Vi sono due modi per nascondere il proprio fallimento, anzi per nascondersi al proprio fallimento.

Ci si può arrocare disperatamente e fanaticamente sulle proprie posizioni, con la s(t)olidità di chi si fortifica sempre più selvaggiamente con il progredire dell'erosione della base dello sperone di roccia su cui è fondata la fortezza; oppure ci si può gloriare della propria condizione, ornandola con la retorica della decadenza.

Del primo approccio si trovano esempi correnti nel Glorioso Partito Comunista in Cina come nella Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, nel governo di Ahmadinejad come nelle tattiche aggressive della RIAA. Il secondo è più adatto su larga scala in certe culture occidentali, soprattutto nella vecchia Europa, anche se non sempre viene scelto con coscienza: evidentemente è qualcosa di innato, o di talmente radicato da venir comunque naturale.

Il crollo del fanatico, quando infine avviene, improvviso benché preannunciato, è qualcosa di rumoroso e violento, esplosivo, spesso con lunghi strascichi e dannosi quanto clamorosi aftershocks; magari persino un «muoia Sansone con tutti i filistei»; sicuramente con reiterati tentativi di ripresa. Dall'altra parte ci si presenta invece come una colata; di fango, inizialmente, poi via via sempre più come un'immensa montagna di letame che si scioglie «come neve al sole; come un'enorme diarrea», dentro la quale c'è chi sguazza lieto di poter ivi nascondere il proprio fallimento, incurante se non persino canzonante nei confronti di tutto ciò e tutti coloro che la loro montagna travolge colando via, forse persino sorpreso che si possa non cogliere il ‘fascino’ della decadenza, quando a loro basta scegliere il nome opportuno per cancellare dal proprio naso l'odore di letame, dalla propria coscienza la portata del disastro.

Nel fanatismo vi è una violenza cieca, ma coerente e quasi sincera: si preferisce ignorare tutti gli eclatanti indizi della fine pur di poter continuare a credere, e più ancora a far credere agli altri, di essere forti, capaci, indistruttibili. Era la scelta dell'Unione Sovietica, la cui fine colse di sorpresa persino gli analisti della CIA. La scelta della decadenza è invece ipocrita: è una resa mascherata da ineluttabilità, è una pretesa di classe, di stile, e quindi ultimamente di superiorità, per mascherare, stavolta a sé stessi prima che agli altri, la propria incapacità, la propria inadeguatezza, i propri limiti. Gli ultimi momenti sul Titanic.

Nella peggiore delle situazioni entrambe le reazioni coagulano nella stessa entità, ente, governo o individuo che sia, che porta quindi la violenza fanatica delle proprie agguerrite menzogne a difesa della montagna di letame con cui travolge tutto ciò che circonda la propria fine.

È purtroppo la situazione in cui ci troviamo in Italia, ben oltre il punto di non ritorno, prima del quale sarebbe stata sufficiente una metodica seppure martellante esposizione dei fatti da contrapporre puntualmente alle continue menzogne, dopo il quale più nulla può far invertire la rotta: un governo di mafiosi, donne che hanno costruito sul commercio del proprio corpo la propria carriera, ladri, corruttori e corrotti, il cui principale se non unico obiettivo è evitare quella giustizia che i loro forcaioli razzisti xenofobi compagni in camicia verde invocarono a suo tempo a gran voce verso quella Roma ladrona e corrotta i cui protetti e discendenti ora emulano ed assistono nella beatificazione dei predecessori contro cui prima si scagliavano.

Una dirompente cultura di clientelismo e corruzione, menzogna ed ipocrisia cresciuta sul fertile terreno della pseudointegrità cattolica piccoloborghese (già propensa alla dissimulazione) come nell'invidia della povertà (già propensa alla compravendita del favore) con un metodico, duraturo ed assillante bombardamento mediatico ed una sostanziosa campagna di favori, senza che nessuno in posizione di potere avesse, ovviamente, voglia né interesse ad impedirlo, a spianare la strada per qualcosa di più ricco e costruttivo; cultura coronata infine nella discesca in campo e conseguente ascesa al potere del suo principale fomentatore (a suo tempo per conto di altri, in cambio di opportuni favori), sulla quale troppe persone hanno potuto approfittarne, o meglio hanno creduto di poterne approfittare, adeguandosi alla nuova etica (che sbandiera il merito e sfrutta la raccomandazione, elogia la famiglia cristiana e vive di tradimenti, divorzi e prostituzione), cercando miseramente di cavalcarla, o semplicemente confrontandocisi per crogiolarsi nella superiorità della differenza: un gesto inutile quanto pericoloso, indice a sua volta di un diverso fallimento, decadendo troppo spesso nel gloriarsi della capacità di “fottere il sistema” (e quindi di fatto cadendoci dentro appieno, essendo quello il vero sistema); ed il tutto mentre l'onda procedeva e procede a distruggere il presente ed il futuro di un'intera nazione, lasciando dietro di sé un terreno fertile non per una sana ricrescita, ma per un inossidabile deserto.

E la portata del crollo è tale ormai che ben pochi riescono ancora anche solo a pensare di poterlo contrastare, o quanto meno di poter agire nonostante il contesto; e se da un lato li ammiro per quello che non riesco a non chiamare coraggio, non posso non pensare che siano degli illusi, e che sia più opportuna la scelta di molti altri, la fuga: verso altri luoghi che forse perché più freddi sono anche meno marci, ed in cui si possa trovare più facilmente un modo per vivere più decentemente non solo dal punto di vista materiale; verso altri pensieri per chi preferisce nascondersi nell'ascetismo, non avendo la forza di affrontare una migrazione.

E per coloro che non riescono né ad adeguarsi, né a prescindere, né a fuggire, cosa rimane?