Le prime rivoluzioni industriali hanno fallito da molti punti di vista. Lasciando perdere, almeno per il momento, le opinioni di conservatori, reazionari e luddisti, mi piacerebbe soffermarmi in particolare sulle motivazioni che possono far considerare l'industrializzazione un fallimento anche da un punto di vista progressista.

In un'avventura di Jeff Hawke (credo fosse “The Intelligent Ones”, H3847-H3896, ma dovrei controllare) volatili extraterresti giungono sul pianeta Terra nella loro missione per svelare al Cosmo il segreto dell'uccellità. Dopo sorprese ed incidenti diplomatici intergalattici, gli alieni ripartono lasciando al protagonista (solo, perché l'unico che si è dimostrato meritevole) ciò che permette di liberarsi dal lavoro: un'incubatrice per uova.

Al di là dell'assoluta inutilità di quel particolare strumento per Jeff Hawke in particolare, e per tutta la specie umana in generale, l'interesse per sollevare una intera specie da una forzosa necessità che ne occupava la maggior parte del tempo era forse ciò che rendeva alieni gli extraterrestri: forse ben più che non il loro aspetto noctorapace. E benché il tipo di lavoro nel fumetto fosse ben diverso dal lavoro manuale dell'operaio, quello che la rivoluzione industriale avrebbe potuto fare sarebbe stato proprio il cancellare la necessità del lavoro.

Purtroppo, se la prima rivoluzione industriale ha reso tecnicamente superfluo il lavoro di molti, ciò non è stato accompagnato da una rivoluzione culturale, sociale e forse soprattutto economica che giustificasse ed accettasse questa ridondanza. In tal senso, i luddisti identificarono correttamente la causa più immediatamente pratica del “problema” disoccupazione, ma non riuscirono ad andare oltre la visione di tale situazione come “problema”; persino le successive analisi che portarono a tenativi di rivoluzione delle strutture sociali (più o meno fallite) rimasero comunque ancorate a quella visione dell'economia legata alla produzione che è la causa stessa, in un certo senso, del concetto di disoccupazione come modernamente inteso.

Paradossalmente, quindi, a quella rivoluzione industriale che avrebbe potuto rendere superfluo il lavoro si sono associati mutamenti economici e sociali che ne hanno invece ingigantito la necessità. È su questo tema che verte il famoso aneddoto del turista americano e del pescatore messicano:

Un turista americano, sul molo in un piccolo villagio costiero messicano, assiste all'attracco di una piccola barca con a bordo un pescatore locale. Mentre il pescatore scarica i tonni albacora che ha pescato, il turista si avvicina e lo complimenta per il pescato, domandando poi quanto tempo abbia impiegato a prenderli.

«Non molto.» risponde il messicano.

«Perché non stai fuori ancora per prendere più pesce, allora?»

«Questo è più che sufficiente per sostenere la mia famiglia.»

«E cosa fai con il resto del tuo tempo?»

«Mi sveglio tardi la mattina, vado un po' a pesca, gioco con i miei bambini, faccio siesta con mia moglie, Maria, poi la sera scendo al villaggio dove bevo un bicchiere di vino e suono la chitarra con i miei amici. Ho una vita piena.» racconta il messicano.

Il turista, sardonico: «Ah, posso aiutarti. Dovresti spendere più tempo a pescare; con il ricavo potrai prendere una barca più grossa, e poi forse più d'una: arriveresti ad avere un'intera flotta di pescherecci. Invece di vendere il pescato ad un intermediario potresti venderli direttamente all'industria di lavorazione del pesce; persino aprire la tua propria industria, alla fine. Controlleresti tutta la linea, produzione, lavorazione, distribuzione. Potresti lasciare questo villaggio di pescatori, spostarti a Città del Messico, quindi a Los Angeles, o anche New York, e da lì dirigere questa impresa sempre più grande.»

Ed il messicano chiede: «Ma quanto mi ci vorrebbe?»

«Oh, 15, 20 anni forse.»

«E poi?»

«Oh, questa è la parte migliore!» esulta il turista «Al momento giusto trasformi la compagnia in una società per azioni, vendi tutto, e diventi ricco, faresti milioni.»

«Milioni? … e poi?»

«E a questo punto potresti anche andare in pensione, trasferirti in un piccolo villaggio di pescatori dove poter dormire fino a tardi, giocare coi bambini, fare la siesta con tua moglie, scendere al villaggio la sera per bere un bicchiere di vino e suonare la chittara con i tuoi amici.»

(D'altra parte, l'ingigantimento del bisogno di lavorare associato alla riduzione della necessità di farlo non è certo l'unico paradosso dell'economia capitalista che con l'industrializazione è legata a doppio filo: pensiamo alla ‘bontà’ di una (piccola) inflazione; alla generazione di bisogni fittizi e la conseguente corsa all'insoddisfazione; o all'andamento in Borsa del titolo di un'azienda, al suo sostanziale prescindere da valutazioni oggettive del suo valore ed al suo essere legato alla percezione del suo futuro, con facili manipolazioni di massa —verso l'alto e verso il basso; o alla produzione di cibo in quantità tali da richiedere la sua distruzione per mantenerlo commercialmente conveniente, pur con intere nazioni che muoiono di fame. Ed in un diverso momento non mi dispiacerebbe indagare su motivazioni ed origini per questo purtropo fondamentale aspetto delle società contemporanee.)