Leggo la traduzione italiana di un articolo in spagnolo sulla (presunta) anglicizzazione della lingua italiana, e mi trovo costretto a sorvolare sull'ironia di un articolo del genere, tradotto piuttosto che scritto, e per di più da una che si occupa di Social Media Monitoring (ovvero ‘Osservazione delle Reti Sociali’), per concentrarmi piuttosto sul tema trattato dall'articolo stesso, articolo che purtroppo mischia con una certa confusione una moltitudine di casi di penetrazione dell'inglese che hanno origini e motivi disparati. Cercherò in quanto segue di discutere ciascun punto indipendentemente, partendo da quello che a me preme di più.

La criticatissima scelta del Politecnico di Milano di istituire corsi postlaurea e dottorati di ricerca in lingua inglese, per quanto controversa, è ben lontana dall'essere peregrina o modaiola. Piaccia o no, l'inglese attualmente è la lingua internazionale della ricerca: la stragrande maggioranza della letteratura scientifica più significativa è in inglese, ed è sostanzialmente impossibile farsi conoscere a livello internazionale senza comunicare in inglese. L'inglese è la lingua dei convegni internazionali, l'inglese è la lingua delle riviste internazionali, l'inglese è, di fatto, la lingua corrente della scienza e della tecnologia.

Semmai, si potrebbe lamentare che in campo tecnico-scientifico, la dominazione linguistica dell'inglese è purtroppo ben lontana dall'essere efficace al 100%: gli italiani e i francesi sono gli zimbelli del panorama scientifico internazionale proprio per la loro incapacità ad esprimersi e comunicare correttamente in inglese (gli italiani per crassa ignoranza, i francesi per ottuso campanilismo), anche nell'inglese tecnico.

Piaccia o no, un ricercatore che debba far conoscere il proprio lavoro a livello internazionale deve saper comunicare in inglese, ed a questo punto è meglio che impari a farlo correttamente, prendendo quanto prima dimestichezza con la lingua in questione, e soprattutto con quella specialistica.

È riportata nell'articolo l'opinione di Tullio Gregory (eh) che sostiene che “imporre l'inglese non ci rende più moderni né più produttivi”; la frase può essere tranquillamente rigirata, osservando che imporre l'italiano non ci rende più moderni né più produttivi.

Quello che non viene sufficientemente evidenziato è che l'Italia è (e purtroppo rimarrà) fanalino di coda nella ricerca scientifica e nel progresso tecnologico1 a prescindere dalla scelta della lingua, perché le cause sono ben altre (mancanza di investimenti, meschini localismi, leccaculismi e nepotismi).

Il passaggio, in corsi postlaurea e nel dottorato, all'inglese come lingua ufficiale non è certo condizione sufficiente ad aumentare il peso della ricerca italiana a livello internazionale, ma non è molto lontano dall'essere necessario. (E vorrei rimarcare che la ripetuta evidenziatura di postlaurea e dottorato non è casuale: in molte critiche fatte al PoliMi si parla della scelta dell'inglese come se fosse riferita anche agli anni del curriculum universitario di base.)

Lavorando nel mondo della ricerca scientifica, ho preso da anni la buona abitudine di scrivere direttamente in inglese tutto ciò che promette anche solo lontanamente di diventare materiale pubblico; se preparo una presentazione, il testo delle diapositive sarà in inglese, non in italiano, anche per conferenze italiane, perché il materiale potrà tornarmi utile in altre conferenze (internazionali): ed è più semplice parlare in italiano su diapositive in inglese che viceversa, giacché ogni ricercatore che si rispetti è in grado (o dovrebbe essere in grado) di capire le diapositive in inglese, nel caso perdesse qualche parola della presentazione orale.

Negli ultimi due anni ho anche insegnato un corso libero offerto dal mio dipartimento; anche in questo caso, le note del corso sono state preparate in inglese, sebbene le lezioni frontali si svolgano in italiano. Per inciso, il corso è forse l'unico in Italia sull'argomento, ed uno dei pochi anche a livello europeo: non sarebbe strano che qualcuno, eventualmente anche dall'estero, decidesse di appoggiarsi ai miei appunti —pubblici, online (‘in linea’)— per studiare l'argomento.

Immagino che sia questo quello che nell'articolo viene definito “bilinguismo virtuoso, che favorisca i contenuti, la loro divulgazione e la formazione completa degli studenti, italiani e stranieri”, secondo le parole di Emanuele Banfi (PDF).

Il tentativo di forzare l'italiano anche in ambito scientifico e tecnologico mi ricorda la straniante esperienza avuta con i primi manuali di informatica che mi capitarono tra le mani, alcuni in inglese, altri tradotti o scritti in italiano. Ricordo ancora quei testi dei tardi anni '70 e degli anni '80 che traducevano tutto, arrivando a parlare di I/E invece di I/O (immissione/emissione invece di input/output), ‘spiazzamento’ invece di offset, ‘bachi’ invece di bug, e così via. Lodevoli sforzi di resistenza alla dominazione linguistica, ma che non posso fare a meno di considerare abbastanza ridicoli.

Ogni èra, ogni area geografica, ogni campo della conoscenza, ha —inevitabilmente— la sua dominazione linguistica. Ci si lamenta ora delle influenze anglosassoni, ma ci si dimentica forse che un paio di secoli fa la cultura francese era talmente dominante che in posti come la Russia la lingua della cultura, sfoggiata da artisti ed aristocratici, era il francese. Anche l'inglese farà il suo tempo, e verrà sostituito prima o poi da un'altra lingua, probabilmente asiatica (il giapponese o il mandarino), forse chissà, persino entro la fine del secolo.

Portare il protezionismo linguistico alla paranoia è inutile. Le lingue evolvono, e i prestiti da altre lingue sono una componente fisiologica importante dell'evoluzione linguistica. Quante parole italiane non derivano dal latino, ma dal greco (biografia) o dal sassone (guerra)? Quante parole abbiamo più recentemente importato da cugini prossimi quali il francese (chic) o lo spagnolo (golpe)?

Più che preoccuparmi dell'ingresso in sé e per sé di termini inglesi nell'italiano, io guarderei piuttosto ai modi e motivi dell'utilizzo che si fa di questi termini. Vediamo quindi alcuni dei casi citati nell'articolo.

La dichiarazione di Monti sul proprio sense of humour (non humor!) britannico è un classico esempio di grande finezza linguistica: dopo tutto, il british sense of humour è ben diverso, qualitativamente e contenutisticamente, dal senso dell'umorismo italiano; l'uso dell'espressione inglese invece di quella italiana contribuisce a rimarcare la differenza tra i due sensi dell'umorismo. Ben diverso è invece il caso del drink nel week-end, che ha origini nello snobismo delle Milano e Roma ‘bene’ del secolo scorso, la cui affettazione linguistica d'importazione è poi percolata, per emulazione, nel linguaggio comune.

Chi mi conosce sa che sono un grande amante della lingua italiana, e posso affermare senza problemi che mi piace esprimermi non solo in un italiano corretto, ma anche (se e per quanto possibile) ‘forbito’. Ma allo stesso tempo mi è impossibile negare la praticità delle lingue straniere in opportuni contesti.

In molti casi, ad esempio, l'uso di termini o espressioni straniere aiuta ad essere sintetici, laddove il termine straniero sia entrato nella lingua comune con significati più specifici dell'equivalente italiano, o laddove l'espressione straniera sia semplicemente più breve di quella italiana: così ad esempio è per lo spagnolo golpe, entrato in italiano (come anche in inglese!) ad indicare specificamente il colpo di Stato; di spread (e vorrei sapere chi ha scelto di tradurlo con l'orrendo ‘differenziale’ piuttosto che con scarto o divario) si parla principalmente, e spesso ormai implicitamente, in riferimento a quello tra buoni del tesoro a 10 anni italiani e tedeschi; e sinceramente fan è molto più comodo di appassionato sostenitore, pur venendo dal latino fanaticus ed essendo traducibile con l'italiano fanatico, che viene però generalmente riservato ad altri significati; ed è indubbiamente più sintetico, benché improprio, parlare di Ministero del Welfare piuttosto che finire il giorno dopo con il suo nome completo in italiano (Ministero del Lavoro, della Salute, e delle Politiche Sociali) —e per inciso non è di welfare nel senso di ‘benessere’ che si parla, come sembra suggerire l'articolo, ma di welfare state nel senso di Stato sociale.

In altri casi, il termine straniero aiuta ad identificare l'origine del prodotto: non vedo nulla di male nell'usare manga ed anime per fare riferimento a fumetti e cartoni animati giapponesi; analogamente, sarebbe bello tornare a parlare di romanzi a fumetti piuttosto che di graphic novels —se solo in Italia questi prodotti avessero la dignità che loro spetta, incoraggiando così gli autori nostrani a competere con i più famosi autori del mondo anglosassone.

In altri casi ancora, il termine si riferisce specificamente a prodotti non italiani (d'origine), per cui il termine italiano non esiste o è stato creato ad hoc. E benché parlare di elaboratori piuttosto che di computer puzzi sinceramente di autarchia linguistica di stampo fascista, è anche vero che anche a me non dispiacerebbe trovare termini italiani con cui poter tradurre laptop, notebook, netbook, tablet senza suonare prolissamente verboso e pomposamente pretenzioso; d'altra parte è possibile che l'ironico umorismo del neologismo furbófono aiuti il termine a prendere piede come traduzione di smartphone.

Potrei andare avanti, ma preferisco concludere qui, con la seguente osservazione: preoccuparsi della mancanza di una “politica culturale linguistica” in Italia mi sembra un po' come lamentarsi di un prurito al mignolo quando l'intero braccio sta andando in cancrena. La mancanza di una politica culturale linguistica è solo una microscopica diramazione dell'ultimo stadio del totale sgretolamento della cultura italiana, della politica italiana, e solo infine della politica culturale, in atto da almeno trent'anni.

L'assimilazione di lingue e culture straniere è frutto, non radice della povertà culturale. È inutile appellarsi, per difendere l'italiano corrente dall'invasione delle lingue straniere, a produzioni artistiche e culturali del secolo scorso o precedenti ancora; è alla produzione attuale che ci si dovrebbe rivolgere; e cos'ha avuto la nostra cultura da offrire, negli ultimi trent'anni, agli italiani, a parte tette e culi? E perché mi trovo, a quasi un secolo di distanza, a fare discorsi che finiscono inevitabilmente verso un'analisi che ricalca quella già fatta quasi un secolo fa da Antonio Gramsci, e purtroppo ancora valida?

Sono tre i pilastri per una rinascita della cultura italiana: una solida istruzione pubblica (scuola e università), una viva diffusione di buoni contenuti di massa (via radio, televisione ed Internet2) e pesanti investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica. Insomma tre cose che in Italia non si avranno mai.


  1. nota bene: l'Italia, ma non certo gli italiani, molti dei quali trovano proprio all'estero l'occasione di mostrare brillantemente non solo le proprie capacità, ma anche i benefici del nostro tanto criticato sistema scolastico (ormai abbondantemente demolito) e quali siano i veri problemi della ricerca in Italia. ↩

  2. e qui non sarebbe male prendere ad esempio il modello della BBC, giusto per rimanere ironicamente in tema di colonialismo culturale. ↩