Manganza culturale
Il manga come strumento di allargamento della cultura generale
Sono molto orgoglione perché sono riuscito a posizionare correttamente a WikiTrivia l'inizio dello Shogunato Tokugawa.
WikiTrivia è uno splendido gioco, con regole estremamente semplici: bisogna piazzare in ordine cronologico degli eventi. Le principali difficoltà sono due.
La prima è che all'aumentare del numero di eventi piazzati, aumenta anche la precisione con cui bisogna piazzarli: una cosa è sapere che un autore nato nella prima metà del '900 va piazzato tra uno del 1860 ed uno del 2010, una cosa è sapere se quello stesso autore è nato nel 1943 o nel 1942.
La seconda è che per l'«occidentale tipo» la “cultura generale” quando va bene copre la storia dell'Europa, qualcosina sul Medio Oriente, il colonialismo e le Americhe postcoloniali. Scegliere dove piazzare cronologicamente gli imperi, i personaggi ed in generale la cultura dell'Asia, dell'Africa, o delle Americhe e dell'Oceania precoloniali è piú spesso un tirare ad indovinare sugli ultimi diecimila anni di storia che uno sfoggio di cultura.
Da qui la mia gioia nell'aver saputo dove piazzare lo shogunato. Perché orgoglione quindi? Perché il motivo per cui sapevo dove piazzarlo è la quantità di manga ambientati in quel periodo che ho letto: non esattamente il piú raffinato strumento culturale.
Perché diciamocelo. Il fumetto rimane tuttora (considerato) arte “bassa”, se mai gli viene dato valore artistico, o culturale in generale. E sinceramente, visto lo straordinario successo di Pera Toons, che non fa altro che riciclare con vignette mal disegnate barzellette e freddure che erano vecchie ai tempi di Dante, una certa dose di “scetticismo” è anche comprensibile.
Ancor piú è contestata la grande diffusione del fumetto (ed ancor piú dell'animazione) giapponese, come se in Italia venir colonizzati culturalmente “di là” fosse piú grave dell'assoggettamento alla produzione artistico-culturale della Walt Disney et similia.
Al contrario, dico io: ben vengano fumetti (ed animazioni), preferibilmente di qualità, che ci possano aiutare a diffondere una conoscenza delle realtà storiche e culturali che a noi risultano ancora sostanzialmente aliene. (E sinceramente, vista l'ignoranza diffusa ormai anche della storia a noi piú geograficamente e cronologicamente piú vicina, questi potrebbero essere strumenti anche per far ritrovare ai giovani un po' d'interesse per le loro radici.)
Invece di usare nazional-popolare come termine di sfottò, cerchiamo di dargli veramente il valore attivo che vi voleva Gramsci.