L'autista accosta, grugnisce qualcosa nel suo solito incomprensibile linguaggio, scende dal pullman e sparisce tra i cespugli. I professori si guardano sorpresi, poi scherzano con gli studenti delle prime file: «mi sa che avremo una piccola pausa fuori programma.»

«Professore, possiamo scendere anche noi?» «No, ragazzi, ripartiremo subito. Se volete sgranchirvi le gambe, fatevi una passeggiatina in corridoio.»

Minuto dopo minuto, la pausa si prolunga, l'autista non torna, i ragazzi cominciano a manifestare la propria irrequietezza, i professori il loro nervosismo. «Non vorrei gli fosse successo qualcosa.» bisbiglia la professoressa.

Traccheggiando con i pulsanti sul cruscotto, il professore riesce ad aprire la bussola anteriore, ed entrambi si sporgono guardando verso i cespugli. L'autista, una macchia azzurra e blu nel verde, giace riverso su una mezza siepe naturale.

«Oh mio dio.» la professoressa si precipita giù dal pullman, ed incespicando sul terreno raggiunge il corpo, lo volta, prova a sentirne il polso, senza successo.

Il professore, in attesa del ritorno della collega, ha cercato di chiamare un'ambulanza, senza successo. Gli studenti si sono ammassati contro i finestrini a seguire la scena; ma la professoressa, tornando al pullman, scambia con il collega solo brevi cenni del capo, sufficienti a comunicare quello che c'è da dire.

Mentre la professoressa, scoraggiata, risale lentamente a bordo, il professore fende il chiacchiericcio degli studenti, prova a riportare ordine, ne approfitta per cercare un cellulare funzionante. Il pullman è tutto un rimpallarsi di «Professore, qui non c'è campo.» «Professore, non prende la linea.» «Ma che sta succedendo?» «Ma siamo rimasti fermi qui?» «Ma cosa facciamo adesso?»

Quando il professore ha finito il giro, raggiungendo nuovamente la testa del pullman, i ragazzi sono tutti tornati al loro posto, seppure irrequieti, colpiti dalla coscienza di essere isolati dal resto del mondo, fermi in mezzo al nulla.

I professori stessi sono sorpresi, sbigottiti. Scendono dal pullman, parlando a bassa voce, interrogandosi sul da farsi. La donna è visibilmente sconvolta, l'uomo cerca di tranquillizzarla, gli studenti seduti da quel lato del pullman si schiacciano nuovamente contro i finestrini, cercano di indovinarne le parole, di interpretarne i gesti.

«Fermiamo la prossima macchina che passa, chiediamo loro di avvisare il 118. Magari nel frattempo riusciamo a contattare qualcuno col cellulare, il campo va e viene, possiamo beccare il momento giusto.»

Il vento fischia e ulula loro intorno per qualche minuto, prima che la donna proponga: «E se prendessimo noi il pullman e lo portassimo al paese più vicino? Se la strada non è troppo brutta potremmo portarlo anche noi.» «E l'autista? Lo lasciamo qui così?» «Lasciamo un segno, qualcosa, per indicare il posto … mio dio che situazione assurda, surreale, ma come diamine succedono queste cose?»

«E siamo ancora stati fortunati. Immaginati che succedeva se succedeva mentre era ancora alla guida.» l'uomo accenna con il mento in direzione del corpo dell'autista. «Per favore, non mi ci fare pensare,» la donna si cinge la fronte tra indice e pollice della mano sinistra.

«Seriamente, te la sentiresti di provare a portare il pullman?» insiste, dopo qualche secondo. L'uomo fa varie smorfie prima di rispondere: «Sinceramente, con i ragazzi a bordo? Mi sembra un po' rischioso. Piuttosto vado io a piedi fino al paese.» «Non ti mettere in testa di lasciarmi qui con … con il corpo dell'autista e la classe in fermento. Guardali lì …»

Quando i professori alzano lo sguardo, gli studenti tornano a sedersi composti, pur continuando a rimanere rivolti nella loro direzione.

«Be', aspettiamo, allora, almeno finché non ci venga un'idea migliore.»