Ho avuto un'idea per un racconto di fantascienza. L'idea, grosso modo, è la seguente.

Una giovane aspirante scrittrice decide di contribuire ad una raccolta di racconti di fantascienza. Non è un concorso, non c'è un premio in denaro, e la raccolta verrà pubblicata online, gratuitamente. Non è certo per i soldi che lo fa, ma pensa che sia un buon modo per farsi conoscere.

Ben lontana dagli hipster con Moleskine® e penna d'oca, decide di mantenere la bozza direttamente in Rete, usando uno dei piú famosi servizi che offre una suite per ufficio nella ‘cloud’: in questo modo, qualunque sia il momento in cui la coglie l'ispirazione, può accedere al documento: da casa, dal computer dell'ufficio, persino con il cellulare per strada.

Questo è il futuro, si dice. E scrive di un gruppo di amici sparsi per il mondo che si organizza, in Rete, per incontrarsi —di persona— in occasione di un evento speciale, per celebrare la nascita di un mondo nuovo, con pace, libertà e giustizia per tutti. E allora via a cercare le date giuste, ed il luogo giusto, ed il modo giusto per festeggiare; fuochi d'artificio, botti, festoni; e perché limitarsi? perché dovremmo essere solo noi a festeggiare? diffondiamo l'idea, coinvolgiamo quanta piú gente possibile, apriamo la festa al mondo.

“È qui la festa?” sarà il titolo del racconto della giovane autrice. E finalmente, durante un lungo volo intercontinentale che la porta negli Stati Uniti per una conferenza sui topoi della letteratura moderna, le viene in mente il gran finale a sorpresa, scatole cinesi, una realtà virtuale dentro l'altra, un Internet dentro un Matrix dentro una simulazione dentro un fumetto dentro un racconto scritto e diffuso di nascosto in un mondo distopico.

In coda dopo lo sbarco è talmente entusiasta dalla conclusione che non vede l'ora di trovare una connessione ad internet per buttarla giú per iscritto, e nemmeno si accorge della C gialla fosforescente che la guardia le disegna e cerchia sul cartoncino azzurro.

È solo quando a pochi passi dall'uscita la dirottano verso un'altra stanza, e da qui ad un'altra ancora, che il mondo reale le sbatte in faccia, abbattendo il suo volo pindarico.

L'ambiente in cui la fanno sedere è angusto, poco illuminato, dotato solo di una scomoda panchina. Che succede, si chiede, cosa mi sono persa? Il tempo passa, lei comincia a sentire la paura che cresce. Spuntano ogni tanto delle guardie, parlottano tra loro, guardano i documenti che le hanno sottratto, e lei non riesce a trovare il coraggio nemmeno di chiedere loro, almeno, per cosa la stanno trattenendo.

È solo molto piú tardi, quando al disagio psicologico, alla pressione dell'attesa, si sono andati aggiungendo anche disagi fisici, per la scomodità della panchina, per esigenze fisiologiche sempre piú impellenti, che viene portata in una nuova stanza, dove finalmente comincia l'interrogatorio.

E finalmente, incredula, la giovane si trova davanti alla nuda realtà della stupidità del potere: la bozza del suo racconto non è passata inosservata, ed è stata presa sul serio, molto sul serio. Non è stato nemmeno difficile, le dicono, decifrare il codice. I nostri esperti sono all'opera, le dicono, per identificare gli altri membri della squadra. Il vostro progetto, le dicono, non potrà andare in porto; se anche non arrivassimo ad arrestare gli altri in tempo, le dicono, sappiamo già le date, i luoghi. Non lasceremo che i terroristi vincano cosí facilmente, le dicono, non ci lasceremo menare per il naso, stavolta.

Ora scusate, bussano alla porta, il finale ve lo svelo dopo.