Burioni su Twitter minaccia:

Perché, da residente nella fascia più alta dell’IRPEF, se mi aumentano di un centesimo le tasse monumentali che pago non evadendo nulla, smetto di lavorare e mi godo il tempo libero insieme al denaro già guadagnato. E come me tanti altri.

Non è una “minaccia” originale: esce fuori ogni volta che si parla di alzare le tasse (qui un'analisi del Guardian di un paio d'anni fa), ed è essenzialmente il tema di quella famosa rivolta di Atlante di Ayn Rand che tanto piace agli anarco-capitalisti.

Ma è una minaccia … stupida.

Per inciso, non è mio interesse qui difendere la proposta di innalzamento delle aliquote, o il suo opposto, o piú in generale discutere dell'opportunità o meno di alzare o abbassare le tasse per questa o quella fascia di reddito, o piú in generale di quale sia la migliore politica fiscale: è un tema dibattibile all'infinito, partendo da idee molto diverse di filosofia politica ed economica. Voglio invece semplicemente analizzare la sensatezza della minaccia di risposta del contribuente, da un punto di vista, se cosí possiamo dire, puramente economico.

La minaccia in questione prende due forme, ma rimane sostanzialmente la stessa: «se mi alzate le tasse, smetto di contribuire» (in maniera legale). Le due forme classiche che questa minaccia può prendere sono il trasloco («trasferisco la mia residenza in un luogo con un regime fiscale per me piú conveniente»), ovvero —nella “versione Burioni”— smettere di percepire l'introito che ha subito un incremento di tassazione.

Traslocare

Il problema del trasferimento —come osservato già anche nel succitato articolo del Guardian— è che trasferirsi costa, e costa tanto piú quanto piú è alto il tenore di vita di chi si trasferisce: Bill Gates vive in una magione la cui costruzione è costata piú di 50 milioni di dollari, il cui valore attuale si aggira sui 150 milioni di dollari, e su cui paga circa un milione di dollari di tasse l'anno, piú le spese di mantenimento.

Quanto costerebbe a Bill Gates trasferirsi per motivi fiscali? Supponendo che voglia ricreare un ambiente equivalente a quello in cui vive adesso, possiamo fare una stima a braccio basata sul costo della precedente, aumentato per l'inflazione (2.5% annuo per 20 anni), intorno al centinaio di milioni di dollari, e possiamo supporre che prima di 5 anni non sia pronta (anche se i proprietari potrebbero probabilmente cominciare a trasferirsi prima del completamento dei lavori, volendo).

(Ovviamente, Bill potrebbe decidere di rinunciare a quello stile, ed adeguarsi a vivere ad esempio un preesistente ambiente, tipo un qualunque castello in vendita a una manciata di milioni di euro, soffrendo principalmente intangibili costi psicoemotivi.)

In aggiunta al costo del trasloco in sé, Bill si troverebbe anche a dover continuare a pagare le tasse (ed almeno un minimo di manutenzione) per la sua residenza attuale; tali tasse sarebbero da pagare da non residente (non so come funzionino le cose a Medina, Washington ma sono sicuro che non sarebbero inferiori a quelle che paga attualmente), almeno finché ne rimanga in possesso. E qui sorge un interessante paradosso: chi si potrebbe permettere l'acquisto della tenuta di Bill Gates probabilmente non sarebbe interessato a comprarla —per le stesse ragioni fiscali per cui Bill si starebbe trasferendo— rendendo molto piú difficile sbarazzarsene.

In tutto questo, Bill Gates è certamente un caso abbastanza atipico: parliamo di qualcuno con un patrimonio che si aggira sui 100 miliardi di dollari e che cresce di 5–10 miliardi (netti!) l'anno: una variazione di 1% sul carico fiscale complessivo potrebbe essere sufficiente a giustificare un cambiamento di residenza, giacché già in un paio d'anni avrebbe ammortizzato il costo del trasloco con il risparmio sulle tasse1. Ma di quanti di quei (reali o fantomatici) milionari che dovrebbero fuggire in massa in caso di innalzamento della pressione fiscale possiamo dire lo stesso? O meglio: quanto dovrebbe essere tale incremento davvero per giustificare (anche solo economicamente) la loro fuga?

Con ciò, ovviamente, non mancano certo persone che scelgono la residenza anche —se non sopratuttto— sulla base del regime fiscale; famosamente è questo il caso di Gérard Depardieu, che dal 2012 preferisce il regime fiscale belga a quello francese, nonché di Sean Connery, la cui scelta di risiedere fuori dal Regno Unito mal si mischia con il suo supporto per il movimento indipendentista della sua nativa Scozia.

Smettere di lavorare

Molto piú difficile da comprendere, sempre da un punto di vista puramente economico, la minaccia in stile Burioni: «se mi alzate le tasse smetto di lavorare e passo il tempo a godermi i risparmi».

Perché una cosa del genere abbia senso, il soggetto in questione dovrebbe avere da parte risparmi sufficienti a mantenere il suo attuale stile di vita per il resto dei suoi giorni, o investimenti che garantiscano una rendita adeguata —quanto meno con una sicurezza confrontabile da quella offerta dalla solidità del suo attuale contratto di lavoro— o infine essere disposto ad adeguare (al ribasso!) il suo stile di vita per renderlo compatibile con la disponibilità economica conseguente l'abbandono del lavoro.

Senza queste premesse, infatti, lasciare il lavoro non è una minaccia credibile, poiché altrimenti il reddito netto (per quanto variato dalla tassazione) rimane una necessità.

Possiamo fare alcune osservazioni già a partire da questo.

Se il soggetto in questione vive al limite delle proprie possibilità (ovvero senza mettere da parte una quota ponderata del proprio reddito netto), allora un incremento della tassazione lo costringerebbe a ridurre in proporzione il proprio stile di vita —ma se non mette da parte nulla, rinunciare allo stipendio richiederebbe una riduzione ben piú drastica dello stile di vita. Quanto è credibile allora la minaccia?2

Se invece il soggetto in questione risparmia già una quota parte del proprio reddito netto, l'incremento della tassazione non andrebbe ad inficiare lo stile di vita corrente, perché potrebbe essere assorbita dalla quota dedicata al risparmio, ed avere quindi potenziali conseguenze sullo stile di vita futuro (ad esempio dopo il pensionamento). D'altra parte, anche qui si potrebbe fare un'osservazione non dissimile dalla precedente: quanto dovrebbe essere l'incremento della tassazione da giustificare un abbandono completo dell'introito lavorativo a favore di una dilapidazione corrente dei risparmi (e quindi conseguenze ancora piú gravi sullo stile di vita futuro), rispetto ad un ulteriore accumulo (se pure ridotto in proporzione all'incremento della tassazione)?

C'è ovviamente un fattore importante che manca in questi calcoli: il valore del tempo libero. Al di fuori del reddito, infatti, la principale differenza tra lavorare e non lavorare è la disponibilità di tempo da dedicare ai proprî interessi al di fuori dell'orario di lavoro: assumendo quindi che il soggetto abbia effettivamente da parte abbastanza da poter vivere di rendita, la scelta tra il continuare a lavorare (pur con la tassazione piú alta) o meno dipende sostanzialmente dal valore che si dà al tempo dedicato al proprio lavoro, e dalla propria percezione che il reddito netto che ne deriva sia a questo commensurato.

D'altronde, se il soggetto in questione è del parere che il reddito netto che deriva dal proprio lavoro sia appena sufficiente a coprire il tempo da lui dedicato allo stesso (talmente che, almeno in iperbole, anche un solo centesimo in piú di tasse lo dissuaderebbe dal continuare), viene davvero da chiedersi perché continuare a lavorare potendosi davvero permettere di non: vivrebbe sicuramente in una condizione molto meno stressante, perché per quanto possa essere gradito il lavoro, sempre di lavoro si tratta —con tutti gli oneri che ne conseguono.

Una provocazione

Peraltro, per essere una minaccia, l'atto dovrebbe essere un danno per la società, e viene da chiedersi se sarebbe davvero cosí: sono invece abbastanza sicuro che non manchino candidati che sarebbero ben contenti, anche con l'aumentato carico fiscale, di assumere il ruolo che il soggetto lascerebbe libero rimuovendosi dalla forza lavoro, e certamente l'economica trarrebbe beneficio dalla reimmissione in circolazione dei risarmi con cui il soggetto vivrebbe non percependo piú un reddito lavorativo.

(Ah, e in tutto questo ho intenzionalmente evitato di parlare di pensioni, perché quella è, parafrando dall'inglese, tutt'un'altra lattina di vermi.)


  1. Bill Gates in realtà è anche un caso abbastanza atipico perché rientra in quel gruppetto di miliardari che si esprimono a favore di un incremento di carico fiscale sui cosiddetti “super-ricchi”. ↩

  2. per inciso, con oltre 75K€ di RAL (ultimo scaglione IRPEF), ovvero oltre 40K€/anno netti, in una tale situazione sarebbero necessari piú di 1.6M€ di risparmi per mantenere lo stesso stile di vita per altri 40 anni. ↩