Ho già parlato in altre occasioni della libertà, riflettendo vuoi sull'uso ed abuso del concetto, vuoi sulla sua possibilità ontologica. Quello su cui vorrei soffermarmi stavolta è invece la natura paradossale, quando non addirittura contraddittoria, del concetto stesso di libertà e della sua applicazione nel mondo reale.

Ho già discusso nel primo dei succitati articoli alcune necessarie premesse perché di libertà si possa parlare; possiamo quindi dare per assunto in quanto segue che gli esseri umani1 siano dotati di un quid che chiameremo libero arbitrio e che dà loro la possibilità di scegliere come agire, nei limiti delle leggi (che possiamo assumere peraltro deterministiche) della natura.

Possiamo anche dare per assodato che un essere umano, finché non si trovi ad interagire con un altro essere umano (o altro ente dotato di libero arbitrio), sia libero (di agire come più ritiene opportuno), ma è altresí vero che in tale contesto il concetto di libertà non sia particolarmente significativo.

Invero, e qui si può vedere già il primo paradosso, è più significativo definire la libertà in termini negativi piuttosto che positivi: parlare di libertà ha valore soprattutto se si intende come libertà il non esssere limitati da altri. Da qui il famoso adagio secondo cui «la propria libertà finisce dove comincia quella degli altri», che parafrasando Gaber noteremo essere un'“espressione romantica e suggestiva”, ma che nulla ci dice sul come (o dove) il ‘confine’ tra le libertà propria e degli altri sia da tracciare.

Piuttosto che approfondire questa ricca tematica, al momento mi interessa piuttosto evidenziare che si potrebbe a questo punto chiudere il discorso con una semplice considerazione: un individuo o è libero (se non interagisce, direttamente e indirettamente, con nessun altro), oppure non lo è (in quanto, interagendo con altri, si trova di necessità condizionato o limitato nelle scelte).

Ma ovviamente così non abbiamo detto nulla di interessante. Il vero nocciolo, quando si parla di libertà, è proprio determinare il confine che limita la libertà di ciascuno in rapporto a quella degli altri (di ciascuno degli altri, e de gli altri come collettività), o quanto meno determinare dei criteri con cui determinare tale confine. È su questo, dopo tutto, che ci si accapiglia quando si dibatte di filosofia politica, etica, morale: se si possano tracciare limiti diversi da quelli ‘naturali’ dei rapporti di forza (opportunamente intesi), e quali, e come.

Anche per questo, alla fine, nella pratica, diventa più importante parlare di libertà al plurale, come collezione di singole libertà (essere —o meno— liberi di …) piuttosto che di Libertà come concetto astratto. Sono queste libertà che, generalmente, nelle formalizzazioni dei codices della società, vengono dette diritti e che, in quanto tali, dovrebbero (in teoria) essere garantite dalla società stessa (il ‘come’ ciò dovrebbe avvenire, ed il ‘se’ ciò poi avvenga veramente, ovviamente, sono tutto un altro discorso).

Ma la riduzione della Libertà come astratta assenza di coercizioni o prevaricazioni a molteplici singole libertà non è una cosa che riguarda solo le società formalmente organizzate: anche il più sfegatato sostenitore dell'anarchia finisce con il parlare, in concreto, di libertà da (le tasse, il governo, lo Stato, la religione, …), piuttosto che dell'astratta Libertà, perché in fin dei conti, nel concreto, sono quelle che contano.

Eppure è qui che entrano in gioco i due forse più importanti aspetti della libertà, due paradossi simmetrici a cavallo della transizione tra l'essere liberi e il non esserlo.

Liberi di essere liberi

Come premessa alla presentazione dei due fondamentali paradossi della libertà, porrei però una domanda: vi sono libertà più importanti di altre libertà? È possibile stilare una sorta di graduatoria, anche parziale, delle libertà?

Darei a queste domande risposta affermativa: dopo tutto, è proprio a partire da questo che si può partire nel definire i limiti delle libertà individuali in conflitto l'una con l'altra. Ad esempio, il diritto alla libera circolazione (libertà di andare indisturbati dove si vuole) è in conflitto con il diritto ad un angolino dove stare per conto proprio senza nessuno che ti venga a disturbare. La libertà di un gruppo di persone di organizzare una manifestazione confligge con la libertà di altre persone di attraversare le stesse strade. Quale delle due libertà prevale?

Meno superficialmente, è evidente che ci sono alcune libertà che sono fondamentali, nel senso che senza di esse non sarebbe nemmeno possibile esercitare le altre. Ovviamente, tali libertà fondamentali sono più generali, più astratte.

Parliamo, ad esempio, del diritto alla vita: io sono libero di vivere, e quindi gli altri non sono liberi di uccidermi. È evidente che se non sono vivo, non posso esercitare il mio essere libero. (Sorvoliamo sulla questione metafisica e trascendente della libertà dello spirito dopo la morte.)

Parliamo anche del diritto ad essere liberi: la ‘libertà di essere liberi’: sono libero di essere libero, e quindi gli altri non sono liberi di costringermi o prevaricarmi.

È importante notare che entrambe queste libertà fondamentali, non a caso espresse in forma di diritti, sono in un certo senso passive, legate più strettamente ad una ‘mancanza di libertà’ degli altri che ad una attiva scelta dell'individuo: dove però l'individuo può agire è nella difesa di quelle libertà; eppure, in qualche modo, la stessa necessità di difendere le proprie libertà fondamentali è una perdita di libertà. E già questo è un piccolo paradosso in sé, che probabilmente meriterebbe di essere approfondito.

Liberi di perdere la libertà

Se la libertà di essere liberi può sembrare un simpatico gioco di parole, è nell'andare oltre, nel guardare alla perdita della libertà, che il discorso si fa più serio, più interessante.

Non si parla qui ovviamente di una perdita della libertà frutto di coercizione o prevaricazione: un tale evento è smaccatamente null'altro che una violazione della libertà dell'individuo. Cosa possiamo dire invece nel caso di una permanente, volontaria rinuncia alla propria libertà?

Supponiamo che sia realistico quanto sostiene la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (DUDU), ovvero che ciascuno nasce libero (Art. 1) e che abbia diritto alla vita e alla libertà (Art. 3). Finché si parla di diritto, si sta semplicemente implicando che altri non possano privarci della nostra vita, della nostra libertà. Questo non dice nulla sulla possibilità che ciascuno di noi possa scegliere di privarsi della propria vita —o della propria libertà.

Siamo liberi di diventare schiavi? È importante notare che la scelta non è volontariamente reversibile: dalla schiavitù si esce solo per un atto altrui. In questa sua irreversibilità, una perdita volontaria della libertà non è troppo dissimile da una perdita volontaria della vita (anche se la seconda è, per ovvie ragioni, ‘più’ irreversibile, a meno che non si creda nella reincarnazione o che la medicina non ci offra, in un futuro, la possibilità di tornare in vita dopo la morte).

La domanda è quindi: si è più liberi se si è liberi di non esserlo, o se la propria libertà è irrinunciabile?

La risposta non è banale: da un lato, se sono libero di rinunciare alla mia libertà, e finché non esercito tale opzione, sono ‘più libero’ di quanto lo sarei se non fossi libero di rinunciarvi; d'altra parte, nel momento in cui dovessi esercitare tale libertà rinunciando alla mia libertà sarei (da allora) meno libero che se non avessi avuto tale possibilità.

La domanda, peraltro, non è oziosa, anche se in questa sede mi preme solo sottolinearne la natura paradossale. Si potrebbe dire: chi mai rinuncerebbe volontariamente e permanentemente alla propria libertà? In realtà, vi sono infinite circostanze in cui una cosa del genere può avvenire, soprattutto quando ci si trovi davanti a scelte, ad esempio, tra la propria vita e la propria libertà.

Non a caso la suddetta Dichiarazione sostiene (Art. 4) che nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù: in altre parole, secondo la DUDU, non siamo liberi di perdere la nostra libertà.

D'altra parte, vi sono (sedicenti) libertari che sostengono il contrario, per lo meno se le scelte che possono portare allo scegliere di perdere la propria libertà sono frutto di circostanze ‘naturali’ e non forzate dall'intervento di qualcuno (comprensibilmente, poiché in tal caso —ad esempio qualcuno che ti minacci di morte se non rinunci alla tua libertà— si tratterebbe di coercizione o prevaricazione).

Quale delle due posizioni è più a favore della libertà? Certamente sono entrambe paradossali.

Costretti ad essere liberi

La controparte della precedente discussione riguarda invece la situazione opposta: supponiamo di non essere liberi (vuoi perché non è vero che ciascun individuo è libero, vuoi perché abbiamo esercitato la nostra libertà a perdere la libertà, vuoi perché siamo stati costretti in schiavitù); la domanda è: possiamo essere costretti ad essere liberi? (O viceversa, possiamo costringere altri ad essere liberi?)

Supponiamo che un certo soggetto non sia libero. Supponiamo che costui voglia essere libero. Possiamo aiutarlo, liberarlo? Dobbiamo? (dovere morale)

Supponiamo invece che costui non voglia essere libero. Di più, supponiamo che voglia non esserlo (che non è esattamente la stessa cosa). Dovremmo liberarlo comunque? (Qui ovviamente la risposta è strettamente legata a cosa si pensa sulla libertà di non essere liberi.)

O supponiamo di esserci prefissi come compito di liberare coloro che vogliono essere liberi, ma di non sapere se questo soggetto voglia o non voglia essere libero. Supponiamo che l'unico modo per sapere se vuole o non vuole essere libero sia di liberarlo. Dovremmo?

O supponiamo che la libertà di ciascuno (individualmente) dipenda imprescindibilmente dal fatto che tutti siano liberi. Dovremmo liberarlo a prescindere dalla sua volontà, anche solo per assicurare che tutti gli altri (che vogliono essere liberi) lo siano?

O supponiamo che questo soggetto non abbia nemmeno idea del fatto che potrebbe essere libero, e che pertanto non abbia scelto né in un senso né nell'altro (diciamo che per lui l'essere non libero è una condizione ‘naturale’). È lecito, opportuno, raccomandabile o un dovere morale mostrargli questa possibilità?

(Portando la cosa all'estremo: se nessuno è libero, nessuno lo è mai stato, e non sappiamo nemmeno cosa succederebbe davvero se lo fossimo, cambierebbero le risposte? Ma questo è un'altra questione.)

Educazione alla libertà

Strettamente legata alla precedente, vi è infine un'altra questione da cui non si può prescindere nel parlare di libertà, una questione per molti versi ben più pratica, ma non per questo meno paradossale: l'educazione alla libertà. Si può educare ad essere liberi?

È interessante notare che la corrispondente domanda per la controparte ha risposta ovviamente positiva: vi è una onorata e gloriosa tradizione plurimillenaria all'indottrinamento, al lavaggio del cervello, all'inquadramento. E difficilmente si potrà dire che non abbia avuto (quasi) sempre un notevole successo.

Difficilmente si potrà dire lo stesso per la libertà, e la situazione in questo caso è ancora più delicata. Vi è infatti un problema ‘semplicemente’ tecnico, che volendo si può banalizzare nella domanda: si può insegnare ad essere liberi?

Ma vi è anche una questione etica: è lecito (ammesso che sia possibile) educare gli altri ad essere liberi, o già il fatto stesso di procedere in questa direzione è in qualche modo una coercizione? Di più, come nel caso della ‘costrizione’ ad essere liberi, è forse un ‘imperativo morale’ educare gli altri alla libertà?

Il problema dell'educazione è fondamentale quanto trascurato. Sulla possibilità materiale di ‘insegnare’ la libertà, d'altra parte, c'è moltissimo da dire, e possibili metodi (e contenuti!) meritano un'approfondita discussione che esula dal tema di queste riflessioni.

Può sembrare facile sbarazzarsi della questione sostenendo la (opinabile) tesi che si nasce liberi, e che l'abitudine alla sottomissione ed alla prevaricazione che sembra dominante è ‘appresa’, e che quindi in un sistema ‘libero’ non ci sarebbe bisogno di ‘insegnare’ la libertà. Ma una tale dismissione non considera alcuni aspetti importanti.

Il primo, ovviamente, è che proprio perché nel contesto in cui viviamo a sembrare dominante è la mentalità opposta, una forma di ‘insegnamento’ della libertà (foss'anche solo per ‘disimparare’ l'abitudine alla sottomissione ed alla coercizione che ci sarebbe stata inculcata fin dalla prima infanzia) diventa necessaria.

In più, è fin troppo evidente che qualunque ‘lezione’ la Storia possa insegnare è facilmente dimenticata nell'arco di un paio di generazioni: come allora educare le nuove generazioni a non ricadere nello stesso sistema di sottomissioni e coercizioni da cui ci dovremmo liberare?

Il vero problema è che l'educazione è uno strumento che può portare ad effetti diametralmente opposti: può essere usata per mostrare, indicare, allargare la mente, rendere liberi, ma ugualmente può essere usata per plasmare secondo canoni prestabiliti, plagiare, restringere, rinchiudere. Ma questo è un discorso che riguarda l'educazione in generale, e non specificamente l'educazione alla libertà.

Le radici del paradosso

Torniamo, per concludere, al tema principale. Vi è in realtà un singolo punto cruciale da cui sorge l'intera questione della libertà come paradosso, e tale punto è il problema del mantenimento della libertà.

Un sistema basato sulla coercizione, sulla costrizione, può facilmente mantenersi seguendo le proprie regole. I suoi elementi fondanti hanno una coerenza interna che lo rendono stabile.

Per contro, un sistema che avesse come principio fondante la libertà non potrebbe non essere fondato sul compromesso, in quanto appunto “la libertà di ciascuno finisce dove comincia quella degli altri”. La libertà, di per sé, non può quindi essere un principio assoluto, come invece può esserlo la coercizione (tranne ovviamente nel caso banale del singolo individuo che non interagisca mai con alcun altro individuo, né direttamente, né indirettamente).

Il problema, ovviamente, è l'innegabile esistenza di situazioni di contrasto per le quali non esiste soluzione pacifica, vuoi per l'irremovibilità degli individui coinvolti, vuoi per l'unicità della risorsa richiesta, o qualunque altro possa essere il motivo. Anche volendo giudicare pienamente libera una soluzione di compromesso a cui gli individui coinvolti giungano di comune accordo, infatti, rimane il caso in cui un accordo non venga raggiunto, giacché in tal caso la prevaricazione di uno dei partiti coinvolti è inevitabile.

Anche il sistema più libero non può quindi non ammettere la prevaricazione, anche quando circoscritta a singoli casi individuali: prevaricazioni locali, se vogliamo, invece che globali e/o sistematiche. Ma ammettere anche la minima, la più circoscritta delle prevaricazioni significa, di fatto, rinnegare (seppure localmente) la libertà come principio assoluto e imprescindibile.

La libertà come principio fondante porta quindi ad un sistema incoerente, auto-contraddittorio. Questa è la radice del paradosso della libertà. Una minuscola crepa che inficia irrimediabilmente qualunque discorso parta dalla libertà come principio assoluto. Ovvero, qualunque riflessione (non banale e non superficiale) sulla libertà diventa immancabilmente una riflessione su quali compromessi siano accettabili per essere non liberi il meno possibile.

Dalle situazioni di conflitto si dirama infatti una serie progressiva di dubbi, per i quali non esistono risposte che non siano limitative della libertà.

Supponiamo ad esempio che vi sia un conflitto irrisolvibile tra due parti. Un terzo attore indipendente è libero di intervenire (senza che il suo intervento sia richiesto) a favore dell'uno o dell'altro? Se sì, si ammette la prevaricazione dei due sull'uno, ma altrimenti si nega al terzo la libertà di partecipare nel conflitto.

Vi è poi la questione del peso relativo dato alle proprie libertà rispetto a quelle degli altri. È facile a parole sostenere che entrambe abbiano lo stesso peso; è molto più difficile agire in tal senso, soprattutto in caso di forti divergenze, ad esempio ideologiche: la libertà degli altri va rispettata semplicemente per una questione ideologica, a prescindere da qualunque altro fattore, o solo nel caso in cui vi sia una reciprocità di tale rispetto? Possiamo rispettare allo stesso modo la libertà di qualcuno che non crede nel rispetto della libertà?

Più in generale, che cosa impedisce ad un sistema che abbia come cardine la libertà dei suoi attori di degenerare verso un sistema coercitivo? Quali paletti è lecito mettere per evitare che ciò accada?

Quanta libertà è lecito perdere per poter garantire la libertà?


  1. quanto qui discusso, ovviamente, dipende sostanzialmente dall'essere dotati di libero arbitrio, e non tanto dall'essere umani; il discorso potrebbe quindi essere generalizzato per includere qualunque essere vivente (o altro ente) che si possa assumere dotato di libero arbitrio. ↩