L'attesa si prolunga. Il tardo pomeriggio primaverile sfuma in una triste serata, mentre gli studenti accettano mesti la loro situazione, distraendosi tra musica e giochi improvvisati.

Con l'affievolirsi della luce del sole, la loro collocazione isolata, sperduta si fa più manifesta: nessuna luce artificiale lungo la strada, i paesi più vicini invisibili oltre la cresta verso cui arrancava prima il pullman, da un lato, e dietro curve e tornanti alle loro spalle; nessun mezzo di trasporto oltre al loro pullman fermo sul ciglio della strada, nessun'anima viva intravistasi nelle ultime ore.

«Possibile che non sia passato nessuno in tutto questo tempo?» la professoressa è sgomenta. Il suo collega quasi nemmeno la sente, sprofondato com'è nelle proprie riflessioni. Si interroga sulla saggezza della scelta fatta, prova a figurarsi gli scenari, si chiede quanto avrebbe impiegato per raggiungere il paese più vicino, se fosse dovuto salire o scendere; si rende conto di non sapere esattamente nemmeno dove si trovano. Si morde nervoso il pollice, contempla la cartina, vecchia e vaga nelle indicazioni.

«Professore.» «Che c'è.» «Per la cena cosa facciamo?» Il professore annuisce. Certo. La cena. E dovranno —dovremmo— anche andare in bagno. Non siamo più bambini, ma a tutto c'è un limite. Saremmo dovuti tornare indietro; forse mi sarei dovuto mettere alla guida. Che stupido sono stato. Be', possiamo sempre farlo ora.

«Per ora dobbiamo accontentarci dello spuntino a sacco che ci siamo portati.» interveniene la collega, alzandosi con calma dal proprio posto. Avanzando lentamente lungo il corriodio, invitando gli studenti a tornare la loro posto, la donna controlla che tutti abbiano cibo e acqua; per chi è stato più distratto provvede lei, dal capiente borsone per le emergenze che occupa i due posti dietro il suo. «Se dovete andare in bagno, usate quello del pullman. Non scendete, l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno è un altro scherzetto.»

Il professore la guarda stupito e incredulo; si sistema meglio gli occhiali sul naso, come a capire se non sia un suo problema di vista, piuttosto che un'improvviso mutamento nell'atteggiamento di lei. Uscita dallo stato di shock, la donna passa ora a tranquillizzare e rasserenare tutti, con calma ed efficacia. “Scherzetto.” Bella parola per descrivere quello che è successo. Eppure la donna ora appare serena, arrivando persino ad abbozzare un sorriso quando, tornando al proprio posto, incrocia lo sguardo del collega.

«Mi sa che avevi ragione tu, avremmo dovuto provare a raggiungere il paese.» bisbiglia il professore alla collega, sporgendosi per coprire il corridoio che li separa. «Sì … forse …» la risposta della donna è lenta, quasi distratta. «Dopo questo spuntino,» insiste l'uomo «possiamo provare.»

«È buffo,» la donna commenta dopo qualche secondo «tu stai cambiando idea, ed io invece ho la netta sensazione che invece rimanere qui sia stata la scelta giusta. È così silenzioso, là fuori, così … privo di umanità, c'è solo la strada, il nostro pullman, quel pover'uomo …»

Ma non c'è paura, nelle sue parole; forse un po' di tristezza, ma quello che soprattutto colpisce il professore è la rassegnazione nella voce della donna.

Lo scambio di battute è durato poco, ma quel poco è bastato perché la sera si trasformasse in notte, una notte buia come la pece, coperta da un cielo rossastro e fosco che rapidamente sfuma in un nero sparsamente trapuntato.

Lo scendere quasi improvviso delle tenebre soffoca per qualche secondo anche il mormorio delle conversazioni degli studenti, lasciando spazio solo al sibilare del vento, allo scricchiolare dei sedili. Il professore torna al cruscotto, si guarda intorno con una lampadina tascabile, trova il pulsante delle luci per l'abitacolo, e l'intera classe sembra riprendere a respirare con un sospiro di sollievo.

L'uomo rimane seduto alla plancia, ricontrolla tutti i tasti, il freno di stazionamento, il cambio, i pedali. Sembra tutto a posto, molto simile alle automobili, solo più grande, o in posizioni leggermente diverse.

Le stelle fuori sono poche, fioche, tremolanti. Il professore si chiede com'è il resto del cielo, la parte che non si riesce a vedere da dentro. La collega gli si siede dietro, si sporge in avanti per potergli parlare a filo di voce. La sua voce, così aerea e distratta prima, è ora secca e decisa.

«Non scendere,» gli dice, come se avesse indovinato le sue intenzioni «non mi piace, non mi convince.» l'uomo si volta a guardarla, ma la donna non è spaventata; piuttosto, concentrata: come se cercasse di intravedere là fuori qualcosa di sfuggente alla vista.

Quando infine il professore prova a mettere in moto, l'avviamento singhiozza e boccheggia disperato. Al secondo tentativo, dopo aver spento tutte le luci, il motore riesce finalmente a prendere vita, per reggere qualche secondo prima di tornare a morire. Al terzo, il professore sta molto attento a mantenere sull'acceleratore l'attenzione dovuta ogni volta che il motore prova a spegnersi.

«C'è qualcosa che non va. O il motore non regge il minimo o …» «Lascia perdere,» la professoressa gli poggia una mano sulla spalla «mi sento molto più sicura a rimanere qui dentro, sinceramente. Chiudi tutto, lascia accese solo le lucine della corsia, per non inciampare se ci si alza di notte per andare in bagno. Dormiamo qui, domattina pensermo al da farsi.»

Il professore spegne il motore, controlla la chiusura delle bussole e la sicura dello sportello alla sua sinistra, torna ad accendere le luci interne; la collega ripercorre l'autobus, informa gli studenti della decisione, li invita a prendersi una coppia di posti ciasuno per poter dormire più comodi, e ricorda loro che l'indomani verranno svegliati dalle prime luci dell'alba, e che quindi sarebbe meglio se cercassero di dormire quanto prima.

Non si sentono proteste né lamentele. I ragazzi si ridistribuiscono sui trenta posti disponibili, la professoressa ne approfitta per contarli un'ultima volta, ed infine torna alla testa del pullman. «Oh be', per lo meno siamo ancora tutti.»