Una visione forte della scienza parte dal presupposto che l'intero universo (o almeno la sua parte fenomenica, quella da noi osservabile, direttamente o indirettamente) segua leggi ben precise, e si pone come obiettivo quella di arrivare a conoscere dette leggi. (Con il piccolo inconveniente che non è detto che tali leggi siano conoscibili dall'uomo.)

Per inciso esiste anche una visione più debole della scienza che invece si ‘accontenta’ di trovare modelli che descrivano l'universo, senza da questo trarre conclusioni ontologiche sulla natura dell'universo stesso (dopo tutto, la mappa non è il territorio): una sottile differenza concettuale che si manifesta più nei dibattiti filosofici che nella pratica.

Le leggi presupposte a fondamento dell'universo vengono generalmente assunte deterministiche, con alcune implicazioni interessanti. Ad esempio, se fosse nota con esattezza la configurazione dell'universo intero in suo qualunque istante, e fossero note (nuovamente con esattezza) le sue (deterministiche) leggi, sarebbe possibile determinare la configurazione dell'universo in ogni altro istante.

Tra le altre cose, questo esclude la possibilità dell'esistenza di enti sovrannaturali, o quantomeno la possibilità che essi possano manifestarsi nel fenomenico: se infatti tali enti sovrannaturali (quindi: non iscrivibili all'interno delle presunte deterministiche leggi cosmiche) potessero intervenire nel fenomenico, esisterebbero tempi e/o luoghi in cui l'universo non seguirebbe (in virtù appunto della manifestazione di tali enti) le suddette deterministiche leggi cosmiche.

Il presunto determinismo delle presunte leggi dell'universo esclude però qualcosa che ci tocca molto più da vicino: il libero arbitrio. Se ogni istante dell'universo può essere dedotto da ogni suo istante precedente o successivo, è evidente che non c'è alcunché che noi si possa fare per alterare il corso degli eventi —in effetti, non c'è alcunché che noi si possa fare, per il semplice fatto che il nostro agire non è frutto di attività cosciente o subcosciente, ma è un semplice passo della normale evoluzione del cosmo lungo le proprie leggi; ogni cosa che ci riguarda, inclusa la nostra coscienza, i nostri pensieri, sono semplici illusioni frutto della particolare configurazione del cosmo negli istanti e nei luoghi in cui ci ritroviamo —persino il ritrovarci, in effetti, è una questione puramente incidentale ed illusoria.

Un dubbio che mi piacerebbe sciogliere è se, nel combattere l'interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica, Einstein et al. fossero coscienti della portata delle implicazioni di una asserzione quale «Dio non gioca a dadi», con alcuni simpatici paradossi che ne derivano. Tipo: se non gioca a dadi, Dio non esiste. Oppure: senza libero arbitrio, perché scrivere una lettera a Roosevelt per invitarlo ad accelerare la ricerca sul nucleare, visto che la lettera non avrebbe alterato il corso degli eventi1?

La meccanica quantistica è invero una delle più stimolanti branche della fisica, sollevando problemi non indifferenti persino quando ci si voglia limitare ad un suo uso debole (shut up and calculate), senza scivolare nelle disquisizioni ontologiche legate al cercare di interpretare la natura incerta e probabilistica del modello.

Quando si sceglie invece un approccio forte, ci si trova davanti a possibilità che possono risultare sgradevoli per motivi diversi; da un lato, la succitata interpretazione di Copenaghen afferma che la probabilistica incertezza associata ai fenomeni quantici è intrinseca nella natura dell'universo, e contribuisce così alla distruzione del sogno positivista del determinismo delle leggi su cui la natura è fondata; dall'altro, interpretazioni quali quella delle variabili nascoste riportano alla ribalta l'illusiorietà della coscienza e del libero arbitrio.

L'aspetto interessante dell'interpretazione di Copenaghen è che pur essendo scientificamente forte (nel senso di passare dal modello ad una questione ontologica), con la perdita del determinismo riammette la possibilità di ciò che il determinismo escludeva2. Possibilità, ovviamente, che è ben lontana dall'essere una prova, e che potrebbe in realtà essere nient'altro che uno spostamento da un'illusione cristallizata nel tempo ad una che istante per istante dipenda dal caso.

La più trascurata delle interpretazioni della meccanica quantistica è forse la più interessante dal punto di vista filosofico. Benché essa ‘goda’ di un alone di scarsa serietà in ambito scientifico (forse per via della palatabilità per la letteratura fantascientifica e parascientifica), l'interpretazione è ben fondata sulle radici matematiche dell'incertezza della meccanica quantistica e ne trova una soluzione non probabilistica senza ricorrere a veli di maya.

I drammi interpretativi della meccanisa quantistica nascono da due concetti, uno molto semplice ed intuitivo, l'altro alquanto paradossale (nel senso di non intuitiva comprensione). Il concetto molto semplice è quello di osservazione (generalmente una misura); l'altro, per il quale è diventato famoso il gatto di Schrödinger, è quello della sovrapposizione di stati, condizione in cui si ritrova ogni sistema che possa trovarsi in più di uno stato finché non viene osservato. L'osservazione causa il cosiddetto “collasso della funzione d'onda” del sistema, fissandone lo stato in maniera univoca, ed i contrasti tra le interpretazioni sorgono tutti dal tentare di dare un significato alla condizione di sovrapposizione di stati ed al ruolo dell'osservazione (e quindi dell'osservatore) nella sua determinazione.

Quercetti Rami Se si lascia il concetto di sovrapposizione di stati tale e quale, senza farlo diventare un concetto probabilistico e senza supporre che la presunta sovrapposizione sia semplicemente dovuta alla nostra ignoranza, si scivola verso quella che viene comunemente chiamata interpretazione a molti mondi, secondo cui l'universo esiste in una sovrapposizione di stati e l'osservazione che ne determina uno non esclude dall'esistenza le osservazioni che ne determinano gli altri, ma si separa da esse con una divergenza, una biforcazione della realtà come da noi comunemente intesa, che le isola irrimediabilmente, in un infinito gioco di Rami.

L'aspetto interessante di questa interpretazione è che essa non elimina il determinismo, e pur conservando l'incertezza che caratterizza la meccanica quantistica, in un certo senso la sposta sulle spalle dell'osservatore; l'incertezza non è più su “in quale stato si trova il sistema prima dell'osservazione?”, ma diventa “in quale ramo della biforcazione si trova l'osservatore dopo l'osservazione?”

In realtà la domanda cesserebbe persino di avere senso, poiché l'osservatore stesso si troverebbe biforcato seguendo entrambi i rami di realtà, senza però poter avere (rullo di tamburi) coscienza che del singolo ramo nel quale può (ri)costruire la propria continuità.

In qualche modo, questo potrebbe spiegare perché, laddove nelle tre direzioni dello spazio abbiamo una mobilità ed una visione in un certo senso complete, nella direzione del tempo abbiamo un verso ‘preferenziale’, rispetto al quale definiamo il futuro (verso cui ci ‘muoviamo’) ed il passato (che possiamo ‘vedere’): una circostanza invece difficilmente inquadrabile per quelle filosofie della scienza che prediligono il determinismo: se la realtà è una scultura prederminata, da cosa avrebbe infatti origine l'illusione dello scorrere del tempo?

Nell'interpretazione dei molti mondi, invece, il verso preferenziale del tempo è determinato dalla struttura delle biforcazioni; benché questo in realtà non cancelli veramente il determinismo, e non possa reintegrare il nostro libero arbitrio, ci permette di formulare qualche scenario ipotetico incompatibile con il marmoreo determinismo delle meccaniche classiche o relativistiche.

Se la nostra coscienza, invece di sdoppiarsi ad ogni biforcazione, proseguisse la propria esistenza in uno solo dei casi, potremmo forse cercare di (pre)vedere il futuro. E se la scelta alle biforcazioni fosse in nostro potere, potremmo parlare di libero arbitrio.

In mancanza di ciò, rimane solo l'illusione di poterci autodeterminare per coloro di noi che in questo istante (ed in questo, in questo, in questo, …) si ritrovano coscienti delle ramificazioni future che avrebbero scelto, ciascuna volta, in base al loro passato.


  1. risposta: perché, in assenza di libero arbitrio, anche Einstein non poteva ‘fare’ altrimenti. ↩

  2. un ente soprannaturale potrebbe infatti manifestarsi influenzando un fenonemeno quantistico che avesse conseguenze macroscopiche. Ugualmente, volontà, coscienza e libero arbitrio della mente umana potrebbero essere ‘nascoste’ nei fenomeni quantistici del nostro cervello: il probabilistico indeterminismo teorico sarebbe così la membrana di transizione tra natura e sovrannaturale, tra fenomenico e metafisico. ↩