Mi sveglio, il giorno dopo, e lui è accanto a me. Quando mi ha raggiunto? È tardi, la luce che arriva dal corridoio è quella solare. Mi muovo lentamente, per non svegliarlo: il mio tempo lì è concluso, e sinceramente non vedo l'ora di andarmene. Mi guardo intorno, per cercare i miei vestiti; non so nemmeno dove siano finiti. Quando raggiungo la porta, mi accorgo che è sveglio; non si muove, ma la sua voce mi raggiunge: «Dove vai?»

«È scaduto il tempo.»

«No.»

«Mi aspettano.»

«No.»

È a questo punto che comincio ad avere davvero paura. Si alza con calma, vedo che allunga le mani a prendere qualcosa; non vedo nemmeno cosa, indietreggio verso la porta d'ingresso e lui si affaccia, si sta infilando dei guanti: sembra ridicolo, nudo tranne che per quei guanti; ma io non rido, al contrario, mi viene da gridare. Sembra che lo indovini: «L'appartamento è insonorizzato.» dice. Il mio piede trova il vuoto quando raggiungo la fine del corridoio, incespico all'indietro, sbattendo contro la porta; sprovo la maniglia, ma non succede nulla. Sono chiusa dentro con un folle maniaco. Mi raggiunge con calma, mi tira un pugno allo stomaco. Non fa male il pugno, ma un dolore atroce mi attanaglia da dentro. Svengo.

Quando rinvengo, sono nuovamente ammanettata, stavolta ad una spalliera a muro, in una piccola palestra. Mi guardo intorno, confusa.

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