Rivoluzioni, crisi, disagi, malesseri globali ed individuali. Si vivono tempi interessanti, e ciascuno reagisce secondo la propria indole e la propria cultura.

La principale divisione è tra chi vive crisi e disastri sulla propria pelle e chi invece, lungi dall'esserne colpito direttamente, vi vede essenzialmente occasioni di profitto personale, modi per accrescere il proprio potere o il proprio patrimonio. Per capirci, da un lato i terremotati dell'Aquila (dopo anni ancora in mezzo alle macerie), dall'altro gli imprenditori che gongolano all'idea dei ricchi appalti per la ricostruzione o i politicchi che sifonano i fondi per la ricostruzione per altre misere e miserabili iniziative.

Non necessariamente chi profitta su o approfitta di crisi e disastri ne è responsabile, anche se spesso e volentieri, intenzionalmente o meno, contribuisce ad amplificarne la portata ed il danno, come zecche o altri parassiti su un corpo già debilitato. Per gli altri, quelli che crisi e disastri li subiscono e coloro che ne vivono comunque (per etica, cultura o indole) la forza negativa, le reazioni si possono raccogliere in quattro categorie con caratteristiche ben definite, anche se raramente riscontrate in forma pura.

La prima categoria è quella passiva, in cui manca una vera e propria (re)azione: si opta per il non fare nulla per contrastare l'onda di marea, ci si lascia trasportare dove capita, si lascia agli altri l'iniziativa dell'intervento.

Le (mancate) reazioni, da individuo ad individuo, spaziano le varie possibili combinazioni di alcuni tipi fondamentali: dal negazionista (“non c'è nessun problema”) allo struzzo (“se non guardo il problema, non c'è”), dal fatalista (“è il Destino che compie la sua opera, è la volontà di Dio”) allo schizofrenico (“il mondo è una merda, ma nel castello in aria in cui mi sono rifugiato prospero felice”).

È una categoria che subisce e non agisce, ed in quanto tale dà poco fastidio a chi sulle crisi prospera, e aiuta molto a fare numero, opportunamente manipolata con grida d'allarme o suadenti rassicurazioni, secondo il caso, servendo anche da ostacolo inerte contro le categorie più attive.

La seconda categoria è quella analitica, di chi studia i problemi per determinarne le cause e possibilmente proporre soluzioni. Secondo la cultura e le capacità intellettive, costoro possono arrivare molto a fondo alle questioni, e molto lontano con le proposte; ma finché lavorano di concetto rischiano ad ogni passo di scadere nella sega mentale, senza giungere a nulla di concreto.

È una categoria che può dare fastidio a chi sulle crisi prospera, ma solo nella misura in cui riesce a far sentire la propria voce, ed in particolar modo a raggiungere e farsi comprendere e riconoscere dalle altre categorie.

La terza categoria è quella impulsiva: non importa come si reagisca, purché lo si faccia. Mi morde una zanzara? Tiro uno schiaffo a chi mi dorme accanto. Scoppia un incendio? Ci butto sopra il primo liquido che mi capita sotto mano.

È una categoria facilmente manipolabile, poiché basta offrirle pretesti, scuse, capri espiatori, spauracchi per farla muovere nella direzione voluta. Non è infatti dedita alla riflessione, né seriamente intenzionata a cambiare la propria situazione: accetta volentieri la prima occasione di sfogo che gli viene proposta, ed ancor meglio se richiede poco sforzo fisico o mentale. Cacciamo gli ebrei, gli immigrati, gli omosessuali; protestiamo contro la Chiesa, il governo, le multinazionali; piove, governo ladro.

La quarta categoria è quella operativa: è seriamente intenzionata a rimboccarsi le maniche e sudare sangue per cambiare le cose, o provare almeno a contenere e limitare i danni. È quella che può riuscire dove gli analitici si perdono, è quella che può attuare la soluzione, costruire l'alternativa. È anche quella che, quando non riesce a raggiungere quella massa critica per cui i suoi sforzi possano effettivamente portare il cambiamento voluto, rimane schiacciata dalle forze che cerca di contrastare.

Senza l'impulsività della terza categoria, è più difficile da manipolare; ma il suo stesso spirito di sacrificio ne riduce facilmente i numeri, per incidenti (casuali o causati), fuoco nemico, errore umano (o fuoco più o meno amico).

Forse per questo, forse perché la natura preferisce le vie di minima energia (la prima), forse perché un qualunque sfogo allo stress (la terza) è più semplice che cercarne la radice (seconda) ed estirparla (quarta), le categorie più diffuse sono anche quelle meno utili al vero cambiamento.

Ed è forse per questo che i grandi cambiamenti raramente prendono stabilmente piede in occasione di rivoluzioni, crisi, disastri; se anche drastici mutamenti possono avvenire in tali momenti, infatti, questi vengono presto riassorbiti, con un nuovo status quo che solo formalmente (e non sempre), e raramente (se mai) sostanzialmente, differisce dal precedente il mutamento. È in questo, con grande probabilità, che trova radice quella forma di ciclicità della storia che vede il replicarsi, in tempi e spazi diversi, di periodi e momenti che seguono modelli ben precisi.

Lo scoppiare di una rivoluzione, l'avvento di una crisi, sono infatti una molla di breve durata. Passata l'emergenza, si spegne con essa il fuoco che alimentava il cambiamento, e l'interesse ad operare su larga scala rimane nelle mani di pochi. Di questi, quelli che mantengono un potere sufficiente ad attuare cambiamenti su scala più vasta sono generalmente più interessati ad un ritorno alle condizioni pre-crisi, avendo magari rimpiazzato chi durante la rivoluzione ha perso il posto in cima alla piramide sociale.

I mutamenti più profondi e duraturi sono invece quelli che maturano lentamente, partendo da molto lontano, sostituendosi progressivamente, spesso senza soluzione di continuità, a ciò che li precede. Tali processi di cambiamento sono molto più difficili da contrastare, da un lato perché difficili da percepire finché la loro portata è talmente visibile da essere ormai inarrestabile1, dall'altro perché la più lenta maturazione dà loro il tempo di venir assorbiti nel modo di pensare delle nuove generazioni, fino ad assumere quella natura di normalità che fa sì che essi siano ciò verso cui gli atteggiamenti dei più tendano a tornare.

Perché non si riesce quindi ad infrangere questo periodico ripetersi di progressi e regressi, di rivoluzioni e restaurazioni? Anche dopo anni di mutamenti in direzioni ben precise ci si ritrova, inevitabilmente, in un riflusso che riporta, incontrastato, a condizinoi sociali ed economiche che immancabilmente degenerano in crisi più o meno violente; se la tempistica cambia, è solo nella frequenza del riproporsi dei momenti storici.

Eppure i modelli sociali, politici, economici, culturali non sono poi così vari, oltre quel velo di formalità che ne moltiplica i numeri: e da questa sostanziale identificazione non è poi così difficile prevedere l'approssimarsi di un riflusso, se pure si può errare sulla tempistica. Cosa manca allora perché si riescano a gettare per tempo quelle basi da cui dovrebbe maturare, con la dovuta lentezza, quel cambiamento più radicale che aiuterebbe a smussare la violenza delle oscillazioni delle andate e dei ritorni, magari fino ad estinguerle?

Mancano le idee? Mancano le persone? Manca la capacità di comunicare, di persuadere, di educare, di raggiungere massa critica? O vi sono dei limiti intrinseci nella natura dell'homo sapiens, magari frutto di millenni di evoluzione, e che quindi richiederebbero altrettanti millenni per essere spostati?

La cosa che sorprende non è infatti che a cadere nella trappola del ripetersi dei modelli storici siano popoli, dai quali non è difficile aspettarceselo (le masse sono infatti principalmente della prima e della terza categoria, con scarso interesse a conoscere, capire, ricordare, agire), ma che a farlo sia chi gestisce il potere: è tanto difficile ricordarsi che, reali o metaforici, una Place de la Révolution o un Piazzale Loreto non si negano a nessuno?

O forse è solo questione di classe


  1. per questo il controllo dell'informazione nelle dittature raggiunge punti di devastante crudeltà contro chiunque propugni idee contrarie all'interesse del potere; occorre agire subito per estirpare le idee prima che abbiano il tempo di attecchire. ↩