Se si guarda con occhio disincatato alle relazioni sociali che gli esseri umani costruiscono, sia su scala microscopica (il singolo individuo in relazione ad altri singoli individui), sia su scala macroscopica (le genti in relazione con altre genti) non è difficile notare i fin troppo evidenti paralleli con analoghe strutture e comportamenti che si riscontrano nel mondo animale.

A seconda della scala della messa a fuoco, del luogo e del tempo analizzato, diventa quindi facile paragonare i nuclei umani ora al formicaio, ora al branco di canidi, ora al gregge di ovini, ora a questo o quel volatile. In effetti, benché non credo si possano ritrovare tutti i comportamenti umani in quelli di una singola altra specie, mi viene molto difficile non trovare, per un qualsiasi comportamento umano, un altro animale in cui lo si riscontri1.

A ben pensarci, mi viene in mente un unico comportamento per il quale non riesco a trovare riscontri al di fuori degli esseri umani, ed è il caso del sadismo nei confronti di membri della propria specie, dove per sadismo si intenda il (‘gratuito’) procurare dolore ad altri (della propria specie) per il proprio piacere: non rientrerebbero quindi in questa categoria né le aggressioni ‘territoriali’ abbontantemente diffuse nel regno animale, né quei ‘giochi alimentari’ di cui si dilettano ad esempio i felini domestici.

Si potrebbe osservare che allo stesso modo anche le capacità artistiche dell'uomo sono uniche in natura, non essendo confrontabili con, ad esempio, i canti degli uccelli o le danze per l'accoppiamento, la cui somiglianza con gli omonimi umani sarebbe più che altro lessicale, e forse solo appena vagamente fenomenica, ma che certo confonde atti creativi (dell'uomo) con atti istintivi (dell'animale).

Avremmo quindi che per distinguere (il comportamento del)l'uomo dal (comportamento del) (resto del) regno animale è opportuno, anzi forse necessario, ‘trascendere’ dal mero fenomeno, dall'osservabile, ed andare a studiare le cause di tali comportamenti, i loro motori, impulsi, motivazioni, emozioni, pensiero, istinto, etc. A distinguere l'uomo sarebbero allora certe sue funzioni (spesso dette ‘superiori’) quali razionalità, arbitrio, capacità d'astrazione; o certe sue caratteristiche ancora più astratte, metafisiche, spirituali.

Ma cosa ci può portare a sostenere di avere effettivamente tali doti o caratteristiche? Ed in secondo luogo: cosa ci può portare a sostenere che esse siano nostra prerogativa, che esse ci contraddistinguano?

Se l'unico modo per trovare o provare o scoprire queste nostre doti o caratteristiche è frutto vuoi di meditazione, vuoi di introspezione, vuoi di qualunque altra via interiore o comunque non (fenomenicamente) manifesta, se non vi è quindi alcuna possibilità esteriore di verificarne l'esistenza, non avremmo nulla per sostenere che esse siano proprie solo degli esseri umani —ed in verità non potremmo sostenere nemmeno che esse siano proprie di tutti gli esseri umani: non le potremmo dedurre in alcun altro essere che in noi stessi, per riconoscerle in altri solo proiettando questa conoscenza interiore (e sorvolando sulla possibilità che sia ingannevole) di noi stessi sui nostri simili.

Ma anche ammesso che questa conoscenza di noi stessi, di ciò che ci rende “non dei semplici animali”, si possa correttamente estrapolare ai nostri simili (quali simili, peraltro?), se le nostre precipue caratteristiche che ci distinguono sono esclusivamente interiori, se non si manifestano, gli esseri umani potrebbero essere tranquillamente sostituiti da “semplici animali” che si comportino allo stesso modo e nessuno noterebbe la differenza.

E allora siamo o non siamo ‘semplicemente’ degli animali? Se non lo siamo, da cosa lo si capisce?


  1. La differenza tra il ritrovare tutti i comportamenti in una singola altra specie e poter determinare, per ciascun comportamento, una specie in cui lo si ritrovi, benché sottile, è tutt'altro che trascurabile. ↩