Sarà anche vero che tutte le bambine passano attraverso la fase «sarò la sposa di mio papà», ma dubito che moltre altre coppie si siano trovate a vivere quello che io e mia moglie ci siamo trovati a vivere con la nostra seconda figlia.

Abbiamo sempre creduto nell'opportunità di una educazione sensibile, scevra d'inutili puritanesimi, e nel valore del contatto fisico con i nostri figli. La scelta ci ha ricompensato con figli intelligenti, indipendenti, dinamici, curiosi. A volte forse un po' troppo.

Già intorno ai 10 anni la seconda aveva cominciato a mostrare per il sesso una curiosità, un interesse anormali. Le spiegazioni semplici che il fratello maggiore aveva trovato soddisfacenti, per lei erano solo una base da cui tornare alla carica con nuove domande, sempre piú dettagliate. I libri piú elementari non furono presto piú sufficienti a soddisfare la sua curiosità, e con mia moglie ci trovammo a dover cercare materiale generalmente considerato piú adatto ad età piú mature, libri per preadolescenti, o anche oltre.

L'effetto sortito non fu quello sperato, e la curiosità della bambina cominciò a raggiungere punte di invadenza che cominciarono a farci ricredere sull'opportunità di alcune nostre scelte.

Non avevamo mai fatto mistero con i nostri figli che i genitori esprimono il reciproco amore anche in maniera fisica, con baci, abbracci, coccole, e che certi momenti richiedevano una certa riservatezza, un certo isolamento. Se baci, abbracci, ed alcune discrete manifestazioni di desiderio non erano mai state un problema anche davanti a loro, per i momenti piú intimi avevamo sempre cercato la solitudine, ed i figli sapevano di non dover disturbare, se non strettamente necessario.

Fu quindi per noi una grande sorpresa, nonché fonte di ovvia frustrazione, quando la piccola cominciò a violare quella semplice regola, quando cominciammo a trovarcela in camera nei momenti meno opportuni; ma il problema maggiore non fu tanto quello delle sue improvvise, importune apparizioni, quanto piuttosto quello delle sue richieste di coinvolgimento.

Le nostre prime reazioni furono alquanto sconvolte, scombussolate. Tornammo sui vecchi pilastri educativi del sesso come modo per il papà e la mamma di manifestare il proprio amore l'uno per l'altra, ma era abbastanza evidente che le spiegazioni non convincevano la bambina. Le trovava particolarmente carenti nel dare un solido motivo al fatto che lo stesso non potesse essere anche tra genitori e figli. L'intelligenza e la curiosità, il rifiuto per una semplice quanto immotivata costatazione sul come stavano le cose si rivelava ora un'arma a doppio taglio.

Parlare di mancanza di attrazione fisica e sessuale le scivolava sopra come l'aria, rigettata dalla sua personale esperienza di desiderio nei nostri confronti, sortendo un deleterio effetto psicoemotico: viveva il rifiuto come un rigetto, e se lo spiegava come una mancanza di amore da parte nostra. Ed il nostro insistere sul fatto che sí, la amavamo, ma come i genitori amano i figli, sortiva come unico effetto di far tornare la discussione al punto di partenza: perché con me non volete fare l'amore?

Inutile dire che le infinite discussioni e le ripetute interruzioni ebbero un effetto deleterio sulla nostra vita sessuale; l'unica cosa che sembrò darci qualche anno di sollievo fu orientare le risposte in termini di maturità sessuale ed emotiva. Non era difficile comprendere che queste risposte furono accettate piú con rassegnazione che con soddisfazione, ma quanto meno lo furono, ed il desiderio della bambina nei nostri confronti sembrò sopito, cosa che noi accoggliemmo con entusiasmo, convinti che la crisi, ormai superata, si sarebbe estinta spontaneamente con la crescita della figlia.

Devo confessare che l'esperienza mi lasciò comunque profondamente insoddisfatto, sopprattutto per la difficoltà avuta nel riuscire a dare alla bambina una risposta convincente, una spiegazione semplice eppur esauriente della differenza tra i rapporti tra i genitori ed i rapporti tra genitori e figli. D'altra parte, è sempre stato un dubbio anche per me: perché no? Ci sono ovvie motivazioni etiche, la possibilità del plagio, i diversi rapporti di forza e di influenza psicoemotiva, ma cosa in tutto questo giustificherebbe un rifiuto di soddisfare una curiosità che parta spontaneamente dal lato piú debole?

Non nego di aver coltivato, in giovane età, qualche fantasia incestuosa, sebbene mai nei confronti della mia famiglia d'origine: invece, mi sono ritrovato spesso a fantasticare, ancora single, su rapporti incestuosi in una futura mia famiglia: famiglia che adesso mi ritrovavo, e nella quale si andavano concretizzando scenari che avevo al contempo temuto e spinto in proibite fantasie. Mi ritrovavo cosí a pensare che non era solo nel fisico che mia figlia aveva preso da me, e da questo deducevo che con grande probabilità quel desiderio apparentemente sopito sarebbe potuto tornare, piú acceso ed irrefrenabile di prima, da lí a qualche anno.

Di questi miei pensieri, mia moglie era solo marginalmente partecipe. Quando mi trovava pensoso, non le nascondevo la mia insoddisfazione per la nostra incapacità a dare a nostra figlia una motivazione completa ed esauriente per il nostro rigetto, non le nascondevo i miei timori che crescendo non avrebbe realizzato quell'apertura verso l'esterno che l'avrebbe allontanata (e forse fatto guardare con disgusto) ai desideri manifestati in quegli anni ed ora apparentemente sopiti, ma di tutto il resto non potevo renderla partecipe.

Benché mia moglie non fosse priva di desiderio, era stato evidente fin da subito nel nostro rapporto che la nostra carica erotica era ben diversa. In parte la discrepanza era spiegabile con le sue passate esperienze con il male oscuro, e poi con la stanchezza, ma era indubbio che, pur con il migioramento negli anni, la sua sessualità rimaneva ben piú pacata della mia, piú classica, meno estroversa, meno fantasiosa.

Non gliene facevo una colpa, e la sua volontà, nei momenti migliori, ad accettare qualche sperimentazione da me proposta ci aveva comunque spinti oltre i limiti del suo desiderio, se non nel pieno del mio, e nel contesto del nostro rapporto ero comunque soddisfatto. Non avevo mai sentito il bisogno di tradirla, benché non mi fossi mai trattenuto dal fantasticare sul corpo di altre donne, magari pensandole come delle aggiunte, piuttosto che delle alternative, al nostro rapporto, cosa che le avevo talvolta manifestato come forma di battuta.

Mi era ben chiaro infatti che il piú grande problema con cui mia moglie si ritrovava a combattere era un senso di inferiorità, di inadeguatezza, e che il suo superamento andasse incoraggiato ed aiutato (nei limiti di quello che poteva essere il mio contributo). Trovare il giusto equilibrio fra il non celarle di non essere estraneo all'attrazione fisica esercitata da altre donne, e il farle assimilare il fatto (immutato anche dopo dieci anni di convivenza e due parti) che continuavo a trovarla attraente, ed a preferirla ad altre, era in fin dei conti quanto di meglio potessi fare per me, per lei, per il nostro rapporto.

Con tutto ciò, non avevo dubbi sul fatto che anche solo portarla a conoscenza di certe mie fantasie l'avrebbe potuta stravolgere al punto da portarci alla crisi. Cosí, alcuni miei pensieri rimasero mia prerogativa, e mi rimase il dubbio che, fossi stato solo, il mio comportamento nei confronti di mia figlia avrebbe potuto essere stato diverso, già prima del temuto ritorno delle cariche di mia figlia.

Aveva ormai 16 anni o giú di lí, ed i suoi comportamenti negli ultimi due o tre anni ci avevano fatto ben sperare per, se non quasi dimenticare, l'orientamento dei suoi desideri. Mi rimaneva qualche sospetto per la noncuranza con cui si lasciava esposta, in casa: per quanto avesse potuto essere liberale la nostra educazione, infatti, il suo fratello maggiore era certamente piú modesto e discreto, e le mie memorie sulle adolescenti era di una naturale propensione al celare, forse con esagerata vergogna, piuttosto che allo scoprirsi quasi con intenzione.

E che intenzione ci fosse ci divenne presto ben chiaro, con un suo improvviso (sebbene non interamente inatteso) ritorno alla violazione della nostra riservatezza.

Ora, se certe intrusioni sono tollerate quando operate da una bambina di 10 anni, la reazione è ben diversa (e piú irata) quando ad operarle è una ragazza, o giovane donna, che dimostra peraltro grande intelligenza, saggezza, sensibilità ed attenzione.

A mente piú fresca la situazione ci sarebbe potuta sembrare ridicola, ma sul momento non provavo altro che rabbia, ed in preda al furore mi alzai dal letto, afferrai mia figlia per un orecchio e la trascinai in camera sua.

Fu a questo punto che l'assurdo della situazione mi colse, e mi trovai senza nemmeno sapere dove cominciare per il rimprovero, forse sapendo già che la discussione avrebbe potuto prendere facilmente una piega in cui i ruoli si sarebbero invertiti, e sarebbe stata lei a lamentare una nostra presunta mancata promessa, sarebbe stata lei a chiedere conto e ragione: quale poteva essere adesso la nostra scusa, visto che non era certo piú l'età, la maturità fisica e psicoemotiva? (sebbene sulla seconda sarebbe stato facile fare leva).

Fu a questo punto, anche, che mi trovai a rimpiangere certe scelte educative fatte, circa l'uso della violenza o dell'ordine categorico con associata severa punizione: eppure, la verità era che fino ad allora non ce n'era stato un vero bisogno, e che era questa la prima volta in cui mi trovavo spinto ad una violenza, ad una severità che avrei preferito misconoscere.

E lei ferma lí accanto a me, appena ansimante, con uno sguardo che io interpretavo come sfida. Le mollai una sberla, che lei prese senza reagire, la afferrai per una spalla, la buttai sul letto, gesto che lei accompagnò quasi con entusiasmo. Mi cadde l'occhio sulla corda per saltare che lei teneva in camera, ed in raptus di non so bene cosa mi chinai a raccoglierla. Lei approfitò del momento per provare a rialzarsi, quindi la ributtai giú, la costrinsi con le gambe al petto, e le legai le mani sotto le gambe, con i polsi intrecciati.

Non fece resistenza, se non formale, e quando mi alzai con uno sbuffo ansimante, ormai placato del mio scatto di rabbia, il suo sguardo incrociò il mio con un mezzo sorriso. La guardai scuotendo il capo, mi incamminai verso la porta, solo per sentirmi chiamare subito.


«Papi»

Sospiro, mi volto. Non ha cercato di liberarsi; al contrario stringe ancora piú le gambe al petto, a mettere meglio in vista il sesso, il sedere.

«Vuoi?» offre.

Scuoto nuovamente il capo, con un altro sospiro, una sensazione di inutilità, varco la soglia della sua camera.

«Papi»

Torno ad affacciarmi.

«E se mi scappa?»

«Te la tieni. E se non ce le fai, te la fai addoso e domani pulisci.»

E mi allontano; il discorso per me è chiuso.

Torno a letto, esausto ed esasperato. Il clima con mia moglie non è piú quello giusto, ed è inevitabile che il discorso verta su quello che è appena successo. Ci interroghiamo sul suo senso, ci chiediamo come sia possibile; mi chiede che le ho fatto, le viene un po' da ridere, finché non le racconto la reazione.

Se fossimo stati un'altra coppia, avremmo già preso da tempo in considerazione l'opzione di portare la ragazza da uno psicologo, ma il rapporto di mia moglie con la categoria non è dei migliori, ed io stesso sono abbastanza scettico sulla loro efficacia.

Stiamo lí abbracciati, pensosi, a cercare di rilassarci. Sento la porta della camera di mia figlia aprirsi, poi quella del bagno. Si è liberata, evidentemente avrei dovuto essere piú serio con i nodi, penso. Ma la ragazza non viene a disturbarci, torna in camera propria, pur esitando prima davanti alla nostra porta, come a chiedersi cosa fare, o peggio a controllare che con mia moglie non fossimo nuovamente in intimità; ed è questo a portarmi alla risoluzione che metto in atto il giorno dopo.

Torno a casa con scorte adeguate, che preparo con calma mentre mia figlia è chiusa in camera a studiare e mia moglie è ancora al lavoro. A questo punto, spero solo che mia figlia, stasera, venga di nuovo a disturbarci, solo per potermi sfogare una volta per tutte.

«Papi» mi chiama, d'improvviso, dalla sua camera.

La raggiungo, la trovo stradiata sul suo letto, le ginocchia sollevate, i piedi piantati sul letto, le gambe leggermente divaricate, una mano come a coprire il sesso, ma senza pudore, anzi semmai a delinearne le labbra.

«Ada», sosprio, scoraggiato. Mi siedo accanto al letto, per terra, voltandole la schiena.

«Tu non mi ami» mi fa, e posso indovinarla corrucciata dalla sola espressione della voce.

«Io ti voglio tanto bene, figlia, ma non puoi pretendere che abbia desiderio nei tuoi confronti.»

«Perché?»

Sospiro, perché di nuovo non ho la risposta.

«Io ho desiderio nei tuoi confronti, papà. Vorrei poterti manifestare quanto sei importante per me, e so che potrei farlo cosí meglio che in qualunque altro modo. Voglio darti piacere, voglio sentire il tuo piacere, voglio fare l'amore con te, ogni volta che mi tocco lo faccio pensando te, voglio sentirti sopra di me, dentro di me, voglio farti venire, voglio sentirti venire dentro di me, voglio che sia tu il mio primo, il mio solo. Non riesco a provare interesse per nessun altro, possono essere anche gli uomini piú belli della terra, ma non mi fanno nulla.»

La sento che si muove, si gira verso di me.

«Per favore.» insiste «Io lo so, lo sento che anche tu vorresti, che il mio corpo ti attira, che ti piacerebbe poter fare l'amore con me, che quelle che mi avete finora detto con la mamma sono tutte scuse, che la pensi come me, che è solo perché non riuscite a liberarvi di questa stupida pressione sociale che non volete accettarmi per vostra, anche se sarebbe solamente nell'intimità della nostra casa.»

Non reagisco, perché non potrei essere fiero della mia reazione, qualunque essa sia. Lei si alza di colpo, mi si piazza davanti in piedi, le gambe ai miei lati, mi trovo il suo sesso a pochi centimetri dal viso.

«Guarda!» mi fa, schiudendosi le labbra con le dita «Guarda, sono fresca, pulita, carica di desiderio, mi sto conservando pura perché non voglio altro che fare l'amore con te.»

Si abbassa di colpo, provando a spingermi giú le gambe con il suo peso, cercando la mia erezione. La afferro, la sposto di lato, mi alzo bruscamente, la butto sul letto.

«È questo che vuoi? Non vuoi essere piú trattata come una figlia? Bene, sarà questo che faremo!»

Torno in camera da letto, e lei si alza, mi corre dietro. La afferro, la butto sul lettone, e stavolta ho pronti sotto mano gli strumenti giusti. Le lego le caviglie, i polsi, con cinghie di cuoio. Stringo fino al dolore, ma senza fermare la circolazione. Quando apre la bocca per lo stupore, forse per dire qualcosa, le fermo la parola con la palla di plastica, che serro sul posto stringendo le cinghie che le passo dietro il capo approffittando del suo dimenarsi.

Stavolta è esterreffatta, non sa bene come reagire. Prendo il frustino, e le infliggo un colpo secco dritto sulla vulva, esposta dalla posizione in cui sono costrette le sue gambe.

«Nuove regole.» e sono talmente convinto della cosa io stesso a non aver problema a parlare seriamente, senza nessun tono di celia, senza nessun falso acuto. La voce è calma, decisa: una semplice enunciazione di un dato di fatto che non ammette repliche. «Sei la nostra schiava. Farai esattamente quello che ti verrà chiesto, quando ti verrà chiesto, come ti verrà chiesto. Se non saremo soddisfatti, riceverai venti frustate. Ora girati, offrimi il culo.»

Esita. Alzo il frustino. Si spinge di lato, riuscendo a rotolare fino a trovarsi a faccia e petto in giú, prostrata, il culo per aria.

«Conta.» le dico, nonostante la palla le impedisca di parlare davvero, e comincio a frustarle i glutei. Ad ogni colpo, il suo corpo sobbalza, e lei risponde con un mugolío che potrebbe essere un numero. Siamo a metà della punizione quando sento la serratura scattare, la porta di casa aprirsi e richiudersi, la voce di mia moglie cercarci. Il mio ritmo non cede, arrivo ad assestare gli ultimi colpi proprio mentre mia moglie si affaccia alla porta della camera da letto.

«Ma cosa … ma sei pazzo?» la sua voce si alza in un grido sempre piú acuto. Si precipita sul letto, aiuta nostra figlia a tornare a girarsi sulla schiena, trova le chiavi —ancora lí, sul letto— per liberarle i polsi, le caviglie, la abbraccia, le asciuga le lacrime, mi guarda sconvolta «Ma che ti ha preso?»

Per tutta risposta, mi limito ad ordinare: «Vai a preparare la cena.» Mia moglie, nostra figlia, reagiscono contemporaneamente: «Ma sei scemo?» la voce di mia moglie è ancora un grido disperato, confuso. «Sissignore.» è invece il mormorío con cui nostra figlia si divincola dal suo abbraccio, per precipitarsi in cucina.

Esterrefatta, mia moglie rimane seduta ai bordi del letto, un attimo prima tendendo le braccia verso la porta, un attimo dopo voltandosi verso di me, con uno sguardo colmo soprattutto di paura. Mi siedo accanto a lei, le dò il frustino, e copro il principio delle sue domande, un tremante «Ma cosa …» con un flusso di parole che cerca di coprire l'unica falla nel mio progetto, ovvero come illustrarlo a mia moglie, come renderla partecipe.

«Le cose con Ada da oggi cambiano. È abbastanza evidente che nell'educarla le è mancato qualcosa che le desse un senso del limite, non lo so, autocontrollo, disciplina. Già ieri è stato assurdo che irrompesse in camera da letto, oggi mi ha fatto una lusinghiera quanto inopportuna dichiarazione d'amore, poi mi ha praticamente sbattutto in faccia il suo sesso, ha provato a montarmi. Basta. Ha 16 anni, non è piú tollerabile che si comporti in un certo modo.»

«Qualunque cosa abbia fatto» la voce di mia moglie è incerta, tremolante «non è certo con la violenza, con …» solleva le cinghie, mi strappa di mano «… con queste che … ma poi dove cazzo le hai prese?»

«Le ho comprate stamattina. Dopo ieri, ho deciso che se proprio ci fosse servito un modo per rimetterla in riga, meglio che fosse …»

«Pornografico?»

«Hai suggerimenti su strumenti migliori di quelli per bondage?»

«Strumenti migliori per cosa? Prendere tua figlia a frustate?»

Non rispondo subito. Tamburello con le dita sul bordo del letto, cercando il modo migliore per esprimere ciò che voglio dire.

«‘Mia’ figlia» dico infine «non è da figlia che vuole essere trattata.» so che la spiegazione non soddisfarrà mia moglie, ma non ho come esprimermi meglio «Non da figlia come possiamo intenderlo tu o io. Vuole essere trattata da donna, sessualmente attiva, partecipe della nostra vita sessuale. E non è una fantasia passeggera, è qualcosa che si è profondamente radicato nel suo animo. Vogliamo farla vedere da uno psicologo, vogliamo portarla da uno psichiatra? Potresti anche convincerti stavolta, ma vuoi sapere come la penso io? Penso che cercare di distorglierla dai suoi desideri incestuosi sarebbe alla stregua di voler convertire nostro figlio all'eterosessualità.»

Mia moglie non ha come intervenire. Scuote ancora le cinghie che le pendono dalle mani, come ad insistere nel chiedere “perché questo”. Continuo:

«Per questo parlo di autocontrollo, disciplina. Non la potrai distogliere dai suoi pensieri, se non con un lavaggio del cervello. Ma non è piú tollerabile che non comprenda che non può continuare ad agire cosí sui proprî impulsi. Non lo so, forse siamo stati troppo liberali nella nostra educazione; o forse no, visto che solo questa specifica situazione è ormai andata fuori controllo, ma proprio per questo questa specifica situazione ha bisogno di un approccio diverso.»

«E di tutti gli approcci possibili ti è venuto il bondage.»

È in questo momento che nostra figlia si affaccia sulla porta. Non entra in camera, resta lí sulla soglia. «La cena è in tavola.» mormora.

Io mi alzo senza esitazione, mi dirigo in cucina seguito a ruota da mia figlia; mia moglie è ancora interdetta, ma si affretta a raggiungerci. La tavolta è apparecchiata. Al centro ci aspettano una frittata, un'insalta, pane tagliato a fette, frutta appena lavata.

Cominciamo a mangiare in silenzio, poi mia moglie esplode. Sbatte le posate sul tavolo «Non è possibile!» esclama; si rivolge a nostra figlia: «È vero quello che dice papà?» La ragazza la guarda dubbiosa, incerta sull'argomento della domanda; mia moglie insiste «Che hai cercato di …»

Ada china il capo «Sí» mormora.

«Perché?» anche la voce di mia moglie si è abbassata, incerta.

«Perché speravo che avrebbe voluto … che avrebbe accetta di fare l'amore con …» la voce di Ada si estingue; la ragazza si alza di scatto, scappa via dalla cucina, coprendosi il volto. Mia moglie fa il gesto di alzarsi per andarle dietro, la fermo poggiandole una mano sul polso: «Lasciala in pace.»

«Come … come puoi essere cosí tranquillo con … con quello che sta succedendo?»

«Non sono tranquillo.» follemente, mi sto sentendo piú irato ora con mia moglie che prima con mia figlia «Ma penso che sia opportuno lasciarla un attimo da sola. Finisci di mangiare, poi ci pensiamo.»

«Non ho fame.» ma non si alza. Non le rispondo, riprendo a mangiare. Dopo un po', riprende anche lei. Finiamo di mangiare in silenzio, poi mi alzo, poso i nostri piatti nel lavandino. Mia moglie rimane seduta al tavolo, e vedo il nervosismo nelle sue mani, sulle sue labbra. «Vieni,» le dico, le offro una mano per alzarsi.

Passiamo davanti alla camera di Ada; mi affaccio sulla porta, lei è sdraiata sul letto. «Finisci di sparecchiare e lava i piatti.» le dico. Si alza; ha gli occhi arrossati, ma non sta piangendo. «Subito, signore.» «Finisci di cenare, prima.» «Sí, signore, grazie signore.» Ci passa accanto diretta verso la cucina, appena uno sguardo per mia moglie, che sembra aver perso ogni volontà, forse anche il senso della realtà mentre mi segue in camera da letto.

«È questo che stai facendo? La stai trattando come una schiava?»

«Sí.» «No.» «No cosa?»

«Non puoi. Non è ammissibile. Non te lo permetto. Non esiste. È pur sempre nostra figlia, non puoi trattarla in questo modo. E meno che mai puoi … con questi …» e nuovamente lascia che le cinghie le scorrano tra le mani «non puoi seriamente pensare che … se è disciplina che stai cercando di darle, non puoi … non con questo sottotesto.»

È in quel momento che riconosco l'acciottolío dei piatti in cucina. «Scusami un attimo, torno subito.» Afferro il frustino, raggiungo mia figlia. La trovo china a riempire la lavastoviglie. Sobbalza, tirandosi su di scatto con un gemito, quando il frustino le schiocca sui glutei.

«Ti ho chiesto di lavare i piatti, non di caricare la lavastoviglie.»

Mia figlia si appoggia al bordo del lavabo, chinandosi leggermente in avanti, divaricando appena le gambe, come ad offrirmi migliore accesso «Chiedo perdono signore, avevo capito male. … due … tre … quattro … cinque …»

Mi fermo. «Basta cosí, è stato solo un fraintendimento.» «Sí, signore, grazie signore.» Torno in camera da letto, passando davanti a mia moglie, che ci guardava esterrefatta dalla porta della cucina. Quando mi raggiunge, il suo sguardo ha qualcosa di nuovo. Si siede al bordo del letto, volgendomi le spalle.

«Ti … ti sei eccitato.» mi fa.

Non ho motivo di negare l'evidenza; mi limito ad una affermazione monosillabica: non voglio dare l'idea di cercare giustificazioni, ed aspetto che sia lei a chiederne, se ne desidera. Lascio che il silenzio scenda tra noi, le do il tempo di elaborare, di assimilare, di collegare i puntini. Non mi è difficile immaginare quanto le possa venire difficile confrontarsi con la realtà che le si sta improvvisamente svelando, scendere a patti con aspetti della mia personalità in contrasto con l'immagine che lei si è fatta di me in questi anni, conciliare il tutto con i lunghi anni passati insieme.

«Provi … attrazione per lei?» mi chiede infine. E questa è già una domanda a cui è molto piú difficile rispondere, perché né una semplice affermazione né una semplice negazione sarebbero risposte completamente veritiere, e la domanda in sé porta sottotesti ed implicazioni che sarebbero fuorviati da una tale risposta.

«Non sono cieco alla sua … maturità.» spiego infine «Non fosse mia figlia, non mi farei problemi a farci su qualche pensierino, come ogni maschio etereosessuale su ogni donna, soprattutto se giovane, di bella presenza e in piena salute.»

Mia moglie scatta in piedi, si volta finalmente verso di me. Nel suo sguardo non c'è paura o disgusto, ma lo sforzo di una donna che sta cercando di erigere un muro per separarsi da qualcuno che fino ad allora sentiva inseparabile da sé, e forse ancor piú un muro per nascondere il dolore della separazione.

«Penso che … sarebbe opportuno se … stessi lontano da nostra figlia, almeno per un po'. Penso che tutto questo» stende le braccia, puntando a palmi aperti le mani verso le cinghie ancora sparse sul letto «sia solo un tuo modo di … sublimare la tua attrazione per lei in questa forma di … di dominio, di violenza. Forse cerchi di sfogare cosí il tuo desiderio, forse cerchi di … non lo so, di punirti in qualche modo perverso sfogandoti cosí, abusando di lei, ma non è comunque qualcosa che posso tollerare. Qualunque giustificazione tu abbia potuto pensare, non è ammissibile. Nessuno ha il diritto di trattare cosí un'altra persona, nessuno ha …»

Ada ha finito di lavare i piatti, si affaccia nuovamente sulla soglia della camera da letto. A mia moglie muoiono le parole in bocca, e trovandoci in silenzio nostra figlia chiede: «Desiderate altro?»

«Vai a dormire.» intervengo «Domani per le otto facci trovare la colazione.»

«Bene, signore. Buona notte.»

«Buona notte.»

Mia moglie è nuovamente interdetta. Quando infine ritrova l'uso della parola, è a me che si rivolge, stavolta con rabbia: «Ma mi stavi ascoltando?»

«Sí.»

«E allora perché hai continuato …»

«Perché non condivido la tua analisi. E ritengo che questo sia esattamente il tipo di trattamento di cui ha bisogno.»

«Mia figlia … tua figlia non è un soggetto su cui condurre esperimenti di psicologia, è una persona, e come tale va trattata. Se hai bisogno di cercarti un modo per farla disamorare, cercane uno sano e rispettoso della dignità di tua figlia, per non parlare della tua.»

«Tua figlia è una persona, ed è abbastanza grande da poter prendere le proprie decisioni, e da accettarne con responsabilità le conseguenze. Abbiamo sempre fatto un vanto di saper rispettare le decisioni dei nostri figli, limitandoci quanto possibile a suggerire, informare.»

«Dubito che tu abbia chiesto il suo permesso prima di cominciare a trattarla cosí.»

«No, non gliel'ho chiesto. Ma tua figlia è anche abbastanza grande da potersi difendere da sé; non si è mai fatta problemi a tener testa alle figure d'autorità, dentro e fuori dalla famiglia.»

«Ma ti rendi conto che l'ho trovata legata mani e piedi e in lacrime mentre la frustavi? Cosa … come …» si porta una mano agli occhi, inspira a fondo ripetutamente, a riguadagnare calma sufficiente da poter continuare «Va bene, sto parlando a un muro. Ne riparliamo dopo. E non t'azzardare a parlare ancora a mia figlia in questo modo, o a trattarla come hai fatto finora. Vado a parlarle.» Esce dalla stanza da letto.

Quando torna, è passato troppo poco tempo per qualunque discussione significativa. Ha il viso ancora stravolto, ma non piú dalla paura o dalla rabbia che aveva pochi momenti prima con me. Si siede nuovamente sul bordo nel letto, in silenzio, quindi si stende, sempre voltandomi le spalle, quasi crollando giú su un fianco. Ancora qualche secondo, e la posso distintamente sentire singhiozzare sommessamente.

Mi avvicino a lei, ma senza neanche voltarsi mi rispenge: «Non mi toccare, lasciami in pace.»

«Che è successo?»

Non risponde. Mi alzo dal letto, ma non ho bisogno di arrivare fino in camera di mia figlia per capire. Già dal corridoio si intuisce, ed anche solo avvicinandosi alla porta della sua camera è chiaro: la ragazza si sta masturbando, senza nessun pudore, senza provare a nascondersi, a camuffare i suoni.

Non resto ad ascoltare, non mi affaccio curioso, benché la tentazione non manchi. Torno in camera da letto, mi stendo sul lettone accanto a mia moglie, a contemplare il soffitto.

Mi viene da ridere, non so perché. Che mia figlia avesse accettato il suo ruolo, mi sembrava abbastanza chiaro; che l'avesse accettato persino con un subdolo entusiasmo l'avevo intuito dal modo in cui si era predisposta alla punizione in cucina; adesso sembra però addirittura che le abbia dato una carica tale da portarla a sfogarsi in una masturbazione talmente incontrollata che i suoni, a prestarci attenzione, si riescono a sentire fino dalla camera nostra.

Non posso negare che la cosa mi dia un sottile, colpevole quanto lusinghiero, piacere; e sospetto che mia figlia avrebbe potuto essere piú discreta, se avesse voluto, ma che sia invece sua intenzione farci sapere cosa sta facendo.

Mia moglie si gira, sdraiandosi anche lei sulla schiena; guarda il soffitto, ogni tanto mi getta un'occhiata, come ad aspettare una mia reazione, ma io non ho nulla da dire: potrei giocarmi la cosa come una vittoria, ma sarebbe troppo facile da rintuzzare, e lo sappiamo entrambi.

«Non è qualcosa di cui essere orgogliosi.» mormora infine.

«Lo so.» rispondo, con lo stesso tono.

Aspettiamo ancora, benché il silenzio serva solo a rendere piú percepibile la foga di nostra figlia.

«E tu sei un pervertito.»

«Non posso farci nulla.»

«Seriamente, è tua figlia.»

«Continua ad essere una risposta meccanica.»

«È tua figlia che si masturba.»

«Non è a quello che reagisce il mio corpo, ma ai suoni di una donna che gode. Non cerco scuse, è cosí e basta, e non posso farci niente. È come arrossire o sudare per l'imbarazzo, o calciare di riflesso ad un colpo al ginocchio.»

Mia moglie torna a voltarmi le spalle, in silenzio. Poi riprende: «Promettimi che non ci farai mai nulla.»

Mi avvicino a lei, che stavolta non mi scosta. «Mi dispiace che tu abbia bisogno di una promessa, ma prometto.» La abbracio, sentendola rigida e tesa «Credimi, non era nemmeno a questo che miravo.»

«Forse non consciamente.»

«Dubito che il mio inconscio sia cosí lungimirante.»

«Continuerai a trattarla …»

«Coninuerò a darle ordini, sí.»

«Ma basta punizioni corporali.»

«Pensi che possa andarsele a cercare apposta?»

«Non ha importanza.»

«Io invece penso che ce l'abbia.»

«Non dovrebbe avere importanza per te.» si divincola, si solleva, sedendosi sulle ginocchia. «Sai qual è il problema? Che adesso tutto assume un significato diverso, anche in retrospettiva. Tutto il nostro impianto educativo, mi viene da pensare che fossero solo scuse da esibizionismo, voyeurismo.»

Mi sollevo sulle braccia. «Amore, seriamente, stai leggendo troppo in tutta questa storia.»

«Mi dispiace, è talmente … talmente assurda, che non … non riesco a …» ricomincia a piangere, la stringo a me. Si lascia consolare. Sospiro di sollievo.

«Piccola mia,» la donna si avvicina alla figlia; la differenza di altezza le rende difficile offrire il conforto che vorrebbe «non devi lasciare che ti tratti cosí, non devi …»

«Mamma,» la figlia non si volta nemmeno «va bene cosí, davvero.»