Si può? È una domanda che dovrebbe venire spontanea a tutti quelli che continuamente si trovano ad affrontare virus, malfunzionamenti, appesantimenti ingiustificati del computer e quant'altro.

Invece, purtroppo con poca sorpresa, si scopre che la gente, principalmente per ignoranza, spesso anche per abitudine, e certamente anche per quella forma di conformistica pigrizia che ci fa preferire affrontare i problemi affrontati dalla maggioranza degli altri ai passi in più da compiere per averne molti meno ma diversi, la maggior parte della gente preferisce seguire la propaganda che vede in Windows il sistema “per tutti”, distinguendolo dallo chic alternativo della Apple e dal radical-comunista (e poco conosciuto) Linux.

Se però ci si pone davanti alla questione, la risposta (naturale quanto ovvia) è “dipende”. Dipende dal computer, dal tipo di uso che se ne fa, ed infine dal grado di interoperabilità richiesto con altri (e quindi, in definitiva, dai programmi che si intende usare).

Hardware

Dal punto di vista hardware, il problema, sempre meno frequente, è legato alla possibilità del sistema operativo di farne uso; se i produttori, per ovvie ragioni di mercato, hanno sempre fornito dischi di installazione con i driver per Windows del loro hardware, la situazione con Linux non è sempre così sorridente: si va dall'hardware con un supporto completo che in alcuni casi supera persino in qualità quello per Windows, ad hardware di cui si è fortunati se si riesce a far sapere al sistema operativo che quel particolare pezzo è presente, passando per tutta la possibile gamma di varianti.

La situazione è in realtà sempre meno tragica, ed ormai è alquanto raro trovare hardware che sia completamente non supportato: allo stato attuale, credo che i lettori di impronte digitali siano grossomodo l'unica classe di hardware quasi totalmente inutilizzabile. Più spesso capita che al momento dell'uscita di un nuovo modello questo non sia immediatamente supportato (ho avuto un'esperienza negativa in tal senso con la tavoletta grafica Wacom Bamboo Pen&Touch, che però adesso uso senza problemi), o che alcune funzioni avanzate non siano configurabili con l'immediatezza delle interfacce "a prova di idioti" che spesso si trovano in Windows (stesso esempio della Wacom, per le funzioni multi-touch).

Ovviamente, il livello di supporto per le componenti e le periferiche dei computer è molto legato alla disponibilità del produttore a cooperare con il mondo Linux. Si riscontrano classicamente quattro livelli:

  1. produttori che contribuiscono attivamente al supporto con driver e strumenti open source (esempi: Intel, HP),
  2. produttori che contribuiscono attivamente al supporto con driver e strumenti proprietari (esempio: ATI, NVIDIA, Broadcom),
  3. produttori che forniscono le specifiche dell'hardware, e quindi rendendo possibile la scrittura di driver e strumenti open source, ma non contribuiscono attivamente con codice di alcun tipo (esempi: ACECAD, Wacom),
  4. produttori il cui hardware è supportato solo grazie al paziente lavoro di reverse-engineering di gente senza alcun legame con la casa produttrice (esempi: troppi).

Per potersi lasciare alle spalle Linux è quindi opportuno diventare un po' più oculati nelle scelte, a meno di non avere interessi smanettoni. Per fortuna, è sempre più difficile trovare cose che non funzionino “out of the box”, ed ancora più difficile trovare cose che non si possano fare funzionare con un attimo di pazienza e qualche rapida ricerca su internet.

Software

L'uso più diffuso dei computer è dato (oggigiorno) probabilmente dalla navigazione in internet, seguita a ruota dall'uso di una suite per ufficio, o quanto meno del suo elaboratore testi (leggi: Word di Microsoft Office). Segue poi un po' di multimedialità, forse ascoltare musica e magari vedere qualche film, con utenze più smaliziate a cui interessa organizzare le proprie foto o i propri video (dal saggio di danza della figlia undicenne agli atti impuri con la compagna).

La scelta dell'applicazione per ciascun uso è, nuovamente, per lo più dettato dall'ignoranza: non sono pochi coloro per cui “la e blu sullo schermo” è internet (quando va bene) o Facebook (la parte di internet con cui si interfacciano il 96% del tempo, il restante 4% essendo YouTube, a cui magari arrivano da Facebook). Forse in questo caso non è proprio opportuno parlare di ‘scelta’.

Saltando la solita questione dell'inerzia (“sul computer c'è questo preinstallato, quindi uso questo”) un altro fattore determinante è l'interoperabilità, intesa specificamente in riferimento alla necessità di scambiare dati con altre persone. Se dalla monocultura web siamo finalmente usciti e sono ormai pochissimi i siti non correttamente fruibili senza Internet Explorer, per documenti di testo e fogli elettronici si continua a dipendere pesantemente dai formati stabiliti dalla suite per ufficio della Microsoft, nonostante per un accesso completo a questi documenti sia necessaria la suite stessa1.

La cosa è un po' paradossale, perché se davvero si puntasse all'interoperabilità ci si dovrebbe rivolgere a qualcosa di più universalmente disponibile, e quindi ad applicativi e formati che non siano legati ad uno specifico sistema operativo. Ma nuovamente l'inerzia e la necessità di compatibilità all'indietro con anni di monocultura (e la relativa legacy di documenti in quei formati) rendono difficile la transizione a soluzioni più sensate.

Cosa usare, e come

Per facilitare la transizione da Windows ad un altro sistema operativo, è meglio cominciare ad usare già in Windows stesso le stesse applicazioni che ci si troverebbe ad usare ‘dall'altra parte’. Prima di buttarsi a capofitto nell'ultima Ubuntu, ad esempio, è meglio rimanere nell'ambiente che ci è familiare (Windows), abbandonando però il nostro Internet Explorer (per chi lo usasse ancora), il nostro Microsoft Office, etc, per prendere dimestichezza con programmi equivalenti che siano disponibili anche sulle altre piattaforme. Questo spesso vuol dire rivolgersi al software open source, ma non sempre.

Si usi quindi ad esempio un browser come Opera, Firefox o Chrome per navigare in internet. Si usi lo stesso Opera di cui sopra o Thunderbird per gestire la posta. Gimp non sarà Photoshop, ma è un buon punto di partenza per il fotoritocco, ed Inkscape dà tranquillamente punti a Corel Draw se non ad Indesign. Come suite per ufficio LibreOffice (derivata dalla più nota OpenOffice.org) è una validissima alternativa al Microsoft Office, salvo casi particolari. DigiKam è eccellente per gestire le proprie foto (anche se forse non banale da installare in Windows; un'alternativa potrebbe essere Picasa, utilizzabile in Linux tramite Wine), VLC è un po' il media player universale, e così via.

Dopo tutto, le applicazioni sono ciò con cui ci si interfaccia più spesso, molto più che non il sottostante sistema operativo, usato per lo più per lanciare le applicazioni stesse ed eventualmente per un minimo di gestione (copia dei file, stampa).

Una volta presa dimestichezza con i nuovi programmi, la transizione al nuovo sistema operativo sarà molto più leggera, grazie anche agli enormi sforzi fatti negli ultimi anni (principalmente sotto la spinta di Ubuntu) per rendere Linux più accessibile all'utonto2 medio.

Ma a me serve …

Ci sono casi in cui non si può fare a meno di utilizzare uno specifico programma, vuoi perché in Linux non è disponibile un'alternativa, vuoi perché le alternative esistenti non sono sufficientemente valide (ad esempio non leggono correttamente i documenti su cui si sta lavorando, o mancano di funzioni essenziali).

La soluzione migliore, in tal caso, è offerta dalla virtualizzazione, alternativa più efficiente, su macchine recenti, al dual boot. Mentre con il secondo approccio si tengono sulla stessa macchina i due sistemi operativi, scegliendo quale utilizzare a ciascun avvio ed essendo eventualmente costretti a riavviare qualora si volesse anche solo temporaneamente utilizzare l'altro, la virtualizzazione consiste nell'assegnazione di risorse (memoria, CPU, un pezzo di disco) ad un computer appunto virtuale, emulato internamente dall'altro.

In tal modo, utilizzando Linux come sistema operativo principale, si può ‘accendere’ la macchina virtuale, avviando Windows in una finestra a sé stante che non interferisca con il resto del computer se non nelle forme imposte dalla virtualizzazione stessa.

Successi virtuali

Ho sperimentato personalmente e con successo questa situazione, che mi è tornata utile in almeno due momenti: la necessità di utilizzare Microsoft Office per la rendicontazione di un progetto che doveva seguire un ben preciso modello costruito in Excel, con tanto di macro ed altre funzioni per le quali l'OpenOffice.org di allora non forniva sufficiente compatibilità, e più recentemente per recuperare rubrica e messaggi dal mio cellulare non proprio defunto ma nemmeno proprio funzionante.

Ma il mio più grande successo in tal senso è stato un ingegnere incallito che usa per lavoro i computer dai tempi in cui 64K erano un lusso e doveva attendere la notte per poter utilizzare tutti e 256 i kilobyte di una macchina normalmente segmentata per il timesharing. Stiamo parlando di un uomo che è passato al Lotus 1-2-3 quando dal VisiCalc non si poteva più spremere una goccia, per poi restare con il QuattroPro sotto DOS finché i problemi di compatibilità non hanno superato i benefici dell'abitudine, e che ha riformattato il computer nuovo per poter rimettere Excel 95 su Windows XP per limitare al minimo indispensabile i cambiamenti rispetto alla sua macchina precedente.

Stiamo parlando di un uomo che si è convinto a mettere Linux solo dopo la terza irrecuperabile morte del suddetto Windows XP ed il mio ormai totale e definitivo (nonché abbastanza incazzato) rifiuto ad offrirgli il benché minimo aiuto per qualunque tipo di problemi gli si dovesse presentare con la sua beneamata configurazione. (E sinceramente non ne potevo più di sentirmi raccontare ogni volta di come Windows crashava, di come Excel rifiutava di salvare, di come questo, di come quest'altro.) Un uomo che si è convinto soltanto a condizione che (1) potessi trovargli sotto Linux qualcosa che potesse sostituire in maniera integrale le sue due uniche grosse applicazioni (Excel ed AutoCAD) senza fargli perdere alcunché del lavoro svolto fino ad allora e (2) gli offrissi aiuto ogni volta che avesse problemi con il nuovo sistema operativo.

Avendo già aiutato altre persone nella migrazione, il secondo punto non era affatto un problema: chi mi conosce sa bene che non mi sono mai rifiutato di aiutare gente che avesse problemi con il computer, ma ho recentemente maturato la decisione di rifiutare categoricamente aiuto a chi avesse problemi con Windows, con lo specifico obiettivo di far notare che il sistema operativo in questione non è affatto più ‘amichevole’ nei confronti dell'utente.

Per il primo punto, il problema è stato maggiore: anche l'ultima versione di LibreOffice continua ad avere problemi con i complicatissimi fogli Excel di mio padre, e nessun CAD disponibile per Linux regge minimamente il confronto con AutoCAD.

La virtualizzazione è quindi stata la soluzione da me proposta: una installazione pulita di Windows XP con solo i programmi in questione, in una macchina virtuale gestita da Linux; dati salvati in Linux su una directory accessibile come disco di rete dalla macchina virtuale; copia di riserva della macchina virtuale, con cui sovrascrivere quella in uso in caso si sviluppino problemi.

Fortunatamente, il supporto hardware per la virtualizzazione sul suo computer si è rivelato sufficiente ad un comodo utilizzo quotidiano. Sfortunatamente, l'ingegnere in questione non riesce a trovare la pazienza di imparare gli equivalenti in Linux di quell'infinità di piccoli programmini che era solito utilizzare sotto Windows, quindi l'installazione pulita si sporca poco dopo il ripristino, e Linux viene usato quasi principalmente per la navigazione in internet (tramite Firefox).

La situazione è però alquanto soddisfacente, con l'unico neo di non poter usufruire della complessa interfaccia basata su Silverlight che i siti RAI offrono per la visualizzazione delle trasmissioni (in particolare AnnoZero). Di Silverlight, tecnologia della Microsoft, esiste una parziale implementazione in Linux tramite Moonlight, ma a quanto pare il plugin permette solo la visualizzazione della pubblicità, mentre la trasmissione vera e propria rimane inaccessibile.

Anche senza tener conto del fatto che la stessa Microsoft sta pensando di abbandonare .NET e l'associato Silverlight per la prossima versione di Windows, la scelta della RAI (o di chi per lei; a chi è stato appaltato il lavoro della piattaforma web multimediale della RAI? Telecom? ) puzza da lontano di quel tipo di scelte che hanno favorito, nei lontani anni '90, la nascita di quella monocultura web dei danni della quale ho già parlato.

Fuga dalle monoculture

Comincia ora a vedersi la possibilità di un'emersione dalla monocultura Windows, con il diffondersi dei Mac dal lato trendy (e con un pericoloso rischio di sviluppo di una nuova monocultura che si sostituisca a quella esistente), e di Linux dall'altro. C'è da sperare che le quote di ciascun sistema raggiungano livelli tali da risanare l'ecosistema senza rischiare nuove degenerazioni. Fino ad allora, ci sarà sempre un po' di corrente contraria da affrontare, ma nulla di impossibile.

In questo ha sicuramente aiutato molto, come ho già detto, Ubuntu. Ultimamente, però, le nuove uscite sono state significativamente meno attraenti delle precedenti: tra una deriva ‘alla Apple’ dal punto di vista stilistico e funzionale ed alcune scelte troppo sperimentali per una piattaforma che si pone e propone come pronta per gli utonti, consiglio caldamente di permanere saldi sulla 10.04, attendendo con un po' di pazienza il decadere dell'attitudine ‘giocattolosa’ con cui Shuttleworth sta ultimamente gestendo Ubuntu, o magari l'emersione di una nuova alternativa un po' meno ‘coraggiosa’.

Le alternative a Windows ormai ci sono, e sono valide. Ma soprattutto, per fortuna, se ne stanno accorgendo tutti, indicando il superamento dell'ostacolo più grosso a qualunque progresso: il cambiamento di atteggiamento, di mentalità diffusa.


  1. è vero che sono disponibili viewer (per Windows) che non comprendano l'intera suite; è anche vero che la maggior parte dei formati, grazie a notevoli sforzi di reverse-engineering, sono ormai per lo più accessibili anche in altre suite, il problema della “compatibilità completa” rimane, e nonostante essa non sia garantita nemmeno da versioni diverse della suite MS, è anche vero che per i punti più delicati della formattazione altre suite possono differire più sensibilmente. ↩

  2. non si tratta di un errore di digitazione, bensí del termine spesso usato per indicare gli utenti con scarsa dimestichezza con gli strumenti informatici. ↩