In the land of Chupa Chups (almost)/2
La colazione in albergo consiste di un bicchiere di succo d'arancia, té o caffé (con leche; a Santiago il café è di default con leche, probabilmente perché è in stile ‘acqua sporca’ —pardon, americano— e quindi sostanzialmente imbevibile senza additivi), croissant e/o tostadas (fette di pane tostato) su cui spalmare burro e marmellate, a scelta tra fresa (decisamente fragola), melocotón (che direi una pesca) e ciruela (che a suono avrei detto ciliegia e sembrerebbe piuttosto una prugna).
A sorpresa, quando ti portano il pane tostato, ti chiedono se vuoi anche l'olio d'oliva. Sembra strano, ma a ben pensarci perché dovrebbe essere peggio che spalmarci il burro? Come con le fritture, è probabilmente più una questione di abitudine che d'altro.
Nonostante Santiago non sia in sé e per sé quella che si potrebbe dire una città di mare (come lo è ad esempio Catania, per dire), il cibo di mare sembra molto diffuso: pesci, frutti di mare, aragoste e granchi grossi così.
E polpo. Polpo dappertutto, polpo dovunque, con interi esercizi dedicati al polpo (la prima volta che abbiamo visto una pulperia, passandoci davanti di sfuggita sull'autobus che ci portava in città dall'aereoporto, ci siamo chiesti se davvero potesse essere quello che sembrava). Peccato che per un catanese leggere di pulpo a Feria faccia pensare più che altro a puppu d'`a fera. Ma tant'è.
Per fortuna (per i non troppo amanti del pesce) si trova anche prosciutto, salsiccia, filetto e quant'altro. La vera domanda è ora: in quale locale possiamo trovare una buona scelta di piatti più tipici (tapas, paella e tortillas) ben fatti, senza che ci spennino come turisti?
Nel frattempo (as)saggiamo.