Fuori controllo. Non riesco a ricordare da quanto tempo non avevo più la sensazione che la situazione qui fosse così fuori controllo.

«Colazione?» «Grazie.»

«Scusa per prima.» la bruna mi mette davanti yogurt, tè e biscotti.

Non riesco nemmeno ad essere arrabbiato. Alla fine, sono io che ho deciso di farmi trascinare dagli eventi invece di cavalcarli. Non ho molto da dire. «Solo … cercate di metterla a suo agio. Avete tutto il tempo per soddisfare le vostre curiosità.»

«Quindi resta.» la bruna mi si siede accanto con davanti la propria colazione. La roscia le tiene compagnia con il solito cesto di frutta.

«Perché non dovrebbe?»

«Sì, lo so, ho letto il messaggio. Ma non è proprio vero, no? Per lei è più come per la prima, o per Hiromi, non è che può andar via quando vuole. Almeno fino a quando non diventa maggiorenne. Oddìo, anche dopo … alla fine a parte le chiacchiere del mentoraggio suo padre di fatto te l'ha venduta, tu puoi farci quello che vuoi.»

La bruna si ferma, non si capisce se per mangiare, per riflettere, o entrambe le cose.

«E diciamolo, anche la storia del … che non cambia nulla è un po' una vaccata, eh. Non è che l'idea di una di dieci anni che ti spunta mentre fai zozzerie sia proprio il massimo, anche per quelle di noi con meno senso del pudore. E non è che siamo semplicemente una colonia di nudisti, qua, giusto?»

«Magari per lui l'età non fa differenza.» la roscia interviene laconica, quasi indifferente «C'è gente per cui l'età non ha alcuna importanza, basta che ci sia un buco.»

La bruna rimane interdetta, il cucchiaino si ferma a mezz'aria prima di tornare rumorosamente nella tazza. Non ricordo sul momento se lei comprende il peso che quelle parole hanno per la sua compagna, la storia da cui sgorgano. Ma tutto quello che riesce a dire è un «no, avaja, dài» che non tange minimamente la roscia, imperterrita nella propria nonchalance.

Mi viene quasi da ridere quando nei lunghi secondi di silenzio che seguono la responsabile approfitta del piccolo shock della compagna per rubarle un'abbondante porzione di yogurt con cui arricchisce la macedonia che si è preparata fino ad allora.

«Io volevo solo dire che non so come si fa a mettere a proprio agio una di dieci anni … va be', a parte non tartassarla di domande. Ma questo no, dài. Non è così, vero?» la bruna è rivolta a me, ed al ritardo di una mia risposta insiste, più preoccupata: «Vero?»

«Trovo abbastanza interessante questa ricerca di conferma verbale. Cosa cambierebbe se ti dicessi sì e poi lo facessi comunque? Davvero una semplice parola ti tranquillizzerebbe?»

«Io … io vorrei solo conferma del fatto che tu non sia …»

«E ti accontenteresti per questo di una conferma verbale. Mia, del diretto interessato.»

La bruna è di nuovo senza parole. La sua compagna ora ghigna. Adocchio il suo cesto di frutta, i sopravvissuti alla macedonia.

«Passami la susina.»

«Ti susi e t'a v'o ppigghi tu.» e per meglio evidenziare la frase allontana il cesto in direzione opposta alla mia.

Mi alzo, e nel passarle accanto le pizzico un gluteo. La sua reazione è un'immediata, rapidissima gomitata allo sterno che mi mozza il fiato. Quando raggiungo la cesta di frutta la susina è sparita e la roscia gonfia le guance per scartare il nocciolo.

«Direi che per mettere a suo agio una di dieci anni non ci saranno problemi.» sospiro.