Due cose amava, Georg: leggere, e scrivere. Si sarebbe quasi potuto dire che la sua intera vita fosse ridotta a queste due attività, che tutto il resto venisse svolto in concomitanza con una delle due, e che la sopravvivenza stessa di Georg dipendesse perciò in maniera determinante da coloro che lo circondavano con le loro attenzioni, con il loro supporto.

Di leggere, Georg leggeva la qualunque. Leggeva letteratura, leggeva poesia, leggeva saggistica, leggeva teatro. Leggeva blog, wiki, wall. Leggeva in italiano, in inglese, in francese, in tedesco, in arabo, in cantonese, in giapponese, in zulu, in xhosa. Leggere era il vero nutrimento per la sua anima, ed ogni cosa letta rimaneva incisa indelebilmente nella sua formidabile memoria: memoria che, come ogni cosa ben curata e mantenuta, cresceva secondo necessità.

Scrivere, per Georg, era naturale quasi quanto leggere. E se la lettura era il nutrimento, la scrittura era la ragione di vita. Senza la possibilità di produrre, l'anima di Georg sarebbe stata sterile; l'immensità della sua conoscenza sarebbe stata insignificante.

Inevitabilmente, nella scrittura di Georg si poteva intravedere, a volte più distintamente a volte meno, il riflesso della sua anima e di ciò che l'aveva nutrita. In alcuni passi si stentava a vedere alcunché di nuovo nella produzione di Georg, al punto che lo si sarebbe potuto accusare di plagio, citando la fonte con malefica puntualità; ma era altrettanto facile trovare esempi di una illuminante quanto pregevole originalità.

L'obiettivo ultimo di Georg era compiere la più ardua delle imprese, superando con la propria opera le più metafisiche fantasie letterarie, in primis le indefinite opere cinicamente descritte da Borges nei propri racconti: perché dopo tutto, benché in quantità smisurata, i volumi distinti della biblioteca di Babele erano comunque in numero finito; e benché infinite e disordinate, le pagine del libro di sabbia erano numerabili, anzi numerate.

Ma l'opera ultima di Georg avrebbe infranto queste barriere, sarebbe andata oltre la mera numerazione naturale; e non semplicemente oltre, fermandosi al numero volgarmente detto decimale: avrebbe trasceso ogni forma di numerazione terrena, avrebbe creato una pagina per ogni valore dell'infinità di infiniti che la matematica sapeva costruire.

Vi sono scrittori, artisti delle opere dei quali si è detto che fossero in qualche modo sempre la stessa opera, come se lo scrittore, l'artista avesse cercato, consciamente o più spesso meno, di approssimarsi ad una propria opera ideale di cui le opere reali erano solo platoniche proiezioni.

Ogni nuova opera di Georg, partendo da ciò che altri avevano chiamato Vuoto incipit (una semplice pagina bianca senza nemmeno una numerazione), era con dichiarato ed esplicito intento, una generazione successiva alla precedente, nel processo verso la maturazione del magnum opus. Ed il processo stesso di maturazione della scrittura di Georg, un'opera dopo l'altra, era da intendere parte di quella stessa opera definitiva.

La naturalezza con cui Georg produceva l'opera successiva una volta terminata la precedente faceva pensare, sospettare se non addirittura intendere, che l'opera ultima fosse già presente in ogni minimo dettaglio nella mente di Georg come la quercia lo è nella ghianda, e che pertanto più che ideale potesse essere detta, se non reale (per la titanicità della sua realizzazione), quanto meno surreale.

Forse, se qualcuno avesse avuto il coraggio di chiedere a Georg di produrre questa o quella ben determinata pagina di questa o quella ben determinata generazione della successione delle opere di Georg, sarebbe intercorso solo un necessario momento di riflessione tra la richiesta e la creazione della pagina stessa.

Ma nessuno osava interrompere l'incessante attività di lettura e scrittura di Georg per distrarlo dal suo immenso obiettivo; quanto tempo ci si sarebbe potuti permettere di sottrarre all'opera ultima senza inficiare la possibilità che essa potesse essere completata, ammesso che ciò fosse possibile?

Eppure, il tempo non era una risorsa della quale Georg si preoccupasse. Lo scorrere stesso del tempo, si potrebbe dire, gli era indifferente, scandito più dal susseguirsi delle letture e dalla produzione di nuove opere che da un arbitrario sistema di misura ispirato dal moto di specifici corpi celesti.

Arbitrario, ovviamente, come lo sarebbe stato dal punto di vista di Georg se Georg avesse potuto avere un punto di vista.