L'uomo trova una rinnovata tranquillità —forse più una distrazione— nel dirigere le azioni per il pranzo, assegnare i compiti ai ragazzi che si propongono, dare un occhio o qualche consiglio durante l'opera: chi alla dispensa, chi alla cucina, chi a preparare i tavoli, i ragazzi si mettono all'opera; sotto tono, ma già rasserenati dalla determinazione del professore.

Quando finalmente tutto si ferma, e rimane solo da aspettare che sia pronto, l'uomo sente tornare le domande sul destino della collega, degli studenti spariti nel nulla. Si ritrova davanti la grande porta a vetri —chiusa— del locale, a guardare fuori le strade vuote, un debole riflesso della propria immagine contro il vetro.

Mosso dal desiderio di affacciarsi un attimo, guardare fuori, cercare indizi sulla sparizione della collega, l'uomo afferra la maniglia, e nel momento preciso in cui la sua mano vi si serra intorno, la voce della collega riecheggia chiara, nitida: Non aprite!

L'uomo si ferma, interdetto. Si guarda intorno, ma nessuno degli studenti sembra aver sentito nulla: continuano nelle loro chiacchiere a bassa voce; qualcuno, annoiato, chiede a che punto sia la pasta. Nessuno sembra nemmeno prestare attenzione al professore, al suo sguardo nuovamente sbigottito.

“Non sto uscendo pazzo,” si dice il l'uomo “ho solo ricordato l'avviso che ci aveva già dato sul pullman, non aprire, non uscire: dentro, siamo al sicuro; fuori, l'incognita.”

In quel mondo che sembra aver abbandonate il familiare per immergerli nell'inatteso, nell'inspiegabile, nel misterioso, la modesta rassegnazione della collega, il suo buon senso, diventano un'àncora, un caposaldo cui legarsi per non perdere la ragione. È per questo, si dice il professore, che ne sento ancora la voce; nessuna telepatia, nessuna comunicazione con i defunti, nessuna magia, nulla di soprannaturale: è solo il mio modo di mantenere il contatto con la realtà.

A distoglierlo da quei pensieri è l'entusiasmo dei ragazzi quando finalmente cominciano ad arrivare i primi piatti. Li guarda mentre gridano avanti e indietro, si passano i piatti, si alzano per aiutare, ed il suo ruolo gli appare ora chiaro ed evidente: dirigerli, guidarli attraverso quell'impossibile situazione.

Ed improvvisamente la sua mente è piena di pensieri sulla logistica, sull'organizzazione: un inventario delle risorse disponibili, l'organizzazione dei pasti, del sonno, dei tempi, i turni per la cucina, per la pulizia, per l'igiene personale.

Immerso in quelle riflessioni, vede a stento il piatto che gli viene servito, ed è solo quando si sente chiamare dagli studenti, preoccupati dalla sua distrazione, che comincia a mangiare; ma approfitta del richiamo per anticipare ai ragazzi la piccola riunione a cui dovranno partecipare dopo il pasto: non sono più una classe in gita, ma è come per un campo che si dovranno organizzare.

La reazione degli studenti lo sorprende, nuovamente: prendono la cosa con entusiasmo, passione. Hanno appena finito di mangiare, e già si sono spontaneamente divisi i compiti: c'è chi sparecchia, chi prepara la lavastoviglie, chi ridispone i tavoli, preparando un quadrato attorno a cui si possano sedere tutti. Bravi ragazzi. Brave ragazze. Il professore si scopre sorpreso a notare il maschilismo della lingua; è questo il momento di pensare a queste cose?

Le decisioni sul cosa fare e come farlo è breve, indolore; i turni vengono stabiliti in ordine alfabetico, con una semplice distribuzione ciclica di oneri e onori. L'uomo ha la sensazione che le cose stiano andando troppo lisce, e si chiede cosa succederà quando l'emozione dell'avventurosa novità sarà scemata, quando gli attriti della vita comune in quel piccolo spazio cominceranno a mostrare i primi effetti; ma per il momento, la più grande preoccupazione sono le domande che inevitabilmente emergono: cosa sta succedendo? per quanto tempo dovremo restare qui? per quanto tempo potremo?

È il momento di fare l'inventario. L'uomo prende con sé due studenti, e lascia gli altri liberi di passare il tempo come preferiscono, confidando che la lunga camminata ed il soddisfacente pranzo abbiano la meglio sui loro entusiasmi, e che li porti ad un pomeriggio di riposo: ed è proprio così che li ritrova tornando infine nella sala principale, completata la lista dei viveri, delle risorse. E loro, il professore conta rapidamente le teste, sono ancora tutti lì.

Ci sono quelle che si sono appisolate sedute dov'erano, chinate sul tavolo; c'è chi ha trovato una soluzione più comoda accostando delle sedie; c'è chi usa lo zaino come cuscino. E il professore fa ora mente locale sul fatto che dovranno, per la seconda notte consecutiva, dormire accampati. E già il pensiero gli corre all'indomani: che cosa li aspetta ancora?

Il cielo si rabbuia, ma è troppo presto perché faccia notte. Grossi nuvoloni cupi si vanno addensando, spinti da un vento che si fa sempre più violento, finché non lo si sente fischiare nelle strade, tra gli edifici; il suo ululato distrae gli studenti che chiacchieravano a mezza voce in un angolo, ne sveglia qualcuno di quelli appisolati.

Gli sguardi di tutti si volgono alla grande porta a vetri, alle finestre; si aspettano che accada qualcosa di spaventoso, forse solo lo scatenarsi di una bufera di potenza inaudita, forse lo spalancarsi improvviso di quella porta, di quelle finestre, a lasciare che la violenza del vento possa invadere quegli spazi.

I vetri tintinnano sotto le raffiche più feroci, ma resistono. Il vento persiste, con rabbia crescente, finché improvvisamente cede, lasciando che la polvere in strada ricada, che le cartacce si fermino. Nella trattoria, in un sospiro collettivo, ciascuno riconosce il placarsi dei timori che hanno condiviso, trattenendo il fiato.

I nuvoloni permangono, cupi, gonfi, oscurando il cielo; ma la loro minaccia pare distante, vuota. I ragazzi si intrattengono in chiacchiere, in giochi, forse senza più l'entusiasmo di prima, ma comunque con una distratta allegria, salvo soffocare le voci, fermarsi timorosi in attesa, in ascolto, ogni qualvolta il vento riprende forza, con raffiche improvvise o lenti crescendo. E verso sera anche il vento ha perso la sua minaccia, è diventata quasi un'abitudine, una breve pausa senza più vera paura al tintinnare dei vetri, prima del riprendere delle attività.

Quando infine si ritrovano a cena, il vento che ha ripreso foga, diventa un semplice argomento di conversazione; ma se si commenta la sua violenza quasi con nonchalance, rimane una sottile vena di nervosismo: non sorprende più, non lascia più con il fiato sospeso, ma la sua rinnovata, e stavolta perdurante, ferocia lascia a tutti un'ombra di disagio.

L'intero pasto viene accompagnato dall'ululare del vento, dal tintinnare dei vetri, e quando infine studenti e professori si alzano da tavola è la tempesta stessa che si è andata accumulando sopra le loro teste che trova improvvisamente sfogo, con il secco schioccare di un fulmine nelle vicinanze subito seguito dall'improvviso scrosciare della pioggia, preludendo ad una notte senza pace.

I ragazzi di turno sparecchiano precipitosamente, per tornare in fretta nella sala comune. Il professore vede ora, per la prima volta dall'inizio di quella assurda situazione, la paura crescere negli occhi dei suoi studenti, nel modo in cui questi si scambiano sguardi come a cercare aiuto, supporto, per trovarvi invece soltanto riflessa la paura dei compagni.

I commenti sono mesti, sul tono di “mammamia che brutto tempo” o “stanotte non si dorme”; mesti sono i movimenti con cui i tavoli vengono messi da parte per lasciare uno spazio centrare in cui dormire. Nessuno degli studenti sembra prendere l'idea di usarli come letti; piuttosto, non si capisce se consciamente o meno, i tavoli vengono spostati verso la porta, come a creare una barriera contro qualunque cosa possa riuscire ad entrare durante la notte.

Giacigli di fortuna vengono preparati sul pavimento, abiti e giubbotti per avere qualcosa di morbido su cui poggiarsi, zaini e borsoni a fungere da cuscini. Nessuno propone argomenti per una chiacchiera, nessuno propone un gioco; la stanchezza per la lunga giornata e la precedente scomoda notte, la paura per la tempesta la fuori, tutto invoglia solo alla pace, al silenzio, in attesa del sonno.

A luci spente, il professore non riesce a prendere sonno. Nell'oscurità che li circonda, saltuariamente interrotta dall'azzurra luce di un lampo, non può fare a meno di pensare quanto possa essere facile, lontani dal mondo, ricadere vittima di ancestrali paure, come i bambini. Sono soli, senza nulla che possa proteggerli dalla furia della natura. Si immagina la collega, là fuori, un Gandalf al femminile che li difende, urlando alla bufera il suo You shall not pass! È un pensiero che, nella sua infantile semplicità, gli dà sollievo, forza.

Si guarda intorno; nessuno dei ragazzi dorme, ed un passo per volta hanno spostato i giacigli, dapprima sparsi in giro per il pavimento, raccogliendoli intorno a lui. Circondato da quei visi impauriti, nervosi, il professore si commuove; vorrebbe abbracciarli, tutti insieme, per consolarli, tranquillizzarli; vorrebbe cantare loro una ninna nanna, per farli scivolare in un sonno sereno.

E invece rimane lì, immobile, a contemplare l'oscurità della sala, i bagliori alle finestre, ad ascoltare il tamburellare della pioggia contro i vetri; ed è così che lentamente si accorge di come il suono sia cambiato, non è più secco, scrosciante, ma ha qualcosa di molle, viscido, come è viscido il colare della scura pioggia sui vetri. E alla luce dei lampi che seguono, non è più di azzurra, bensí di rosso che si tinge la stanza.

«Professore,» mormora Sacchinelli «sta piovendo sangue.»