porta per farla passare. Non espresse stupore, né malignità. Forse solo un po' di imbarazzo, come ad essere stato colto in un momento inappropriato.

La condusse in cucina, e la ragazza vide due tazze piene. C'era qualcuno?

«La sto disturbando …» commentò ella, esitante. L'uomo scosse la testa. «È per me?» chiese la donna. L'uomo annuì.

La donna si sedette davanti ad una delle tazze, l'uomo la imitò.

«Si starà chiedendo …» cominciò ella; l'uomo sollevò lo sguardo; la donna si sentì impacciata, imbarazzata: cosa mai poteva saperne, lei, di ciò che pensava lui?

«Sì, mi sto chiedendo.» disse l'uomo, poiché lei non continuava «Forse non quello che Lei crede che mi stia chiedendo.»

«Perché sono qua, ad esempio?»

L'uomo scosse il capo. Poi disse:

«Un mondo grigio, freddo, meccanico, crudele, inumano. Chi non avrebbe paura?»

La donna assentì, chinando il capo. Poi aggiunse:

«Eppure non è così dappertutto.»

«Già, c'è anche un mondo caldo, assolato, luminoso. % la Sicilia E marcio dentro.»

La donna fu sorpresa da tanta acredine, sentendosi quasi disperata dal non poter rispondere, dal dover acconsentire con il proprio silenzio.

«La gente qui non è molto migliore.» rispose infine. L'uomo non ribatté, come aspettando che lei continuasse; ella si concentrò sulla propria tazza di cioccolata, e proseguì «Sono marci in maniera diversa, forse; ubriaconi, violenti, insensibili,» un'immagine le si formò davanti, e chiudere gli occhi non servì a scacciarla; si rivide allo specchio dopo lo sfogo di uno di questi ubriaconi, violenti, insensibili, sentendo ancora la disperazione mista alla sensazione di non potersene andare.


«[Finn]Dove vai?»

«[Finn]Me ne vado. Non ne posso più, non ne posso più. Non mi cercare. Non ti voglio più vedere.»

E l'aveva rivisto, invece, per caso, ubriaco con i suoi amici al bar. E risentì l'angoscia del venir riconosciuta nonostante i fumi dell'alcol.

«[Finn]Oh guarda chi si {hic} rivede … la principessa in persona. {hic} E così io non sono alla tua altezza, uh? Brutta gallina senza cervello {hic} chi ti credi di essere? Torna{hic} tornatene al tuo paese di merda!»


«Eppure non era cominciata così. C'era rispetto vicendevole, ed anche passione, all'inizio. Per non parlare del fascino dell'esotico.»

{}

L'uomo sospirò; la donna chinò il capo, scusandosi:

«Mi dispiace averla annoiata così»

«Non era un sospiro di noia. Ma … insomma, lo chiamerei di compassione, se non fosse che il termine è tanto usato da aver perso molto in profondità. Si dovrebbe inventare un nuovo termine, quacosa come “compatia” o “simpassione” o “empassione” … lasci perdere, sto semplicemente delirando …»

«Le piace giocare con le parole.»

«È un gusto che ogni tanto ritrovo … forse di più ora che non parlo più italiano abitualmente.»

{}

«Buon giorno.»

«Oh, buon giorno.» sorrise la donna «Come se la passa.»

«Abitualmente. Lei?»

La donna fece spallucce.

«I soliti alti e bassi.»

«Questo è quello che si dice di solito quando si è nel momento del basso.»

«Non le si può nascondere nulla, uh?»

«Oh, tanto, in realtà. Non posso vantarmi di essere particolarmente attento.»

«Prende qualcosa?»

«Un'acqua tonica, volentieri.»

Dopo averlo servito, la donna si allontanò per soddisfare le richieste di altri clienti. L'uomo cominciò a sorseggiare lentamente la propria bibita, come in attesa di qualcosa.

«Aspetta qualcuno?» chiese la donna, raggiungendolo in un momento di pausa.

«No, ma se ha un secondo di pausa Le chiederei se si sente di parlare dei suoi bassi.»

La donna ebbe uno sbuffo:

«Le interessano tanto le mie disgrazie?»

L'uomo sollevò il capo, indeciso sulla serietà o meno della donna.

«Mi scusi, non pensavo di risultarLe molesto.»

«No,» si affrettò a dire la donna, coprendosi il volto con una mano «mi scusi Lei, non intendevo essere sgarbata. Non so da dove mi sia uscito … davvero, mi scusi.»

Dopo qualche secondo di silenzio, l'uomo le avvicinò il bicchiere.

«Posso averne un altro?»

Mentre versava l'acqua tonica, la donna cominciò:

«Al momento, cerco casa. Quindi, se le capitasse di … insomma, se sapesse di affitti o cose del genere, be' …»

«Può venire a stare da me.»

«Sta scherzando?»

«No.»

«Ma, scusi, e come mi dovrei sistemare?»

«Ho una camera libera. Quindi, se ha urgenza di spostarsi, e il mio appartamento non è troppo fuori mano per lei, può venire da me in attesa di trovare una sistemazione più definitiva. »

«Io … be', se … sì, be', ci posso pensare … ma … non è che abbia una urgenza tale da … insomma, be', così per sapere, quanto …»

«Quanto che?»

«Be', quanto … cioè, di … insomma, l'affitto …»

«Oh, ma io non intendevo … cioè, appunto, era solo … non intendevo affittarLe …, insomma, io ci devo vivere in quell'appartamento, quindi … no, non intendevo …»

La donna lo guardò attentamente. C'era qualcosa di poco chiaro, e ciò a lei non piaceva; cosa mai poteva significare, una offerta del genere?

Si allontanò per tornare a servire gli altri clienti, quindi fu di nuovo presso l'uomo, che le chiese il conto e se ne andò.

{}

«Buona sera.» fece l'uomo, sorpreso.

«Bu… buona sera.» balbettò la donna, come sorpresa o intimorita.

«È molto che aspetta?»

«I… no, no, sono appena arrivata.»

«Bugia. Ha il naso rosso.»

«E questa cos'è? Una variante delle gambe corte e del naso lungo?»

«No, dico, si vede che è un po' che aspetta.»

L'uomo aveva intanto aperto il portone e sollevato il borsone di lei.

«Ma lasci …»

L'uomo ignorò il commento della donna, e portò su il borsone, fino in casa propria, seguito dalla donna, che ancora non capiva bene cosa stesse succedendo, né si sentiva più sicura di ciò che aveva deciso di fare.

L'uomo depositò il borsone in camera da letto, ed a questo punto la donna trovò la forza di chiedere:

«Be', insomma, che significa questo?»

«Perché è venuta qui?»

«Be', volevo sapere se … se l'offerta era ancora valida, e …»

«Appunto. Quindi …»

«Ma, scusi, e Lei dove …»

«Nell'altra stanza.»

«In salotto?»

«No, c'è un'altra camera da letto, gliel'ho già detto. La lascio in pace a sistemarsi le cose.»

Ciò detto l'uomo lasciò la camera, chiudendosi dietro la porta, e lasciandosi dietro un'esterrefatta donna.

Ripresasi, ella aprì l'armadio, che scoprì vuoto.


Seduta sul letto, la donna pensava. Si sentiva a disagio, ed ancor di più quando le veninva in mente che in un modo o nell'altro era stata lei stessa a cercarsi questa strana circostanza. C'era stata spinta dalla intollerabile situazione che si era venuta a creare nella sua precedente casa, ma questo non bastava a giustificare l'irruenza con cui aveva “accettato” l'offerta dell'uomo. E questo accresceva il suo disagio.

Si affacciò al salotto, dove l'uomo lavorava, seduto alla scrivania. Attese pazientemente che l'uomo notasse la sua presenza, ed improvvisamente si sentì imbarazzata dal silenzio fra di loro.

«Io …» cominciò esitante, poi si fermò, ed infine trovò il coraggio di dire «Vorrei mettere in chiaro alcune cose.»

L'uomo premette velocemente qualche tasto, quindi abbassò il coperchio del portatile, intrecciò le dita sul tavolo e si appoggiò alla spalliera della poltroncina, in attesa. L'atteggiamento segnò per qualche secondo il coraggio della donna, ma poco dopo ella riprese:

«Non ho intenzione di vivere qui in … per grazia concessa. Non voglio farLe pesare la mia presenza in alcun modo, e giacché Lei non mi vuole come affittuaria, sarebbe opportuno trovare un accordo di qualche tipo su …»

«Io non ho bisogno né dei Suoi soldi, né dei Suoi servizi …» cominciò l'uomo, e subito la donna l'interruppe:

«Né io della sua carità.»

«Io non Le sto facendo la carità …»

«Davvero, non Le voglio sembrare un'ingrata, ma non posso accettare di vivere qui da … da parassita. Non lo senta come un attacco o un rifiuto, è proprio una questione di coscienza, la mia coscienza.»

L'uomo allargò le braccia.

«Se La fa sentire meglio, insomma … non saprei proprio cosa … cosa chiederLe in cambio.»

Rimasero in silenzio per qualche secondo, poi l'uomo se ne uscì con un «Una ragazza alla pari?» che alla donna sul momento non parve vero. Le sembrò quasi che l'uomo le avesse dato della “scolaretta”, o una cosa del genere. Era forse perché l'aveva vista lavorare al bar?

L'uomo aggiunse:

«E neanche, veramente. Ma insomma, se ritiene di dover fare la spesa, o cose del genere …»

«Be', certamente farò la mia spesa. Certo, posso anche fare la Sua … sì, va bene, ho capito il concetto. Va bene, d'accordo, vediamo come va.»

L'uomo allargò nuovamente le braccia; ella interpretò ciò come un gesto di congendo, e lasciò la stanza.

Un paio d'ore dopo, ed erano ormai le otto, l'uomo si affacciò in cucina, per trovarvi la donna seduta a leggere. Bussò lievemente allo stipite, per non spaventarla con la sua improvvisa presenza, e non appena ella sollevò lo sguardo dal libro, le chiese:

«Non so se Lei ha preso le abitudini locali, o se continua, come me, a seguire i ritmi del suo Paese d'origine … be', insomma, ha già mangiato?»

Si ritrovarono così a preparare qualche bruschetta ed un piatto d'insalata. Durante la cena, l'uomo accennò al fatto che la donna aveva la necessità di usare la cucina per poter usufruire di un ripiano.

«Non è poi un così gran problema.»

«È scomodo.»

«Non più di tanto.»


«Come se non avessi detto niente, eh?» esclamò la donna irrompendo nel salotto. Era appena tornata dal lavoro, e la prima cosa che aveva scoperto entrando in camera era stata una piccola scrivania con annessa sedia e lampada da tavolo.

L'uomo sollevò lo sguardo, sorpreso, ma non disse nulla. Ella continuò:

«Ma come … come può … permettersi, dico, non in senso morale, ma in senso economico, di … didididi … di fare così? No, voglio dire, anche in senso morale. È … è una cosa ridicola, ridicola. Io … non posso accettare di vivere qui in queste … a queste condizioni.»

«Sa dov'è l'ingresso.»

La donna rimase letteralmente a bocca aperta.

«Io … i…»
ed uscì come un turbine.

L'uomo si alzò lentamente dal suo posto e raggiunse la camera di lei; rimase a guardare dalla porta mentre, infuriata, la donna riempiva frettolosamente la valigia. Poco prima che il borsone fosse pieno, mormorò:

«Non dimentichi le Sue cose in bagno.»
e si scostò per permettere alla donna di passare senza interrompere il proprio impeto {FIXME}; nel tornare dal bagno alla stanza ella vide la faccia ironica di lui, e si fermò di scatto. A capo chino riattraverò la soglia della propria camera e si sedette sul letto.

«Cosa vuole da me?» disse dopo un lungo periodo di silenzio «Cioè, voglio dire, Lei non può permettersi di trattarmi così. Mi … mi fa sentire dipendente. Ed io odio sentirmi dipendente. Ora sono in debito con Lei, lo capisce questo? È questo che vuole?»

«No.» rispose succintamente l'uomo.

La donna sollevò lo sguardo.

«E allora cosa vuole?» chiese.

«Nulla. Rendermi utile, forse. Fare un favore a qualcuno.»

«Perché?»

«Perché … non lo so. Perché è carino. Mi fa sentire meglio. Mi fa senire utile. Dà un senso alla mia vita. E non voglio che Lei si senta in debito, perché non ne ha motivo. Avessi potuto fare tutto ciò —offirLe un posto dove stare— senza farglielo sapere, l'avrei fatto. Ma non ne son capace. Non so essere indiretto, “subdolo”, se vuole. Quindi mi faccia il piacere di accettare le cose come stanno, senza rovinarsi il fegato.» e con queste parole l'uomo tornò in salotto, lasciandosi alle spalle una donna esterrefatta.

{}

«Le va un piatto di pasta?»

«Pasta?»

«Sì, pasta.»

«Be', caspita, non immaginavo che …»

«D'accordo.»

{}

Questa volta la donna entrò in salotto con cautela, come per non svegliare un dormiente. L'uomo era seduto in poltrona, ad occhi chiusi, ascontando Lucio Dalla; nonostante le cautele della donna, si accorse quasi subito della sua presenza. Aprì gli occhi, e si volse a guardarla; quindi la invitò con un gesto a sedersi.

«Ha qualcosa da dirmi?»

«Cosa fa nella vita?»

L'uomo non rispose subito. Rimase per qualche secondo a guardare il soffitto, le mani dietro la nuca, ed infine commentò:

«Il perfezionista.»

La donna ebbe una risata, troncata quasi subito.

«Davvero?» chiese poi incredula. La risposta fu solo un cenno affermativo «E … come, se è lecito?»

L'uomo si alzò e raggiunse la scrivania, da cui tornò tenendo in mano un ordinario posacenere.

«Io faccio parte della differenza tra questo,» e l'uomo mostrò il posacenere alla donna «e questo.» la mano libera dell'uomo carezzò un altro posacenere poggiato sul tavolino, di fattura artistica.

«Perché “parte” della differenza?»

«Perché io non creo nulla. Io non ho idee originali. Io raffino, aggiungo, correggo. L'artista, il creatore, chiunque chieda consulenza, aiuto, un suggerimento, è libero di seguirlo o non seguirlo.»

«E lo seguono?»

«A volte sì. A volte no.»

«E come … dove entrano i soldi in tutto questo? Nel servizio di consulenza?»

«Anche. Ma soprattutto quando i suggerimenti vengono seguiti.»

«Percentuale?»

L'uomo annuì.

«Caspita. Non avrei mai immaginato si potesse fare un lavoro del genere. Cioè, che ci volesse una persona apposta per questo tipo di lavoro.»

«Infatti non ci vuole

«Ma allora come …»

«Tutte queste … tutte le esigenze di questo tipo sono, come dire, acquisite. Qualcuno scopre che la cosa funziona, e la sfrutta. Io ho scoperto per caso che funzionava, ed ho scoperto che una sorta di pubblicità per passaparola ha diffuso l'idea —fra i creatori, più che i consumatori— ed è venuta fuori la possibilità di trasformarlo in un lavoro.»

«Ha prostituito il suo senso estetico, così?»

L'uomo tornò a guardare il soffitto, pensieroso.

«In un certo senso sì. L'ho messo a frutto. Ed in un certo senso no. O meglio, è una prostituzione d'alta classe. Là fuori tutti cercano lo shock estetico, la diversità … pensi agli stilisti. Da quanto tempo hanno lasciato perdere il buon gusto? Ed è qui la differenza, almeno per come lo sento io: io ho coltivato il buon gusto, in alcuni campi, e faccio la differenza per coloro che vogliono prodotti “di lusso” senza trascendere il buon gusto.»

{Lui va in Italia. Al ritorno:}

La porta scivolò silenziosa sui cardini, ed altrettanto silenziosamente tornò a chiudersi alle spalle dell'uomo. Egli si incamminò silenzioso lungo il corridoio, una valigia per mano; passando, si affacciò un attimo in cucina, e lì s'arrestò, rimanendo immobile a guardare.

Il tavolo ed il lavabo erano occupati da bacinelle sporche e vari attrezzi di cucina. La donna era lì, in piedi al banco di marmo accanto al lavabo, volgendo le spalle alla porta; cantava, sopra il rumore della frusta.

Accattarimi vurria na virrinedda
Di notti la to porta spurtusari
Viriri gioia mia quantu si bedda
Quannu ti spogghi prima di curcari

Ma temu ca nun fussi accussì bedda
ca l'occhi mei putissinu annurbari
lassa la porta misa a spaccazzedda
ca iu stanotti ti vegnu a truvari

Lalala laralaralalallalà
Lalala laralaralalallalà

Avia li trizzi di na Maddalena n testa miritava na curuna
`nda la to casa nun ci sta lumera
lu lustru lu fai tu stidda Diana

Catina ca mi teni ncatinatu
catina ca
ncatini l'arma mia
Beni ti vogghiu chiù di lu me sciatu
cussì iu criru ca vo' beni a mia

Lalala laralaralalallalà
Lalala laralaralalallalà

Nel completare il secondo intermezzo la donna si voltò, frusta in una mano e bacinella con crema nell'altra. Vide la sagoma dell'uomo davanti alla porta, e cacciò un urlo «Ommadonna!» portando le mani al cuore.

La frusta, ancora attaccata alla spina, tornò verso il ripiano di marmo, andando a sbattere rumorosamente contro le ante degli armadietti. La bacinella raggiunse il pavimento, sottosopra.

«Omiodio …» continuò la donna, in preda alla confusione, sentendosi ancora il cuore in tumulto per lo spavento, imbarazzata per aver fatto cadere la crema, sentendosi incredibilmente in colpa per essere stata scoperta prima di aver finito di fare il dolce, con la cucina completamente in disordine. Si chinò a raccogliere la bacinella, cercando di nascondere il proprio imbarazzo, desiderando sprofondare, sparire «Io … io … speravo speravo speravo di di di di riuscire a a a a rimettere a posto per tempo, ecco, le le le le stavo preparando un un un dolce di bentornato ma ecco devo devo aver calcolato male i tempi ed ecco non …»

E contemporaneamente l'uomo cercava a sua volta di scusarsi «Mi scusi, non era mia intenzione spaventarla. Ero … ero semplicemente rimasto affascinato da … da da da …» si accorse di stare balbettando, si interruppe. «Mi dispiace di averla spaventata. Mi dispiace anche per la crema.»

«Oh, be', la … la posso rifare, non è un problema, cioè, ecco …»