We got warehouses of butter, we got oceans of wine
We got famine when we need it, we got designer crime
We got Mercedes, we got Porsche, Ferrari and Rolls Royce
Yeah, we got choice

Abbiamo magazzini di burro, abbiamo oceani di vino
Abbiamo carestie quando ci serve, abbiamo crimini ad arte
Abbiamo Mercedes, abbiamo Porsche, Ferrari e Rolls Royce
Sì, abbiamo scelta

Scegliere

La possibilità di scegliere è spesso considerata una delle prerogative delle moderne società, culture ed economie occidentali. E non è difficile comprendere perché la possibilità di scegliere venga vista come una conquista: l'alternativa alla possibilità di scelta è la costrizione, l'obbligo, l'imposizione.

La possibilità di scegliere è quindi (percepita come) un elemento essenziale della libertà; non a caso il libero mercato (o presunto tale) del mondo occidentale è stato per decenni propagandisticamente contrapposto alla monotona ‘beneficenza statale’ dell'assistenzialismo del blocco sovietico.

E per quel sottile gioco psicologico per cui se qualcosa è bene, allora di più è meglio, tanto più vasta è la gamma delle alternative tanto più ne guadagna chi ha libertà di scelta (il consumatore); o qualcosa del genere. Ma non solo, come illustra un simpatico aneddoto che riguarda la linea Mulino Bianco della Barilla.

Al giorno d'oggi, la gamma di biscotti venduti dalla Mulino Bianco è talmente ampia che è possibile andare al supermercato e ‘graffittare’ gli scaffali cambiando l'ordine dei biscotti in modo da formare parole e frasi di senso compiuto sfruttando le dimensioni notevolmente maggiori delle iniziali dei nomi su ciascuna confezione. Ma se i biscotti di oggi differiscono non solo per nome, ma anche per tipologia (frollini, secchi, al cacao, eccetera), lo stesso non può dirsi di quelli con cui la linea entrò nel mercato: benché vi fossero tre o quattro confezioni diverse, infatti, i primi biscotti della Mulino Bianco erano sostanzialmente uguali (come ricetta e come sapore), differendo più per forma e disegno che per altro.

Il motivo di questa varietà si ritrova in indagini di mercato che avevano rivelato un aspetto molto importante nella psicologia del consumatore: la noia. Anche quando un prodotto aveva un grande successo e piaceva, il suo consumo prolungato induceva noia, per cui il consumatore si trovava portato a sperimentare altri prodotti per variare: avere più prodotti, anche simili, della stessa marca permetteva quindi di mantenere il consumatore ‘fedele’ pur lasciandogli varietà e libertà di scelta.

Ma davvero più scelta è meglio, o c'è un limite oltre il quale la scelta diventa semplicemente troppa? I più forniti supermercati italiani impallidiscono di fronte ai tipici supermercati statunitensi: non solo lo stesso prodotto esiste in decine quando non centinaia di marche diverse, ma ciascuna marca ne offre quantità spaventose di varianti. Crema di nocciole con nocciole, senza nocciole, con frammenti di nocciola, più densa, meno densa, extra densa, più crunchy, meno crunchy, più chunky, meno chunky, e così via all'infinito, con ogni possibile combinazione di opzioni.

Chi ha avuto a che fare con ferramenta, sa bene quanto può essere difficile trovare il pezzo giusto, considerando quante varietà esistono di chiodi, viti, bulloni, diverse per lunghezza, spessore, dimensione della testa, filettatura, materiale, tipo di punta, tipo di testa e via dicendo.

E se queste infinite possibilità di scelta sono una manna per chi ha bisogno di qualcosa di molto specifico, è altrettanto vero che esse sono una piaga per qualcuno a cui basta qualcosa di ‘generico’, per il quale il tempo speso a studiare le possibili scelte è solo perso, per il quale la vastità della gamma è solo scoraggiante, persino angosciante (e così si finisce con lo scegliere la prima cosa che capita, o il pezzo più economico, o addirittura scappare via per evitare di dover scegliere).

È quindi difficile trovare il ‘giusto’ equilibrio tra la varietà dell'offerta ed il costo (non solo temporale) della selezione. E se quindi è vero che ridurre il numero di opzioni viene talvolta incontro a chi dovrebbe esercitare la scelta, è però anche più spesso vero che quando una tale riduzione viene attuata, questo è più per ragioni di controllo da parte di chi la scelta la propone o la gestisce (i produttori).

Quanta scelta?

Scelta, sì, ma quanta di questa scelta è reale? Se, soprattutto in mercati del futile, la gamma delle possibili scelte raggiunge a volte le dimensioni spaventosamente spropositate della “troppa scelta”, nelle questioni che più direttamente e profondamente influiscono sulla nostra vita le scelte sono spesso molto più limitate: anche quando non strettamente binarie o duali, infatti, vi sono molti casi importanti in cui il talvolta vasto campo delle scelte possibili è dominato da una, due opzioni maggioritarie, pur in presenza di altre scelte con adesioni molto più limitate.

La cosa non è necessariamente legata a manicheismi del tipo “scegliere tra il Bene e il Male”, ma spesso piuttosto a meccanismi che favoriscono i “grandi numeri” (e quindi le opzioni scelte dal maggior numero di persone), che inevitabilmente tendono a polarizzare le possibilità.

Il principio è nettamente evidente, ad esempio, nella politica di molte nazioni occidentali, che anche in presenza di altri partiti minoritari vede per lo più contrapposte due fazioni: progressisti e conservatori, democratici e repubblicani, (centro)destra e (centro)sinistra, e così via; e di queste si dice spesso (per lo più ad opera di chi si propone come alternativa) che siano sostanzialmente equivalenti.

Queste contrapposizioni emergono però anche in altri aspetti della vita moderna, in alcuni dei quali la gente non è talvolta nemmeno abituata a pensare che ci sia una scelta significativa; o in altri ancora, in cui l'apparentemente vasta gamma di opzioni emerge da una frammentazione di un mercato effettivamente polarizzato (quando non addirittura monopolistico).

Una famosa infografica descrive ad esempio la rete di controlli e proprietà dei principali produttori e distributori dei prodotti normalmente disponibili nei supermercati, mostrando come, nonostante la grande varietà apparente, tutto finisca in realtà in mano ad una decina di multinazionali. Se si guarda la spesa al supermercato non più in termini di «quali prodotti comprare?» ma «da chi comprare?», improvvisamente la quasi infinita scelta di marche e prodotti è ridotta ad una decina di compagnie, ciascuna delle quali specializzata in una categoria di prodotti, riducendo di fatto il presunto libero mercato di ciascuna categoria a sostanziali monopoli o duopoli.

La questione si fa più sofisticata se più che al prodotto finito si va a guardare alle sue componenti, soprattutto per prodotti basati su tecnologie e conoscenze molto specialistiche, come l'elettronica di alto livello e l'informatica (telefonia, computer, etc). In questo caso, anche quando il mercato diretto ai consumatori è diviso tra un numero più sostanziale di produttori (ad esempio, Dell, HP, IBM, Asus, Apple, etc), ciò che si trova dentro i prodotti ha un'origine molto più limitata: i vari produttori si vanno quindi a differenziare per altri aspetti, che potranno essere la scelta dei materiali per la scocca, le rifiniture, la qualità del supporto, la quantità e qualità del software preinstallato o altri dettagli.

Per desktop e portatili, esempi di componentistica (hardware) a mercato limitato sono i processori (Intel vs AMD), le schede video (NVIDIA vs ATI/AMD, con Intel che compete solo sul mercato ‘low end’, spesso integrando l'uno o l'altro dei competitori), dischi fissi (Western Digital vs Seagate).

Anche in termini di software in realtà la scelta è molto limitata: per desktop e portatili, ad esempio, il mercato è dominato da Windows (su quelli un tempo detti ‘compatibili IBM’ ed ora semplicemente PC, nonostante anche i prodotti Apple a cui vengono contrapposti siano personal computer non meno degli altri) e Mac OSX (su quelli Apple). Sui cosiddetti smartphone e sui tablet, la polarizzazione coinvolge sostanzialmente iOS (sui prodotti Apple) e Android (sulla maggior parte degli altri).

In realtà, al consumatore tipico della scarsa varietà dietro le quinte importa normalmente poco, poiché lo strumento, per quanto sofisticato, viene appunto visto come uno strumento, e finché svolge il lavoro per cui è stato procurato, ad un prezzo accettabile, il resto ha poca importanza.

Gli effetti di questa limitatezza sono infatti spesso subdoli, e legati ad aspetti della vita del consumatore di cui il consumatore stesso ha tipicamente poca percezione. È solo in momenti in cui eventi eccezionali causano danni ai pochi o unici produttori delle componenti comuni a tutti i prodotti della gamma che l'impatto diventa più immediato, come accadde con l'alluvione in Thailandia del 2011 che (al di là del disastro umanitario fuori tema in questo articolo) causò un improvviso (e perdurante) aumento dei prezzi dei dischi fissi.

È comunque importante notare che in tutti questi esempi di mercati e ambienti dominati da uno o due grossi nomi esistono anche alternative minoritarie.

In politica, esistono partiti minoritari (verdi, rossi, libertari, vaffanculisti). Nei supermercati, ai prodotti ‘di marca’ si affiancano sempre più prodotti ‘no brand’ locali o prodotti negli stessi stabilimenti di quelli di marca, ma venduti tramite altri canali. Ai grandi nomi dei computer di marca si affiancano assemblatori locali (che però utilizzano alla fine sempre le stesse componenti). La Toshiba vende pure dischi fissi, ma con quote di mercato che sono meno di metà di quelle dei due competitori dominanti.

Anche nel mercato del software esistono concorrenti minoritari. Per i telefonini abbiamo per esempio le minuzie delle varie versioni (incompatibili tra di loro e con le versioni desktop) di Windows per telefonini e palmari con cui la Microsoft non è riuscita a sfondare, ma anche le moribonde esperienze dei sistemi Linux quali Maemo e Meego, della quale è stata per breve tempo campione la Nokia, e volendo anche il Symbian dei cosiddetti feature phones. Analogamente, sui computer abbiamo Linux e (con percentuali ancora più basse) i vari membri della famiglia dei sistemi UNIX (FreeBSD, OpenBSD, etc).

La scelta quindi c'è, ma la sua vera ricchezza è spesso poco visibile, o comunque difficile da raggiungere.

Non scegliere

Una delle più notevoli (e trascurate) facoltà di chi si trova davanti ad una scelta è la possibilità di non scegliere. Le motivazioni, le implicazioni e le conseguenze di una mancata scelta sono molteplici, e variano da persona a persona, da caso a caso.

L'esercizio ‘attivo’, cosciente della facoltà di non scegliere1 è generalmente legato ad una insoddisfazione nei confronti delle possibili scelte proposte, più raramente anche ad una generale opposizione nei confronti del contesto in cui la scelta viene offerta.

Ad esempio, un cittadino potrebbe decidere di non votare perché non si sente rappresentato da nessuno dei candidati, o perché ritiene che la propria scelta sia insignificante, o perché “è tutto un magna magna” e quindi non importa chi vince, mentre un libertario è più facile che non voti semplicemente perché ritiene che la democrazia rappresentativa, già a livello concettuale, sia una farsa.

In questo senso, non scegliere può anche essere una forma di protesta nei confronti di un certo tipo di contesto, di servizio, di prodotto: un boicottaggio diretto non tanto ad una specifica marca quanto ad una categoria. Si può così decidere di non scegliere (più) un giornale piuttosto che un altro, smettendo semplicemente di leggerli; o di ascoltare la radio; o di guardare la televisione; o di comprare nuova musica, o nuovi film.

Infine, vi è il non scegliere per mancanza di interesse. Ad esempio, non necessariamente se mi piace seguire uno sport devo tenere particolarmente al successo di una squadra o di un giocatore. O del colore degli asciugamani potrebbe effettivamente non importarmi, purché la spugna sia di buona qualità.

La facoltà di non scegliere si manifesta generalmente come ‘scelta di non’ (votare, comprare qualcosa, fare qualcos'altro), ma non sempre equivale a non fare una scelta. Ad esempio, nelle votazioni in cui è necessario un quorum (come per i referendum italiani), non votare contribuisce materialmente a mantenere lo statu quo se il quorum non viene raggiunto, ma non nel caso in cui esso venga invece raggiunto; un discorso simile vale per figure pubbliche di spicco, la cui mancata presa di posizione su argomenti importanti può essere (e facilmente viene) letta come un implicito appoggio allo statu quo; nei casi in cui vige il cosiddetto silenzio-assenso, invece, non scegliere equivale ad accettare la novità proposta; e quasi sempre non scegliere di fare qualcosa ha gli stessi risultati che scegliere di non farla.

In contesti privati, gli effetti della mancanza di una scelta sono normalmente molto circoscritti. Se ad esempio io volessi comprare un lettore di ebook e mi ritrovassi insoddisfatto dalle alternative presenti sul mercato, la mia scelta di non comprare nulla ha come principale (se non unica) conseguenza il mio mancato possesso dello strumento in questione.

Ben diverso è il caso in contesti pubblici, in cui la mia scelta è collegata a quella di altre persone, ed ha effetti che influiscono tanto sulla mia vita quanto su quella degli altri. In questi casi, la mancanza di una scelta ha effetti che si ripercuoto sulla vita di tutti, in misura diversa a seconda delle circostanze e della persona: l'influenza dell'opinione —o della sua mancanza— di un politico segue meccanismi diversi da quelli del ‘comune cittadino’, per il quale vigono i principî dei comportamenti di massa (il contributo del singolo è insignificante, ma necessario: tolte quante noci un sacco non è più pieno?)

È proprio in questi contesti, ovviamente, che la ‘non scelta’ come espressione di scontento o di protesta diventa significativa, scivolando nel paradosso secondo cui meno vale (singolarmente) la scelta individuale, più importante è il suo peso (unito ad altre scelte uguali): è quindi importante che le scelte (o non scelte) in questi contesti siano numericamente estese, e quindi pubbliche e pubblicizzate.

Con la sottigliezza tipica della teoria dei giochi, si tratta quindi di sfruttare gli stessi meccanismi che portano alla polarizzazione delle scelte (dominano solo quelle che possono assicurare o promettere di essere maggiormente condivise) per raggiungere una massa critica e cambiare le cose.

Ma la massa critica non è sufficiente; occorre qualcuno che l'alterativa concreta la possa offrire: qualcuno che fondi un partito con quegli obiettivi, il produttore di crema di nocciole con quella composizione, il produttore di computer con quella configurazione hardware e software, il produttore di componenti a quel prezzo, e così via. E chi se ne fa carico?

È proprio da questo che emerge un aspetto importante nascosto sotto il diritto di non scegliere: esclusi i casi di sincero disinteresse nei confronti della tematica della scelta, esercitare il diritto di non scegliere per scontento o protesta è, in qualche modo, indice di una ‘sconfitta’. Anche per questo è facile riscontrare una certa tendenza a nascondere la propria scelta di non scegliere dietro un apparente disinteresse, anche quando tale insincero disinteresse non è difficile da smascherare, nella foga con cui il tema in questione viene trattato, o nella frequenza con cui si manifesta la propria insoddisfazione con le opzioni tra cui si sarebbe potuto scegliere o sui meccanismi per la loro selezione.

Difficilmente infatti si crederà che qualcuno non abbia interesse nel colore degli asciugamani se lo si ritrovasse a commentare in un blog di arredamento circa le scelte cromatiche disponibili. Ed ugualmente poco credibile sarebbe qualcuno che sostenesse di non avere interesse nemmeno nel sapere quale sia il sistema operativo del proprio computer o del proprio smartphone, salvo poi passare il tempo a lamentarsi dei virus di Windows o dell'impossibilità di installare la tale applicazione sotto Mac OSX.

La ‘sconfitta’ che sottende la mancanza di scelta può essere di varia natura e profondità. Può essere la perdita di interesse nella ricerca dovuta all'eccesso di possibilità come lo sconforto di fronte alle poche opzioni proposte; può essere il riconoscimento della propria incapacità di adeguare realisticamente i propri gusti o le proprie esigenze alla propria disponibilità o alle leggi matematiche che regolano i mercati, come invece l'incapacità di riconoscere l'assenza di alternative a certi meccanismi di selezione.

Ma sempre più spesso non scegliere è il riconoscimento della perdita del controllo sul flusso che ci circonda, dell'impossibilità a supportare il costo richiesto dalla partecipazione alla costruzione di un'alternativa, o più in generale dell'impossibilità ad esercitare una benché minima influenza sulle scelte disponibili.

Costruire le alternative

La possibilità di scelta ha un costo, e tale costo è tanto più elevato quanto più le opzioni sono diverse tra loro. È importante osservare che il costo della scelta è un costo diffuso, che influenza tanto i produttori quando i fruitori delle scelte possibili, e che spesso ha un impatto anche sull'ambiente in cui questi agiscono.

Dal lato dell'offerta, rendere possibili più scelte è impegnativo perché ogni alternativa ha un costo (materiale o meno) di produzione; non è raro quindi che certe alternative vengano rese disponibili solo se e quando indagini di mercato suggeriscano che queste verranno scelte da un sufficiente numero di potenziali fruitori.

Ma le scelte, sia in contesti pubblici che in contesti privati, hanno un costo anche per chi le fa. Il primo e forse più importante costo è quello dell'informazione: salvo i casi di scelte fatte a caso o “seguendo l'istinto”, infatti, la comprensione di tutti gli aspetti delle varie opzioni, delle loro implicazioni, delle loro conseguenze è un punto essenziale per effettuare scelte oculate.

Poiché informarsi costa (tempo ed altre risorse) ed è spesso difficile, capita di frequente che si seguano le scelte più popolari, affidandocisi ad una percepita ‘saggezza della massa’ facilmente criticabile con una famosa battuta di Marcello Marchesi: mangiate merda, milioni di mosche non possono essersi sbagliate.

In realtà, le scelte popolari hanno anche altri vantaggi, che contribuiscono a renderle più appetibili, contribuendo a quella concentrazione delle opzioni già discussa in precedenza secondo principî ben noti (“i soldi chiamano i soldi, i pidocchi chiamano i pidocchi”, “a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”) e che in statistica porta a distribuzioni di Pareto.

Nel caso della politica, ad esempio, il vantaggio è evidente: i partiti più popolari sono quelli che governano, quelli meno popolari è difficile se non impossibile che riescano a far sentire la propria voce.

Ma anche in contesti più pratici, persino privati, le scelte popolari sono vantaggiose: non solo sono più facilmente reperibili, ma sono meglio fruibili grazie ad una maggiore diffusione del contorno.

Così, ad esempio, un veicolo a GPL o metano, che potrebbe essere preferibile per vari motivi (ecologici o economici), ha lo svantaggio della notevole inferiorità numerica dei distributori di quel tipo di carburante (in Sardegna, ad esempio, non vi sono distributori di metano).

Così, ad esempio, un utente Mac non potrà usufruire della vasta gamma di software sviluppati per Windows: un problema che va risolvendosi con il diffondersi dei prodotti della Apple, e che oggi è più un problema (o come tale è percepito) per chi usa Linux.

Gli esempi potrebbero andare avanti, ma avrebbero un unico filo conduttore: l'interoperabilità. Una preferenza minoritaria diventa più pratica quando può interagire facilmente con quelle più popolari.

Così, ad esempio, un veicolo a GPL o metano che abbia la doppia alimentazione (benzina e gas) può sopravvivere anche in assenza di distributori specifici. Così, ad esempio, un progetto come WINE permette di utilizzare software per Windows in Mac OSX e in Linux.

L'interoperabilità ha però due problemi: è un'arma a doppio taglio, ed è (generalmente) un onere delle opzioni minoritarie ‘diventare’ interoperabili con quella maggioritarie.

Della combinata opportunità e pericolosità dell'interoperabilità ho già accennato altrove parlando di Linux nel desktop: se la possibilità di alimentare anche a benzina una macchina a gas aiuta la sopravvivenza di questi veicoli, è anche vero che disincentiva la costruzione di stazioni di servizio mirate, e riduce anche considerevolmente la convenienza del veicolo stesso (il cui unico vantaggio è proprio nell'uso dell'alimentazione a gas); se WINE permette di usufruire di software per Window sotto Linux e Mac OSX, appoggiandone quindi in qualche modo la diffusione, è anche vero che disincentiva lo sviluppo di software ‘nativo’ a queste piattaforme, decretandone quindi contemporaneamente l'insuccesso.

Che l'interoperabilità sia ‘a spese’ delle scelte minoritarie è anche abbastanza ovvio: che incentivo hanno infatti i proponenti di scelte più popolari al venire incontro ai concorrenti? Nessuno.

L'obiettivo primo (cosciente o meno, ufficiale o meno) di ogni attore in un mercato è l'acquisizione di una posizione dominante, possibilmente monopolistica: questa infatti gli permetterebbe di minimizzare i costi e massimizzare i profitti come la presenza di alcuna concorrenza mai gli permetterebbe. E questa è qualcosa che nemmeno il più sfegatato sostenitore del libero mercato potrebbe negare.

(Meno sostenitori del liberismo concorderanno con la naturale tendenza dei liberi mercati a degenerare verso oligopoli e monopoli, ma questa discussione la riservo ad altri momenti.)

D'altra parte, se l'assunzione di una posizione monopolistica è estremamente conveniente per il singolo produttore che la raggiunga, essa è, soprattutto sul medio e lungo periodo, estremamente dannosa per il mercato, per i concorrenti, per i consumatori, ed infine persino per i monopolisti stessi.

Ho già fatto altrove qualche esempio di come la monocultura web abbia sostanzialmente arrestato lo sviluppo di Internet come piattaforma universale per anni, e di come la stessa Microsoft si sia trovata, dieci anni dopo, a ‘combattere contro il proprio successo’, ma gli esempi dei problemi legati ai predominî si trovano dovunque, non solo in informatica (dove tra Microsoft, Apple e Google potrei andare avanti all'infinito).

In agricoltura, ad esempio, le coltivazioni clonate (“più semi Monsanto per tutte”) sono fragili: intere, chilometriche piantagioni possono venire distrutte da una modesta infezione a cui tutte le piante sono ugualmente sensibili (la più diffusa varietà di banane, le Gros Michel, degli anni '50 si estinse così; e non è impossibile che le Cavendish cui è abituata la nostra generazione subiscano la stessa sorte). La biodiversità non è solo una problematica per radical-chic.

Quando si parla di contenuti artistici e simili opere dell'ingegno (libri, musica, video), il controllo di associazioni come FIMI e SIAE in Italia, MPAA e RIAA negli Stati Uniti, o le equivalenti nelle altre nazioni, è nuovamente uno dei più grossi ostacoli al progresso, per la loro totale incapacità a riformarsi scendendo a patti con le nuove possibilità offerte dal digitale e dalla distribuzione online. È interessante notare che in questo specifico contesto, peraltro, non sono ‘vittorie’ come quella di Apple per il proprio negozio musicale per iTunes, o Google Music, a marcare la differenza o a segnare la presenza di “opzioni minoritarie”: il loro successo, infatti, segna solo una transizione da una rosa di maggioritari ad un'altra. È piuttosto il successo di iniziative come quelle dell'Humble Indie Bundle o di altre piccole distribuzioni indipendenti, a volte anche private, di cui ho già parlato anche altrove, a denotare la possibilità di successo delle alternative minoritarie.

Mi fermo qui con gli esempi, perché ritengo che la questione sia ormai abbastanza chiara: nonostante la tendenza della riduzione effettiva delle scelte ‘convenienti’ ad un numero molto limitato di scelte ‘popolari’, la presenza di alternative minoritarie non solo è un marcatore della buona salute di un mercato o contesto, ma ne è anzi una componente primaria della salute stessa, ed in quanto tale va coltivata.

Ogni volta che si prenda in considerazione la possibilità di non scegliere, per protesta, per insoddisfazione, si dovrebbe piuttosto optare per contribuire alla diffusione, al raffinamento delle opzioni minoritarie, alla loro crescita, alla rottura dei circoli viziosi che portano alla malsana concentrazione di preferenze verso le poche offerte dominanti.

È importante comprendere che l'alternativa che vogliamo non ‘pioverà dal cielo’, non ci verrà offerta dal buon cuore di qualcuno: va creata. E questa creazione ha un costo, costo che non è sostenibile solo da chi infine si manifesta disponibile a produrla, e che va sostenuto anche da chi è interessato al successo di questa alternativa: sostenuto non con parole, auguri, teorie, ma con interventi pratici, nel lungo processo che dall'idea porta alla sua realizzazione.

Mi si permetta dunque di concludere parafrasando un famoso motto della logica aristotelica a noi giunto e da noi diffusosi in lingua latina: tertium non datur, sed construendum.


  1. vi è anche una mancanza di scelta più passiva, in cui pur essendovi la volontà di esercitare una scelta, questa non viene effettivamente compiuta, o non si agisce in conseguenza della scelta fatta, vuoi per pigrizia, vuoi per eccesso di opzioni tra cui scegliere, vuoi per altri motivi. ↩