Nella puntata precedente abbiamo visto che un “vero” reddito di cittadinanza, inteso come reddito di base incondizionato ovvero Universal Basic Income (UBI) di 300€/mese/persona, per corprire tutti i cittadini residenti in Italia (circa 55 milioni di persone) impatterebbe sul bilancio statale per circa 200G€/anno. Il peso effettivo sarebbe in realtà inferiore, perché l'UBI assorbirebbe (in parte o del tutto) un certo numero di sussidi che attualmente gravano comunque sul bilancio statale, con un peso effettivo potenzialmente inferiore ai 150G€/anno.

Se nella prima parte l'importo è stato scelto un po' a caso (giusto per avere qualche numero di rfierimento) e la discussione è stata incentrata sui risparmi resi possibili dall'UBI e su alcuni dubbi relativi alla struttura ed agli effetti del reddito incondizionato, in questa seconda parte delle mie riflessioni vorrei riflettere invece maggiormente sulla quantificazione dell'importo. A tal fine, vorrei innazi tutto riepilogare alcuni numeri chiave:

  1. il bilancio statale complessivo si aggira tipicamente sugli 850±50G€;
  2. il bilancio dell'INPS si aggira tipicamente sui 450±50G€, in massima parte (salvo circa 100G€) in pensioni;
  3. 300€/mese/persona sono appena sufficienti a superare la soglia di povertà solo per le famiglie piú numerose (5 e piú persone) nei luoghi meno costosi (paesini delle regioni meridionali); per gli altri nuclei non bastano nemmeno a quello

L'importo massimo

Volendo mantenere sostanzialmente inalterato il bilancio complessivo statale, ma volendolo trasformare interamente (entro i limiti discussi sotto) in UBI, e volendo incamerare anche la parte del bilancio INPS non dedicata alle pensioni, si potrebbe contare su qualcosa tra i 900G€ ed i 1000G€ (1T€).

Questo richiederebbe la privatizzazione di tutti i servizi attualmente finanziati dallo Stato. Oltre all'UBI, resterebbero comunque a carico del bilancio statale solo i parlamentari, i membri del governo e il relativo personale. Con una stima molto a braccio, supponendo 20K€/mese/persona (240K€/anno/persona) e contando qualche migliaio di persone, si arriverebbe ad una manciata di G€ (con 10K persone sarebbero 2.4G€). Anche volendo salire a 10G€, sono comunque valori che possiamo trascurare nei nostri calcoli (avendo una banda d'incertezza almeno 5 volte piú grande, su un valore mediano 90 volte superiore).

Con una semplice divisione tra l'importo disponibile (950±50G€) ed il numero di beneficiari (55 milioni di persone) otteniamo quello che possiamo considerare l'importo massimo (annuale) dell'UBI: arrotondando, l'importo a persona risulta essere 17±1K€/anno, ovvero (arrotondando ancora), tra i 1300€/mese ed i 1500€/mese (o poco piú).

(Volendo vedere la cosa diversamente, possiamo interpretare questi numeri come quello che lo Stato attualmente “spende1” per cittadino.)

Possiamo dire quindi che, volendo mantenere inalterato il bilancio statale, si potrebbe arrivare ad istituire un UBI di 1400±100€/mese, a patto di privatizzare tutto.

La privatizzazione totale

Uno dei punti sicuramente piú controverso della massimizzazione dell'UBI consumando la massima parte del bilancio statale è la privatizzazione totale dei servizi attualmente forniti dallo Stato stesso, che passerebbero quindi integralmente nelle mani dei privati.

La questione può essere affrontata da molteplici punti di vista (etici, economici, sociali, politici, …), ma quelli su cui noi ci soffermeremo saranno soltanto quello fiscale e quello etico-sociale.

Fiscalità

Dal punto di vista fiscale, la privatizzazione ha un duplice effetto “strutturale”, piú un “bonus” una tantum. Il primo effetto strutturale è ovviamente l'eliminazione della spesa corrispondente dal bilancio statale (compensata, nell'ambito della nostra discussione, dall'introduzione dell'UBI). Il secondo effetto è un aumento degli introiti statali: le transazioni economiche associate alla gestione privata sarebbero infatti tassate, e supponendo una scala economica dello stesso ordine della spesa statale, si parlerebbe di una base imponibile di centiaia se non migliaia di miliardi di euro2; con un calcolo a braccio usando un'aliquota “mediana” del 30%, potremmo stimare un incremento del gettito fiscale tra i 100G€ ed i 300G€.

Il “bonus” una tantum sarebbe costituito dagli introiti dovuti al procedimento stesso della privatizzazione (vendita dallo Stato ai privati di immobili, annessi e connessi). Su questo non si possono ovviamente fare considerazioni “di lungo periodo”, ma tale bonus potrebbe avere utili applicazioni (ad esempio nell'abbattimento di parte del debito). Per contro, i 200±100G€ che abbiamo stimato dalle riforme strutturali potrebbero essere considerati sul piú lungo periodo, ad esempio favorendo una riduzione del carico fiscale, o per contro, nell'ottica dell'UBI “massimale”, con la redistribuzione di questo supplemento sempre all'interno dell'UBI, portando ad un incremento dello stesso tra i 150€ ed i 450€ al mese per persona.

Eticità

La questione etica sulla privatizzazione dei servizi verte principalmente su due punti. Assunto che i servizi forniti dallo Stato siano (principalmente) servizi essenziali, e per i quali sia pertanto necessario garantire l'accessibilità a tutti i cittadini (e quindi a fortiori con un certo limite massimo di spesa per gli stessi) con un dato minimo di qualità, è possibile offrire le medesime garanzie delegando la fornitura dei servizi ai privati?

(In realtà l'assunzione di necessità è discutibile, soprattutto in una nazione come l'Italia dove il posto nel pubblico è abusato anche come merce di scambio elettorale. Ottimisticamente, si potrebbe sperare che in questa privatizzazione si arrivi almeno, come lato positivo, a sfrondare l'assunzione come strumento opportunistico, senza tuttavia affondare impietosamente le speranze di sopravvivenza dei corrispondenti nuclei familiari, vita la corposa natura dell'UBI.)

Ovviamente, consci dei limiti di qualità e garanzia di fornitura dei servizi da parte dello Stato (che è fortemente legata all'interesse diretto della cittadinanza nel richiedere tali servizi, come dimostrano le forti discrepanze non solo tra nazione e nazione, ma anche tra diverse regioni all'interno della medesima nazione), la domanda andrebbe posta non (necessariamente) nel senso di un certo limite minimo (di copertura e qualità) in senso astratta, ma quantomeno in termini di “non peggio di quello che fa lo Stato adesso” (anche tenendo conto della succitata variabilità).

La questione è la seguente.

Da un lato, nel fornire il servizio lo Stato ha (o quanto meno dovrebbe avere) la fornitura del servizio stesso, e non il profitto, come principale interesse; questo comporta da un lato che il servizio può essere fornito anche a condizioni in cui non sarebbe —per l'appunto— proficuo fornirlo; dall'altra —per lo stesso motivo— non c'è un particolare incentivo a offrire i servizi in maniera efficiente, cosa che può portare al lievitare dei costi (che lo Stato può coprire tramite indebitamento e/o aumento del carico fiscale), con i conseguenti danni collaterali sulla collettività.

Dall'altro lato, il privato ha come principale interesse il profitto: la fornitura del servizio è solo secondaria, asservita alla possibilità di ricavare un profitto dalla sua fornitura. La principale conseguenza di questo è il rischio il servizio non venga fornito laddove le condizioni per la sua fornitura non permettano di realizzare un (adeguato) profitto.

È interessante come questa discussione si riagganci a certe riflession di Hayek circa la contestuale opportunità di alcuni monopolî, che possono “sovvenzionare” l'elevato costo del portare i proprî servizi in zone particolarmente remote e disperse “spalmando” l'innalzamento dei prezzi coinvolgendo zone piú facilmente servite e piú densamente popolate —cosa che non si potrebbero fare in un regime piú competitivo, per il quale l'innalzamento dei prezzi allontanerebbe la clientela verso offerte che possono tenere i prezzi piú bassi non servendo le aree meno accessibili.

La questione quindi si potrebbe porre in termini di se, ed eventualmente come, lo Stato potrebbe intervenire per incentivare la copertura di aree “non proficue”, ovvero la cui copertura porterebbe a costi eccessivi per i clienti. Presupposta la massimalità dell'UBI, l'unico strumento eventualmente a disposizione dello Stato sarebbe una fiscalità “vantaggiosa” per i privati che riescano ad offrire tale copertura3.

Un discorso piú approfondito si può fare per specifici servizi.

Sanità

Guardando al panorama internazionale, la situazione da evitare assolutamente è quella del sistema sanitario statunitense, che pur con le sue punte d'eccellenza, rimane tra i (se non IL) meno efficienti, piú costosi e meno accessibili tra quelli dei paesi piú tecnologicamente avanzati. Le cause dei costi spropositati e dell'inefficienza del sistema USA sono molteplici, ma sono sostanzialmente legati al meccanismo dell'assicurazione privata ed alla scarsa copertura assicurativa. Esistono soluzioni piú efficienti, anche con sistemi sanitari privati (es. Giappone, Corea del Sud), e la chiave sta proprio nell'assicurazione sanitaria universale gestita dallo Stato. Questo potrebbe essere ottenuto ad esempio sostituendo quello che attualemnte è il carico del Sistema Sanitario Nazionale (che grava sulla fiscalità generale) con un meccanimo assicurativo (gestito ad esempio dall'INPS) obbligatorio4.

Istruzione

Un discorso simile a quello sulla sanità si dovrebbe fare anche per l'istruzione. L'obiettivo anche in questo caso dovrebbe essere di mantenere sul sistema scolastico un controllo sufficiente a garantire l'universalità dell'accesso, pur privatizzando l'istruzione, anche qui cercando quel delicato equilibrio tra i benefici che possono venire dalla competizione all'interno del sistema, ed il rischio che questo finisca con l'amplificare le differenze.

(Per chi fosse interassto ad approfondire, suggerisco la lettura dei lavori di Woessmann, che esplorano in dettaglio l'impatto della competizione sulla qualità e sui costi del servizio scolastico, in funzione anche delle strutture sociopolitiche esistenti; punto di partenza potrebbero essere i suoi studi sull'importanza del “capitale cognitivo” per la crescita economica delle nazioni —letture in particolare da suggerire a quelli convinti che l'istruzione segue la ricchezza, in faccia a tutte le evidenze del contrario.)

Follie?

Piú in generale, bisogna considerare che con un UBI cosí elevato, in molte parti d'Italia (soprattutto le piú remote e meno servite) si può vivere (piú che) dignitosamente anche senza ulteriori introiti. Che una parte (anche consistente) dell'UBI venga assorbita dal pagamento di meccanismi assicurativi per poter ottenere quei servizi che attualmente garantisce (piú o meno bene) lo Stato è, in questo senso, perfettamente ragionevole —anzi, andrebbe sottolineato che questo è in un certo senso proprio l'idea di fondo dell'UBI: sostituire tutti i sussidî ed i servizi offerti dallo Stato con un importo erogato direttamente al cittadino e da questi gestito per accedere ai servizi offerti ora dai privati, con la speranza che da detta privatizzazione risulti un miglioramento dell'offerta.

Tutto ciò presuppone ovvimente che con la transizione all'UBI non vi sia un aumento esplosivo dei prezzi di ogni cosa (“tanto la gente prende almeno 1300€/mese in piú”), che finirebbe in men che non si dica con l'assorbirebbe l'UBI già solo per il sostentamento di base. (E vista la scarsa lungimiranza della classe imprenditoriale italiana, un tale scenario non sarebbe nemmeno la parte meno realistica di queste considerazioni.)

E se da un lato è vero che una tale esplosione dei prezzi porterebbe ad un corrispondente aumento del gettito fiscale, che potrebbe andare a finanziare un incremento dell'UBI (innescando un meccanismo circolare del quale se e quando avrò tempo e voglia studierò l'eventuale esistenza di punti fissi o punti limite), è anche vero che sarebbe ben piú opportuno (e ragionevole) che anche in questo lo Stato eserciti una funzione di sorveglianza (ma, se andiamo a rivedere come andò con l'euro, è legittimo chiedere se ne abbia le capacità).

Disesenzione

Un altro calcolo sui possibili importi da scegliere per l'UBI si potrebbe effettuare partendo da quelle che sono le soglie d'esenzione IRPEF: vista la varietà delle stesse, consideriamo i due possibili valori estremi, arrotondandoli a 3000€/anno e 8100€/anno, ovvero rispettivamente 250€/mese e 675€/mese.

Visto che con i 250€/mese/persona ci troveremmo addirittura al di sotto dei 300€/mese/persona già trattati la volta scorsa, soffermiamoci invece sull'estremo superiore, magari arrotondato a 700€/mese/persona, piú del doppio di quello visto allora.

Il costo complessivo dell'UBI salirebbe in questo caso a quasi 500G€/anno (circa la metà dell'importo massimo visto sopra); anche considerando i possibili risparmi (largamente invariati rispetto a quelli visti la volta scorsa, con la possibile eccezione degli stipendi del pubblico) che potrebbero farlo scendere di 100G€/anno o giú di lí, ci troviamo comunque davanti ad una spesa molto piú difficile da sostenere senza privatizzare comunque una certa parte dei servizi (a meno di non considerare un'auspicabile crescita di introito per lo Stato, dovuta almeno in parte anche alla diversa fiscalizzazione che l'UBI comporterebbe).

Tassazione

Un punto chiave (che potrebbe risponde anche ad un quesito già posto la volta scorsa, ma finisce con il sollevare invece altri dubbi non discussi alla puntata precedente, e di cui quindi parleremo qui) riguarda proprio la tassazione: con l'introduzione dell'UBI, si potrebbe eliminare la “no tax area”, considerando la base imponibile esclusivamente in base alla tipologia del reddito, e non in base all'importo.

Una questione da affrontare in questo caso è la potenziale divergenza di trattamento tra percettori dell'UBI (cittadini residenti) e non percettori (non cittadini e/o non residenti): per i secondi diventa pure imponibile l'intero reddito, o per loro rimarrà istituita una “no tax area” che viene semplicemente “coperta” automaticamente dall'UBI per i percettori? (Ed ancora piú interessante sarà vedere come si andrà a mischiare questa scelta, qualunque essa sia, con gli accordi internazionali.)

Per inciso, possiamo osservare che la “promozione” dell'intero reddito da lavoro (dipendente o autonomo che sia) porterebbe anche ad un maggiore introito per lo Stato senza con questo inficiare la positività dell'impatto dell'UBI sul reddito disponibile dei percettori (almeno non direttamente, e quindi assumendo invariati stipendi e costi della vita —un dubbio già sollevato anche la volta scorsa).

Servizi

Come già detto, mentre per i 300€/mese/persona si poteva sperare di ragionare su risparmi e ritorni di cassa tali da poter coprire il bilancio (soprattutto sfruttando i fondi del PNRR che verrà invece bruciato in falò di buzzwords (PDF) per l'avvio del programma), per importi piú elevati, come i qui discussi 500€/mese/persona, diventerebbe comunque necessario una riduzione dei servizi statali, molto probabilmente (ed auspicabilmente, se l'alternativa è la cessazione dell'erogazione del serizio) con una transizione verso la loro privatizzazione.

La questione diventa a questo punto la non banale scelta di quali servizi trasferire ai privati, e quali mantenere sotto il controllo (soprattutto finanziario) del governo. Il primo passo sarebbe andare a vedere come è attualmente distribuito il bilancio statale, e vedere quali servizi potrebbero essere trasferibili liberando un importo complessivo comparabile con il nuovo peso in bilancio dell'UBI. (Mi riservo di fare questi calcoli in un futuro in cui avrò il tempo e la voglia di farli.)

L'importo minimo?

Volendo fare invece un discorsi “inverso” rispetto a quello fatto per il tetto massimo, l'importo dell'UBI lo si potrebbe calcolare assumendo di non intaccare né il bilancio complessivo statale, né i servizi erogati al cittadino. Con questo approccio, si dovrebbe quindi ragionare in termini di sussidî, raccogliendo tutte le forme di sussidio attualmente erogate dallo Stato, e redistribuendo l'importo in forma di UBI.

In un certo senso, questo è il reciproco del calcolo per i risparmi fatto nella puntata precedente. E se i calcoli fatti lí sono validi, si può contare su qualcosa come 100G€ o poco piú, un importo che redistribuito risulterebbe in circa 150€/mese/persona: un importo confrontabile con i famosi “80€ di Renzi” (divenuti “Bonus 100” in tornate piú recenti), ma nella forma di un reddito incondizionato.

Il vantaggio di un simile importo sarebbe la possibilità di coprirlo senza carico sul bilancio statale. Lo svantaggio è che l'importo è decisamente esiguo: senza essermi fatto i conti, sospetto per gli attuali percettori del sussidio pentastellato si tratterebbe di un passo indietro (con grande gioia di altri), e considerando anche l'opzione risparmio sulle pensioni, potrebbe risultare in un'iniziativa alquanto impopolare.

D'altronde, il vero nodo da risolvere è: riuscirebbe un importo cosí esiguo ad essere comunque una soluzione efficace? La risposta a questa domanda dipende da quale si intende che sia lo scopo dell'UBI. Se si tratta di una forma semplice (ed incondizionata, quindi “facile” da erogare) di supporto alle famiglie piú bisognose, potrebbe comunque “salvare” qualcuno dalla miseria, e quindi la si potrebbe comunque considerare efficace. Se però si mira a scardinare certi meccanismi di sfruttamento (come discusso piú avanti), è probabile che 150€/mese/persona non siano sufficienti a sollevare le persone oltre la soglia della ricattabilità, amplificando invece il timore della perdita di potere d'acquisto senz la forza di bilanciarne l'effetto come potrebbe fare un importo piú cospicuo.

Altri dubbi

Rimango dell'idea che un UBI sia una strategia perseguibile, ed oserei direi rivoluzionaria. Soprattuto, sarebbe un'idea ben migliore dell'attuale cosiddetto “reddito di cittadinanza”, che considero semplicemente “una porcata” (sebbene non certo per i motivi per cui viene combattuto dagli imprenditori che oggi lo usano come scusa per dire «non trovo gente disposta a lavorare onestamente», quando intendono [[«non trovo gente disposta a fare lo schiavo 12 ore al giorno per 7 giorni la settimana a 300 euro al mese in nero»|#sfruttamento]]), soprattutto con un piú dettagliato ragionamento sugli importi (possibilmente avendo a disposizione dati che per me non sono facilissimi da reperire).

Personalmente, trovo che uno dei principali argomenti a favore del reddito di cittadinanza propriamente inteso sia lo scardinamento della retorica del sussidio, e l'associato stigma del parassitismo. In questo senso lo si può considerare uno dei piú potenti “equalizzatori sociali”, riducendo se non eliminando almeno quella parte di discrepanza iniziale legata allo stato di necessità.

Mi viene da riflettere che forse proprio per questo non verrà mai preso seriamente in considerazione da nessuna forza politica in Italia, che non abbia speranza in un contesto politico-culturale come quello italiano, dove da 400 anni la classe “impreditoriale” preferisce la rendita all'investimento, e la classe politica le rimane asservita su tutto lo spettro (dal centro-“sinistra” alle varie sfaccettature della destra, passando per il democristianissimo M5S), senza alcun sussulto di dignità, senza nessuna prospettiva per un futuro di crescita (come dimostrato, tra le tante cose, anche dai miseri investimenti nella ricerca di base nel già citato PNRR), optando al piú per un contentino, qualcosa che non può essere definito in altro modo che appeasement nei confronti del popolino (perché alla fine è a questo che si riduce l'attuale sussidio di disoccupazione che infanga il nome del reddito di cittadinanza), quando non direttamente mercificazione del voto. Dove dovremmo trovare —in questo contesto politico-culturale, dicevo— anche solo un politico di spessore che riesca ad affrontare con la dovuta saggezza i punti piú delicati dell'implementazione di un UBI?

A peggiorare la cosa, come già detto, ai dubbi sollevati la volta scorsa se ne aggiunge un altro, proprio in questa prospettiva.

Non percettori

In un contesto in cui fosse implementato un vero reddito di cittadinanza, che copra per l'appunto tutti i cittadini residenti (come nella proposta inizialmente considerata), i temi della cittadinanza e della residenza diventano ancora piú caldi di quanto non lo siano adesso.

Non è infatti un mistero che già adesso la cittadinanza abbia un'enorme significanza in termini di accessibilità a risorse ed opportunità, al punto che alcuni studiosi hanno avanzato (soprattutto a fronte di un calo dell'interesse nella partecipazione sociale e politica attiva) l'ipotesi che al giorno d'oggi la cittadinanza si possa considerare alla stregua di un affitto. È questo peraltro uno dei motivi per cui la destra pubblicamente, e una certa “sinistra” dietro le quinte, continuano ad opporsi ad una gestione piú sana della questione dell'immigrazione (clandestina e non, dei migranti economici come dei rifugiati) —peraltro perdendo cosí anche la possibilità di sfruttare, in maniera socioeconomicamente vantaggiosa, le competenze che dall'estero possono venire, accontentandosi invece di manodopera in nero a bassissimo costo (e voglio dire, non sto mica chiedendo loro di sposare in toto la tesi di Bryan Caplan). Ma anche questo, come vedremo, è un segno della collusione dell'intero spettro della politica con la già citata meschinità della mentalità “imprenditoriale” delle nostre parti.

Non è difficile immaginare come l'introduzione di un UBI andrebbe ad amplificare la questione. Da un lato, l'UBI assorbirebbe (parte delle) risorse che potrebbero essere dedicate alla gestione dei flussi di migranti (accoglienza, smistamento, etc; i famosi “35 euro al giorno ed alberghi di lusso”, per intenderci). Dall'altro, la presenza stessa dell'UBI renderebbe la cittadinanza ancora piú appetibile, facilitando argomenti per la restrizione dello ius soli e piú in generale tutti gli argomenti che dipingono lo straniero come aspirante parassita.

Al di fuori del dibattito politico, la distinzione tra percettori e non percettori dell'UBI (che nella proposta considerata significa la distinzione tra cittadini residenti e non cittadini/non residenti) comporta anche un'amplificazione della differenza in fragilità economica, soprattutto nell'ipotesi di importi UBI che andrebbero ad assorbire anche parte dei servizi (quali sanità e salute) che attualmente sono forniti dallo Stato. Ma anche per importi tutto sommato limitati come quelli contemplati la volta scorsa, la differenza tra percepire e non percepire l'UBI comporta una non indifferente differenza di ricattabilità sul mercato del lavoro.

Perché ricattabiltà?

Da sempre gli imprenditori (ed i gruppi di interesse che fanno loro da megafono, ivi incluso gran parte del giornalismo, ma anche della politica5) lamentano la difficoltà nel trovare dipendenti, vuoi che siano i giovani bamboccioni e choosy, vuoi che siano i percettori di quella porcata di cosiddetto “reddito di cittadinanza”. Pochi invece hanno il coraggio di denunciare pubblicamente il segreto di Pulcinella: che il vero problema sono gli stipendi da fame, spesso in nero, ed in condizioni di lavoro che hanno piú dello schiavismo che del libero scambio di prestazioni e servizi, e che il vero “dramma” degli imprenditori a fronte di ogni iniziativa di supporto a giovani e disoccupati sia come queste iniziative riducano le possibilità di sfruttamento dei soggetti piú deboli. Non a caso, in parallelo alle lamentele, abbiamo il massiccio (e spesso illegale) sfruttamento dei migranti (vittime del capolarato, prevalentemente in agricoltura), da sempre soggetti particolarmente deboli, sia dal punto divista economico, sia dal punto di vista giuridico.

Nel dramma degli stranieri è però opportuno ricordare che anche tra i cittadini residenti non mancano i ricattati (sebbene spesso6 con meno rischi per la vita): docenti dei “diplomifici privati” disposti ad essere pagati meno di quanto percepiscono sulla carta solo per avere la possibilità di fare punteggio, cuochi e camerieri (soprattutto stagionali, ma anche no) che accettano di lavorare ben oltre il numero di ore previste dal contratto (e dalla paga, salvo mance), operai in tutti i settori che non denunciano le diffusissime violazioni dei protocolli di sicurezza, e tutti coloro che accettano di lavorare in nero, o pagati una miseria, o a partita IVA, semplicemente perché opporsi allo sfruttamento significa spesso non solo perdere quel posto di lavoro, ma anche entrare nella lista nera degli indesiderati, e perdere cosí ogni possibilità di trovare lavoro.

Questo è l'aspetto su cui l'UBI può agire: una rete di protezione che possa dare agli sfruttati la possibilità di contrastare lo sfruttamento. (E pur ritenendo l'attuale “reddito di cittadinanza” una porcheria malfatta, una cosa gli si deve riconoscere: ha mostrato quanto possa essere utile uno strumento del genere, anche quando costruito ed applicato male.) Tale protezione, però, varrebbe solo per i suoi percettori; gli “altri” (soprattutto migranti ed altri emarginati) rimarrebbero nelle medesime condizioni di ricattabilità (e sfruttamento), se non in condizioni peggiori: un UBI piú corposo che andrebbe a sostiuirsi alla fornitura di servizi come istruzione e sanità renderebbe infatti tali servizi ancora piú inaccessibili per i non percettori in cattive condizioni economiche.

Di piú, l'aumento della fragilità dei non percettori renderebbe anche lo strumento meno efficiente per i percettori stessi, dando all'imprenditore una solida (per quanto eticamente discutibile) alternativa al miglioramento delle condizioni di lavoro: lo sfruttamento dei non percettori.

Una soluzione al problema potrebbe essere quella di estendere l'UBI a tutti i residenti (indipendentemente dalla cittadinanza). Sinceramente, vista la scarsa capacità dimostrata finora dalla nostra classe politica di gestire in maniera corretta ed intelligente i flussi migratori, rimango alquanto dubbioso della sostenibilità di un tale approccio, anche se lo si potrebbe considerare eticamente piú solido e “di sinistra” di altri.

L'altra soluzione, altrettanto immediata (ma non per questo piú popolare, soprattutto in certi ambienti) sarebbe contrastare lo sfruttamento alla radice: controlli nelle aziende. Ma in un Paese dove già il solo proporre una cosa del genere, o dire di progettare di assumere personale per poterlo fare, è considerato sentimento anti-imprenditoriale, non è difficile immaginare come una scelta del genere sarebbe un suicidio politico non meno di quella precedente.

(Peraltro, la seconda è una soluzione che si potrebbe applicare già oggi, visto che le leggi ci sono, quello che manca è la volontà di applicarle, e mi sembra legittimo chiedere come mai.)

Il vero problema?

Forse, il principale problema dell'UBI non è la scelta della soluzione tecnica ai dubbi sollevati finora (minori, tassazione, i possibili abusi), o la scelta dell'importo, o la scelta della strategia da adottare per ridurne il peso sul bilancio statale, ma semplicemente la profonda meschinità di un'economia ed una politica che si ritrovano solo nella rendita e nello sfruttamento.


  1. con efficienza che possiamo ottimisticamente definire “discutibile”, ma bisognerebbe vedere se ed in che misura il privato riuscirebbe a fare di meglio, e con quali costi per gli utenti —ma di questo parleremo piú avanti. ↩

  2. da queste andrebbero escluse ovviamente le spese del personale, per le quali ai fini del gettito fiscale la differenza pubblico/privato non comporta particolari differenze. ↩

  3. esempi in cui lo strumento della riduzione del carico fiscale per “pilotare” l'iniziativa industriale privata è stato usato —insieme ad altri— con successo si trovano per esempio nella realizzazione dei piani quinquennali di sviluppo della Corea del Sud, che nel giro di una trentina d'anni hanno portato il Paese dal zoppicante reduce di una guerra ad una potenza industriale e tecnologica. ↩

  4. si potrebbe ragionare a questo punto anche sull'opportunità di una detrazione automatica dall'UBI —si pressuppone che il premio assicurativo sia (notevolmente) inferiore— ma nel caso in cui la copertura sia a carattere familiare, questo meccanismo andrebbe a complicare la già incerta situazione dell'UBI per i minori. ↩

  5. e taciamo qui dell'ipocrisia di chi come esponente pubblico si scaglia contro lo sfruttamento ed il lavoro nero, salvo poi farsi scoprire come aguzzino. ↩

  6. e forse nemmeno tanto, vista la mortalità per incidenti sul lavoro. ↩