Amici
Tornando a casa, Agata capì immediatamente che il ragazzo della sua compagna di appartamento era lì da lei. Era impossibile non capirlo: i due erano sempre molto rumorosi ed eloquenti nell'esternare la loro passione.
Sospirando, Agata trascinò la spesa fino alla cucina, constatandoche i dueche adesso gemevano e gridavano e si incitavano dietro la porta —auspicabilmente chiusa a chiave— della camera di lei (la compagna di appartamento di Agata, cioè) avevano lasciato la luce della cucina accesa.
Oh be'.
«È tutta invidia» gli aveva detto una volta scherzando il ragazzo della sua compagna di appartamento. «Tepiacisse» era stata l'asciutta risposta di Agata.
Oh be'.
Agata si congelò sulla soglia della cucina. C'era uno seduto al tavolo. Non proprio al tavolo, ma insomma stava lì, dall'altra parte del tavolo rispetto a lei, un gomito sul ripiano, gli occhi bassi a guardare chissà checosa poggiato sulle gambe tese, gambe lunghe che andavano a finire su un'altra sedia messa scostata. Scarpe di cuoio.
«E tu chi saresti?» sbottò Agata spazientita dopo qualche secondo. O il tizio era sordo o era proprio assorto in chissà che cosa.
Il tizio non era sordo. A sentire la sua voce sobbalzò. Il libro che teneva sulle gambe cadde per terra, e per qualche secondo Agata non vide più il tizio, mentre questi si chinava a raccogliere il libro.
«Sono … un amico di Matteo.» disse il tizio infine quando si fu rialzato.
«Hm.» si limitò a commentare Agata poggiando i sacchi della spesa sul tavolo. «E che diavolo ci fai qui?»
«Leggo.»
Agata lo guardò storto. «Sei scemo?»
«Non a livello patologico, che io sappia.»
Agata sospirò. Cominciò a sistemare le cose della spesa; il ragazzo le diede una mano, e riprese a parlare.
«Mi chiamo Giuseppe. Matteo dice che volveva passare a salutare la ragazza e fra un saluto e l'altro, come avrai capito, sono finiti a letto. Così io mi sono cercato un libro e mi sono messo a leggere.»