La notte passa scomoda e fastidiosa. Il vento fuori sibila continuo, e nelle folate più violente scuote l'intero pullman, ululando. Nello sgradevole dormiveglia, il professore sente rumore di sabbia, percepisce un'oscurità ancora più greve, come se qualcuno avesse spento anche le ultime stelle. Ogni tanto qualche studente va al bagno, poi torna a stendersi al proprio posto accucciandosi, in posizioni a volte improbabili, sotto la propria giacca.

Nell'ora più fredda, il vento si placa, ed è poco dopo che il cielo comincia a schiarire, sebbene il professore non sia sicuro dello scorrere del tempo; non sa nemmeno se ha dormito, o quanto. Passeranno ancora ore prima che il sole sorga dietro le creste delle montagne, ma la maggior parte degli studenti è già sveglia, anche se non li si potrebbe definire attenti: all'assurdità della loro situazione si va aggiungendo la spettralità dei volti nel risveglio da una scomoda notte povera di sonno.

Al professore viene da ridere: un pullman di zombie in un mondo senza più vita. È troppo facile lasciar correre la fantasia agli scenari catastrofisti, in una situazione del genere, tanto appetitosa per troppa letteratura post-apocalittica.

La professoressa sembra aver dormito meglio di molti, e dalla sua infinita borsa per le emergenze tira fuori un thermos; mormorando un “temo che abbia perso molto del suo calore” ne versa un bicchiere al collega, quindi uno per sé. Il té al limone, non più caldo ma non ancora freddo, li aiuta a riprendere voglia di affrontare la giornata.

Il professore accenna a quegli studenti che, nonostante la luce ed il sordo trambusto che comincia a crearsi al risveglio dei compagni, sono ancora immersi nel più placido dei sonni. «Invidiabili. Mi sa che gli daremo ancora qualche ora per svegliarsi.»

«Progetti per oggi?» «Ci muoviamo. Da questa strada non passa nessuno, a quanto pare. Non possiamo rimanere qui in eterno. E visto che il pullman non ne vuole sapere, ci dovremo muovere a piedi.» «Quanti chilometri?» «Bella domanda. Questa cartina è la cosa più farlocca che mi sia mai capitata tra le mani. Dovremmo essere circa qui, ma a questa scala non è facile capire dove, esattamente. E se non sappiamo dove non sappiamo qual è più vicino,» indica i due paesi tra cui si stavano spostando ieri «e dove convenga andare.»

«Professore.» «Che c'è, Sacchinelli.» lo studente gli porge il proprio smartphone, gli occhi del professore si illuminano, ma il suo entusiasmo è presto smorzato «Il cellulare non prende la linea, ma il GPS sì. Dovremmo essere circa qui.»

Il professore prende in mano lo smartphone, controlla la mappa. È piuttosto diversa dalla cartina su cui ha cercato di raccapezzarsi fino ad allora, e molto più verosimile. Se la posizione è corretta, il pullman si trova circa a metà strada —ovviamente, pensa l'uomo, che gusto c'era altrimenti?

Con un sospiro, il professore passa lo smartphone alla collega. «Mi sa che torneremo indietro. Se non altro è di discesa, e se le distanze sono giuste dovremmo sbrigarci in tre, quattro ore.» «Con zaini e borsoni?» Oh vero. «Sempre dell'idea che non sia il caso che io vada da solo?» «Non esiste.» «Arriveremo in paese per pranzo, se va bene.» «Andrà bene.» «Com'è andata finora?» I professori ridono amaro.

L'organizzazione non è difficile: il professore è il primo a scendere dal pullman, si posiziona in modo da dirigere facilmente gli studenti verso la coda, li conta ad uno ad uno mentre scendono, ripetendo le istruzioni ogni due o tre teste: non lasciate nulla sull'autobus, prendete i vostri borsoni, scendete fino alla coda.

Qui avrebbe fatto comodo essere in tre, pensa il professore, mentre gli ultimi studenti defluiscono dal pullman; la sua collega si prende cura di chiudere tutto, scende dal lato dell'autista, raggiunge il resto della classe dietro il pullman, e sono finalmente pronti a partire. Sembrano sereni, i professori, ma guardandosi negli occhi sanno di aver notato entrambi la stessa cosa: l'autista è sparito, la macchia blu in mezzo al verde non c'è più. Cani randagi? Lupi?

Gli studenti sembrano aver preso gusto all'avventura fuori programma, marciano spensierati sull'asfalto, scherzano, cantano. Il professore è lieto che siano così pochi, sette a testa da tenere a bada, e nemmeno particolarmente ‘irrequieti’. Sacchinelli ogni tanto getta un occhio al proprio smartphone, come a controllare di essere sulla strada giusta; il professore se lo tiene vicino, ma è piuttosto sereno, la strada non ha biforcazioni, e scende, curva dopo curva, fino al paese.

La passione iniziale dei ragazzi si va spegnendo con il passare del tempo e il sopraggiungere della stanchezza, ma nonostante tutto riescono a tenere un buon passo, ingegnandosi per alternarsi nel portare i borsoni, poggiandoli su quelli di chi ha trolley con le ruote, lasciando che la discesa li aiuti; ed i primi segni della civiltà, intravisti che ormai è passato mezzogiorno, infondono loro nuova energia.

L'entusiasmo dei ragazzi muore però velocemente quando il paese li accoglie con un freddo, spettrale silenzio che sarebbe più adatto ad una domenica dopopranzo che prima di pranzo in mezzo alla settimana. Non una persona per le strade, non una saracinesca aperta.

L'avanguardia del gruppo degli studenti rallenta, si lascia raggiungere dagli altri; i professori si guardano intorno, stupiti non meno dei ragazzi.

«Professore.» «Eh.» «Non c'è nessuno.» «Parrebbe.» «Però all'andata c'erano.» «Mi ricordo anch'io qualcosa del genere.»

«Proviamo a suonare a qualche campanello?» propone uno dei ragazzi. In qualunque altro momento, il professore avrebbe osservato che non era il caso di mettersi a fare scherzi stupidi, ma adesso l'idea non pare tanto male. Lasciando collega e studenti sulla strada, l'uomo si avvicina ad uno dei palazzi, suona un campanello, aspetta, prova il successivo, aspetta ancora, e così fino a coprire l'intera bottoniera. Quando torna a raggiungere i ragazzi, il suo sguardo stranito si riflette su quello ansioso degli studenti, della collega. «Deserto.» si limita a dire l'uomo.

La classe continua ad avanzare, guardandosi intorno stupita. Nessun segno di vita, come se l'intero paese avesse fatto i bagagli e se ne fosse andato, lasciandosi dietro solo le case; non ci sono panni stesi alle finestre, non ci sono motorini parcheggiati sui marciapiedi; l'unica automobile, parcheggiata seminascosta in una traversa, è vecchia, polverosa, con gli pneumatici sgonfi, abbandonata lì da chissà quando.

Il gruppetto si tiene ora compatto, marciando lentamente in formazione pressoché quadrata, con i professori in seconda e quarta fila non meno confusi dei loro studenti, soggetti non meno di loro alla sensazione di pericolo e minaccia stimolata da quell'innaturale assenza di vita che li circonda. Ogni tanto si fermano, il professore si stacca da loro per provare qualche citofono, torna a raggiungere il gruppo, ed insieme ripartono.

«Professore, lì c'è una cosa aperta.» tutto il gruppo si volta, si spostano compatti addentrandosi nel vicolo segnalato, attratti dall'ingresso della trattoria che si trova all'altro estremo.

È il professore ad entrare per primo, nella grande sala deserta. «C'è nessuno?» la sua voce rimbomba, nessuno risponde. Con un sospiro che ha più del rassegnato che del sollievo, l'uomo torna all'ingresso, la collega risponde con spallucce al suo sguardo interrogativo. «Forza ragazzi,» l'uomo fa cenno agli studenti «almeno ne possiamo approfittare per riposarci un po'.»

La proposta viene accolta con un grido d'entusiasmo, ed il professore si ritrova a doverli nuovamente imbrigliare, per evitare che sfondino le porte cercando di entrare tutti insieme.

«Uno per volta, ragazzi, c'è posto per tutti, posate i borsoni di lato all'ingresso, andatevi a sedere, non fate caciara, con calma, ragazzi.»

«Professore, posso andare in bagno?» giunge la domanda da dentro la sala. «Aspetta che facciamo la conta.» «È urgente.» «Vai, ma torna subito.» «Professore, sto andando pure io.» «Ragazzi, un momento, uno per volta.»

Il caos si placa con il terminare dell'afflusso degli studenti. Il professore getta un ultimo sguardo all'esterno, per assicurarsi che nessuno sia rimasto fuori, forse anche nella speranza di intravedere qualcuno, chiunque, al di fuori della classe, quindi chiude la porta.

I bagagli sono stati accatastati confusamente accanto a lui, i ragazzi si sono distribuiti ai tavoli. C'è meno gente del previsto, e l'uomo, pur pensando a livello cosciente che assenti sono gli studenti andati in bagno, non riesce a scrollarsi di dosso l'idea che ci sia qualcosa che non vada.

«Professore, manca la professoressa.»