Qualche tempo fa ho provato a fare dei calcoli “spannometrici” per avere un'idea di quanto potrebbe costare (allo Stato) un vero Reddito di cittadinanza (non quella porcata di “sussidio di disoccupazione esteso” appiopatoci dai governi del Movimento 5 Stelle).

Il calcolo di base

Supponiamo di voler coprire, con il suddetto reddito di cittadinanza, i cittadini (duh) italiani, che siano residenti in Italia: parliamo quindi di circa 55 milioni di persone. Supponiamo inoltre di porre il valore del reddito a 300€/mese/persona1. L'erogazione complessiva (per il bilancio statale) sarebbe quindi di 300×12×55 (milioni di euro), ovvero 198 miliardi di euro l'anno, che per semplicità possiamo arrontondare a 200G€/anno.

È tanto? È poco?

Per avere un'idea dell'ordine di grandezza di questa quantità possiamo andare a vedere i consutivi dei bilanci degli ultimi anni dello Stato e dell'INPS. Arrotondando, il bilancio complessivo statale si muove tra gli 800G€ e i 900G€, mentre quello dell'INPS2 tra i 400G€ e i 500G€.

Dal punto di vista dei percettori, 300€/mese/persona netti garantiti possono essere cruciali per la sopravvivenza (per le fasce meno ricche), un contributo utile se pur non essenziale (per le fasce “centrali” di reddito), o una nullità (per le fasce piú ricche). Per avere un'idea, possiamo guardare alle statistiche ISTAT sulla povertà per il 2019, le cui tabelle finali definiscono le linee di povertà in base a luogo di abitazione e numero (e distribuzione) dei componenti del nucleo familiare: 300€/mesi/persona sono appena sufficienti a superare la soglia di povertà solo per le famiglie piú numerose3 (5 e piú persone) nei luoghi meno costosi (paesini delle regioni meridionali).

I risparmi

Torniamo un momento ai 200G€/anno del costo (per lo Stato) di questo ipotetico reddito di cittadinanza.

Una delle idee fondanti dietro l'UBI (Universal Basic Income) è che esso dovrebbe essere sostitutivo (piuttosto che complementare) alla stragrande maggioranza (se non la totalità) dei servizi pubblici resi dallo Stato: con una prospettiva del genere, i 200G€/anno andrebbero a sostituirsi (quasi interamente) agli 800G€ (e passa) annuali del bilancio statale. Un bel risparmio, ma di tutt'altro che facile attuazione (il periodo di transizione, in particolare, sarebbe alquanto … interessante da gestire).

(Come prospettiva diversa, si potrebbe considerare di investire lo stesso budget (800G€/anno) per aumentare di 4 volte l'importo del reddito di cittadinanza, portandolo quindi a 1200€/mese/persona, accompagnando questa riconfigurazione con una soppressione della totalità dei servizi statali.)

Possiamo però considerare un approccio piú morbido. L'introduzione dell'UBI porterebbe, per cominciare, all'eliminazione di ogni altra forma di sussidio statale, o gran parte di esse.

Reddito (di cittadinanza) contro “reddito (di cittadinanza)”

La prima cosa a dover andare via è il famoso “reddito di cittadinanza” pentastellato.

Grosso vantaggio dell'UBI rispetto ad altre forme di sussidio è la sua semplicità burocratico-amministrativa: essendo per sua natura incondizionato, il (vero) Reddito di Cittadinanza non richiederebbe tutto l'apparato burocratico (calcoli, domande, verifiche) e le sue conseguenze (in particolar modo, i ritardi) associati invece alle misure che da questo verrebbero sostituite. (La controparte di questa semplicità è un'omogeneità di importi che potrebbe essere considerata ingiusta; ma di questo parleremo piú avanti.)

La soluzione pentastellata costa (al momento) tra i 5G€ e i 10G€ l'anno, di cui un 10-20% circa diretto ai Centri per l'Impiego per la famosa “fase 2” con l'istituzione dei “navigator” che dovrebbero aiutare i percettori a trovare lavoro. Con l'UBI, si elimina il problema della lentezza nell'evasione delle domande e si elimina il baraccone di dubbia utilità nato dalla pretesa di trasformare questo sussidio in un “ponte per le assunzioni”.

Sussidi di disoccupazione

La legislazione vigente al momento della stesura di questo articolo prevede l'esistenza di una certa varietà di ammortizzatori sociali. Tra queste, le molteplici indennità di disoccupazione, quali NASpI, DIS-COLL e ASDI, differenziate per le categorie a cui vengono appplicate, per le circostanze di applicazione, per la durata, per l'importo.

Anche in questo caso, l'UBI come alternative propone una netta semplificazione. Non sono riuscito (al momento) a trovare dati sul numero di indennità corrisposte in questi anni ed il loro importo (complessivo), quindi non posso dire a quanto ammonterebbe il risparmio (per Stato ed INPS) associato all'eliminazione delle stesse.

L'eliminazione delle indennità di disoccupazione e la sua sostituzione con l'UBI è concettualmente e praticamente un'azione molto diversa dall'intervento precedentemente descritto: le prime sono infatti legate all'importo dello stipendio (l'idea è di evitare un tracollo improvviso nello stile di vita per superare un periodo —che si suppone breve— di crisi, fino al nuovo lavoro), laddove l'UBI è fisso: la sostituzione non è quindi equivalente, ed il vantaggio (o svantaggio) dell'UBI rispetto all'indennità di disoccupazione dipendono da una varietà di fattori che coinvolgono non solo l'importo degli stipendi, ma anche l'oculatezza della gestione finanziaria del percettore, nonché la durata del periodo di disoccupazione. Di questo parleremo piú avanti.

Cogliamo però adesso l'occasione per menzionare un (piccolo) risparmio legato all'abolizione delle indennità in favore dell'UBI: l'abolizione del corrispondente prelievo (1,3% dell'imponibile) per il finanziamento dei sussidi uscenti: l'importo è modesto (su uno stipendio sui 1500€/mese parliamo di circa 20€/mese), ma comunque da tenere in conto.

Stipendi del pubblico

È una triste realtà italiana (e non solo) che il “posto pubblico” è usato come strumento clientelare, sia in forma diretta4, sia in forma indiretta5.

Un eventuale UBI non potrebbe evitare questi meccanismi clientelari (benché ci sia da sperare che ne riduca la necessità aiutando i nuclei familiari a raggiungere o superare la soglia di sussistenza e quindi di “ricattabilità”), ma potrebbe depotenziarlo se tutti gli stipendi nel pubblico venissero ridotti (al netto) di un importo pari a quello erogato tramite UBI.

Il risultato sarebbe, per i dipendenti nel pubblico, un inalterato introito (almeno su base individuale), laddove impiegati nel privato si ritroverebbero con 300€/mese/persona in aggiunta al loro (inalterato) stipendio. Dell'etica di questa discrepanza parlerò piú avanti, ma in termini di costi questa operazione porterebbe indubbi beneficî.

Dato l'importo costante dell'UBI (e quindi dell'importo da scalare dagli stipendi, assumendo non vi siano importi inferiori ai 300€/mese), per calcolare il risparmio attuato da questa soluzione basta moltiplicare i 300€/mese/persona per 12 mesi per il numero di dipendenti pubblici: si parla di circa tre milioni e mezzo di persone, portando il risparmio a poco meno di 13G€.

Le pensioni

Anche qui si tocca un tasto dolente, ma è una triste realtà da fronteggiare il fatto che decenni di “patto intergenerazionale” non soddisfatto e certi abusi del sistema pensionistico come strumento clientelare hanno reso la sua gestione una delle piú pesanti palle al piede del bilancio statale italiano.

Per calcolare il risparmio che si avrebbe scalando, come fatto per gli stipendi dei dipendenti pubblici, le pensioni di un importo pari a quello erogato tramite UBI, ancora una volta, ci appoggiamo ai dati INPS per scoprire che in Italia vengono erogate poco meno di 14 milioni di pensioni “previdenziali” (almeno per il 2019), portando il “risparmio” a circa 50G€ l'anno.

(Se a queste aggiungessimo anche le oltre 4 milioni di pensioni assistenziali, potremmo risparmiare altri 14G€ e passa, ma non sono sicuro che tutte le pensioni assistenziali superino i 300G€/mese.)

A quanto stiamo?

Sommando i succitati possibili contributi potenzialmente risparmiabili concorrentemente all'introduzione dell'UBI otteniamo, sui 200G€/anno di spesa, un risparmio che oscilla tra i 70G€ e 100G€; a questi risparmi andrebbero aggiunti quelli ottenuti con la soppressione o riduzione (al solito, di 300€/mese/persona) di sussidî, indennità di disoccupazione, ed altre forme assistenziali che qui non sono state conteggiate. Supponendo da questi ultimi un contributo marginale, al primo anno dell'introduzione dell'UBI il suo costo effettivo sarebbe quindi non superiore ai 130G€ (probabilmente in realtà anche meno, con in piú i benefici delle associate semplificazioni burocratico-amministrative).

La scappatoia del momento?

A seguito della pandemia di COVID-19 di quest'anno, l'EU ha istituito un Recovery Plan da cui l'Italia riceverà circa 80G€ a fondo perduto e 120G€ di prestiti. Il notevole e diffuso scetticismo sulla capacità dell'Italia di spendere tali soldi in maniera opportuna è ben giustificato da certe scelte politico-economiche degli ultimi anni (soprattutto se per ultimi si intende ultimi 45).

I 200G€ complessivi capiterebbero a fagiolo per coprire completamente l'UBI per un anno, o potrebbe aiutare a completare la copertura dell'UBI, senza ulteriori spostamenti di spesa, per i prossimi due o tre anni —e sarebbe, sotto molto punti di vista, una spesa ben piú oculata e condivisibile di molte delle proposte di questo governo.

Certo sarebbe interessante capire se una scelta di questo tipo potrebbe essere fatta rientrare nei criteri e nelle condizioni per l'erogazione del fondo, o se dalla prospettiva dei controllori europei cositutuirebbe una violazione del patto. (Personalmente, con il potenziale di rilancio economico dell'UBI, ritengo ci si potrebbe trovare a recuperare nei prossimi anni una buona dose di introiti con cui ripagare prestiti e interessi, ma ovviamente la mia è una considerazione afflitta da pesante faziosità —dopo tutto, è la mia proposta.)

I dubbi

Non mi dilungherò sui benefici teorici di un UBI (non è quello che mi interessa discutere qui). Voglio però analizzare alcuni aspetti critici della sua implementazione.

La gestione dei minori

Il primo problema è di tipo tencico: la gestione dei minori. A chi andrebbero i 300€/mese del minore? La difficoltà sorge dalla necessità di conciliare da un lato l'idea che l'UBI sia diretto al cittadino residente (per cui i soldi dovrebbero andare al minore), dall'altro che essodovrebbero servire al sostentamento dello stesso (compito, nel caso del minore, degli adulti a cui è affidato).

Estremizzando la prima richiesta, i soldi potrebbero venir accantonati in un fondo da cui il minore potrà prelevarli sotto opportune condizioni (quando ancora minore) o in piena libertà una volta diventato maggiorenne (300€/mese per 18 anni fanno poco meno di 64K€). Il problema di questo approccio è che l'adulto responsabile del minore non avrebbe alcun supporto al suo sostentamento, a meno di non essere (ad esempio) cointestatario del fondo, e potervi quindi accedere (anche qui, sotto opportune condizioni).

All'altro estremo, i soldi andrebbero direttamente al tutore, con la fiducia che questi vengano spesi (o altrimenti gestiti) a favore del minore in questione. Ed ovviamente, nel caso di piú tutori (come è tipicamente il caso, con due genitori), la domanda diventa: a quale, o distribuiti in che misura? si decide al momento della nascita, con la possibilità di modificare la scelta con il consenso di tutti? E possiamo facilmente immaginare la polveriera che la gestione di questi soldi diventa nel caso di separazione o divorzio.

Cosa succede poi, nel secondo caso, nel momento in cui il minore raggiunga la maggiore età? I tutori si troverebbero da un mese all'altro (ma potendo pianificare) con 300€/mese (a minore) in meno, ma generalmente con le stesse spese (a meno che, al compimento dei 18 anni, il minore in questione non decida di andar via di casa di punto in bianco), con la potenzialità che la situazione diventi causa di un conflitto interegenerazionale legato ad una esplicita (e potenzialmente non gradita, per quanto giustificata) richiesta di contribuire alle spese di famiglia.

Perché anche ai ricchi?

La domanda piú “comunista” sull'UBI è: perché ne dovrebbero beneficiare anche i ricchi? Secondo una famosa massima di Don Lorenzo Milani, infatti

Non c'è nulla che sia ingiusto quanto far le parti uguali fra disuguali
Don Lorenzo Milani, Lettera ad una professoressa

La risposta è semplice e pragmatica: perché la complessità associata ad un UBI “selettivo” non vale la pena. Uno dei principali vantaggi dell'UBI rispetto ad altre forme di stato sociale è la sua semplicità, con i conseguenti notevoli risparmi di gestione. Rendere l'UBI selettivo, oltre al nome (non sarebbe piú universale, o di cittadinanza), ne ammazzerebbe anche la semplicità: a cosa dovrebbe essere legata la sua erogazione? Alla dichiarazione dell'anno precedente? A quella dell'anno corrente, con misure correttive per l'anno successivo o in fase di pagamento delle tasse?

Queste complessità assorbirebbero gli eventuali risparmi sull'erogazione dell'UBI, andando per di piú a pesare in primis sui cittadini che meno se ne dovrebbero preoccupare (con la supplementare complessità nella dichiarazione dei redditi). In che modo infatti dovrebbe essere gestita la differenziazione?

Le possibilità sono due: o il reddito viene erogato solo a chi ne ha diritto, cosa che richiede informazione adeguata (quanti aventi diritto non verranno nemmeno a sapere di averlo, tale diritto?), la necessità di sbrigare le necessarie carte, e gli inevitabili ritardi legati alla verifica dell'idoneità; o il reddito viene erogato in maniera incondizionata, ed in fase successiva si dovrebbe procedere ad una restituzione nel caso l'idoneità non fosse in realtà stata raggiunta: ad esseren colpiti maggiormente, in tal caso, sarebbero i redditi piú bassi al limite della percepibilità, per i quali anche un semplice errore di calcolo o svista farebbe la differenza tra il dover restituire 3600€ o no.

Tassazione

Un altro punto che richiede attenzione è l'eventuale tassazione dell'UBI. La fiscalità italiana comprende varie soglie di esenzione in base all'importo e tipologia del reddito. La domanda a cui trovare risposta è se, con l'inclusione dell'UBI, sia necessario rivedere le soglie di esenzione, ed eventualmente in che misura, in modo da un lato di evitare che ci si ritrovi con meno reddito disponibile dopo l'introduzione dell'UBI, e dall'altro da parzialmente compensare il fatto che chi gode già di un reddito notevole non trae particolare beneficio dall'UBI.

In effetti, con una opportuna calibrazione del regime fiscale, si potrebbe probabilmente anche far sí che, al di sopra di un certo reddito (quello che potrebbe essere il reddito oltre cui sarebbe “ingiusto” percepire l'UBI), il carico fiscale finisca con il coprire interamente l'importo erogato.

Discrepanza pubblico/privato

Un altro punto contenzioso nella mia proposta è sicuramente la discrepanza tra dipendenti del pubblico e dipendenti del privato. Perché i dipendenti pubblici dovrebbero essere “penalizzati” (o piuttosto “non favoriti”) dall'introduzione dell'UBI?

Ho già introdotto una parziale spiegazione quando ho presentato il tema: piaccia o non piacca, e per quanto la cosa possa non essere universale, è indubbio che il “posto fisso nel pubblico” sia stato (e sia tuttora, e rimarrà per sempre) una non indifferente sorgente di clientelismo, ed una forma, per quanto parziale, di assistenzialismo. In linea con questa riflessione, ed essendo la mira ultima dell'UBI, almeno in teoria, la sostituzione di ogni altra forma assistenziale, non dovrebbe sorprendere piú di tanto la scelta di scalre l'UBI dagli stipendi pubblici come proposto anche per le altre forme di assistenzialismo.

Sia beninteso che in questo argomento non rientra quello stereotipo che —benché non totalmente infondato, come tutti gli stereotipi— fa di tutta l'erba un fascio, eguagliando il dipendente pubblico al fancazzista o parassita: il discorso si riferisce esclusivamente all'uso clientelare del posto pubblico, indipendentemente dallo sforzo lavorativo dell'assunto. Scalare l'UBI dallo stipendio è una strategia che può aiutare a depotenziare questo meccanismo. Non è quindi intesa come azione “punitiva” nei confronti dei “fannulloni del pubblico” (ed infatti non punisce: semplicemente non remunera), ma come disincetivo a tale abuso.

È indubbiamente vero che la scelta finisce con il colpire anche chi prenda il proprio impiego nel pubblico seriamente; ma d'altronde è anche vero che —per come stanno le cose ora— costoro sono molto piú colpiti dal parassitismo di chi invece tale impiego lo vive solo nella forma superficiale dell'assistenzialismo e del clientelismo, senza possibilità di contrasto: perché chi lavora sa benissimo chi tra i colleghi abbonda di pause ed assenze, riesce sempre a non farsi trovare, e anche quando è presente è come se non lo fosse —cosí come conosce la connivenza dei superiori.

Prima di occuparci del mancato supplemento dell'UBI, sarebbe piuttosto utile trovare un modo per scardinare questi meccanismi, ed evitare che l'impiego pubblico diventi una roccaforte inespugnabile anche del peggior menefreghismo.

Come ho già detto, l'UBI non risolve il problema né dell'uso clientelare del pubblico impiego, né del disimpegno del fannullonismo. Lo scalamento dell'UBI dagli stipendi pubblici aiuterà però a rendere gli stessi, seppure marginalmente, meno appetibili.

I rischi

L'introduzione di un UBI porta inevitabilmente dei rischi. Vediamone alcuni.

L'abuso dell'«a persona»

L'idea è semplice: se ogni nucleo familiare riceve 300€/mese/persona, facendo piú figli si avranno piú soldi. Con 4 figli, siamo già a 1200€/mese solo dalla prole, puliti puliti. Praticamente uno stipendio.

È indubbio che il rischio ci sia, ed è altrettanto indubbio che non mancherà chi abuserà della cosa. Ma a ben pensanrci, è davvero una cosa tanto negativa?

L'Italia è da anni in crisi demografica, grazie al crollo delle nascite. La popolazione è sostanzialmente stabile da anni solo grazie all'influsso migratorio. Il numero di giovani (sotto i 14) è quasi la metà del numero di anziani (sopra i 65), minacciando il ricambio generazionale.

In questa prospettiva, il possibile incremento della popolazione potrebbe dare una bella spinta al rinnovo demografico. E come per altri sussidî, l'UBI sarebbe di supporto a ciò in maniera molto piú semplice (e sostanziosa, sul medio periodo) dell'attuale caterva di “bonus” (premio nascita, bonus bebè, assegno di maternità, bonus asilo nido, etc) tra cui si devono barcamenare i genitori ad oggi (e che sarebbero ovviamente soppressi con l'introduzione dell'UBI).

Alzata di prezzi, calata di stipendi

Il vero rischio dell'introduzione dell'UBI è nella “risposta imprenditoriale”. («E quando mai!» sento dire dai seggi a sinistra.) Il rischio è duplice: un innalzamento dei prezzi («tanto la gente ha piú soldi»), da un lato, ed un'ulteriore stagnazione degli stipendi («tanto la gente ha l'UBI») dall'altro.

L'innalzamento dei prezzi è abbastanza inevitabile (salvo misure di calmierazione, che sarebbe meglio evitare), nonostante l'obiettivo primario dell'UBI sia la semplificazione dello stato sociale, e quindi in primis di venire incontro alle esigenze dei redditi piú bassi, che già con i prezzi attuali si trovano in difficoltà.

La (magra) consolazione è che l'aumento dei prezzi porterà anche a maggiori introiti per lo Stato (introiti che contribuirebbero poi ad alimentare l'UBI), sia direttamente (per l'IVA), sia indirettamente (dalla tassazione della maggiorazione dei profitti). Non è facile calcolare a quanto questi maggiori introiti ammonterebbero, ma volendo dare una stima a braccio, per ogni euro di incremento lo Stato potrebbe recuperare poco piú di 4G€ assumendo un 20% di ritorno per 60 milioni di persone per 365 giorni l'anno.

Potrebbe anche essere interessante studiare un'eventuale meccanismo che leghi l'importo dell'UBI all'andamento dei prezzi, non dissimile dalla scala mobile degli stipendi, la cui soppressione ha contribuito alla perdita di potere d'acquisto di cui torneremo a parlare a breve.

Ben piú grave è il rischio di stagnazione degli stipendi.

Da decenni ormai (a dir la verità anche mezzo secolo, se non di piú) il lavoro dipendente in Italia soffre di una contrazione del potere d'acquisto, nonostante un marcato aumento della produttività. Che questo sia un importante (se non il piú importante) fattore della stagnazione dell'economia italiana è evidente a chiunque non soffra di quella miopia che purtroppo affligge buona parte dell'imprenditoria italiana.

Ho pochi dubbi sul fatto che il contributo che l'UBI darebbe alla disponibilità finanziaria degli italiani (lavoratori dipendenti e non) potrebbe dare una spinta non indifferente al rilancio dell'economia. Ho molti piú dubbi, però, sulla capacità del fenomeno di aprire gli occhi, o altrimenti risolvere la miopia, della piccola imprenditoria.

Il risultato pertanto, lungi dall'essere «oh ma guarda, se la gente ha i soldi compra di piú, aumentando i miei profitti; manco c'avesse ragione Keynes» rischia di essere piuttosto un «oh bene, posso risparmiare 300€/mese sugli stipendi per aumentare i miei margini di profitto» che finirebbe con l'arenare l'onda espansiva nel giro di qualche anno —e far ricominiare le polemiche sui giovani bamboccioni e choosy, perché non disposti a sgobbare per una miseria a profitto d altri, dando la colpa al'UBI piuttosto che alla miserabile natura dello sfruttamento.

Ci si troverebbe cosí in una triade: da un lato l'UBI che, alleviando lo stato di necessità, darà maggiore libertà di scelta per l'impiego e quindi maggiore peso contrattuale ai lavoratori; al lato opposto l'aumento dei prezzi, che ridurrà l'efficacia dell'UBI nell'alleviare lo stato di necessità, potenzialmente corregibile con il già citato meccanismo tipo scala mobile; il terzo lato della giostra è occupato dalla stagnazione degli stipendi, laddove sarebbe piuttosto opportuna (di nuovo) la reintroduzione della scala mobile.

La triade è sbilanciata a favore degli imprenditori, che in ultima analisi hanno il controllo di due fattori su tre. È possibile bilanciare la triade? Servirebbe un quarto lato, che possa ulteriormente ridurre il vantaggio contrattuale dell'imprenditore. E questo viene dalla maggiore concorrenza. Curiosamente, è ancora l'UBI ad aiutare in questo, anche se potrebbe essere necessaria qualche facilitazione.

Il contributo che può dare l'UBI al bilanciamento della triade nasce dalla già citata funzione di alleviazione dello stato di necessità. Il principale meccanismo di riduzione del potere imprenditoriale è infatti l'aumento della domanda di lavoro, ovvero un incremento del numero di aziende ed un'espansione di quelle esistenti. In questo l'UBI aiuta con una riduzione del rischio annesso all'imprenditoria: i rischi che si può scegliere di correre avendo 300€/mese garantiti (indipendentemente dal successo o fallimento dell'impresa) sono infatti diversi da quelli che si potrebbe scegliere di correre senza una tale “rete di protezione”. Questa possibilità potrebbe essere “consolidata” da un'incentivazione dell'iniziativa individuale: facile a dirsi, un po' piú difficile a realizzarsi senza alimentare tecniche di sfruttamento quali l'abuso della partita IVA come alternativa all'assunzione (dipinta a colori da certo giornalismo). Ma forse anche in questo braccio di ferro già solo un UBI opportunamente calibrato potrebbe aiutare a ridurre lo sfruttamento.


  1. perché proprio 300? Il numero è scelto sostanzialmente a caso, ma come sarà discusso piú avanti, non è nemmeno un'ipotesi troppo azzardata. ↩

  2. il bilancio complessivo dell'INPS. Nello specifico la parte delle pensioni si aggira tra i 300G€ e i 400G€. ↩

  3. sebbene immagino non sia necessario puntualizzarlo, il fatto che per le famiglie piú numerose i costi per persona diminiuiscano non deve sorprendere, giacché la numerosità riduce il contributo relativo delle spese fisse: un appartamento in affitto a 400€/mese è una spesa di 400€/mese/persona per un singolo individuo, ma una spesa di 100€/mese/persona per un nucleo familiare di 4 persone. ↩

  4. La classica forma diretta è quella del voto di scambio: io (o chi per me) offro a te e/o un tuo parente un “posto pubblico”, e tu e tutto il mio parentando votate per me (o per chi dico io). ↩

  5. La forma indiretta è molto piú sottile, ma è emersa abbastanza smaccatamente in questo periodo di crisi associato alla pandemia, quando la quarantena ed il rischio di contagio hanno forzato l'adozione di tecniche di lavoro a distanza (telelavoro e “lavoro agile”). A mesi di distanza, nonostante queste forme digitalizzate di lavoro abbiano dato risultati positivi, e nonostante il rischio della pandemia si sia tutt'altro che esaudito, torna la pressione per “il rientro”: ricomincia una campagna mediatica contro telelavoro e lavoro agile in cui questo è descritto come “vacanze pagate”.

    Le pressioni per il ritorno al lavoro d'ufficio in ufficio, di cui si sono fatti promotori sindaci da Sala a De Magistris (da Milano a Napoli), al di là del fumo propagandistico sui “fannulloni” (se sono fannulloni, perché non vengono licenziati?) e sul rilancio dell'economia hanno dietro la difesa di interessi economici specifici che vivono sullo sfruttamento di una situazione lavorativa non necessaria: dagli esosissimi bar del centro agli affitti fuori misura pompati dai palazzinari (per tacer dei “finanziamenti perduti” per le multe non fatte), questo intero impianto economico è di fatto sovvenzionato dall'impiego pubblico —nella misura in cui venga forzata la presenza in ufficio.

    Anche le pressioni per le gabbie salariali per i dipendenti pubblici di cui Sala continua a farsi promotore rientrano in questa categoria: è un modo per evitare di ripensare la città in modo da abbattere questa esplosione del costo della vita, ed allo stesso tempo di nascondere la continua perdita di potere d'acquisto che da decenni affligge l'intera nazione. ↩